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martedì 27 agosto 2019

Escursioni d'altri tempi - Monte Unghiasse da Prà ( traversata da Noasca a Ceresole)

Premessa 

In un precedente articolo ci siamo ampiamente soffermati sul vallone di Deserta  ,  descrivendo al contempo un'escursione al monte omonimo ed alla punta Pelousa. Questa volta ci sposteremo sul versante dx idrografico, verso lo spartiacque Orco - Lanzo, per raggiungere la cima più alta del vallone di Deserta, e cioè il monte Unghiasse 2939 m. 
Nel vallone di Deserta

Da Prà ( ma perchè ? ) al Pian Drè

Da dove nasce l'idea "solo apparentemente masochistica" di raggiungere il monte Unghiasse 2939 m dalla frazione Prà di Noasca 890 m , anzichè da Ceresole via colle della Crocetta , cioè la via più "frequentata" ( molto tra virgolette) ? 
La scelta di partire da Prà deriva dal fatto che è da qui che passava il mio bisnonno margaro Varda Giacomo sulla via della transumanza estiva ,  idealmente proveniente dalla frazione Costa di Locana ( posta lungo il sentiero che raggiunge il santuario di S. Anna dei Meinardi) o dai Fey, ove si trovavano le sue abitazioni, dopo aver radunato tutti i capi affidatigli dai vari "particolari" della zona, ciascuno con il suo campanaccio o "rudun", magari in compagnia dell'altro mio bisnonno nonchè cugino primo Sola Pietro, suo "socio" in affari per qualche tempo. 
Schematizzazione del percorso su carta IGM 1:25.000. Si declina ogni responsabilità in caso di uso improprio.
La scelta di passare dal vallone di Deserta è semplicemente dovuta al fatto che l'interesse  principale dell'escursione in questo caso non era tanto quello di raggiungere la vetta, quanto di percorrere una zona del vallone nella quale non ero ancora mai andato.
E così da Prà su ottimo sentiero raggiungiamo il Pian Drè; la giornata è un pò velata ma in compenso non fa troppo caldo e la visibilità è comunque ottima , così come le previsioni meteorologiche : quale situazione migliore per andare un pò all'avventura ? 

C'era una volta il "giaser"...

Sulla vecchia cartina 1:25.000 dell'Igc poi,  dal Pian Drè era addirittura segnato un sentiero in rosso (  segnavia 532 )  che raggiungeva il colle Unghiasse, mentre la più recente carta Mu "Valle Orco" riporta soltanto alcune tracce di sentiero dal Chersun.   E allora perchè non salire dal Chersun invece che dal Pian Drè ? 
Ancora una volta la "colpa" è del mio bisnonno ( o meglio di mio padre che me l'ha raccontato), poichè è salendo dal pian Drè che conduceva le pecore al pascolo nei ripiani superiori, al cd. Pian Patulla , cioè passando "sul suo", sui terreni di sua proprietà  , ma anche del sig. Luciano Tomasi Deio, il quale mi aveva raccontato che sopra il Pian Dietro, salendo verso il "giaser" (  ghiacciaio nel dialetto locale) era pieno di genepì, ed io volevo andare a vederlo tutto questo genepy, per giunta localizzato su di un terreno appartenente alla mia famiglia! Sia mio padre che Luciano mi avevano inoltre riferito della presenza nelle vicinanze di un "tramut" di cui ignoravano il nome.
 Naturalmente oggi, guardando  dai piani di Deserta  verso il monte Unghiasse,  non vedrete nessun "ghiacciaio": con ogni probabilità ai tempi in cui i Tomasi Deio portavano le vacche in Deserta , sui ripiani superiori vi erano dei nevai perenni di dimensioni tali da risultare visibili dagli alpeggi sottostanti anche a stagione inoltrata.
Quanti perchè dietro la scelta di un itinerario ! La scelta della data ( il 14 agosto, cioè ancora nel pieno rigoglio della vegetazione estiva )  è invece dovuta ad una concomitanza di fattori: disponibilità di tempo e... periodo giusto per l'osservazione del genepì in natura.  



Benvenuti nella giungla !

-" A salire adesso sarà una giungla! Auguri !". 
Questa la franca opinione espressa dall'amico Franco Chiapetto in merito all'idea  di percorso ed al periodo scelto per affrontarlo... 
Mentre sopra il Chersun risulta evidente come si possa accedere ai ripiani superiori un pò dovunque, sopra il pian Drè un'ampia bastionata rocciosa, solcata da numerosi "arian" , sembra sbarrare il passo.
Una lunga bastionata rocciosa... 

sembra sbarrare il passo...

Osservandola attentamente, riusciamo ad individuare un punto di accesso sulla sinistra (  che a dire il vero sembra essere anche l'unico), per quanto possiamo capire guardando dal basso. Giunti in fondo al Pian Drè, individuiamo anche un paio di ometti : magari indicano l'inizio del sentiero che però... pare proprio non esserci.
Cominciamo così la faticosa risalita lungo una dorsalina che alterna tratti di pietraia a tratti con vegetazione più rigogliosa, sempre verso la direzione scelta.
Vegetazione rigogliosa: genziana maggiore , rododendro , ontano verde, qualche piccolo larice...
Ogni tanto ci voltiamo verso il basso, in direzione di quel paio di ometti, sperando di riuscire ad individuarne qualcun altro, ma è inutile, non ci riusciamo ! Superato il primo tratto di salita, arriviamo in prossimità della bastionata, dove il gioco si fa ancora più duro: ci troviamo ora sostanzialmente di fronte ad una sorta di rompicapo "geografico" costituito da un sistema di piccole cenge , incassato tra due "arian", tra le quali dobbiamo scegliere quelle giuste per arrivare al benedetto Pian Patulla, così vicino in linea d'aria, ma così lontano nella pratica.
Cicerbita alpina
La vera domanda che mi frulla in testa è: ma riusciremo a salire ? O ci toccherà fare marcia indietro per salire dal Chersun? Il fatto è che le suddette cenge ospitano una lussureggiante vegetazione arbustiva ad ontano verde ( Alnus viridis) e sorbo degli uccellatori ( Sorbus aucuparia), in mezzo alla quale  siamo costretti a farci strada come cinghiali ; la fitta vegetazione, unita alla ripida morfologia del terreno circostante,  ci impedisce  inoltre di avere una visione sufficientemente ampia nella direzione di marcia!  Come se non bastasse, la presenza di acqua nelle vicinanze ci regala anche il "confort" di un terreno umido.  
Di salire lungo uno dei due arian neanche a parlarne, considerata la difficoltà di accesso agli alvei  e specialmente il  loro fondo ripido, costituito in gran parte da grosse placche inclinate di gneiss , veri e propri "scivoli di pietra".
Arriviamo dunque a quello che sembra essere il  punto chiave della bastionata: faccio un tentativo verso l'alto, uno verso destra, ma è inutile, non si passa ! 
Tra le drose...ormai è fatta!
Sto seriamente meditando di arrendermi quando mi sento dire: 
- "Scusa, ma hai provato da quella parte ? "
-" Cavolo, no! "
Ero talmente "imboscato" negli arbusti che mi era sfuggita quell'ultima possibilità, ben visibile invece a chi era rimasto appena più in basso: possibilità che si rivelerà vincente e così, con un ultimo sforzo, ecco che infine vinciamo la bastionata!

La vegetazione delle zone rocciose ed umide

Le difficoltà della salita non mi hanno consentito di scattare fotografie , ma non mi hanno fatto certo chiudere gli occhi! Ecco di seguito , a futura memoria, un elenco delle specie che ho potuto osservare nella "giungla": Aconitum lycoctonum, Peucedanum ostruthium, Gentiana lutea, Dryopteris filix-mas  , Cicerbita alpina , Festuca gr. varia  per quanto riguarda lo strato erbaceo ; Rhododendron ferrugineum, Vaccinium uliginosum  , Alnus viridis, Sorbus aucuparia  per quanto riguarda lo strato arbustivo. Era inoltre presente qualche stentato esemplare di Larice, Larix decidua .
Si tratta di una vegetazione legata a zone umide  ed in grado di colonizzare substrati rocciosi ed impervi con comportamento pioniero . Aconito, Cicerbita e Peucedanum sono inoltre specie nitrofile, cioè indicatrici della presenza di fertilità nel suolo , caratteristica frequente nelle zone vicine a corsi d'acqua, poichè essa trasporta sovente sostanza organica. Fondamentale inoltre il ruolo dell'ontano verde, le cui spoglie vegetali danno vita ad un humus ricco di sostanze nutritive e le cui radici sono in grado di fissare azoto dall'atmosfera tramite batteri nitrificanti simbionti. 

Il Pian Patulla  e la "Mela spaccata"

La "Mela Spaccata" con il laghetto 
Vano con travetto in legno
 Sulla carta MU " Valle Orco" è riportata la posizione della cd. "mela spaccata", grosso masso spaccato in due, presso quello che localmente viene chiamato "Pian Patulla". Noi sbuchiamo oltre la bastionata appena a destra della "mela", che tosto raggiungiamo; nel pianoro, posto ad una quota di circa 2030 m, è anche presente una piccola pozza d'acqua . Ecco che qui la vegetazione cambia totalmente: tra le altre specie si notano alcune graminaceae buone foraggere, quali il Phleum alpinum , indici degli apporti di fertilità legati al pascolo ovino.
Scala di accesso al più profondo dei vani
Ancora un cumulo di pietre
La zona limitrofa alla "mela spaccata" è grossolanamente delimitata da un muretto a secco , ma la cosa più interessante è osservare da vicino il grande masso spaccato: in ogni suo anfratto o "balma" l'uomo si era ricavato uno spazio per le sue attività. A destra del grande masso, su una grande pietra piatta, ancora un accumulo artificiale di pietre, probabilmente realizzato con l'intento di "spietrare" il terreno circostante.  Con ogni probabilità questi anfratti naturali in tempi remoti ( sicuramente prima che tali terreni fossero di proprietà del mio bisnonno o del proprietario precedente)  venivano utilizzati come ricovero per i pastori e  per altri usi legati all'attività zootecnica; mi sono comunque ripromesso di tornare in loco in maniera dedicata per un reportage più serio ed approfondito. Oggi purtroppo  il tempo stringe...

L'ultimo "tramuto" 

Un rudere ( sicuramente il "tramuto" di cui parlavano  Luciano e mio padre) è riportato sulla carta Mu  "Valle Orco": decidiamo dunque di andare a dargli un'occhiata, effettuando una piccola digressione verso est. 
Il "tramuto"

Un percorso ancora abbastanza evidente...
Poco a sx del Pian Patulla, in corrispondenza di una dorsale discendente dalla cresta spartiacque Orco - Lanzo, ecco che raggiungiamo il rudere; nei pressi di questo una percorso ancora abbastanza evidente ( forse utilizzato anche come roggia per l'acqua ) prosegue verso dx, e noi lo seguiamo in leggera discesa fino a quando esso si perde nuovamente tra la vegetazione, per poi fare dietrofront.
Tra i ruderi del tramuto ci sembra di intravedere la presenza di una piccola "cavanna", cioè di un locale adibito al "soggiorno" in loco degli esseri umani ( sulla dx nella foto ) , a testimonianza di una passata frequentazione stabile ( cioè non soltanto di trasferimento giornaliero) dell'area, ipotesi che sembra suffragata anche dai notevoli lavori di sistemazione del percorso\roggia che lo raggiungono.  
I proprietari di questo rudere dovrebbero essere i medesimi dell'alpe Chersun, ragion per cui è  ipotizzabile che in tempi più recenti  anche quest'area venisse utilizzata con pecore e\o capre condotte giornalmente al pascolo o forse stabilmente con manze: occorrerebbero più approfondite ricerche storiche! 

"Fin dove si può salire" : le divisioni di proprietà

L'osservazione del terreno circostante è anche motivo di riflessione circa l'origine della proprietà privata in questi luoghi e delle sue modalità di divisione: in assenza di raffinati strumenti di misura ( e di calcolo dei valori immobiliari )  quali quelli disponibili nell'epoca odierna il territorio veniva diviso in base alle naturali linee di demarcazione del terreno, quali fiumi, dorsali, creste, canaloni etc etc . 
"Il territorio veniva diviso in base alle naturali linee di demarcazione del terreno..."
Negli alpeggi di Deserta ad esempio fanno da confine , per esempio,  il rio principale , dei canaloni, delle pareti rocciose, delle dorsali etc etc   Le linee di demarcazione così individuate proseguono poi  solitamente "fin dove si può salire", cioè fin sulle creste:la prossima volta che percorrerete il vallone di Deserta, non rubatemi delle pietre per favore! 
Chissà , forse al tempo della loro fondazione tutti gli alpeggi del vallone di Deserta appartenevano al medesimo proprietario, per poi essere successivamente divisi tra gli eredi in base alla legge salica. Mi sembra quasi di immaginare la scena della divisione, dove gli aventi diritto, con tono solenne si spartivano il territorio: io prendo di quà dal torrente, tu di là; io prendo da quel canalone in poi e fin dove si sale...
Dopo un ultimo e doveroso saluto al Pian Patulla ed alla sua mela (  a proposito di divisioni, chissà a chi è toccato...),   mentre il tempo meteorologico comincia decisamente  a migliorare , rivelando un cielo azzurro e le montagne del gruppo del  Gran Paradiso, riprendiamo la salita...
Saluti al Pian Patulla! Sullo sfondo da sx: Monte Deserta, Tresenta, Becca di Moncorvè, Gran Paradiso e, a dx della "mela", Testa della Tribolazione, Testa di Valnontey, Becca di Noaschetta, Testa Gran Crou, Becca di Gay.

Il secondo ripiano

Nei pressi del tramuto si vedeva bene il prosieguo del nostro percorso: raggiunto un secondo ripiano, si deve  imboccare il valloncello\canale che sale in direzione del monte Unghiasse: tutto apparentemente abbastanza logico. 
Il Pian Patulla visto dall'alto; in basso a sx il Pian Drè 
Salendo verso il secondo ripiano si ha un bel colpo d'occhio sul Pian Patulla , che rende bene l'idea della sua posizione "strapiombante" sul Pian Drè ; grazie alla quota ed alla rarefazione di erbe ed arbusti, la salita è in questo tratto molto più agevole, benchè si svolga  di fatto in assenza di traccia o segnaletica.
Il secondo ripiano: in alto a sx il monte Unghiasse  in alto a dx bocchette Fioria, Pelousa e Punta Pelousa
Il secondo "ripiano" ( quota 2200 m circa) è caratterizzato dalla presenza di molti massi, e da una copertura del terreno che si fa via via più rocciosa ; da qui si intuisce a sx  la vetta ( ? )  del monte Unghiasse , mentre a dx è interessante il colpo d'occhio in direzione delle bocchette Fioria\Pelousa e della punta Pelousa. Fino ad ora, del famoso genepì nessuna traccia: forse bisognerebbe provare a fare un giretto per il ripiano, il tempo è tiranno ed occorre proseguire la salita ! Mancano infatti ancora circa 700 m di dislivello!

Fuori dal mondo

Nel valloncello- canale
Non appena facciamo ingresso nel selvaggio valloncello\canale adducente al colle ed al monte Unghiasse, percepiamo subito un netto cambio d'atmosfera , sia fisico che psicologico: il sole "scompare" (complici alcune nubi in transito, ma questa zona prende davvero poco sole) e  la temperatura scende;  il terreno si fa nuovamente più impervio ed ostico -  un lungo pendio di sfasciumi abbastanza instabili ; le incombenti e strapiombanti pareti della divisoria Orco Lanzo sembrano doverci crollare in testa da un momento all'altro (  del resto da dove mai arriveranno tutte quelle pietre? Molti movimenti franosi sembrano piuttosto recenti!) ; compaiono i resti del "giaser", cioè gli ultimi nevai di fine stagione . 
Un piccolo branco di camosci
Altro particolare non secondario, alla nostra sinistra dovrebbe esserci il colle Unghiasse: ma come diavolo sarà possibile raggiungerlo ? L'intero valloncello sembra essere coronato da una parete rocciosa apparentemente inaccessibile,  e noi non riusciamo nemmeno a capire dove sia il valico!  Ma ce la faremo poi ad arrivare in cima ? Boh! 
La dorsale che ora ci divide dal vallone principale di Deserta, alla nostra destra,  sembra decisamente più invitante, ma si trova dall'altra parte rispetto al colle ( al quale noi presumiamo ancora di dover\poter salire)  ed anch'essa pare essere sbarrata in alto da una zona più rocciosa.
Comunque sia, la "prova è nel budino": non possiamo sapere come sarà l'ultimo tratto fino a quando non saremo abbastanza vicini da poterlo osservare bene e quindi proseguiamo nella marcia. 
La presenza di un piccolo branco di camosci , annunciata dal rumore di una leggera scarica di pietre, non aiuta ad alleviare il senso di solitudine , anzi: c'è da sperare di non averne troppi sopra le nostre teste! Il rischio comunque è minimo perchè qui i camosci sono talmente "selvatici" che fuggono dalla presenza degli esseri umani  a centinaia di metri di distanza, basta respirare! Evidentemente l'ambiente ( e la caccia) forgiano il carattere di questi animali selvatici  e , forse , anche un pò il nostro! Probabilmente durante le nostre escursioni siamo entrati in contatto con qualche sostanza secreta da cinghiali e\o camosci che ci ha contagiato con qualche particolare virus od ha stimolato una particolare produzione ormonale...
E il genepì? Non pervenuto...

Una montagna che perde pezzi: like a rolling plate...

La superficie di questo valloncello\canale è a dir poco tormentata: sfasciumi instabili e poco consolidati ( della serie : un passo avanti e qualcosa indietro) ; numerosi e recenti movimenti franosi molto evidenti. 
Negli ambienti d'alta quota anche le specie vegetali devono adattarsi a sopravvivere come meglio possono, sviluppando adeguate forme e strategie di sopravvivenza. La Primula latifolia ed il Ranunculus glacialis ad esempio, come si può vedere bene nella foto sottostante, sopravvivono alla stagione avversa grazie ai loro rizomi ( fusti sotterranei) perenni e sono in grado di compiere il loro ciclo vegetativo pur avendo a disposizione una stagione favorevole molto più breve  ( in alcune vallette nivali il suolo rimane sgombro da neve in presenza di adeguate temperature 2 o 3 mesi l'anno!) .

Piante piccole, ma perenni ! ( Nella foto rizomi di Primula latifolia, con un'infiorescenza; in primo piano un esemplare di Ranunculus glacialis , anch'esso dotato di rizoma)

A fronte dei fenomeni di instabilità presenti nell'area,  responsabili del  distacco e del rotolamento a valle  di questa piccola  zolla erbosa,  temo invece che le suddette specie vegetali non abbiano alcun sistema di difesa: riusciranno i rizomi portati alla luce a sopravvivere alle rigide temperature invernali ?  Si potrebbe sempre tornare su a controllare l'anno prossimo: anzi meglio , voi che state leggendo potreste almeno farmi questo piccolo favore! 
Mentre ci allontaniamo dalla "zolla rotolante" o rotolata che dir si voglia, ecco che sentiamo il sordo rumore di alcune cadute di pietre e no, questa volta non sono i camosci. Quelli sono già andati via tutti!

Non ci resta che... prendere la cresta !

- "Guarda! Forse là c'è poi un canale che..." 
- "Ah no, come non detto!"
Giunti quasi  in prossimità della cresta spartiacque Orco - Lanzo ed ormai stufi di procedere per sfasciumi, decidiamo di lasciarci tentare dall'invitante cresta secondaria presente alla nostra destra che, vista da qui, pare decisamente accessibile! Mal che vada se troveremo qualche paretina riusciremo  ad aggirarla, no ? 
Giunti in prossimità della spartiacque ...
 Percorrere il primo tratto della cresta secondaria è gioia pura: finalmente torniamo a muoverci su un terreno meno faticoso, tra grandi rocce, placconate e tappetini erbosi .

Ci lasciamo tentare...
Ma si tratta di una gioia effimera, poichè presto la vegetazione finisce,  lasciando spazio all'ultima parte rocciosa della cresta!
Gioia effimera...
Finalmente riusciamo a scorgere il colle Unghiasse, segnalato da un grosso ometto di pietra! Come si può ben vedere dalla foto seguente, si tratta di una depressione davvero minima della cresta, molto poco evidente! Un colle da "minusiè " !
Il colle Unghiasse

Ultima parte della salita...
Affrontiamo l'ultima parte della cresta avidamente, salendo senza percorso obbligato tra i grossi blocchi stabili che la compongono, senza alcun rischio legato all'esposizione. E' il miraggio della vetta ad infonderci rinnovate sicurezza ed energia! Del resto la vetta è lì , sopra le nostre teste, giusto?  
Panorama sul vallone di Deserta
Qua e là è necessario aiutarsi con le mani , compiendo qualche facile passo di arrampicata; io non posso fare a meno di  affacciarmi  per curiosare retrospettivamente   sul vallone e sul percorso di salita, osservando il quale sono ben evidenti il monte Bessun e lo stretto valloncello che scende in direzione dell'alpe Chersun .

Il valloncello\canale di salita; in fondo il Monte Bessun ed il valloncello  digradante sull'alpe Chersun
Non so come mai, ma quel valloncello mi attirà già: prima o poi andrò ad esplorarlo! Prossima gita in programma ? Vedremo...

Un falso arrivo

Raggiunta la sommità della cresta secondaria e dunque lo spartiacque  Orco- Lanzo ci accorgiamo subito che non è finita! Siamo un pò delusi,  ma  questo è anche  il verdetto della cartina, cioè la cosa più simile ad un testo sacro di cui possiamo disporre in questo momento. 
Una piccola delusione perfettamente evitabile, se soltanto la nostra mente avesse memorizzato meglio i precetti grafici  della sacra cartografia ! Ma il fatto è che si comincia ad essere un pò stanchi, non solo e non tanto fisicamente, quanto mentalmente: itinerari di questo tipo richiedono notevole concentrazione e forza di volontà per essere condotti a buon fine...
Che panorama! Da sx verso dx:Mare Percia, Punta Fourà,  Denti del Broglio, Becca di Monciair, Ciarforon, Gran Paradiso , Punta Ceresole , Testa di Valnontey, Testa della Tribolazione, Becca di Noaschetta, Testa Gran Croux, Becca di Gay. In primo piano la punta di Pelousa.
In compenso però il panorama è notevole, sia sulle cime circostanti che sul sottostante Gran Lago d'Unghiasse . C'è perfino una finestra sul Gran Paradiso ed ormai il tratto di cresta che ci resta da percorrere è praticamente pianeggiante!

Gran Lago d'Unghiasse


Una finestra sul Gran Paradiso 
Qualche nuvola copre invece il panorama verso le Levanne, mentre riusciamo a distinguere nettamente il profilo del vicino Monte Bellagarda.


Il vicino Monte Bellagarda. Sullo sfondo il colle Perduto

In cima! 

Eccoci dunque giunti al termine della nostra via  anormale fuori dal Parco Nazionale del Gran Paradiso, parafrasando un'interessante collana di libri editi dalla Blu edizioni.  In cima al monte Unghiasse troviamo il libro di vetta , sul quale annoterò tra l'altro  che "non abbiamo trovato nulla di ciò  che cercavamo", con chiaro riferimento al genepì scomparso.
Dalla cima, panoram verso la testata della Valle Orco, con il lago di Ceresole in primo piano
 Mentre osserviamo la testata della valle Orco ed il lago di Ceresole sotto di noi, è tempo di ragionare sulla discesa: per lo stesso itinerario di salita ?  Il pensiero della "via anormale" appena percorsa è tuttavia abbastanza sconfortante: tutti quegli sfasciumi prima e la giungla poi ! Anzi, forse un'altra giungla ,visto che dal Pian Patulla sarà meglio scendere al Chersun  per evitare di andare ad "incrodarsi" nella bastionata che sovrasta il pian Drè!

La mia discesa è differente!

La prima idea alternativa è anche quella più logica: per il colle della Terra d'Unghiasse ed  i laghi del Seone si può agevolmente raggiungere il colle della Coppa e da questo fare ritorno a Prà passando per le alpi Pissi e Sciarda, realizzando un anello tanto perfetto quanto notevole! E poi conosco la zona, che ho anche recensito su Gulliver . 
Sfortunatamente lì, sotto i nostri occhi, abbiamo la visione diretta della prima risalita che ci attende,  la quale, unita al pensiero della seconda e della terza ed al timore di doverci sorbire un'ulteriore "ravanata" ( avranno ancora pulito il sentiero i cacciatori ? )  ci spinge a valutare altre opzioni.
La seconda alternativa  è quella, altrettanto logica, di proseguire in cresta in direzione del monte Bellagarda fino alla quota 2878, per poi scendere nel vallone degli omonimi laghi e fare ritorno a Prà per la bocchetta Fioria. Ma come sarà la discesa dalla quota 2878 ai laghi ? Per oggi ci sentiamo sazi in quanto ad avventura, ed oltretutto non abbiamo neanche la copertura mobile per provare a curiosare qualche relazione su Gulliver !

Varie alternative ...
La terza opzione è quella al tempo stesso più semplice e meno logica: discesa al Gran Lago e ritorno per i colli della Terrà Fertà e Crocetta , il tutto su ottimo sentiero, con discesa però su Ceresole Reale, da dove potremmo prendere un pullman per tornare all'auto.  Le risalite "differite" , cioè non visibili dalla cima, sono forse il fattore psicologico ( oserei dire quasi  un inconscio) che ci spinge alla fine a scegliere l'ipotesi 3! E traversata a Ceresole Reale sia!

Numerosissime genziane in Fiore

Al Gran Lago d'Unghiasse

Raggiunto il colle Unghiasse, da questo ci abbassiamo verso  il Gran Lago con una discesa tutt'altro che banale: contrariamente alle aspettative non vi è praticamente alcuna traccia, il terreno è  ripido e, dulcis in fundo,  bisogna anche affrontare un breve ma intenso traverso ( cioè da percorrere con attenzione ) su una stretta cengia un pò esposta per superare verso sinistra la bastionata rocciosa che sovrasta lo specchio d'acqua,  pervenendo   infine per pietraia  alla sponda orientale del Gran Lago.
Numerosissime genziane in fiore adornano il percorso...

Sulla sponda orientale del Gran Lago...

Dal Gran Lago al lago della Fertà

Il sentiero, sempre ben tracciato e segnalato, costeggia con alcuni saliscendi la sponda meridionale del Gran Lago 2494 m, per poi salire il ripiano che separa le conche dei due laghi a quota 2580 m.
Sul ripiano che separa le conche dei due laghi
Si arriva a costeggiare il lago della Fertà p2557 m roprio in corrispondenza del suo torrente emissario, lasciando in basso a sinistra la vicina alpe degli Uccelli. 
La vicina alpe degli Uccelli

Sulle sponde del lago della Fertà

Dal lago Fertà ai colli della Terra Fertà e Crocetta e discesa a Ceresole

Comincia ora l'ultima salita di giornata: costeggiato il lago della Fertà, ecco che il sentiero, con ripide svolte, raggiunge il colle della Fertà 2720 m , da cui in breve raggiungiamo il colle della Crocetta 2641 m. Sulla discesa a Ceresole per il vallone della Crocetta non c'è  molto da aggiungere al momento: potrete trovare tutte le informazioni del caso sul sito di Gulliver. Ci ripromettiamo però l'anno prossimo di descrivere meglio questo bellissimo vallone, anch'esso così ricco di storia!

Ed ora il gran finale! 

Giunti sul lungolago proseguiamo fino alle Fonti Minerali, raggiunte le quali torniamo sulla sx idrografica della valle Orco per verificare la possibilità di prendere un pullman , mentre cerchiamo di fare un pò di autostop.  
Naturalmente nessuno ci carica ed un pullman per tornare fino alla macchina non c'è: ormai abbiamo anche perso l'ultimo ( che tra l'altro scende soltanto fino a Noasca capoluogo, il cd. "Nivolet Express) e non ci resta che chiedere l'aiuto da casa, che per fortuna non è all'altro capo del mondo. 
Oggi purtroppo non abbiamo il tempo di tornare a piedi fino all'auto e neanche tanta voglia: tanto quanto se fossimo dei runner , ma da semplici escursionisti... mah! 
Mentre  penso al percorso di discesa  scelto , calcolo mentalmente il dislivello da cartina fatto in giornata e penso al tempo perso in attesa del passaggio, non posso fare a meno di riflettere ad alta voce: 
- "era meglio se passavamo dal colle della Coppa, così almeno arrivavamo direttamente alla macchina! Ed era anche un giro molto più interessante!"
-" io lo sapevo che era meglio!"
-" potevi dirlo prima!" 
-" mi fido troppo..."

Conclusioni:

Il monte Unghiasse è molto più facilmente ( e velocemente) raggiungibile passando dal colle della Crocetta, per cui vi consiglio di salire da lì! Se invece volete fare la traversata , meglio farla da Noasca a Ceresole, a meno che non siate ottimi conoscitori del territorio con una buona predisposizione al fuori sentiero:  c'è molto più dislivello ma almeno la parte più difficile la potrete affrontare in salita ( in discesa  è molto peggio nel 90% dei casi). 
Ultima  raccomandazione ( ma non per importanza) : alla luce di quella che è stata la nostra esperienzam vi sconsigliamo caldamente dal provare a salire al Pian Patulla dal Pian Drè od a fare il percorso inverso. A buon intenditor...
Arrivederci ed a presto con le Storie!





venerdì 13 luglio 2018

Traversata nel Deserta

Premessa

- "E se andassimo a Deserta? "
-"Si. E questa volta arriviamo in cima".
Può sembrare incredibile, ma in tanti anni che vado a Deserta  ( magari anche un paio di volte l'anno!) non sono mai andato sulla cima di  Deserta o monte Giaset 2471 m, tondeggiante cima ben evidente a chi da Locana sale verso Noasca lungo la provinciale sp46.

Il vallone di Deserta

Vallone di Deserta  ( scorri verso dx) - cartina 3D su base Igm 1:25.000 ( fonte: Portale Cartografico Nazionale) 
Il vallone di Deserta, inciso dall'omonimo rio, affluente della dx idrografica del torrente Orco ( nel quale confluisce a valle della frazione Cater di Noasca) è caratterizzato da una prima parte  molto ripida, stretta ed incisa, praticamente un susseguirsi di ripidi salti che incidono il versante ( e che danno vita a spettacolari cascate) : in poche parole, un "arian", "l'arian n'Diserta", come viene chiamato localmente.
Le portate del rio Deserta però non sono assolutamente comparabili con quelle di tutti gli altri "arian"  presenti in  questa parte della valle Orco, caratterizzata da versanti ripidi e rocciosi: sono molto maggiori, ed è uno spettacolo osservarlo dalla provinciale quando, in tarda primavera\inizio estate o dopo un periodo di piogge , scende impetuoso a valle.
L'impetuoso rio Deserta ( foto d'archivio -2010 ) 
Questo corso d'acqua sottende infatti un bacino idrografico tutt'altro che trascurabile, delimitato ad ovest dalla cresta spartiacque Punta Pelousa- Monte Unghiasse, a sud ed a sud est dal Monte Unghiasse , dal Monte Bessun e  dalle loro propaggini , a nord dalla cima di Deserta.
Nella seconda parte del vallone ( dove comincia ad esserci una conformazione valliva vera e propria), in corrispondenza delle case Moda ( loc. "la Modda")  e dell'alpe Belguardo ( loc. Belvart o n'Belvart)  , le pendenze diminuiscono significativamente, benchè il rio continui a scorrere profondamente incassato tra le pareti della cima di Deserta e le estreme propaggini del monte Bessun. Questa parte del vallone è caratterizzata dalla presenza di bellissimi e  grandi boschi di larice e di larice ed abete rosso, mentre qua e là, specialmente nei pressi delle case Fumà , comincia a fare ritorno anche il faggio.
Nella terza ed ultima parte del vallone, ecco la "sorpresa": al termine di un ultimo grande salto d'acqua, posto nelle vicinanze di un alpeggio non nominato sulle carte , ecco che compare un' ampia conca pascoliva, caratterizzata da dolci pendenze ed estesi pianori , nei quali  il rio Deserta scorre placido, dando vita ad un bellissimo paesaggio alpino. Penso che la cartina 3d renda abbastanza l'idea ! Il nome "Deserta" pare derivi dall'aspetto "pelato" con il quale si presenta la cima di Deserta ...Ma ora veniamo alla "traversata nel Deserta" !

Da Prà al Chersun

-"Qui piove. Sei sicuro di voler salire ? "
- "Si. Il tempo migliorerà"
Anche se il cielo è nuvoloso, ripongo notevole fiducia nelle previsioni meteorologiche di Nimbus, solitamente molto accurate per quanto riguarda la nostra zona, per la quale sono previste schiarite e nessuna precipitazione nel pomeriggio.
Per salire nel vallone di Deserta da Noasca si può partire o dai Cater 1000 m oppure da Prà 890 m, con un sensibile risparmio di distanza nel primo caso  , al prezzo però di un tratto iniziale di salita più ripido  ( il sentiero che parte dai Cater va a congiungersi a quello che arriva da Prà). Io oggi mi sento "integralista" ed allora scelgo per la partenza dal fondovalle, cioè da Prà. 
Lasciata l'auto lungo la strada provinciale o nella vicina frazione Grusiner , si attraversa il ponte sull'Orco seguendo una pista sterrata che conduce all'imbocco del sentiero ( cartello in legno con la scritta "Deserta").
Rudere alle Case Fumà
La "strada delle vacche", nella sua parte iniziale, passa attraverso un magnifico ed ombroso bosco di castagni, ricco di testimonianze dell'ampia diffusione della castanicoltura da frutto in zona.  Usciti dal bosco di castagni, il sentiero comincia a risalire a lato di un canalone di valanga per poi attraversarlo e ricevere il sentiero proveniente dai Cater; indi con ripide e regolari svolte arriva dapprima nei pressi delle case Fumà  , poi  delle case Moda ( i cui ruderi sono ormai quasi indistinguibili, avvolti come sono dalla vegetazione).
Costruzione nei pressi della cascata

e cascata ( sorry per la pessima foto ) 
Lasciate in basso a destra le case Moda, il sentiero, ottimamente ripristinato qualche anno fa, prosegue deciso nel bel bosco misto di larici ed abeti rossi , fino ad arrivare in prossimità di quello che un tempo senza dubbio era stato un grande pascolo ed  attraversare un piccolo rio su un ponticello di legno, per poi tornare a salire fin nei pressi di una caratteristica baita posta nei pressi di una bella cascata.
Ancora pochi metri di salita ed ecco che finalmente usciamo definitivamente dal bosco a raggiungere i pianori sottostanti l'alpe Chersun . Sull'altra riva del torrente noto in lontananza una massiccia fioritura gialla: di quale specie botanica si tratterà? Sfortunatamente non ho con me il binocolo, ad allora stabiliamo di andare a controllare eventualmente al ritorno, se ci sarà tempo. Io un'idea ce l'ho ma voglio esserne sicuro...
L'alpe Chersun deve presumibilmente il suo nome alla sua posizione, posta sulla sommità di una piccola elevazione erbosa.











Una massiccia fioritura gialla? Che cosa sarà? 




Dal Chersun alla cima di Deserta

Il Chersun
Senza raggiungere le baite del Chersun, attraversiamo il rio Deserta sfruttando un accumulo di materiale vegetale ed arriviamo alla Brengi, da cui una traccia ormai appena visibile conduce fino all'alpe Testa di Deserta, posta appena 100 m sopra.
La Brengi

Alpe Testa di Deserta
Superata la seconda costruzione dell'alpe Testa, una labile traccia sale lungo le pendici della cima di Deserta fino a raggiungere l'ultimo "tramuto", quello in cui venivano portate le manze, chiamato "Pian Percet",  ed una fontana.
I ruderi dell'ultimo "tramuto" dell'alpe Testa


Oltre la fontana la traccia praticamente scompare e saliamo a vista, tra magnifiche fioriture, con il tempo in rapido miglioramento ( ecco le schiarite!) ed un panorama che via via si fa sempre più eccezionale!

Fontana e relativa opera di captazione  - sullo sfondo le imponenti pareti del monte Unghiasse

Ottima anche la vista sul versante nord del vallone, quello sotto il monte Unghiasse, dove si scorgono chiaramente sia il grande masso denominato "mela spaccata" sulla carta Mu Valle Orco, sia , più a sinistra, un piccolo laghetto di origine glaciale, posti ai piedi delle selvagge pareti del monte Unghiasse. Il pianoro ove si trova la "mela spaccata"  , non nominato sulle carte, viene localmente chiamato "Pian Patulla".
La "mela spaccata"
Il piccolo laghetto

Il miglior alpeggio che ci sia (alcune note storiche)...

Il mio bisnonno paterno Varda Giacomo ( meglio noto con il soprannome di "Giacu Buarat" - la cui etimologia resta un mistero) , dopo aver lavorato 23 anni in Colorado negli Stati Uniti come operaio agricolo, era tornato a casa con un discreto gruzzoletto che aveva deciso di investire nella terra, che ai tempi era il bene più prezioso, acquistando numerosi alpeggi ed altri terreni agricoli ( che oggi naturalmente non valgono più nulla), tra i quali gli alpeggi Brengi, Loserai, Pian Dietro  e Testa nel vallone di Deserta, .
Circa l'acquisto di Deserta, corrono alcune voci secondo le quali il passaggio di proprietà sarebbe avvenuto in maniera un pò rocambolesca: pare cioè che il "Buarat", con il suo gruzzoletto,prestasse somme di denaro in cambio di un interesse o terreni in garanzia, come nel caso dell'antico proprietario della Testa, della Brengi, del Pian Dietro e del Loserai.
Un campanaccio dimenticato...
Secondo la leggenda, a scadenza del prestito il mio bisnonno, che ambiva più alla terra che ai soldi -  a maggior ragione in questo  caso, vista la considerazione di cui godeva Deserta (  come ripeteva spesso mia nonna, "n'Diserta"  è l'alp pi bun ca i es" - "Deserta è il miglior alpeggio che ci sia") - non si fece trovare dal debitore che pure voleva restituirgli la somma, e così ottenne gli alpeggi, dove subito si mise a fare il margaro.
La  vera storia , narratami dal mio prozio Sola Paolo, dice che si, il "Buarat" aveva prestato dei soldi all'antico proprietario di Deserta ( Giacu d'Tin di Grusiner ) ,  ma non aveva alcun interesse ad avere Deserta perchè aveva appena acquistato le  Casette e le alpi Drosa nel vallone di Piantonetto: così, a 3 o 4 anni dalla scadenza del debito, si recò da Giacu d'Tin assieme all'altro mio bisnonno paterno Sola Pietro, padre di Paolo, nonchè suo cugino di primo grado ed a quei tempi suo "socio in affari" ( facevano i margari assieme) per reclamare la restituzione dei soldi, ottenendone in tutta risposta delle sonore bastonate sulla schiena.  Di fronte al cortese ma fermo rifiuto opposto dal Giacu d'Tin , il "Buarat" intraprese le vie legali e si prese i terreni dati in garanzia. 
Effettivamente in valle Orco è difficile trovare una conca pascoliva  così ampia, con modeste pendenze, poco pietrosa e ricca d'acqua come Deserta, e le dimensioni della "margaria" del mio bisnonno lo dimostrerebbero :30 vacche da latte più circa altrettante manze, asciutte e vitelli, alcune decine di pecore e capre ( 30 vacche da mungere all'epoca - stiamo parlando dell'immediato secondo dopoguerra - erano moltissime!). Le capre tuttavia non erano molto gradite perchè salivano sui tetti delle cavanne mettendone a rischiando le coperture spostando le lose... Nella parte alta della valle saliva inoltre un margaro della famiglia Aimonino, proprietaria del  Chersun e della Muanda: questo significa che dal 15 giugno al 15 settembre nel vallone di Deserta potevano essere presenti circa 50-60 vacche da latte, più circa altrettante tra manze, asciutte e vitelli ed un centinaio di capi ovicaprini.
Vista sul vallone di Noaschetta - in primo piano splendida fioritura di rododendri
Il signor Luciano Tomasi Deio, che era stato in quegli alpeggi da ragazzino ( suo padre aveva affittato dal "Buarat" subito dopo il ritiro del mio bisnonno dall'attività di margaro) , mi raccontava che tra Loserai, Testa, Pian Dietro e Brengi c'erano 42 "soji" ,  nome dialettale che possiamo tradurre con "pasti" e che sta a significare la disponibilità di una quantità d'erba sufficiente a  mantenere 42 vacche in mungitura durante la stagione estiva, con un passaggio su ciascun alpeggio . I 42 "pasti" ovviamente non tengono conto delle superfici ove venivano mandati al pascolo gli ovicaprini ed i capi bovini non in produzione, ed a giudicare da quel che si vede ora erano basati esclusivamente su ottime specie foraggere.  
Le manze venivano pascolate al "Pian Percet" e venivano ricoverate all'interno della stalla per ricavarne prezioso concime da utilizzare a favore delle superfici pascolate dalle vacche in produzione. 
Pecore e capre venivano portate dai Tomasi Deio nella parte alta del "Valun" di Ceresole: secondo quanto riferitomi dal sig. Luciano, tra la Testa ed il Pian Percet vi era un sentiero che aggirando a dx le pendici del monte Deserta raggiungeva appunto tale vallone, mentre il "Buarat" le conduceva al Pian Patulla, di sua proprietà, pianoro ove si trova la "mela spaccata".
Tale cifra non era però effettiva poichè , essendo gli alpeggi del bisnonno posti tutti più o meno alla stessa quota, in alcuni punti non si arrivava in tempo a consumare l 'erba fresca e così, in particolare alla Testa ed alla Brengi, gli alpeggi con la migliore esposizione al sole, si faceva fieno, che veniva utilizzato come scorta per quando faceva brutto e le vacche non venivano condotte al pascolo.  
L'ordine di utilizzo dei vari alpeggi durante la stagione era il seguente: Brengi, Testa, Loserai , Pian Drè. Durante l'utilizzo della Brengi veniva inoltre pascolato anche il Pian Riner , pianoro non nominato sulle carte  posto sulla sponda sx idrografica del rio Deserta , praticamente di fronte al "fondo" del Chersun ed ai piedi della dorsalina rocciosa percorsa dal sentiero per l'alpe Loserai. Ai margini di questo pianoro sono ancora visibili i resti di una costruzione, probabilmente una stalla.
Nel ricordo di mio padre, che a fare fieno a Deserta ci è andato  da bambino, si saliva su al mattino presto e poi, dopo aver consumato una colazione energetica a base di zabajone, cominciava il lavoro,  che durava tutta la giornata. 

Dalla cima di Deserta alla Punta Pelousa e la grotta di Deserta

Splendida vista sulle Levanne 
Racconta il sig. Luciano Tomasi Deio che nei pressi della cima di Deserta c'era una grotta, una grossa cavità dove lui e suo fratello, allora ragazzini, andavano ad avventurarsi per divertimento nel tempo libero . Non siamo riusciti ad individuarla con certezza, ma qualcosa di simile ad una cavità lo abbiamo rinvenuto sul versante sud della cima, in direzione dell'alpe Muanda , nei pressi della vetta.
La grotta di Deserta ? Al centro la bocchetta Fiora, a dx la punta Pelousa

La vista sul gruppo del Gran Paradiso è  oggi un pò coperta da nuvole che vanno e vengono. Sulla cresta, un maschio di pernice si invola al nostro passaggio e noi, consumato il pranzo al sacco, decidiamo di proseguire in cresta per poi scendere verso l'alpe Muanda.
Mentre proseguiamo più o meno in cresta, cercando il primo punto "utile" per cominciare la discesa verso il fondo del vallone, possiamo ammirare le splendide fioriture di Primula latifolia  ( anche loro sembrano ammirare il panorama)...

Primule che guardano il panorama


un altare ornato di rododendri...

Memore di un rocambolesco arrivo  di "alcuni" anni fa - in effetti saranno passati più di  quindi 15 anni -   in compagnia di mio padre all'alpe Loserai ( stavamo facendo la traversata da Ceresole per i laghetti Bellagarda e la bocchetta Fioria, ma in corrispondenza dell'alpe Muanda avevamo perso la traccia), tra pietraie e macchioni di rododendri ( avevo perfino visto due vipere aspis "nere" - melanotiche -  lì in mezzo ) , penso che la cosa migliore sia raggiungere la bocchetta Fioria ( od almeno quella chiamata così sulle cartine, ma che gli esperti del luogo chiamano bocchetta Pelousa)  e scendere dal sentiero segnato ( 15 anni fa non era ben tracciato come adesso) .
Vista su Levanne e lago di Ceresole da Punta Pelousa
E una volta che sei quasi lì, tantovale salire fino alla Punta Pelousa no ?
E salire alla Punta di Pelousa vale davvero tanto, perchè il panorama è fantastico...

Dalla bocchetta Fioria alla Muanda e al Loserai

Dopo esserci goduti per bene il panorama dalla punta, ecco che con una breve discesa su ripidi pendii di "ulinna" si arriva alla bocchetta Fioria. Il percorso che scende nel vallone di Deserta, recentemente pulito e risegnato, ormai si vede anche da lontano, per fortuna! 



Scendendo verso la bocchetta Fioria
Il primo alpeggio che incontriamo scendendo è la Muanda , toponimo che indica un luogo di passaggio , di trasferimento delle mandrie, ed era in effetti l'alpeggio più alto dove venivano portati i capi di bestiame della famiglia Aimonino durante la stagione estiva.
Alpe Muanda
Dopo tale alpeggio, che si compone di due nuclei di costruzioni posti a breve distanza l'uno dall'altro , il sentiero comincia  a scendere  in maniera decisa, passando attraverso un rado bosco di larici ( con ottima vista  sull'alpe Pian Dietro), per poi sbucare all'alpe Loserai .
Alpe Pian Dietro

Se potessimo confrontare le foto di oggi con foto scattate 30-40 anni fa, fabbricati a parte, noteremmo senza dubbio quanto l'area occupata dai pascoli fosse allora più estesa, laddove oggi invece è stata in larga parte ricolonizzata dalla vegetazione arbustiva ( rododendri, mirtilli, ginepri) ed arborea ( larici) ; noteremmo inoltre come anche l'altezza dell'erba, a causa del minor apporto di concimazioni animali dovuto all'insufficiente pressione di pascolo ed alla cessazione delle pratiche di fertirrigazione ( spandimento di letame e liquami tramite acqua e fossatelli), si sia ridotta di almeno la metà.
Alpe Loserai - cavanna e crutin

L'eterna lotta contro la natura

Tale processo di rinaturalizzazione , combattuto e contrastato per secoli , cioè a partire da quando i terreni di questa parte del vallone vennero progressivamente disboscati e spietrati per ottenere superfici di pascolo, è oggi diventato irreversibile, poichè la pratica del pascolo semibrado non è in grado di mantenere una situazione stabile.  Questo avviene principalmente a causa dell'insufficiente pressione di pascolo, che la libertà di movimento del bestiame amplifica: noi stessi abbiamo potuto osservare come le bovine si siano spostate durante il giorno di appezzamento in appezzamento andando alla ricerca delle erbe migliori, che in questo modo vengono continuamente brucate e sfavorite rispetto alle altre meno appetite, lasciando campo libero all'avanzata degli arbusti.
A questo proposito basti pensare che quando il mio bisnonno rilevò la proprietà di questi alpeggi, ingaggiò due operai per sradicare alberelli ed arbusti...
Se si potesse poi confrontare la vegetazione esistente con quella presente all'epoca, senza dubbio salterebbero subito all'occhio una minore densità della cotica erbosa ed una diversa composizione specifica, meno ricca di specie buone foraggere.
Retro del locale di caseificazione dell'alpe Loserai, con una vecchia falce infilata nel muro
L'evoluzione naturale condurrà fatalmente queste superfici al ritorno della vegetazione "climax", cioè del bosco, presumibilmente un bosco misto di larice ed abete rosso; e anche se da un punto di vista strettamente naturalistico non possiamo avere nulla a che ridire circa il ritorno alla situazione di maggior stabilità ed efficienza ecologica per l'area data, non possiamo che rammaricarci per l'inevitabile perdità di biodiversità a livello vegetale e per l'impoverimento della zona da un punto di vista paesaggistico e floristico , con la perdita del mosaico dato da aree a pascolo ed aree boscate.
"Contro natura" sono possibili soltanto vittorie parziali, temporanee , legate a cicli storici, poichè i meccanismi che stanno alla base dell'evoluzione naturale sono così straordinariamente forti e complessi  da risultare non controllabili nè dominabili da parte dell'uomo.
E questa in fondo è una cosa positiva: quante volte facciamo del male pur animati dalla convinzione di stare facendo del bene ? Chi può dirsi in grado di stabilire ciò che è bene e ciò che è male di fronte alla complessità della Terra, dell'Universo ? A mio avviso, nessuno!
L'altro grande rammarico non può che essere nei confronti dell'immane fatica compiuta da coloro che resero utilizzabili ai fini agricoli queste superfici e da coloro che questa utilità hanno mantenuto nel corso dei secoli con grande sforzo.

Dal Loserai alla Brengi e ritorno a valle

Al Loserai, nel retro del locale di caseificazione ,troviamo anche una vecchia falce infilata nel muro, falce che non serviva soltanto a fare fieno ma anche a tagliare la vegetazione indesiderata, come ad esempio tutto quel Rumex alpinus che vedete nelle foto precedenti ( e che cresce in zone con eccesso di fertilità - concimazione da parte delle deiezioni bovine) : il "bun marghè" (  "buon margaro") infatti provvedeva a sfalciarlo ed a rimuoverlo in quanto specie non appetita e pericolosa per i capi bovini  ( causa di osteoporosi) per contenerne la diffusione, cosa che invece i "marghè faus" ( "cattivi-falsi margari") si guardavano bene dal fare.  Oggi però, con l'aumento delle dimensioni medie delle aziende zootecniche transumanti ed il conseguente l'aumento del carico animale e dei carichi di lavoro dei conduttori rendono,  sono diventate più difficili sia la gestione delle restituzioni animali , sia la prosecuzione delle "buone pratiche" del passato ( fertirrigazione , sfalcio delle specie indesiderate, sfalcio delle porzioni di pascolo mature per fare scorte di fieno, sradicamento degli arbusti , ricovero in stalle di tutti i capi etc etc ), per cui la distinzione di cui sopra non può più essere applicata "tout court".Cerchiamo di  capire il perchè...

Il concetto di "margaro" nella storia

Il concetto di pastore o margaro ha senza dubbio conosciuto una profonda evoluzione nel corso dei secoli : dai singoli nuclei famigliari che praticavano la transumanza su scala molto più modesta rispetto a quella odierna,  cioè con i loro pochi capi  su zone di "media montagna" strappate al bosco, si è passati agli estesi pascoli comuni medioevali (p.es la zona di cima Mares in Canavese ) ed all'utilizzo costante delle praterie naturali alpine d'alta quota da parte di pastori professionisti ,il cui lavoro era quello di condurre in estate mandrie e greggi costituite dai capi di bestiame a loro affidati dai rispettivi proprietari.
Bovine al pascolo allo stato semibrado
Era infatti necessario, per questi ultimi ( localmente detti "particolari" in riferimento al fatto che non svolgevano prevalentemente l'attività di allevatori ) ,   economizzare le scarse risorse foraggere a loro  disposizione in modo da poter garantire ai loro capi ( solitamente 1 o 2 vacche per nucleo famigliare) cibo per tutto l'anno facendo scorte di fieno durante la bella stagione: di qui la necessità di mandare più in alto almeno una delle due vacche di proprietà.
Così la maggior parte dei margari durante l'estate conduceva mandrie di cui facevano parte molti  capi presi "in fida" da altri proprietari, solitamente in cambio di una forma di toma e di una certa quantità di burro ; nel secondo dopoguerra, con il tramonto dell'economia rurale di sussistenza , si assiste progressivamente al cambio di attività dei "particolari", impiegati in maniera più remunerativa e meno faticosa in altri settori (industria, energia, servizi etc ) ed all'aumento delle dimensioni aziendali sia delle "margarie" , sia delle altre aziende, parzialmente o totalmente stanziali, principalmente per motivi di redditività. 
Le più grandi aziende zootecniche praticanti la transumanza oggi contano circa un centinaio di bovine in produzione, delle  quali  una parte viene condotta in alpeggio per produrre burro e formaggio, mentre l'altra parte rimane stanziale a fondovalle per garantire  continuità nella produzione di latte, essenziale per mantenere la clientela  costituita da caseifici industriali e centrali del latte; altre aziende transumanti, di dimensioni  rilevanti ma minori rispetto alle precedenti,  hanno mantenuto la prevalente vocazione per la produzione di latticini.
Altre aziende sono invece diventate parzialmente stanziali: soltanto i capi non produttivi "salgono" in alpeggio durante la bella stagione; resistono inoltre alcune aziende transumanti "tradizionali"  di piccole dimensioni,  le quali nonostante tutto sembrano garantire ai loro titolari una sufficiente redditività.

Ponte di recente costruzione

Dal Loserai, non prima di aver fatto un breve giro al Pian Drè, seguendo il sentiero segnalato si va ad attraversare  il rio Deserta nei pressi di una passerella in legno di recente costruzione, arrivando nei pascoli dell'alpe Chersun. Prima di buttarci a valle però abbiamo una massiva fioritura da analizzare ( ricordate? ): così riattraversiamo il torrente per raggiungere nuovamente  i paraggi dell'alpe Brengi e, di qui, scendendo più o meno costeggiando il rio Deserta, raggiungiamo il punto localizzato salendo.
Vegeta negli ambienti erbosi e pietrosi umidi
Si tratta di una spettacolare fioritura di Hugueninia tanacetifolia , specie appartenente alla famiglia delle Brassicaceae il cui nome fa riferimento alle foglie, simili a quelle "dell'arquebuse", Tanacetum vulgare.  Si tratta di una specie endemica delle Alpi occidentali , cioè presente esclusivamente in quest'area geografica, dove è comune  ma localizzata negli ambienti erbosi e pietrosi umidi. Non avevo mai incontrato prima una stazione così estesa e così densamente popolata dalla suddetta specie!




L'area su cui insiste tale popolazione è infatti una zona erbosa caratterizzata da elevata pietrosità ed umidità ( siamo nei pressi dell'alveo del rio Deserta), ed anche da una buona fertilità ( siamo nelle pertinenze dell'alpe Brengi ) . Sono presenti infatti altre specie tipiche di queste zone umide: l'imperatoria ( Peucedanum ostruthium ), la felce maschio  ( Dryopteris filix-mas), il Thalictrum aquilegifolium   ; altre specie, come il Geranium pratense  ed il Rumex alpinus sono invece indicatrici di fertilità.
Hugueninia tanacetifolia

 Risolto il caso della fioritura riattraversiamo il rio e cominciamo a scendere decisi verso valle , che la discesa fino a Prà non è poi così' corta. E se vi  abbiamo incuriosito, fatevi un giro nel vallone di Deserta!
Arrivederci ed a presto con le Storie!