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venerdì 13 luglio 2018

Traversata nel Deserta

Premessa

- "E se andassimo a Deserta? "
-"Si. E questa volta arriviamo in cima".
Può sembrare incredibile, ma in tanti anni che vado a Deserta  ( magari anche un paio di volte l'anno!) non sono mai andato sulla cima di  Deserta o monte Giaset 2471 m, tondeggiante cima ben evidente a chi da Locana sale verso Noasca lungo la provinciale sp46.

Il vallone di Deserta

Vallone di Deserta  ( scorri verso dx) - cartina 3D su base Igm 1:25.000 ( fonte: Portale Cartografico Nazionale) 
Il vallone di Deserta, inciso dall'omonimo rio, affluente della dx idrografica del torrente Orco ( nel quale confluisce a valle della frazione Cater di Noasca) è caratterizzato da una prima parte  molto ripida, stretta ed incisa, praticamente un susseguirsi di ripidi salti che incidono il versante ( e che danno vita a spettacolari cascate) : in poche parole, un "arian", "l'arian n'Diserta", come viene chiamato localmente.
Le portate del rio Deserta però non sono assolutamente comparabili con quelle di tutti gli altri "arian"  presenti in  questa parte della valle Orco, caratterizzata da versanti ripidi e rocciosi: sono molto maggiori, ed è uno spettacolo osservarlo dalla provinciale quando, in tarda primavera\inizio estate o dopo un periodo di piogge , scende impetuoso a valle.
L'impetuoso rio Deserta ( foto d'archivio -2010 ) 
Questo corso d'acqua sottende infatti un bacino idrografico tutt'altro che trascurabile, delimitato ad ovest dalla cresta spartiacque Punta Pelousa- Monte Unghiasse, a sud ed a sud est dal Monte Unghiasse , dal Monte Bessun e  dalle loro propaggini , a nord dalla cima di Deserta.
Nella seconda parte del vallone ( dove comincia ad esserci una conformazione valliva vera e propria), in corrispondenza delle case Moda ( loc. "la Modda")  e dell'alpe Belguardo ( loc. Belvart o n'Belvart)  , le pendenze diminuiscono significativamente, benchè il rio continui a scorrere profondamente incassato tra le pareti della cima di Deserta e le estreme propaggini del monte Bessun. Questa parte del vallone è caratterizzata dalla presenza di bellissimi e  grandi boschi di larice e di larice ed abete rosso, mentre qua e là, specialmente nei pressi delle case Fumà , comincia a fare ritorno anche il faggio.
Nella terza ed ultima parte del vallone, ecco la "sorpresa": al termine di un ultimo grande salto d'acqua, posto nelle vicinanze di un alpeggio non nominato sulle carte , ecco che compare un' ampia conca pascoliva, caratterizzata da dolci pendenze ed estesi pianori , nei quali  il rio Deserta scorre placido, dando vita ad un bellissimo paesaggio alpino. Penso che la cartina 3d renda abbastanza l'idea ! Il nome "Deserta" pare derivi dall'aspetto "pelato" con il quale si presenta la cima di Deserta ...Ma ora veniamo alla "traversata nel Deserta" !

Da Prà al Chersun

-"Qui piove. Sei sicuro di voler salire ? "
- "Si. Il tempo migliorerà"
Anche se il cielo è nuvoloso, ripongo notevole fiducia nelle previsioni meteorologiche di Nimbus, solitamente molto accurate per quanto riguarda la nostra zona, per la quale sono previste schiarite e nessuna precipitazione nel pomeriggio.
Per salire nel vallone di Deserta da Noasca si può partire o dai Cater 1000 m oppure da Prà 890 m, con un sensibile risparmio di distanza nel primo caso  , al prezzo però di un tratto iniziale di salita più ripido  ( il sentiero che parte dai Cater va a congiungersi a quello che arriva da Prà). Io oggi mi sento "integralista" ed allora scelgo per la partenza dal fondovalle, cioè da Prà. 
Lasciata l'auto lungo la strada provinciale o nella vicina frazione Grusiner , si attraversa il ponte sull'Orco seguendo una pista sterrata che conduce all'imbocco del sentiero ( cartello in legno con la scritta "Deserta").
Rudere alle Case Fumà
La "strada delle vacche", nella sua parte iniziale, passa attraverso un magnifico ed ombroso bosco di castagni, ricco di testimonianze dell'ampia diffusione della castanicoltura da frutto in zona.  Usciti dal bosco di castagni, il sentiero comincia a risalire a lato di un canalone di valanga per poi attraversarlo e ricevere il sentiero proveniente dai Cater; indi con ripide e regolari svolte arriva dapprima nei pressi delle case Fumà  , poi  delle case Moda ( i cui ruderi sono ormai quasi indistinguibili, avvolti come sono dalla vegetazione).
Costruzione nei pressi della cascata

e cascata ( sorry per la pessima foto ) 
Lasciate in basso a destra le case Moda, il sentiero, ottimamente ripristinato qualche anno fa, prosegue deciso nel bel bosco misto di larici ed abeti rossi , fino ad arrivare in prossimità di quello che un tempo senza dubbio era stato un grande pascolo ed  attraversare un piccolo rio su un ponticello di legno, per poi tornare a salire fin nei pressi di una caratteristica baita posta nei pressi di una bella cascata.
Ancora pochi metri di salita ed ecco che finalmente usciamo definitivamente dal bosco a raggiungere i pianori sottostanti l'alpe Chersun . Sull'altra riva del torrente noto in lontananza una massiccia fioritura gialla: di quale specie botanica si tratterà? Sfortunatamente non ho con me il binocolo, ad allora stabiliamo di andare a controllare eventualmente al ritorno, se ci sarà tempo. Io un'idea ce l'ho ma voglio esserne sicuro...
L'alpe Chersun deve presumibilmente il suo nome alla sua posizione, posta sulla sommità di una piccola elevazione erbosa.











Una massiccia fioritura gialla? Che cosa sarà? 




Dal Chersun alla cima di Deserta

Il Chersun
Senza raggiungere le baite del Chersun, attraversiamo il rio Deserta sfruttando un accumulo di materiale vegetale ed arriviamo alla Brengi, da cui una traccia ormai appena visibile conduce fino all'alpe Testa di Deserta, posta appena 100 m sopra.
La Brengi

Alpe Testa di Deserta
Superata la seconda costruzione dell'alpe Testa, una labile traccia sale lungo le pendici della cima di Deserta fino a raggiungere l'ultimo "tramuto", quello in cui venivano portate le manze, chiamato "Pian Percet",  ed una fontana.
I ruderi dell'ultimo "tramuto" dell'alpe Testa


Oltre la fontana la traccia praticamente scompare e saliamo a vista, tra magnifiche fioriture, con il tempo in rapido miglioramento ( ecco le schiarite!) ed un panorama che via via si fa sempre più eccezionale!

Fontana e relativa opera di captazione  - sullo sfondo le imponenti pareti del monte Unghiasse

Ottima anche la vista sul versante nord del vallone, quello sotto il monte Unghiasse, dove si scorgono chiaramente sia il grande masso denominato "mela spaccata" sulla carta Mu Valle Orco, sia , più a sinistra, un piccolo laghetto di origine glaciale, posti ai piedi delle selvagge pareti del monte Unghiasse. Il pianoro ove si trova la "mela spaccata"  , non nominato sulle carte, viene localmente chiamato "Pian Patulla".
La "mela spaccata"
Il piccolo laghetto

Il miglior alpeggio che ci sia (alcune note storiche)...

Il mio bisnonno paterno Varda Giacomo ( meglio noto con il soprannome di "Giacu Buarat" - la cui etimologia resta un mistero) , dopo aver lavorato 23 anni in Colorado negli Stati Uniti come operaio agricolo, era tornato a casa con un discreto gruzzoletto che aveva deciso di investire nella terra, che ai tempi era il bene più prezioso, acquistando numerosi alpeggi ed altri terreni agricoli ( che oggi naturalmente non valgono più nulla), tra i quali gli alpeggi Brengi, Loserai, Pian Dietro  e Testa nel vallone di Deserta, .
Circa l'acquisto di Deserta, corrono alcune voci secondo le quali il passaggio di proprietà sarebbe avvenuto in maniera un pò rocambolesca: pare cioè che il "Buarat", con il suo gruzzoletto,prestasse somme di denaro in cambio di un interesse o terreni in garanzia, come nel caso dell'antico proprietario della Testa, della Brengi, del Pian Dietro e del Loserai.
Un campanaccio dimenticato...
Secondo la leggenda, a scadenza del prestito il mio bisnonno, che ambiva più alla terra che ai soldi -  a maggior ragione in questo  caso, vista la considerazione di cui godeva Deserta (  come ripeteva spesso mia nonna, "n'Diserta"  è l'alp pi bun ca i es" - "Deserta è il miglior alpeggio che ci sia") - non si fece trovare dal debitore che pure voleva restituirgli la somma, e così ottenne gli alpeggi, dove subito si mise a fare il margaro.
La  vera storia , narratami dal mio prozio Sola Paolo, dice che si, il "Buarat" aveva prestato dei soldi all'antico proprietario di Deserta ( Giacu d'Tin di Grusiner ) ,  ma non aveva alcun interesse ad avere Deserta perchè aveva appena acquistato le  Casette e le alpi Drosa nel vallone di Piantonetto: così, a 3 o 4 anni dalla scadenza del debito, si recò da Giacu d'Tin assieme all'altro mio bisnonno paterno Sola Pietro, padre di Paolo, nonchè suo cugino di primo grado ed a quei tempi suo "socio in affari" ( facevano i margari assieme) per reclamare la restituzione dei soldi, ottenendone in tutta risposta delle sonore bastonate sulla schiena.  Di fronte al cortese ma fermo rifiuto opposto dal Giacu d'Tin , il "Buarat" intraprese le vie legali e si prese i terreni dati in garanzia. 
Effettivamente in valle Orco è difficile trovare una conca pascoliva  così ampia, con modeste pendenze, poco pietrosa e ricca d'acqua come Deserta, e le dimensioni della "margaria" del mio bisnonno lo dimostrerebbero :30 vacche da latte più circa altrettante manze, asciutte e vitelli, alcune decine di pecore e capre ( 30 vacche da mungere all'epoca - stiamo parlando dell'immediato secondo dopoguerra - erano moltissime!). Le capre tuttavia non erano molto gradite perchè salivano sui tetti delle cavanne mettendone a rischiando le coperture spostando le lose... Nella parte alta della valle saliva inoltre un margaro della famiglia Aimonino, proprietaria del  Chersun e della Muanda: questo significa che dal 15 giugno al 15 settembre nel vallone di Deserta potevano essere presenti circa 50-60 vacche da latte, più circa altrettante tra manze, asciutte e vitelli ed un centinaio di capi ovicaprini.
Vista sul vallone di Noaschetta - in primo piano splendida fioritura di rododendri
Il signor Luciano Tomasi Deio, che era stato in quegli alpeggi da ragazzino ( suo padre aveva affittato dal "Buarat" subito dopo il ritiro del mio bisnonno dall'attività di margaro) , mi raccontava che tra Loserai, Testa, Pian Dietro e Brengi c'erano 42 "soji" ,  nome dialettale che possiamo tradurre con "pasti" e che sta a significare la disponibilità di una quantità d'erba sufficiente a  mantenere 42 vacche in mungitura durante la stagione estiva, con un passaggio su ciascun alpeggio . I 42 "pasti" ovviamente non tengono conto delle superfici ove venivano mandati al pascolo gli ovicaprini ed i capi bovini non in produzione, ed a giudicare da quel che si vede ora erano basati esclusivamente su ottime specie foraggere.  
Le manze venivano pascolate al "Pian Percet" e venivano ricoverate all'interno della stalla per ricavarne prezioso concime da utilizzare a favore delle superfici pascolate dalle vacche in produzione. 
Pecore e capre venivano portate dai Tomasi Deio nella parte alta del "Valun" di Ceresole: secondo quanto riferitomi dal sig. Luciano, tra la Testa ed il Pian Percet vi era un sentiero che aggirando a dx le pendici del monte Deserta raggiungeva appunto tale vallone, mentre il "Buarat" le conduceva al Pian Patulla, di sua proprietà, pianoro ove si trova la "mela spaccata".
Tale cifra non era però effettiva poichè , essendo gli alpeggi del bisnonno posti tutti più o meno alla stessa quota, in alcuni punti non si arrivava in tempo a consumare l 'erba fresca e così, in particolare alla Testa ed alla Brengi, gli alpeggi con la migliore esposizione al sole, si faceva fieno, che veniva utilizzato come scorta per quando faceva brutto e le vacche non venivano condotte al pascolo.  
L'ordine di utilizzo dei vari alpeggi durante la stagione era il seguente: Brengi, Testa, Loserai , Pian Drè. Durante l'utilizzo della Brengi veniva inoltre pascolato anche il Pian Riner , pianoro non nominato sulle carte  posto sulla sponda sx idrografica del rio Deserta , praticamente di fronte al "fondo" del Chersun ed ai piedi della dorsalina rocciosa percorsa dal sentiero per l'alpe Loserai. Ai margini di questo pianoro sono ancora visibili i resti di una costruzione, probabilmente una stalla.
Nel ricordo di mio padre, che a fare fieno a Deserta ci è andato  da bambino, si saliva su al mattino presto e poi, dopo aver consumato una colazione energetica a base di zabajone, cominciava il lavoro,  che durava tutta la giornata. 

Dalla cima di Deserta alla Punta Pelousa e la grotta di Deserta

Splendida vista sulle Levanne 
Racconta il sig. Luciano Tomasi Deio che nei pressi della cima di Deserta c'era una grotta, una grossa cavità dove lui e suo fratello, allora ragazzini, andavano ad avventurarsi per divertimento nel tempo libero . Non siamo riusciti ad individuarla con certezza, ma qualcosa di simile ad una cavità lo abbiamo rinvenuto sul versante sud della cima, in direzione dell'alpe Muanda , nei pressi della vetta.
La grotta di Deserta ? Al centro la bocchetta Fiora, a dx la punta Pelousa

La vista sul gruppo del Gran Paradiso è  oggi un pò coperta da nuvole che vanno e vengono. Sulla cresta, un maschio di pernice si invola al nostro passaggio e noi, consumato il pranzo al sacco, decidiamo di proseguire in cresta per poi scendere verso l'alpe Muanda.
Mentre proseguiamo più o meno in cresta, cercando il primo punto "utile" per cominciare la discesa verso il fondo del vallone, possiamo ammirare le splendide fioriture di Primula latifolia  ( anche loro sembrano ammirare il panorama)...

Primule che guardano il panorama


un altare ornato di rododendri...

Memore di un rocambolesco arrivo  di "alcuni" anni fa - in effetti saranno passati più di  quindi 15 anni -   in compagnia di mio padre all'alpe Loserai ( stavamo facendo la traversata da Ceresole per i laghetti Bellagarda e la bocchetta Fioria, ma in corrispondenza dell'alpe Muanda avevamo perso la traccia), tra pietraie e macchioni di rododendri ( avevo perfino visto due vipere aspis "nere" - melanotiche -  lì in mezzo ) , penso che la cosa migliore sia raggiungere la bocchetta Fioria ( od almeno quella chiamata così sulle cartine, ma che gli esperti del luogo chiamano bocchetta Pelousa)  e scendere dal sentiero segnato ( 15 anni fa non era ben tracciato come adesso) .
Vista su Levanne e lago di Ceresole da Punta Pelousa
E una volta che sei quasi lì, tantovale salire fino alla Punta Pelousa no ?
E salire alla Punta di Pelousa vale davvero tanto, perchè il panorama è fantastico...

Dalla bocchetta Fioria alla Muanda e al Loserai

Dopo esserci goduti per bene il panorama dalla punta, ecco che con una breve discesa su ripidi pendii di "ulinna" si arriva alla bocchetta Fioria. Il percorso che scende nel vallone di Deserta, recentemente pulito e risegnato, ormai si vede anche da lontano, per fortuna! 



Scendendo verso la bocchetta Fioria
Il primo alpeggio che incontriamo scendendo è la Muanda , toponimo che indica un luogo di passaggio , di trasferimento delle mandrie, ed era in effetti l'alpeggio più alto dove venivano portati i capi di bestiame della famiglia Aimonino durante la stagione estiva.
Alpe Muanda
Dopo tale alpeggio, che si compone di due nuclei di costruzioni posti a breve distanza l'uno dall'altro , il sentiero comincia  a scendere  in maniera decisa, passando attraverso un rado bosco di larici ( con ottima vista  sull'alpe Pian Dietro), per poi sbucare all'alpe Loserai .
Alpe Pian Dietro

Se potessimo confrontare le foto di oggi con foto scattate 30-40 anni fa, fabbricati a parte, noteremmo senza dubbio quanto l'area occupata dai pascoli fosse allora più estesa, laddove oggi invece è stata in larga parte ricolonizzata dalla vegetazione arbustiva ( rododendri, mirtilli, ginepri) ed arborea ( larici) ; noteremmo inoltre come anche l'altezza dell'erba, a causa del minor apporto di concimazioni animali dovuto all'insufficiente pressione di pascolo ed alla cessazione delle pratiche di fertirrigazione ( spandimento di letame e liquami tramite acqua e fossatelli), si sia ridotta di almeno la metà.
Alpe Loserai - cavanna e crutin

L'eterna lotta contro la natura

Tale processo di rinaturalizzazione , combattuto e contrastato per secoli , cioè a partire da quando i terreni di questa parte del vallone vennero progressivamente disboscati e spietrati per ottenere superfici di pascolo, è oggi diventato irreversibile, poichè la pratica del pascolo semibrado non è in grado di mantenere una situazione stabile.  Questo avviene principalmente a causa dell'insufficiente pressione di pascolo, che la libertà di movimento del bestiame amplifica: noi stessi abbiamo potuto osservare come le bovine si siano spostate durante il giorno di appezzamento in appezzamento andando alla ricerca delle erbe migliori, che in questo modo vengono continuamente brucate e sfavorite rispetto alle altre meno appetite, lasciando campo libero all'avanzata degli arbusti.
A questo proposito basti pensare che quando il mio bisnonno rilevò la proprietà di questi alpeggi, ingaggiò due operai per sradicare alberelli ed arbusti...
Se si potesse poi confrontare la vegetazione esistente con quella presente all'epoca, senza dubbio salterebbero subito all'occhio una minore densità della cotica erbosa ed una diversa composizione specifica, meno ricca di specie buone foraggere.
Retro del locale di caseificazione dell'alpe Loserai, con una vecchia falce infilata nel muro
L'evoluzione naturale condurrà fatalmente queste superfici al ritorno della vegetazione "climax", cioè del bosco, presumibilmente un bosco misto di larice ed abete rosso; e anche se da un punto di vista strettamente naturalistico non possiamo avere nulla a che ridire circa il ritorno alla situazione di maggior stabilità ed efficienza ecologica per l'area data, non possiamo che rammaricarci per l'inevitabile perdità di biodiversità a livello vegetale e per l'impoverimento della zona da un punto di vista paesaggistico e floristico , con la perdita del mosaico dato da aree a pascolo ed aree boscate.
"Contro natura" sono possibili soltanto vittorie parziali, temporanee , legate a cicli storici, poichè i meccanismi che stanno alla base dell'evoluzione naturale sono così straordinariamente forti e complessi  da risultare non controllabili nè dominabili da parte dell'uomo.
E questa in fondo è una cosa positiva: quante volte facciamo del male pur animati dalla convinzione di stare facendo del bene ? Chi può dirsi in grado di stabilire ciò che è bene e ciò che è male di fronte alla complessità della Terra, dell'Universo ? A mio avviso, nessuno!
L'altro grande rammarico non può che essere nei confronti dell'immane fatica compiuta da coloro che resero utilizzabili ai fini agricoli queste superfici e da coloro che questa utilità hanno mantenuto nel corso dei secoli con grande sforzo.

Dal Loserai alla Brengi e ritorno a valle

Al Loserai, nel retro del locale di caseificazione ,troviamo anche una vecchia falce infilata nel muro, falce che non serviva soltanto a fare fieno ma anche a tagliare la vegetazione indesiderata, come ad esempio tutto quel Rumex alpinus che vedete nelle foto precedenti ( e che cresce in zone con eccesso di fertilità - concimazione da parte delle deiezioni bovine) : il "bun marghè" (  "buon margaro") infatti provvedeva a sfalciarlo ed a rimuoverlo in quanto specie non appetita e pericolosa per i capi bovini  ( causa di osteoporosi) per contenerne la diffusione, cosa che invece i "marghè faus" ( "cattivi-falsi margari") si guardavano bene dal fare.  Oggi però, con l'aumento delle dimensioni medie delle aziende zootecniche transumanti ed il conseguente l'aumento del carico animale e dei carichi di lavoro dei conduttori rendono,  sono diventate più difficili sia la gestione delle restituzioni animali , sia la prosecuzione delle "buone pratiche" del passato ( fertirrigazione , sfalcio delle specie indesiderate, sfalcio delle porzioni di pascolo mature per fare scorte di fieno, sradicamento degli arbusti , ricovero in stalle di tutti i capi etc etc ), per cui la distinzione di cui sopra non può più essere applicata "tout court".Cerchiamo di  capire il perchè...

Il concetto di "margaro" nella storia

Il concetto di pastore o margaro ha senza dubbio conosciuto una profonda evoluzione nel corso dei secoli : dai singoli nuclei famigliari che praticavano la transumanza su scala molto più modesta rispetto a quella odierna,  cioè con i loro pochi capi  su zone di "media montagna" strappate al bosco, si è passati agli estesi pascoli comuni medioevali (p.es la zona di cima Mares in Canavese ) ed all'utilizzo costante delle praterie naturali alpine d'alta quota da parte di pastori professionisti ,il cui lavoro era quello di condurre in estate mandrie e greggi costituite dai capi di bestiame a loro affidati dai rispettivi proprietari.
Bovine al pascolo allo stato semibrado
Era infatti necessario, per questi ultimi ( localmente detti "particolari" in riferimento al fatto che non svolgevano prevalentemente l'attività di allevatori ) ,   economizzare le scarse risorse foraggere a loro  disposizione in modo da poter garantire ai loro capi ( solitamente 1 o 2 vacche per nucleo famigliare) cibo per tutto l'anno facendo scorte di fieno durante la bella stagione: di qui la necessità di mandare più in alto almeno una delle due vacche di proprietà.
Così la maggior parte dei margari durante l'estate conduceva mandrie di cui facevano parte molti  capi presi "in fida" da altri proprietari, solitamente in cambio di una forma di toma e di una certa quantità di burro ; nel secondo dopoguerra, con il tramonto dell'economia rurale di sussistenza , si assiste progressivamente al cambio di attività dei "particolari", impiegati in maniera più remunerativa e meno faticosa in altri settori (industria, energia, servizi etc ) ed all'aumento delle dimensioni aziendali sia delle "margarie" , sia delle altre aziende, parzialmente o totalmente stanziali, principalmente per motivi di redditività. 
Le più grandi aziende zootecniche praticanti la transumanza oggi contano circa un centinaio di bovine in produzione, delle  quali  una parte viene condotta in alpeggio per produrre burro e formaggio, mentre l'altra parte rimane stanziale a fondovalle per garantire  continuità nella produzione di latte, essenziale per mantenere la clientela  costituita da caseifici industriali e centrali del latte; altre aziende transumanti, di dimensioni  rilevanti ma minori rispetto alle precedenti,  hanno mantenuto la prevalente vocazione per la produzione di latticini.
Altre aziende sono invece diventate parzialmente stanziali: soltanto i capi non produttivi "salgono" in alpeggio durante la bella stagione; resistono inoltre alcune aziende transumanti "tradizionali"  di piccole dimensioni,  le quali nonostante tutto sembrano garantire ai loro titolari una sufficiente redditività.

Ponte di recente costruzione

Dal Loserai, non prima di aver fatto un breve giro al Pian Drè, seguendo il sentiero segnalato si va ad attraversare  il rio Deserta nei pressi di una passerella in legno di recente costruzione, arrivando nei pascoli dell'alpe Chersun. Prima di buttarci a valle però abbiamo una massiva fioritura da analizzare ( ricordate? ): così riattraversiamo il torrente per raggiungere nuovamente  i paraggi dell'alpe Brengi e, di qui, scendendo più o meno costeggiando il rio Deserta, raggiungiamo il punto localizzato salendo.
Vegeta negli ambienti erbosi e pietrosi umidi
Si tratta di una spettacolare fioritura di Hugueninia tanacetifolia , specie appartenente alla famiglia delle Brassicaceae il cui nome fa riferimento alle foglie, simili a quelle "dell'arquebuse", Tanacetum vulgare.  Si tratta di una specie endemica delle Alpi occidentali , cioè presente esclusivamente in quest'area geografica, dove è comune  ma localizzata negli ambienti erbosi e pietrosi umidi. Non avevo mai incontrato prima una stazione così estesa e così densamente popolata dalla suddetta specie!




L'area su cui insiste tale popolazione è infatti una zona erbosa caratterizzata da elevata pietrosità ed umidità ( siamo nei pressi dell'alveo del rio Deserta), ed anche da una buona fertilità ( siamo nelle pertinenze dell'alpe Brengi ) . Sono presenti infatti altre specie tipiche di queste zone umide: l'imperatoria ( Peucedanum ostruthium ), la felce maschio  ( Dryopteris filix-mas), il Thalictrum aquilegifolium   ; altre specie, come il Geranium pratense  ed il Rumex alpinus sono invece indicatrici di fertilità.
Hugueninia tanacetifolia

 Risolto il caso della fioritura riattraversiamo il rio e cominciamo a scendere decisi verso valle , che la discesa fino a Prà non è poi così' corta. E se vi  abbiamo incuriosito, fatevi un giro nel vallone di Deserta!
Arrivederci ed a presto con le Storie!




sabato 3 febbraio 2018

Ciaspolate alternative 4 - Gran Prà e anello del vallone del Roc da Noasca

Tempo in miglioramento ( l'importanza delle previsioni del tempo) 

E' venerdì e fa brutto: ci sono precipitazioni, con limite della neve sui 1000 m per le nostre zone,  ma per il giorno seguente sono previsti l'esaurimento dei fenomeni e l'arrivo di ampie schiarite. Almeno queste sono le previsioni del servizio meteorologico dell'Arpa Piemonte   e di Nimbus , che poi sono le mie  "preferite" , cioè quelle che forniscono il massimo dettaglio territoriale possibile, che non è quello che la maggior parte degli utenti cerca e crede di trovare nei più famosi siti meteo:  "meteo Locana"," meteo Codroipo" , che tempo farà alle 10,00 od alle 11,00 etc etc non sono infatti previsioni del tempo ma modelli statistici/matematici più o meno affidabili. Nessuno infatti è in grado di prevedere con esattezza se a Locana pioverà fino alle 10,00 e smetterà alle 10,30 o se al tempo stesso ci sarà il sole a Sparone. Naturalmente le previsioni di Arpa e Nimbus bisogna saperle leggere: datevi da fare !
Il Gran Prà ed il Gran Carro
Tanto per la cronaca, tutti i maggiori siti meteo, se cercavi "meteo Noasca", per il giorno seguente davano nuvoloso tutto il giorno; mentre Arpa parlava di schiarite a partire dalla tarda mattinata e Nimbus a partire da metà mattinata.  Decidiamo così di trovarci con molta calma verso le 10,00, proprio per goderci il bel tempo e quando arriviamo a Noasca già c'è il sole, sono cominciate le schiarite: vince Nimbus.

Cartina Igm 1:25.000 ( con scala ingrandita a 1:15.000). Fonte: portale cartografico nazionale ( scorri verso destra per visualizzare) 


Senza sosta ma senza meta  


Il nostro obiettivo è salire verso il Gran Piano, anche se non abbiamo una meta precisa: oggi non ci vogliamo porre limiti, nè superiori , nè inferiori, che non siano quelli dati dalla sicurezza nei confronti del rischio valanghe.
Tanto per fare due passi in più e per non portare la macchina fino a Balmarossa, decidiamo di cominciare a camminare a partire dalla fermata dell'autobus posta appena a monte dei tornanti di Noasca, raggiungendo così a piedi la frazione,  lungo il sentiero gta segnato con bollini bianco\rossi.
Riuscite a vedere i caprioli nella foto ? 
In questo primo tratto la neve fresca accumulata è ancora poca, ragion per cui non calziamo immediatamente le ciaspole; a farci compagnia, nei giovani boschi che hanno preso il posto dei prati, gruppi di simpatici caprioli .
Arrivati al bivio per il vallone di Noaschetta, calziamo ( finalmente ? ) le ciaspole ed  imbocchiamo il sentiero per la frazione Varda, raggiunta la quale svoltiamo a destra sul sentiero che conduce alla Casa di Caccia del Gran Piano, sempre in compagnia di gruppi di caprioli.
Bivio di Balmarossa superiore

Da questo punto in poi, in presenza di neve, diventa  più difficile reperire il giusto percorso in assenza di una traccia battuta ( visto che sono pochissimi quelli che ci vengono a ciaspolare) , ragion per cui ciascuno deve essere in grado di valutare  le proprie capacità di orientamento e la propria conoscenza del territorio. Se invece una traccia c'è , potete confidare nelle conoscenze e nelle capacità di chi l'ha battuta prima di voi e seguirla...

Valanghe in diretta  

Appena usciti dal bosco, ai piedi del dosso su cui sono poste le alpi Muracci, ecco che sentiamo un forte rumore! Ma che cos'è ? Un elicottero? Una valanga? Di qui non riusciamo a vederlo! 
Arrivati in cima al dosso, ecco che volgendo lo sguardo in direzione del becco dell'Alpetto arriva la risposta: era una valanga !
Valanga : ben visibili  la superficie di distacco e le zone di scorrimento e di accumulo della neve 
Che cosa possiamo dire di questa valanga? La prima cosa che salta subito all'occhio è che essa ha coinvolto l'intero manto nevoso presente al suolo, scorrendo sul suolo ( dunque una valanga "radente"), forse completamente sgombro prima delle ultime nevicate o comunque non consolidato; che si è staccata a partire da una sezione ripida di un pendio esposto a sud e si è scaricata nel canalone adiacente.  Una situazione classica che si verifica durante o subito dopo le nevicate! 
Ma la cosa più importante che possiamo dire è che per andare verso il Gran Piano con le ciaspole non bisogna assolutamente passare dalla mulattiera reale di caccia, che i canaloni che scaricano dal monte Castello e dal becco dell'Alpetto li attraversa praticamente tutti, a meno che non ci sia poca neve ed i suddetti canaloni non abbiano già scaricato.
La sensazione di libertà del battere la pista nella neve fresca

Al Gran Prà 

Il sole ed il cielo sereno hanno definitivamente conquistato il campo: la giornata è bellissima, i camosci hanno sostituito i caprioli e  noi ci sentiamo letteralmente inebriati, di spazio e di colori, persi nell'immenso oceano bianco di neve senza fine.
Il Gran Carro nei pressi dei Muracci

Ma quanto è bello muoversi lungo questo manto vergine, immacolato ?  Che sensazione di libertà trasmette all'animo umano il battere la pista nella neve fresca,  il poter scegliere il percorso autonomamente, senza alcun condizionamento che non sia quello dato dalla morfologia del luogo e dalle condizioni ambientali ?
Il  maestoso becco dell'Alpetto
Se trovate il mio linguaggio iperbolico, provate a guardare e riguardare le foto e,  se ancora lo trovate eccessivo, venite a provare questo itinerario nelle medesime condizioni dopo essere andati a punta Cia in un giorno "di punta" ( senza nulla voler togliere ovviamente al nostro luna-park invernale totalmente valanghe-free!) .
Bivio Gran Prà -Gran Piano
Uno dopo l'altro passiamo nei pressi dei vari alpeggi: Muracci di sotto, di sopra, Lostes, Ramaiot, Fortuna e, infine, il Gran Prà! Questo alpeggio, che per tutta l'estate ho visto pulsare,  pieno di vita, è oggi semisepolto dalla neve , è in pausa: sembra quasi che la cavanna, la stalla ed il crutin abbiano anch'esse il bisogno di svuotarsi, di riposare le proprie stanche mura per un congruo periodo.
Crutin "a riposo"
Contemplare l'orizzonte, essere in grado di fermarsi per lungo tempo senza fare nulla, immersi in pensieri profondi, è una cosa di cui tutti avremmo bisogno , ma che noi uomini moderni non siamo più in grado di fare. La montagna ed il cammino rimangono comunque due validi alleati per raccogliere pensieri, approfondirli, contemplare...
Ps: mi raccomando al bivio Gran Piano -Gran Prà proseguite per il Gran Prà, non andate a mettervi in pericolo...

Alpe Gran Prà e punta di Ciamosseretto



Il vallone del Roc

Quando  arriviamo al Gran Prà  è già l'una passata, ragion per cui decidiamo di mangiare qualcosa e  cominciare la discesa, con l'intenzione di realizzare un anello tornando alla  fermata dell'autobus passando dal vallone del Roc e da Pianchette. Tornati alla Varda penso: "chissà se qualcuno oggi è venuto su a fare una passeggiata ed ha battuto la traccia? ".  La risposta, manco a dirlo, è no!  Ma ormai di salita ne rimane davvero poca e non è il caso di farne un dramma: tutto allenamento! 
Camosci infestanti


Lungo la mulattiera che sale nel vallone del Roc i camosci sono praticamente infestanti : ce ne sono dietro ogni albero,  ogni angolo e sembrano osservarci con occhi diversi, più curiosi e meno impauriti del solito ( sarà perchè mi avevano già visto qualche giorno prima ? ) .  
Camosci infestanti 2
Il binocolo, che oggi ho scelto di portare con me, mi torna utile: per osservare dapprima un gipeto e poi , una volta giunti alle Capelle, per controllare la posizione degli stambecchi, che peraltro sono al solito posto.  In realtà lo avevo portato per tentare una caccia fotografica ardita, cioè lo scatto alla coturnice , da osservare a distanza  con il binocolo per poi avvicinare il più possibile con estrema cautela, ma oggi di coturnici neanche l'ombra. Si vede che dopo le nevicate dei giorni precedenti hanno preferito mettere le zampe all'asciutto da qualche altra parte a me ignota...
Salendo verso Mola, vista verso la testata del vallone del Roc

Attraversato il ponte sul torrente Roc, raggiungiamo Borgovecchio, con la sua caratteristica chiesetta;  quindi cominciamo la discesa sulla destra idrografica del vallone, in direzione di Fregai.
Anche adesso che il sole ci ha lasciati, dandoci appuntamento a Pianchette, l'ambiente circostante non ha  perso nulla del  suo fascino, e noi continuiamo ad ostentare la nostra condizione di liberi escursionisti, battendo la pista...
La chiesa di Borgovecchio, con alle spalle Denti del Broglio e Becca di Monciair
Poco prima di Fregai, i resti di una passerella in legno che collegava ad una zona di terrazzamenti posta sull'altra sponda del torrente ci parlano di un passato operoso ( e del nostro presente di perdigiorno   a zonzo per le valli ); i ruderi della borgata mostrano un insediamento umano avente dimensioni di tutto rispetto!
Cappa a Fregai
Dopo Fregai, il percorso continua in un magnifico bosco di faggi, con ripide e regolari svolte che ci portano in men che non si dica a raggiungere la grande frazione Pianchette, dalla quale continuiamo a piedi sull'asfalto fino a raggiungere l'auto lasciata alla fermata del bus!

Conclusione

Questo percorso è davvero un'ottima alternativa agli itinerari solitamente più frequentati della valle Orco, ma se volete provarlo ricordatevi che generalmente non troverete una traccia battuta , ragion per cui ciascuno di voi dovrà valutare attentamente le proprie capacità di orientamento e conoscenza del territorio. Ciò detto,  non scordate mai di consultare i   bollettini meteorologici ed il bollettino valanghe prima di pianificare qualunque escursione sulla neve! 
Arrivederci ed a presto con le Storie! 

sabato 30 gennaio 2016

Escursioni obbligatorie 1 - Guida turistica del Vallone del Roc


Premessa 

Anno nuovo, rubrica  nuova: accanto alle "escursioni non per tutti", il cui intento è quello di sfidare il lettore, stuzzicandone la fantasia e la voglia di avventure, descrivendo percorsi  insoliti e sconosciuti ai più, ecco arrivare le"escursioni obbligatorie".  Di che cosa si tratta? 
Si tratta di percorsi che si svolgono in ambienti di rara bellezza, mediamente facili ed  alla portata di tutti, per cui è obbligatorio  recarvisi almeno una volta nella vita e fare un sacco di foto oppure, se ci si è già stati, portare gli amici. Avete capito tutto? Bene, allora possiamo cominciare.

Inquadramento geografico-storico

Il vallone del Roc ,  tributario della Valle Orco  posto sul fianco sinistro idrografico, è solcato dal torrente omonimo, che confluisce nel torrente Orco nei pressi della frazione Pianchette, all'interno del  comune di Noasca ( To) . L'intero vallone fa parte del Parco Nazionale del Gran Paradiso , del quale è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi sotto molteplici punti di vista: naturalistico, paesaggistico ed architettonico.
Salendo nel vallone, spunta il Courmaon
Da un punto di vista altimetrico  il vallone del Roc si estende dai 1130 m ca di Pianchette fino ai 3642 m del Ciarforon, la vetta più elevata. Essendo però tale elevazione visibile unicamente nella parte terminale del vallone, nonché meno imponente rispetto a come appare vista dal  vicino vallone di Ciamousserretto,  le montagne simbolo  del vallone dal punto di vista paesaggistico sono certamente la Cima di Courmaon 3162 m e la relativa cresta che prosegue con la Cuccagna 3175 m per finire al Colle della Porta 3002 m e, naturalmente, i Denti del Broglio 3454 m e la Becca di Monciair 3544 m, che fin dalla parte mediana del vallone si stagliano a coronare il panorama.
Da quando la via d'accesso stradale per Ceresole Reale ha "abbandonato" Pianchette, da cui passava la vecchia statale, a favore della nuova galleria, la zona è diventata molto solitaria: difficile intuire la presenza del vallone passando sotto la montagna...
Trattoria commestibili "La Cascata"
A Pianchette, prima della chiusura della vecchia statale, era presente anche la "Trattoria della Cascata", bar\ristorante con annesso negozietto di vendita commestibili. Ho un ricordo da bambino del locale già chiuso, ma con ancora visibili attraverso i vetri il bancone e la macchina per fare il caffè. Non so di preciso in che anno l'esercizio abbia chiuso ( mi pare a seguito dell'entrata in funzione della galleria), ma sicuramente non sarebbe potuto andare avanti molto dopo essere stato tagliato fuori dal "passaggio" delle auto dei turisti; ciò che è sicuro è che oggi lo stabile è cadente e privo del tetto. Archeologia industriale della ristorazione?  Oggi nella frazione è presente il bed and breakfast - spa "Il Maiolandro".
Ad ogni modo voglio svelarvi una piccola nota biografica: nel vallone del Roc è avvenuta la mia prima  vera escursione in montagna. Certo tante e tante volte mi ero già recato a passeggiare nei boschi dietro la casa di Cussalma a Locana, con il nonno, lo zio etc, ma mai mi ero trovato in una situazione "organizzata" per andare a camminare in un altro posto, sconosciuto, con tanto di pranzo al sacco! Sicuramente ero già stato anche a Ceresole ed al Colle del Nivolet, ma se non indossi gli scarponi e non pranzi al sacco, non è un'escursione, non è la stessa emozione. Potrei raccontarvi tutta la storia di quella giornata, ma rischierei di tediarvi, per cui facciamo così: chiudo questa parentesi personale e, se sarà opportuno, mi limiterò ad aprire qualche piccolo flashback storico lungo il pezzo.
I  tre valloni di Noasca - ortofotocarta 2006
Il fatto che il vallone del Roc sia diventato così solitario è paradossale:  dei tre valloni di Noasca posti sulla sx idrografica ( gli altri due sono il già citato Ciamousserretto e quello di Noaschetta) esso era quello più popoloso, con grandi borgate abitate tutto l'anno. 
Le ragioni di questa particolarità sono legate a vari fattori: l'esposizione solatia, i versanti meno acclivi e più facilmente coltivabili e, soprattutto, la presenza stessa di una parte medio-bassa utilizzabile, al contrario del vallone di Noaschetta ( che termina con un salto, la famosa cascatona sopra il centro di Noasca)  e di quello di Ciamousseretto ( anch'esso praticamente ridotto ad uno stretto solco vallivo nella sua parte finale) , i quali condividevano un'unica borgata veramente notevole ed abitata tutto l'anno: la Sassa,  mentre il resto del vallone era costituito unicamente da alpeggi ,utilizzati solo durante la stagione estiva.

Il basso vallone del Roc

Al vallone del Roc si può accedere sia da Pianchette, passando per la bellissima faggeta e la borgata Fregai, che da Balmarossa superiore, lungo la mulattiera principale, che passando per le borgate di Fragno, Varda, Maison, Mola, Capelle e Potes, giunge agli splendidi piani del Roc, chiusi da una bastionata rocciosa sulla quale il torrente Roc forma una bellissima cascata. 
Alla Varda, dove oggi arriva una piccola pista agrosilvopastorale che, dobbiamo riconoscerlo, ha preservato quasi integralmente la vecchia mulattiera e causato un impatto paesaggistico trascurabile rispetto ad altre opere analoghe, vi è anche un casotto dei guardiaparco ed alcuni altri stabili ristrutturati ed altri in ristrutturazione.  A sinistra del  nucleo della borgata, in direzione della Valle Orco, abbiamo un buon punto panoramico, da cui si domina la valle sottostante, da cui probabilmente il toponimo del luogo, da "guardia" o "sguardo, vista"; a destra i resti del forno per la panificazione.


Particolare della mulattiera: si noti  il muro di sostegno verso valle realizzato mediante conci più grandi e regolarmente squadrati e lo riempimento verso monte, realizzato con terra e pietrame, reso necessario dalla pendenza del versante; sotto lo strato superficiale di terra ed erba si intravede ancora la selciatura originaria.
E' giusto sottolineare come nelle tipiche borgate alpine alcuni servizi essenziali erano di gestione e di proprietà comune: il forno , il lavatoio, la fontana o le fontane che garantivano l'approvvigionamento idrico, le rogge e le mulattiere principali, cioè quelle che collegavano borgate ed alpeggi. A volte, ove presente, era di proprietà comune anche il mulino; altre volte, specialmente nelle realtà più popolose, esso era affidato ad un privato, in proprietà od in gestione, solitamente povero quanto se non più dei valligiani cui forniva il servizio: "macinava la farina degli altri ma sovente non aveva neanche il pane per lui", diceva mio nonno a proposito del mugnaio della frazione Castignè di Locana...
Dalla Varda parte anche il ripido sentiero che , attraversando i vari alpeggi posti sul versante sx idrografico del vallone, raggiunge il vallone di Ciamosseretto e la conca del Gran Piano di Noasca.
Oltre la Varda la mulattiera prosegue in falsopiano andando a raggiungere le successive borgate: Maison, dove era presenta la scuola , visitabile e mantenuta in buone condizioni, corredata di cattedra e banchi in legno,  Mola, Capelle ( con la casa affrescata e la splendida vasca in pietra) e Potes, ricche di testimonianze dell'architettura tradizionale alpina. Appena più in basso di Maison. verso il torrente, si trova un'altra grossa borgata , Frandin. Se nel primo tratto di percorso avevamo potuto ammirare il selciato e gli eleganti e regolari gradini, in questo tratto risultano ben evidenti i lavori di terrazzamento e riempimento al fine di creare un fondo regolare alla strada, evidentissimi in un punto nel quale una parte della mulattiera è crollata ( vedi foto sopra).
Borgata Capelle
E' proprio in questo tratto di mulattiera che, durante la mia prima escursione, avvenne anche il mio primo incontro ravvicinato con una vipera ( che fortuna, direte voi!) : ricordo benissimo quella specie di  strano oggetto grigio e nero che sporgeva dal muretto a secco, sembrava fosse appeso. Lo "strano oggetto grigio e nero"  catturò subito la mia attenzione di bambino , già edotto sui rischi   legati al morso della vipera ( "bisogna guardare dove si mettono le mani ed i piedi" " non ci si sdraia nell'erba o su un masso senza prima aver battuto il bastone") ed anche sulla prevenzione ( "bisogna dargli una botta sulla schiena e poi schiacciargli la testa per ammazzarla"), ma che non l'aveva mai vista "dal vivo" in precedenza. Fu così che mi avvicinai all'animale puntando il dito ( si trovava giusto all'altezza della mia infantile spalla): "guarda zio" e poi lo zio che subito mi tira indietro e mi spiega che era una vipera e non bisognava avvicinarsi troppo o toccarla. Naturalmente nessuno dei gitanti uccise l'animale, vuoi perchè specie protetta, vuoi perchè ci trovavamo nel Parco!
Traversa IREN sul torrente Roc e passerella in legno.
Nei piani del Roc è presente una presa dell'Iren, che deriva le acque del torrente Roc nella galleria Ceresole-Rosone per la produzione di energia idroelettrica; attraversando una passerella in legno posta poco oltre si può attraversare il torrente e risalire il poggio sul quale è posto il nucleo di abitazioni di Borgovecchio, caratterizzato dalla presenza di una chiesetta e di un alpeggio di ristrutturazione più recente. L'itinerario che conduce fino ai piani del Roc è percorribile tutto l'anno, ed è particolarmente piacevole come gita invernale, data la buona esposizione del percorso che garantisce temperature piacevoli anche in giornate fredde. La parte bassa del vallone è anche  molto interessante in primavera, quando i branchi di stambecchi scendono a valle. A Borgovecchio arriva il sentiero che sale da Pianchette e prosegue la traccia del Gta che, attraverso bei boschi di abeti e larici, si riporta sul versante sx idrografico della valle Orco per raggiungere l'alpe Prà del Cres e da questa il Colle Sià, principale valico di collegamento tra Ceresole Reale e l'alto vallone del Roc.
Chiesetta a Borgovecchio.
I piani del Roc con l'imponente cascata

















Il sentiero che risale il vallone ora passa attraverso i verdeggianti piani del Roc, fino a giungere quasi ai piedi dell'imponente cascata e di una bastionata rocciosa che sembra sbarrare il passo, ma che la traccia accortamente aggira sulla destra rimontando dapprima direttamente un ripido versante erboso e poi passando attraverso una larga cengia erbosa, sino a giungere nei pressi dell'alpe Roc 1853 m. Arrivati a questo punto è doveroso uno sguardo all'indietro per ammirare la bellezza lasciata alle spalle e prepararsi a quella che ci aspetta nella parte alta del vallone.
Vista d'insieme sui piani del Roc
Arrivando all'alpe Roc

L'alto vallone del Roc

Lasciata  alla nostra sinistra l'alpe Roc, si sale verso destra fino ai ruderi dell'alpe Pianes: da questo punto ci sono due possibilità per continuare la salita: o rimontare direttamente il versante sx idrografico fino a raggiungere la mulattiera reale di caccia e tramite questa raggiungere la splendida Alpe del Broglio oppure, purchè ci siano condizioni di buona visibilità, risalire alla suddetta alpe lungo il fondovalle, attraverso l'alpe Truna e l'alpe Foges. In questo tratto il vallone si presenta molto aspro e selvaggio, e cominciano a comparire le caratteristiche rocce montonate e lastronate rocciose che ne caratterizzeranno la parte alta. Dall'alpe Foges, dirigendosi verso sinistra, è possibile attraversare il torrente Roc toccando così la splendida Alpe Breuillet prima e le Alpi Loserai di sotto e di sopra poi, fino a raggiungere il Colle Sià 2274; continuando sulla destra si raggiunge invece l'alpe del Broglio.
Alpe Breuillet
Presenza abituale di questa parte del vallone, oltre agli immancabili camosci, è il gipeto , il più grande uccello europeo, con un'apertura alare che arriva a sfiorare i 3 m, che può costituire un'ottima cattura fotografica.  
Che dire dell'Alpe del Broglio? E' un luogo stupendo, da vedere: ogni parola spesa per descriverlo potrebbe essere superflua, non all'altezza, per cui contentatevi di una foto.
Alpe di Breuil nella nebbia.
Sia nell'alpe di Breuil ( Broglio) che nella sottostante alpe Breuillet torna uno dei leit-motif del vallone del Roc, cioè il verde pianoro delimitato dall'imponente bastionata rocciosa con cascata.

Il sistema di alpeggio nell'alto vallone del Roc e le miniere della Cuccagna.

Alpe Loserai
Prima di continuare la salita, è doveroso soffermarsi ancora un attimo sul versante dx idrografico di questa parte del vallone, poichè le Alpi Loserai di sopra e di sotto costituiscono un perfetto esempio delle tipologie costruttive delle malghe alpine di alta quota e dell'organizzazione tecnica del lavoro in alpeggio . Accanto alle costruzioni a secco ( stalle, abitazioni , locali di caseificazione e crutin), possiamo notare i cumuli di pietre legati ai notevoli lavori di spietramento effettuati nel passato sui terreni circostanti per avere più erba e superfici più facilmente lavorabili. Ho parlato di "superfici lavorabili" perchè "una volta" non si sprecava nulla: dove non arrivavano in tempo le mandrie a pascolare l'erba fresca prima che questa diventasse troppo vecchia e "secca", arrivava la mano dell'uomo, con la "sessa" o, nelle zone più impervie, con la "falce musoira" o "musuera" a fare preziose scorte di fieno, fondamentali in caso di maltempo prolungato per poter alimentare le bovine

Particolare della roggia
che non si erano potuto accompagnare al pascolo. Tutto questo era valido specialmente per i capi produttivi: per i margari  era impensabile esporre al freddo ed alle intemperie le bovine che fornivano loro il latte, la preziosa materia prima indispensabile per produrre burro e toma, poichè esporle a condizioni climatiche difficili o lasciarle in stalla a patire la fame significava andare incontro a significative perdite di produzione, non recuperabili dall'oggi al domani. 
Appena a monte delle costruzioni, in direzione della Cuccagna, possiamo ammirare la grande roggia che, intercettata l'acqua dal torrente Roc ad una quota di 2600 m, con imponenti manufatti e superando salti e pietraie la portava agli alpeggi sottostanti e proseguiva fino al Colle Sià. L'acqua derivata dalla roggia serviva sia per l'irrigazione delle superfici pascolive, sia per la fertirrigazione, cioè per lo spandimento di liquami e deiezioni bovine per concimare il terreno ( anche le "buse" ed il "pisinass" non venivano sprecati).

Entrambe le tecniche erano finalizzate ad incrementare la produzione e la qualità dell'erba e , di conseguenza, del latte, ragion per cui venivano effettuate regolarmente secondo razionali modelli di gestione. Non dobbiamo dimenticare infatti che numerosi documenti storici attestano l'utilizzo di questi alpeggi ( Loserai, Breuillet, Breuil) già a partire dall'epoca medioevale: a pastori "professionisti" venivano affidate, durante la bella stagione, le mandrie formate dai capi bovini, ovini e caprini destinati alla monticazione e di proprietà del feudatario a cui erano state assegnate quelle terre e dei nuclei famigliari ad esso infeudati. In realtà, trattandosi di praterie alpine naturali, l'utilizzo di queste superfici è sicuramente ancora più antico, risalente per lo meno all'epoca dei Celti e dei Romani.
 Dall'epoca Celto-romana fino a dopo il 1800 sono state coltivate le miniere della Cuccagna, dalle quali si estraeva minerale ferroso. i cui cunicoli si trovano sul fianco della montagna, sopra la roggia ad una quota di 2730 m circa. 


Riprendiamo il cammino...

Arrivati all'alpe di Breuil ci troviamo di fronte ad un altro bivio molto importante: aggirando sulla destra in salita la bastionata rocciosa si prosegue in direzione del Bivacco Giraudo 2630 m, punto d'appoggio per l'ascensione alle cime circostanti, e del vicino Lago della Piatta; proseguendo verso il fondo del pianoro si continua invece sulla mulattiera reale, che sale fino al Colle della Porta 3002 m.
Bivacco Giraudo ( foto: Aldo Costa) 
Dal Bivacco Giraudo, con percorso leggermente più impegnativo, si può proseguire fino al
Colle della Torre 3185 , che mette in comunicazione con il vallone di Ciamousserretto, ed in particolare con la conca dove si trova il lago di Ciamousserretto superiore, nonchè agevolmente riportarsi  sulla mulattiera reale.  Il signore incontrastato di questa parte alta del vallone è certamente l'animale simbolo del Parco, lo stambecco: è difficile passare di qui in piena estate senza osservarne qualche esemplare, sia esso un maschio solitario od un branco di femmine, piccoli e giovani maschi.
Il vallone è finito: scendete in pace, amen. A presto con le storie di Montagna!