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sabato 16 ottobre 2021

I pirati del Gran Paradiso ( la riconquista del Regno delle Placche)

1.Premessa



Ciascun essere umano acquisisce, dopo aver vissuto un tempo più o meno lungo , una certa consapevolezza di quali sono i suoi pregi ed i suoi limiti, le sue certezze e le sue fragilità. E in base  questa "definizione di sè", per quanto incompleta, cerca di ritagliarsi un "posto felice", una "dimensione" all'interno dell'ambiente fisico e sociale nel quale si trova a vivere.
Nasce il giorno a Ciantel 



Si possono tuttavia verificare nel corso della vita eventi in grado di scuotere dal profondo tali certezze, così come , all'opposto, eventi in grado di andare ad irrobustire le fragilità; un evento del primo tipo era esattamente ciò che era capitato di recente al "cacciatore di sentieri",  costretto ad un'imprevista notte all'addiaccio...
Per ritrovare sè stesso , il Varda decise dunque di tornare nel suo "terreno di caccia" preferito , e cioè il "Regno delle Placche", questa volta in compagnia di Lady Marianna, entrambi smaniosi di poter ammirare  nuovamente le meraviglie della Piata di Lazin  , del lago Gelato e tutto il resto...
La stretta ed incassata parte bassa del vallone di Boiretto , ancora in ombra


Lady Marianna era "una fanciulla di sedici o diciassette anni, dalla taglia piccola, ma snella ed elegante",  discendente di un qualche lord inglese , amante dell'avventura e delle escursioni e pedalate massacranti, che pretendeva sempre di svolgere alla massima velocità. 
Per questo motivo il Varda , un indigeno che viveva nel delta dell'Eugio in compagnia del suo cane Chopin e dei suoi vari gatti, era sicuro che questa volta la battuta di caccia si sarebbe svolta in tempi olimpici: niente notti all'addiaccio o rientri notturni...
Vista sul monte Colombo dal vallone di Boiretto




2. Il vallone del Boiretto




Alle ore 7,30 circa del 30 settembre 2021 , il Varda e Lady Marianna si incamminarono dalla frazione Ciantel di Ribordone alla volta del vallone del Boiretto;  grazie all'esperienza ed alla segnaletica rossa degli indigeni, lo percorsero velocemente, toccando in successione le alpi Laval, Boiretto inferiore e superiore fino a raggiungere la bocchetta omonima. 
In vista della bocchetta..
Le condizioni meteorologiche erano ottimali : non una nuvola sulle montagne,  solo le pianure in lontananza  coperte dalle nubi.

3. Il vallone delle Losere

Panorama dalla Bocchetta del Boiretto: in primo piano il lago delle Losere


Dopo aver effettuato una breve sosta mangereccia presso la bocchetta del  Boiretto , Marco e Lady Marianna si inoltrarono dunque nel vallone delle Losere, in direzione della bocchetta Fioria, cercando di perdere meno quota possibile.
Una volta raggiunto il valloncello\canale adducente al valico , sempre caratterizzato dalla presenza della segnaletica rossa degli indigeni, optarono deliberatamente per ignorarla portandosi sul fianco dx idrografico ,  caratterizzato dalla presenza di comode placche di gneiss occhiadino senza soluzione di continuità o quasi.
Sulle rugose placche...


Tali placche, risultato dell' esarazione dei ghiacciai quaternari sul substrato roccioso, oltre ad avere una superficie regolare , sono anche "rugose", ragion per cui è possibile percorrerle con passo sicuro fino a pendenze non trascurabili ( a differenza delle placche della medesima matrice litologica che  si rinvengono nella parte bassa del vallone dell'Eugio, rese più lisce dall'azione delle acque superficiali): perchè rinunciare ad una simile comodità per qualche macchia di vernice rossa ?
Nei pressi del piccolo specchio d'acqua..


Giunti nei pressi di un piccolo specchio d'acqua  , fu istintivo optare per una pausa contemplativa...

Bocchetta Fioria
Raggiunta infine la bocchetta Fioria,  valico che mette in comunicazione  il vallone delle Losere con il vallone di Lazin, i due camminatori presero l'autostrada delle placche in direzione NO.

4. Il culto della Piata




Per poter percorrere tale  larga e panoramica cresta non è richiesto alcun pedaggio: bastano un pò di buone gambe e volontà! La fantasia viene da sè!
Il panorama circostante, notevole in ogni direzione, contribuiva poi  in maniera determinante a non far sentire la fatica ed ad incrementare il desiderio d'avventura: un passo dopo l'altro le menti si liberavano ed il Varda e Marianna iniziarono a fantasticare di mille mete, mille percorsi alternativi, che sembravano tutti lì, a portata di gamba...
Giunti nei pressi della vetta, laddove le pendenze aumentano sensibilmente e le placche lasciano il posto ad una pietraia, uno sguardo d'insieme alla cresta appena percorsa ne rivela la peculiare  "forma", davvero simile ad un  viadotto !  
Vista sul gruppo del Rosa

Vista sul gruppo degli Apostoli

Vista sul gruppo del gran Paradiso

La cresta "autostradale"

L'immensa spianata sommitale della Piata


La sommità della Piata di Lazin è un'enorme distesa di rocce e detriti, in larga parte pianeggiante, sulla quale le azioni della neve, dei cicli di  gelo e  disgelo determinano il manifestarsi di curiose forme e "disegni" denominati "patterned ground".
- "Non è possibile che tutto ciò sia opera della natura, del caso! "- disse Marianna .
- "Eppure questo è quello che ci dicono le scienze della Terra" - replicò il Varda.
-" Questi cerchi di pietra devono essere opera di qualche  popolazione primitiva: forse si trattava di un  luogo sacro, legato a qualche  culto antico"- insistette ancora lei.
-" O forse degli alieni! Parafrasando i Bluvertigo, se non ci fosse la Piata, riusciremmo ad immaginarla? Ed allora, non potendo io dimostrare inconfutabilmente che questa disposizione delle rocce  non sia dovuta all'azione di qualche forma di vita, non posso neanche scartare la tua ipotesi!" - concluse il cacciatore.
Per meglio onorare la sacra Piata , i due protagonisti del nostro racconto decisero di consumare ivi il loro pranzo al sacco ; mentre affiancavano il cibo del corpo a quello dalla mente, ecco arrivare in cima, attratti forse da qualche forza misteriosa, un primo ed un secondo visitatore: il primo proveniente dalla bocchetta Fioria via vallone di Lazin, il secondo dal passo di lago Gelato via vallone di Umbrias. Quanti fedeli oggi! Nessuno però proveniente dal vallone dell'Eugio! Che strano eh ? 

3. La sfida della nebbia

Può un'avventura essere ripetuta ? Secondo il giudizio di chi scrive no, altrimenti non sarebbe tale! Tuttavia, con i moderni mezzi tecnologici a disposizione, le tracce gps, i sentieri attrezzati e segnalati , la domanda da porre sarebbe la seguente : si può ancora vivere un'avventura ? Il vallone dell'Eugio e le sue zone limitrofe sono uno dei pochi luoghi delle Alpi dove la risposta può essere affermativa.
Ogni azzardo comporta però un prezzo, che solo pirati "navigati" sono in grado di correttamente valutare e di "pagare".
E così questa volta l'alto vallone dell'Eugio riservò ai viandanti non già la sfida di percorrerlo al calar delle tenebre , ma in presenza della nebbia!
Eh si, perchè durante la "pausa pranzo" le prime nubi avevano cominciato a lambire le montagne circostanti.
La cresta nella nebbia..

Lì in fondo dovrebbe vedersi il lago Gelato


A dire il vero la nebbia non era così fitta e permaneva una discreta visibilità , visibilità che però cominciava ad essere scarsa e problematica in una zona  priva di sentieri e segnaletica quale quella che doveva essere percorsa! Alla mancanza di segnaletica sopperiva fortunatamente la buona conoscenza del territorio dei due avventurieri...
Lago Gelato nella nebbia


Senza grossi problemi dunque , dopo aver percorso un tratto di cresta ed essersi poi abbassati leggermente a raggiungere la traccia che sale dal vallone di Umbrias, il Varda e Marianna raggiunsero il valico: il  lago Gelato sfortunatamente appariva immerso nella nebbia e  non fu possibile apprezzarne la visione d'insieme.


Ridiscesi fin quasi a toccarne le sponde sul ripido pendio di sfasciumi, deviarono a sinistra per placche fino a raggiungere l'emissario del lago in un punto attraversabile: la via di discesa passava infatti dalla sponda dx idrografica del vallone dell'Eugio.
Uno dei laghi Bort


Procedendo ora speditamente su comode placche di gneiss, inframmezzate qua e là da morbidi tappeti erbosi ,  e facendo sempre bene attenzione a mantenere la giusta direzione su un percorso conosciuto quasi a memoria , in breve arrivarono al cospetto dei bei laghi Bort.
Le condizioni di scarsa visibilità , che avrebbero potuto anche variare in peggio, purtroppo costringevano a proseguire la "corsa" , impedendo loro di gustare appieno le meraviglie di quei luoghi!
Lago Boccutto
E così, continuando a cavalcare lungo le placche, ecco che i due raggiunsero le sponde del bel lago Boccutto; di qui l'idea era quella di raggiungere  nuovamente il vallone delle Losere per poi risalire alla bocchetta del Boiretto.
Vi è infatti un passaggio, segnalato da alcuni ometti, che consente di accedere al piano del lago Losere superiore. Ai due viandanti bastò un momento di maggiore visibilità per individuarlo e non perdere l'idea della sua posizione sul territorio, raggiungendo così il punto desiderato dopo un saliscendi su terreno alquanto faticoso.




4. Il vallone delle Losere

Arrivo al lago Losere superiore





La visibilità nel vallone delle Losere era purtroppo di gran lunga peggiore; non disperando tuttavia di riuscire ancora a raggiungere la bocchetta del Boiretto, i due decisero di proseguire in direzione del valico cercando di perdere meno quota possibile, con l'idea di raggiungere  la traccia per la bocchetta Fioria, per poi seguirla a ritroso .
Lago Losere nella nebbia
Anche l'orologio non poteva più  a questo punto  venir perso di vista, dato che il vallone del Boiretto non è uno di quei posti in cui si può agevolmente procedere di notte, anche con una torcia
Alpe Losere superiore
Arrivati al lago delle Losere, immerso nella nebbia, data l'ora e la visibilità, al Varda ed a Marianna non restava altro che scendere al lago d'Eugio: lungo tale traccia sapevano infatti che avrebbero potuto fare affidamento se non altro su qualche ometto di pietra, mentre la traccia per la bocchetta del Boiretto ed il sentiero percorso in salita sarebbero stati piuttosto difficili da individuare ; inoltre il sentiero dal lago d'Eugio al suo "delta", così come   il gta che saliva al monta Arzola, potevano essere tranquillamente percorsi anche di notte.
Lago d'Eugio nella nebbia...


A mali estremi, estremi rimedi: dal lago Losere in poi si rese necessario un frequente utilizzo della cartina, che  incrociata con la posizione data dall'applicazione gps installata sullo smartphone e con quanto ricordava la memoria ,  consentì di raggiungere in sequenza le alpi Losere superiore ed inferiore, non senza qualche piccolo intoppo dato che la traccia di quella che una volta era "la strada delle vacche", era ormai diventata in molti punti talmente labile da essere pressochè indistinguibile da una comune traccia di camosci! Per fortuna alcuni ometti ed alcune "infrastrutturazioni" residue consentivano ancora di apprezzarla e di ritrovarla in caso di smarrimento...
Costeggiamo il lago d'Eugio ancora con la luce...


Fino a questo punto, "se non tutto giusto, quasi niente di sbagliato", o meglio fino ad un ometto di pietra di dubbia interpretazione, incontrato in un punto "fuori sentiero".
- " Che cosa mai potrà significare questo ometto ? Che non va oltrepassato in quella direzione o che va seguito ? " -  si interrogarono Marco e Marianna.
Una traccia pianeggiante e piuttosto marcata in direzione lago d'Eugio sembrava far propendere per la seconda ipotesi : invece si rivelerà soltanto una traccia di camosci , per di più diretta in una zona di salti! Di lì non si poteva passare!
E allora dietrofront! I due iniziarono così cautamente a risalire, questa volta in direzione del lago Nero d'Eugio, finchè una momentanea apertura schiuse alla loro vista l'ultima parte della traccia ( e facendo loro capire che l'ometto di cui sopra era un segnale da non oltrepassare) :e allora giù di corsa ( per quanto possibile)!
Era  ancora infatti necessario costeggiare il lago: anche qui naturalmente il percorso era pulito ed evidente , ma grazie al cielo riuscirono a percorrerlo con la luce e dunque speditamente e senza grossi intoppi!

5. Tutto è bene ciò che finisce...


Dopo aver gustato un caffè caldo in riva al lago d'Eugio, gentilmente offerto da due pii monaci del locale convento, ecco che il Varda e Marianna  ripartirono, questa volta con le pile frontali: ed in un'oretta e mezza circa arrivarono sani e salvi in quel di Cussalma. Avendo infatti la possibilità di sfruttare un passaggio in vettura da Cussalma a Ribordone,  i due avevano optato per la discesa in quella direzione, dato che il sentiero, recentemente ripulito e risegnato, offriva maggiori garanzie "notturne".
C'è poco da fare: un giro così lungo andrebbe fatto partendo ( e non arrivando) di notte,  oppure più convenientemente e piacevolmente spezzato in due giorni ( ah, se solo ci fosse un rifugio nel vallone dell'Eugio) e mai ( sia bandita ogni superbia dal mio scrivere) , ripeto mai andrebbe affrontato, specialmente all'interno del vallone dell'Eugio, in condizioni di scarsa visibilità così come riportato nel racconto!
E però, se ci fossero tracce ben segnate ed un comodo rifugio, il vallone dell'Eugio manterrebbe quel sapore d'avventura , quel suo aspetto misterioso e selvaggio ?  E' davvero questo il vallone che vorremmo ? 
Arrivederci ed a presto con le Storie!











domenica 20 giugno 2021

Voglia di solitudine e movida - Tresenta da Noasca per la cresta NNE

Vengo anch'io ? No tu no!

Si potrebbe tutti quanti andare al Granpa o sul Rosa
Vengo anch'io ? No tu no!
Per veder se son buone le condizioni
E scoprire che i rifugi son tutti già pieni
E vedere di nascosto l'effetto che fa...

Vi ricordate la canzone del compianto Enzo Jannacci ? Pare che una strofa ,censurata all'epoca dalla Rai, recitasse proprio queste parole...
La Tresenta vista dal ghiacciaio di Noaschetta occidentale

Certo i rifugi sono pieni , ma avendo un buon allenamento certe ascensioni si potrebbero fare anche in giornata! Il problema è che davvero tutti vanno sul Gran Paradiso o sul Rosa quando sono in condizioni e questo, pur non togliendo nulla alla magnificenza degli ambienti attraversati, certo toglie alla pratica della montagna , almeno per come la intendo io, un pò di poesia
Se infatti da un lato è bello poter socializzare con persone che condividono la medesima passione, dall'altro in montagna io non vado certo per ammirare branchi di homo sapiens sapiens  o per cercare "movida", quanto per osservare piuttosto fauna e flora ( selvatiche) , trovare spazi, pace , raccoglimento ,silenzi...
La "movida" può però qualche volta può rivelarsi fondamentale , come potrete constatare nel prosieguo del racconto. Ma non divaghiamo...

E poi , all'improvviso...l'ispirazione!

Di fronte all'ipotesi di una mega-sfacchinata in giornata, tra levatacce, code agli impianti di risalita  ed "assembramenti" outdoor, rapporto usa e getta con la montagna etc ecco che arriva l'ispirazione: perchè non giocare in casa ? Perchè non andare a dormire al bivacco Ivrea il sabato e poi la domenica fare qualche cima in zona ? La Tresenta od il terzetto Testa della Tribolazione - Testa di Valnontey - Testa Gran Crou sono mete invitanti e tutto sommato accessibili ( per noi...) 
Essendoci ancora parecchia neve le condizioni dovrebbero essere buone, ed inoltre dormire in quel bivacco , situato nell'incredibile vallone di Noaschetta  ,rimane uno dei miei piccoli sogni ancora da realizzare.
Per l'occasione si riforma l'improbabile sodalizio outdoor romano-piemontese costituito da Laura de Roma e dal Varda, già noto al pubblico per alcune imprese "epiche", quali quella svoltasi nel regno delle placche ...
Salendo verso il rifugio Noaschetta - vista sulle Levanne

Sappiamo bene che il bivacco è chiuso per emergenza Covid, ma non ravvisando particolari pericoli di contagio ed essendo essenziale per noi il pernottamento in quel luogo, ci assumiamo ogni responsabilità! Il costo del pernottamento al bivacco è di 10 euro a persona per contribuire alle spese di manutenzione, che risultano comunque impegnative data la scomoda collocazione della struttura.


Riti propiziatori..

La preparazione dello zaino per una gita di più giorni è un rito quasi sacro: bisogna portare l'essenziale e disporlo in maniera intelligente. Di certo avere a disposizione uno zaino dotato di buone caratteristiche ( cioè adeguata capacità, tasche con apertura laterale, inserti per trasportare in maniera comoda l'attrezzatura alpinistica - corda, piccozza, ramponi , casco etc - senza occupare volume interno ) aiuta molto.
E dunque pronti...via !


Dai pressi del pian Sengio, vista sul Courmaon


Pronti - partenza ( con calma) - via!

Il meteo per il weekend è fantastico: nessuna precipitazione è prevista, neanche i classici temporali pomeridiani, nonostante le elevate temperature e noi, avendo tutta la giornata a disposizione per raggiungere il bivacco, decidiamo di prendercela davvero comoda: dopo aver fatto alcune commissioni indispensabili - in farmacia e presso un negozio di alimentari - decidiamo di concederci anche un drink benaugurante presso l'albergo "Gran Paradiso" di Noasca , prima di raggiungere in auto la frazione Balmarossa.
Farmacia ???  Eh si, perchè Laura ha una vescica al piede dovuta alla "prova" degli scarponi nuovi da alpinismo fatta alcuni giorni prima ( meglio non rischiare di rimanere senza gli appositi cerotti medicamentosi ) , vescica che la costringerà a camminare precauzionalmente il primo giorno con gli scarponi "vecchi", trasportando nello zaino quelli nuovi...
La meta decisa è la Tresenta, anche perchè date le elevate temperature previste salire verso il colle di Valnontey , date le maggiori pendenze, potrebbe rivelarsi alquanto distruttivo.

Sorpresa...

Stiamo camminando da circa una mezz'oretta quando Laura si accorge di aver lasciato in auto pile e giacca, e così ci tocca tornare indietro a riprenderli: scherzi del caldo !
Le falesie del pian Sengio
Noi comunque , nonostante l'imprevisto, non cambiamo la nostra politica della calma ( giustificata anche dalla pesantezza degli zaini)  e così, dopo aver imboccato il sentiero attrezzato ,  decidiamo di raggiungere il Rifugio Noaschetta  ,al fine di effettuare subito una generosa sosta approfittando del comodo tavolo e delle panche presenti al suo esterno , ma soprattutto dell'acqua! Fa caldo!!! Avremmo infatti  anche potuto proseguire direttamente in direzione della parte alta del vallone, ma in questo modo ci saremmo persi pure le falesie del pian Sengio, che mi sembrava doveroso far visitare alla "climber" del gruppo.
Proseguiamo quindi per il casotto Pngp dell'alpe Arculà, dove nuovamente approfittiamo del tavolo , delle panche e dell'acqua, questa volta per l'indispensabile pausa pranzo! In questo tratto il vallone di Noaschetta è dominato dalle imponenti pareti del monte Castello sulla destra idrografica e dal Gran Carro e dal Trasen Rosso sulla sx.
Le imponenti pareti del Monte Castello

Uno sguardo sul vallone...

Sulla sx idrografica, Gran Carro e Trasen Rosso dominano la scena

Poco prima dell'alpe Arculà , un giovane stambecco isolato preannuncia la presenza di un bel branco , intento a pascolare al fresco, cioè in una pietraia di grandi massi ai piedi del monte Castello.
Uno stambecco isolato...

...preannuncia la presenza di un bel branco


Arculà  Masterchef 

Alpe Arculà

Estratto dallo zaino il fornellino a gas ci "cuciniamo" dunque un prelibato risotto allo zafferano liofilizzato, che generosamente facciamo mantecare con la toma comprata al negozio di alimentari al mattino, per poi concludere il pasto con la cioccolata ed il dolce


Masterchef Arculà
Ma oggi non solo del tavolo, delle panche e dell'acqua abbiamo approfittato, per fare una piccola rievocazione storica....
Rievocazione storica

 
A seguire un breve sonnellino ( almeno per quanto mi riguarda) e poi  all'ora stabilita facciamo rifornimento d'acqua e ripartiamo ! 

Dall'alpe Arculà alla Bruna

Presa Iren Arculà


Lasciata sulla destra la presa Iren dell'Arculà, il sentiero sale ora con ripidi e regolari tornanti nello stretto valloncello che si apre  ai piedi delle pareti est del  monte Castello, ove sono presenti rinomate e toste vie d'arrampicata "trad". Cominciano anche a fare capolino le imponenti Torri del Blanc Giuir.
Le Torri del Blanc Giuir fanno capolino

Perfino i fiori qui sembrano dimostrare un'inclinazione per l'arrampicata, come alcuni bellissimi cuscinetti di Androsace argentea, specie endemica piuttosto rara ed  esclusiva delle rupi silicee, che osserviamo impegnati in una cordata in fessura...

Androsace argentea ( vandellii)


Dopo aver lasciato sulla destra i ruderi dell'alpe Forca, ecco che in prossimità del raccordo con la mulattiera reale di caccia proveniente dalla bocchetta del Ges, si apre dinanzi ai nostri occhi lo spettacolo dei pianori della Bruna, dominati dall'imponente versante sud del Gran Paradiso, the South Face Paradise!
Chiunque  veda per la prima volta  così da vicino l'imponente versante sud del Gran Paradiso non può che rimanere senza parole : è questo il caso di Laura, la cui "fortuna" non posso oggi che invidiare.
Quanto vorrei poter tornare indietro con una macchina del tempo e rivivere le emozioni della prima volta!


Scesi ora leggermente a raggiungere i pianori della Bruna inferiore ( chiamata Alpe Noaschetta sulla carta MU)  , ecco che ci concediamo l'ennesima pausa, meritata ( perchè siamo nei tempi previsti) e dovuta ( perchè il posto merita...)

Alpe Bruna inferiore

Sulla destra, le Torri del Blanc Giuir dominano la scena...

Le Torri del Blanc Giuir

Saliti all'alpe Bruna superiore , ecco che si presenta il solito problema di fine primavera\inizio estate, e cioè l'attraversamento dell'impetuoso rio Noaschetta
Alpe Bruna superiore



Nonostante l'ora pomeridiana e l'elevata portata del corso d'acqua non sarà necessario togliersi scarponi e calze per attraversare; per riuscire a farlo dovremo però arrivare fino al fondo del pianoro ,oltre a  compiere diversi movimenti atletici e mettere più volte lo scarpone sotto il pelo del'acqua. Ma abbiamo ottime calzature...e per ora le vesciche non sembrano dare problemi!
Dalla Bruna superiore in breve raggiungiamo il fondo del lungo pian di Goi, ancora ricoperto di neve....ed anche qui non si può non fermarsi a contemplare la bellezza circostante...
In contemplazione al pian di Goi

Al pian di Goi, la mulattiera reale si biforca: ignorato a sx il tratto che costeggia il lungo pianoro acquitrinoso per poi risalire lungo il vallone omonimo, proseguiamo sulla diramazione che, svoltando a  destra, va a risalire con ampie svolte un dosso erboso in prossimità dello spartiacque Goi\Gias della Losa , dove uno stambecco fa capolino, preannunciando la presenza di un altro branco!
Un altro stambecco 
Normalmente a questo punto esploreremmo con cautela i dintorni, per cercare di avvistare e magari conteggiare gli altri esemplari presenti, ma data l'ora ed il peso degli zaini, per una volta  diamo priorità al risparmio energetico ( e di tempo).
Uno dei laghetti dell'alpe La Motta
In cima al dosso erboso, ecco i pianori dell'alpe La Motta, altro luogo mistico dove è d'obbligo una pausa fotografica. Uno dei laghetti dell'alpe oggi è ancora parzialmente ricoperto di ghiaccio \neve ed in combinazione con le condizioni di luce , offre la possibilità di scatti eccezionali anche per un fotografo superfluo come il sottoscritto!
La vista sui becchi della Tribolazione che da qui si gode è semplicemente mozzafiato, una delle cartoline più belle dell'interno Parco Nazionale del Gran Paradiso!
Per non pubblicare la "solita" foto ,   questa volta la arricchiamo con un elemento umano ( e che elemento) , al fine di dare un maggior senso delle proporzioni e di sottolineare la bellezza dei Becchi visti dal lato Noaschetta, ed in special modo il meridionale, da tempo nell'agenda dei "piccoli sogni realizzabili"...
All'alpe La Motta
Poco oltre l'alpe la Motta il sentiero svolta in direzione N: da   qui comincia ad essere più costante la presenza di neve sul percorso, costringendoci anche ad affrontare un delicato traverso nel ripido su manto nevoso più che portante 
La mulattiera svolta a N
Seguendo fedelmente ( per quanto possibile e per quanto conveniente ) il percorso della mulattiera reale, ecco che  arriviamo nel vasto pianoro sottostante l'ormai visibile sagoma gialla del Bivacco: e lì nel piano di neve ce n'è , ma non è portante  e si sprofonda, in certi punti, fino alla vita! 
Percorso innevato
Attraversando il pianoro...

In vista del bivacco Ivrea



Neve non portante
Ma non tutto il manto nevoso  vien per nuocere, dato che grazie alla sua presenza riusciamo agevolmente a costeggiare il rio Noaschetta ( il cui attraversamento in questo punto si rivela talvolta ostico), fino a raggiungere il ripido dosso erboso su cui è posta la costruzione metallica, già quasi completamente sgombro di neve. 
E la prima tappa  è  conclusa senza problemi: la voglia di montagna ha prevalso sul caldo, sulla pesantezza degli zaini e... sulle vesciche di Laura! Siamo carichi e gasati, già pregustando ciò che ci aspetta l'indomani!
Finalmente il bivacco Ivrea. Sullo sfondo da sx: Deir Vert, Gran Paradiso, Punta Ceresole, Becca di Noaschetta

Ma quanto è magnifico questo luogo? Dovunque ci si volti, non si può non rimanere estasiati dalla bellezza del paesaggio!
Ad est, i Becchi della Tribolazione, il colle dei Becchi ed il Blanc Giuir

A sud il percorso appena intrapreso...

 

Casalinghe  disperate al bivacco Ivrea....

Ogniqualvolta si raggiunge un bivacco, ci sono alcuni lavori a cui bisogna assolutamente attendere!
Primo lavoro : cercare un contenitore ed andare a riempirlo d'acqua. Al bivacco Ivrea sono disponibili alcune comode e leggere taniche di plastica: ne vado subito a riempire una nel torrente poco a monte del Bivacco, in un punto di agevoli accessibilità e prelievo del liquido. OK.
Secondo lavoro: cambiarsi gli indumenti bagnati, togliersi gli scarponi , estrarre dallo zaino l'occorrente per la cena e per la notte senza fare troppo casino, cominciare a preparare la cena:  AHIA
Il punto "senza fare troppo casino" fallisce miseramente, dato che il sottoscritto, con un movimento improvviso ed  alquanto maldestro rovescerà l'acqua contenente il prezioso risotto radicchio e speck liofilizzato in via di ricostituzione.
Cena al bivacco ( nella foto l'agghiacciante minestra di pasta e lenticchie)


Imprevisti
: rassettare il disastro, rimettere in cottura l'acqua, questa volta con una fantastica pasta e lenticchie (sempre  liofilizzata).
Probabilità: nel bivacco c'è un comodo tavolo estraibile, che riusciamo miracolosamente a piazzare senza distruggere nulla nei dintorni.
Terzo lavoro: aprire la bottiglia di buon vino portata su con tanta fatica.... 
Imprevisti: ci siamo entrambi affidati ad un coltello multiuso con succhiello. L'utensile del multiuso di Laura, souvenir di Finalborgo, si rompe dentro il tappo di sughero.
"Beh dai, il mio era proprio un souvenir, il tuo almeno è svizzero!"
Ahimè , anche il mio multiuso era un souvenir di non so, dove con tanto di imitazione farlocca della bandiera svizzera: l'accessorio cavatappi si rompe allo stesso modo!
Probabilità: Laura suggerisce che la bottiglia si può aprire con cacciavite e martello ( in dotazione al bivacco ). E' semplice: basta infilare il cacciavite nel sughero con il martello e ...ops! Ecco che  il tappo cade dentro... Piccolo delitto! 
Quarto lavoro: cenare. La zuppa di pasta e lenticchie lascia obiettivamente a desiderare, ed ecco che decidiamo di mettere su subito  un'altra bustina, quella  di riso allo zafferano, che però mangeremo solo in parte, dato il sopraggiungere del sonno e della stanchezza. Non finiremo neanche la bottiglia di vino!
Da masterchef a casalinghe disperate è un attimo ( anche se non mi risulta che le "Desperate Housewives" avessero problemi in cucina)!
La disperazione non ci ha tuttavia impedito di dare un'occhiata al calar della sera ! Che spettacolo magnifico!
Scende la sera al bivacco : da sx verso destra Deir Vert, Becca di Moncorvè, Roc del Gran Paradiso, Punta Ceresole


Il risveglio

La sveglia al mattino la puntiamo forse un pò tardi,  cioè alle 5 piuttosto che alle 4, ma in realtà date le elevate temperature previste , la quota e la nostra meta, un'ora in più od in meno non avrebbe fatto una grossa differenza!
Pronti a partire...

Per prima cosa vado a riprendere l'acqua e poi, dopo aver fatto colazione, prepariamo gli zaini, lasciando al bivacco tutto l'inessenziale : meglio viaggiare leggeri , dato che tanto da qui dovremo ripassare!
In salita \1 (  a sx Deir Vert, a dx Roc e Punta Ceresole )
E' incredibile come uno zaino  somigli ad una valigia: la prima volta che lo fai è perfetto, poi man mano che metti e togli  oggetti, la disposizione e l'ordine del contenuto peggiorano a vista d'occhio ! E così stamattina fatico quasi  a richiuderlo bene, nonostante ci sia meno roba!!!

Dal bivacco Ivrea al colle del Gran Paradiso

Uno sguardo alle spalle: a metà campo si nota il lago di Gay, sullo sfondo da sx la Becca della Losa ed i becchi della Tribolazione
Dal bivacco Ivrea proseguiamo in direzione NO  senza far troppo caso ai resti di questo tratto della mulattiera reale (oggi perlopiù sepolti dal manto nevoso) ; dopo un primo tratto quasi pianeggiante, ecco che cominciamo a risalire la morena frontale lasciata dal ritiro del ghiacciaio di Noaschetta.
Intorno a quota 2900 m calziamo i ramponi e proseguiamo , sempre in direzione NO,  con pendenze che si fanno via via più accentuate , fin sotto punta Ceresole
Uno sguardo al ghiacciaio orientale di Noaschetta: sullo sfondo al centro Testa della Tribolazione e Becca di Noaschetta
Il manto nevoso, ahinoi , è portante solo nei punti meno pendenti a causa del mancato rigelo notturno , cosa che ci impedisce una salita diretta, costringendoci a compiere diverse svolte per evitare i punti più ripidi. In più, com'è ovvio da queste parti, non c'è nessuna traccia !
Salendo verso il piano del ghiacciaio occidentale di Noaschetta
Ma noi non abbiamo paura di battere traccia , siamo ben determinati , e la bellezza del paesaggio circostante allevia la fatica!
Vinto un'ultimo pendio nevoso più ripido, ecco che finalmente raggiungiamo il piano del ghiacciaio di Noaschetta occidentale: da qui in poi , complice la superficie quasi pianeggiante, il nostro incedere si farà più spedito , potendo marciare decisi in direzione dell'evidente depressione del colle del Gran Paradiso.
A sinistra fa capolino la Tresenta


A sinistra comincia a fare capolino la Tresenta, cioè la nostra meta, e così possiamo cominciare a studiare la cresta NNE che dovremo percorrere: sembra ci sia ancora parecchia neve e sul lato Noaschetta ci sono evidentemente delle cornici. Se la presenza di neve sarà un bene od un male, lo scopriremo solo... proseguendo!
Possibile cavo di controvento
Lungo il ghiacciaio possiamo inoltre osservare alcune curiose forme legate all'evoluzione stagionale del manto nevoso e della superficie glaciale: cavi di controvento ( dovuti all'influenza dei venti sulla deposizione della neve ), laghetti di fusione. Spesso in concomitanza di cavi di controvento si formano appunto laghetti di fusione.
Laghetto di fusione

Nell'ultimo tratto per arrivare al colle , da dove ormai il ghiacciaio si è ritirato da tempo, procediamo su una coltre nevosa che copre una pietraia : qui si sprofonda fino al livello delle pietre, ragion per cui gli ultimi metri ci costano grande fatica. Arrivati al valico, facciamo una piccola sosta  per ristorare energie ed idee...

La cresta NNE

Dopo una breve ma attenta riflessione decidiamo che ormai siamo qui e per sapere com'è la cresta , dobbiamo provarla! Mal che vada, rinunceremo alla vetta!

Vista sulla cresta
A questo punto è Laura a passare avanti ed a prendere la direzione delle operazioni! Dopo un primo tratto detritico e sgombro da neve e superata una prima elevazione, la cresta diventa innevata. 
Lungo la cresta
Con i ramponi ai piedi tuttavia si procede bene, tenendosi ovviamente alla giusta distanza dalle cornici presenti sul lato Noaschetta; una seconda asperità si supera leggermente sul lato Valsavarenche.
Da questo punto in poi continuiamo a seguire più o meno il filo di cresta, comunque molto larga in questo tratto, cresta che si fa via via più ripida, spingendo talvolta ad aiutarsi con le mani per la progressione.
Tratti di neve portante si alternano a tratti ormai sgombri dalla neve e caratterizzati dalla presenza di sfasciumi instabili, ragion per cui occorre procedere con cautela.
Un ultimo bastione si supera nel lato Valsavarenche, e qui comincia la parte ostica del percorso, cioè  un delicato traverso tra roccette, ghiaccio, sfasciumi instabili e tratti innevati su terreno alquanto ripido, ragion per cui dobbiamo far ricorso all'uso della piccozza ( indispensabile oggi ) e fare la massima attenzione a non perdere l'equilibrio ( quando si "parte" su simili pendenze, non si sa mai come e quando si potrà fermare la caduta), saggiando il terreno ad ogni passo e posando bene ogni piede.
Ne sia prova l'assenza di foto, cosa di cui siamo solitamente prodighi: eravamo totalmente concentrati sul percorso!
Laura sui massi accastati
Arrivati nei pressi del torrione sommitale, decidiamo che è molto più sicuro affrontarlo direttamente che proseguire nel traverso e così, dapprima per roccia meno buona ( della serie pezzi estraibili) , poi su buone roccette e massi accatastati giungiamo alla croce di vetta, 3609 m.

In vetta...



Importanti decisioni in vetta


Dopo esserci goduti il panorama circostante ed un meritato ristoro, con tanto di degustazione di genepy , è tempo di prendere alcune rilevanti decisioni sul prosieguo della giornata!
Cordiale brindisi in vetta



Dalla vetta 1\ vista sul Ciarforon

Dalla vetta 2\ vista sul vallone di Ciamosseretto


Dalla vetta /3 : vista verso la via di salita al Gran Paradiso e sul gruppo del Monte Bianco sullo sfondo

La decisione di non ripercorrere la cresta NNE la prendiamo praticamente all'unisono: troppo delicati quei traversi sul ripido! Per tornare al bivacco Ivrea ed all'auto dovremmo a questo punto scendere lungo la normale e poi risalire verso il colle del Gran Paradiso, cosa certamente fattibile.
Ma le elevate temperature , nonchè le pendenze lato Valsavarenche per arrivare al colle e l'assenza di tracce ci fanno presagire una lunga odissea nel ghiacciaio di Noaschetta, con la concreta prospettiva di arrivare all'auto a Balmarossa di notte.
Non che noi non si sia abituati ai rientri notturni, ma la via normale di discesa , facile e tutto sommato battuta fino al rifugio Vittorio Emanuele II è lì sotto i nostri occhi ed è troppo invitante.
E poi :
-"al bivacco a prendere ciò che abbiamo lasciato vado poi io in settimana, così ho la scusa per tornare! Con lo zaino leggero non ci metto tanto a salire!" - sentenzio.
Inoltre, dato che il rifugio era pieno e data la bellissima giornata, ci sarà tantissima gente, un passaggio lo rimedieremo! Ecco che improvvisa sale la voglia di movida...

Discesa per la normale

La normale per la Tresenta, che percorre il versante NO della montagna, a fine stagione è praticamente un'escursione EE, dato il desolante ritiro del ghiacciaio di Moncorvè, anche se occorre fare attenzione sia agli sfasciumi instabili che ad una zona in cui si muovono massi anche grandi  e dove già in passato è accaduto qualche incidente.
Oggi tuttavia non siamo a fine stagione, ed oltrepassato un primo pezzo sgombro da neve, dove praticamente ormai vi è un sentiero tra gli sfasciumi, il bianco manto ricomincia ad essere presente.

Un primo tratto sgombro da neve
Date le temperature e la conseguente molle consistenza del manto, noi cerchiamo chiaramente di evitarlo finchè possiamo , quindi seguiamo le tracce battute il mattino.
Scendiamo lungo la traccia
E pure su quelle, ahimè, in certi tratti si sprofonda che va bene ed il sole picchia e abbronza! Ogni tanto ci voltiamo per rompere la "monotonia" della discesa, che fortunatamente possiamo definire "monotona", dato che  se non ci fosse nessuna  traccia la progressione nella neve sfondosa sarebbe davvero un'odissea!
Comunque sia, arriveremo al rifugio con scarponi e calze fradici!
Ciarforon e Becca di Monciair

Vista verso Tresenta e colle del Gran Paradiso ( a sx) 
Intorno ai 2800 m di quota per fortuna la neve finisce o quasi; ed ora seguendo "cum grano salis" i numerosi e spesso confusionari ometti presenti, con un traverso verso destra giungiamo in vista del laghetto di Moncorvè e del rifugio Vittorio.


Laghetto di Moncorvè e rifugio Vittorio Emanuele II

Al rifugio è naturalmente d'obbligo una pausa ristoratrice: comodamente seduti al sole ci beviamo una birra fresca e ci gustiamo un buon pranzo, mentre pensiamo a come tornare a casa. E per finire in bellezza , finiamo di scolarci il cordiale di genepy...

Un vero e proprio colpo di fortuna

Il caso vuole che una giovane coppia di avventori seduta al tavolo vicino al nostro ci prenda in simpatia, tanto che il ragazzo, Mauro, viene gentilmente ad offrirci degli zuccherini all'arquebuse, che noi naturalmente non rifiutiamo.
Il fatto è che abbiamo fascino, carisma, magnetismo animale! Nessuno può resistere all'accento romano di Laura od alla simpatia sabauda del sottoscritto!  No, scherzi a parte io sono convinto che in certi contesti favorevoli le persone "simili" entrino più facilmente in sintonia, in contatto, come se avessero un radar!
E così, dopo aver un pò chiacchierato con loro e saputo che provenivano  dalla val Pellice ed avevano fatto il Gran Paradiso , gli chiediamo se per favore non possono darci uno strappo fino a fondovalle od ad Aosta, dove forse dei nostri amici che erano dalle parti di Pila avrebbero potuto passare a prenderci !
Mauro e Giuliana, così si chiamano, accettano immediatamente e senza problemi! La montagna unisce!  Que viva la movida!
Ci diamo dunque appuntamento al parcheggio dove parte il sentiero per il rifugio; qui arrivati gli offriamo al bar una bibita per ringraziarli della loro provvidenziale gentilezza. 
- "Marco ti chiamano!Oh è incredibile! Questo conosce tutti dappertutto!"
In effetti mi stanno davvero chiamando : una delegazione di amici della valle Orco ( Ivan , Marta e Michela) se ne sta appena andando dal bar ! Sembra quasi fatto apposta e mi sembra già di respirare l'aria di casa ! E pensare che giusto la mattina prima salendo in auto a Noasca avevo visto e salutato Ivan, che evidentemente porta fortuna. Dopo un breve dialogo in cui gli spieghiamo che cosa abbiamo combinato, ci salutiamo e torniamo dai nostri soccorritori
Questi ultimi durante il viaggio in auto si offrono addirittura di portarci fino al casello di San Giorgio, dato che di lì devono passare e noi accettiamo di buon grado, esonerando in questo modo i nostri amici dal doverci aspettare presso il casello di Aosta. 
Anche al parcheggio comunque c'è molto da vedere: lanciare uno sguardo verso Ceresole Reale, cioè verso la testata della Valsavarenche, ed uno  verso lo spartiacque con Cogne...
vista verso il colle del Gran Etret: da sx Becca di Monciair, Denti del Broglio, ghiacciaio e Testa del Gran Etret, Mare Percia e Punta Fourà
Da sx Gran Nomenon, col Belleface, Grivola

Sarà l'amico Valerio a venirci a prendere al casello ed a riportare il sottoscritto fino a Balmarossa, a riprendere l'auto, quando ormai si sono fatte le ore 21,00. Grazie Valerio!!!
Tutto è bene quel che finisce bene: a parti inverse, se avessimo dovuto cercare un passaggio nel vallone di Noaschetta od a Noasca per la val d'Aosta , auguri! Ed invece, con un sapiente e fortunato mix di solitudine e movida, eccoci tornati sani e salvi (ed ad un'ora decente) in Canavese!
Non ci resta che tornare al bivacco a prendere il materiale "abbandonato": ma questo è facile per noi, e nei prossimi giorni lo faremo!

Conclusioni

Certo molti potranno dire che siamo stati avventati, ma a nostra discolpa possiamo argomentare che non è agevole sapere in precedenza quali condizioni si troveranno lungo certi itinerari poco o per nulla frequentati, in creste sulle quali non siamo mai stati e che conosciamo solo a mezzo di relazioni desuete o più recenti ma talvolta lacunose! Senza contare che ad inizio stagione ( alpinistica) le condizioni si modificano anche molto velocemente giorno per giorno!
E' sempre stimolante guadagnarsi "la pagnotta" mettendoci tanto del nostro, toccando con mano i nostri limiti soggettivi ed i limiti fisici oggettivi imposti dalle condizioni ambientali , l'intersezione dei quali deve portare ad assumere scelte corrette.   Come diceva Napoleone Bonaparte a proposito delle strategie  da adottare in battaglia: "on s'engage, et puis on voit!" . Riportato alla nostra pratica spicciola, che cosa vuol dire questa frase ? Che in montagna ci si va ben preparati ed attrezzati,pianificando attentamente l'itinerario, ma bisogna essere pronti a cambiare strategia : ed in questo quadro la scelta di scendere sul rifugio Vittorio Emanuele è stata assolutamente corretta !.

Arrivederci ed a presto con le Storie!