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sabato 16 ottobre 2021

I pirati del Gran Paradiso ( la riconquista del Regno delle Placche)

1.Premessa



Ciascun essere umano acquisisce, dopo aver vissuto un tempo più o meno lungo , una certa consapevolezza di quali sono i suoi pregi ed i suoi limiti, le sue certezze e le sue fragilità. E in base  questa "definizione di sè", per quanto incompleta, cerca di ritagliarsi un "posto felice", una "dimensione" all'interno dell'ambiente fisico e sociale nel quale si trova a vivere.
Nasce il giorno a Ciantel 



Si possono tuttavia verificare nel corso della vita eventi in grado di scuotere dal profondo tali certezze, così come , all'opposto, eventi in grado di andare ad irrobustire le fragilità; un evento del primo tipo era esattamente ciò che era capitato di recente al "cacciatore di sentieri",  costretto ad un'imprevista notte all'addiaccio...
Per ritrovare sè stesso , il Varda decise dunque di tornare nel suo "terreno di caccia" preferito , e cioè il "Regno delle Placche", questa volta in compagnia di Lady Marianna, entrambi smaniosi di poter ammirare  nuovamente le meraviglie della Piata di Lazin  , del lago Gelato e tutto il resto...
La stretta ed incassata parte bassa del vallone di Boiretto , ancora in ombra


Lady Marianna era "una fanciulla di sedici o diciassette anni, dalla taglia piccola, ma snella ed elegante",  discendente di un qualche lord inglese , amante dell'avventura e delle escursioni e pedalate massacranti, che pretendeva sempre di svolgere alla massima velocità. 
Per questo motivo il Varda , un indigeno che viveva nel delta dell'Eugio in compagnia del suo cane Chopin e dei suoi vari gatti, era sicuro che questa volta la battuta di caccia si sarebbe svolta in tempi olimpici: niente notti all'addiaccio o rientri notturni...
Vista sul monte Colombo dal vallone di Boiretto




2. Il vallone del Boiretto




Alle ore 7,30 circa del 30 settembre 2021 , il Varda e Lady Marianna si incamminarono dalla frazione Ciantel di Ribordone alla volta del vallone del Boiretto;  grazie all'esperienza ed alla segnaletica rossa degli indigeni, lo percorsero velocemente, toccando in successione le alpi Laval, Boiretto inferiore e superiore fino a raggiungere la bocchetta omonima. 
In vista della bocchetta..
Le condizioni meteorologiche erano ottimali : non una nuvola sulle montagne,  solo le pianure in lontananza  coperte dalle nubi.

3. Il vallone delle Losere

Panorama dalla Bocchetta del Boiretto: in primo piano il lago delle Losere


Dopo aver effettuato una breve sosta mangereccia presso la bocchetta del  Boiretto , Marco e Lady Marianna si inoltrarono dunque nel vallone delle Losere, in direzione della bocchetta Fioria, cercando di perdere meno quota possibile.
Una volta raggiunto il valloncello\canale adducente al valico , sempre caratterizzato dalla presenza della segnaletica rossa degli indigeni, optarono deliberatamente per ignorarla portandosi sul fianco dx idrografico ,  caratterizzato dalla presenza di comode placche di gneiss occhiadino senza soluzione di continuità o quasi.
Sulle rugose placche...


Tali placche, risultato dell' esarazione dei ghiacciai quaternari sul substrato roccioso, oltre ad avere una superficie regolare , sono anche "rugose", ragion per cui è possibile percorrerle con passo sicuro fino a pendenze non trascurabili ( a differenza delle placche della medesima matrice litologica che  si rinvengono nella parte bassa del vallone dell'Eugio, rese più lisce dall'azione delle acque superficiali): perchè rinunciare ad una simile comodità per qualche macchia di vernice rossa ?
Nei pressi del piccolo specchio d'acqua..


Giunti nei pressi di un piccolo specchio d'acqua  , fu istintivo optare per una pausa contemplativa...

Bocchetta Fioria
Raggiunta infine la bocchetta Fioria,  valico che mette in comunicazione  il vallone delle Losere con il vallone di Lazin, i due camminatori presero l'autostrada delle placche in direzione NO.

4. Il culto della Piata




Per poter percorrere tale  larga e panoramica cresta non è richiesto alcun pedaggio: bastano un pò di buone gambe e volontà! La fantasia viene da sè!
Il panorama circostante, notevole in ogni direzione, contribuiva poi  in maniera determinante a non far sentire la fatica ed ad incrementare il desiderio d'avventura: un passo dopo l'altro le menti si liberavano ed il Varda e Marianna iniziarono a fantasticare di mille mete, mille percorsi alternativi, che sembravano tutti lì, a portata di gamba...
Giunti nei pressi della vetta, laddove le pendenze aumentano sensibilmente e le placche lasciano il posto ad una pietraia, uno sguardo d'insieme alla cresta appena percorsa ne rivela la peculiare  "forma", davvero simile ad un  viadotto !  
Vista sul gruppo del Rosa

Vista sul gruppo degli Apostoli

Vista sul gruppo del gran Paradiso

La cresta "autostradale"

L'immensa spianata sommitale della Piata


La sommità della Piata di Lazin è un'enorme distesa di rocce e detriti, in larga parte pianeggiante, sulla quale le azioni della neve, dei cicli di  gelo e  disgelo determinano il manifestarsi di curiose forme e "disegni" denominati "patterned ground".
- "Non è possibile che tutto ciò sia opera della natura, del caso! "- disse Marianna .
- "Eppure questo è quello che ci dicono le scienze della Terra" - replicò il Varda.
-" Questi cerchi di pietra devono essere opera di qualche  popolazione primitiva: forse si trattava di un  luogo sacro, legato a qualche  culto antico"- insistette ancora lei.
-" O forse degli alieni! Parafrasando i Bluvertigo, se non ci fosse la Piata, riusciremmo ad immaginarla? Ed allora, non potendo io dimostrare inconfutabilmente che questa disposizione delle rocce  non sia dovuta all'azione di qualche forma di vita, non posso neanche scartare la tua ipotesi!" - concluse il cacciatore.
Per meglio onorare la sacra Piata , i due protagonisti del nostro racconto decisero di consumare ivi il loro pranzo al sacco ; mentre affiancavano il cibo del corpo a quello dalla mente, ecco arrivare in cima, attratti forse da qualche forza misteriosa, un primo ed un secondo visitatore: il primo proveniente dalla bocchetta Fioria via vallone di Lazin, il secondo dal passo di lago Gelato via vallone di Umbrias. Quanti fedeli oggi! Nessuno però proveniente dal vallone dell'Eugio! Che strano eh ? 

3. La sfida della nebbia

Può un'avventura essere ripetuta ? Secondo il giudizio di chi scrive no, altrimenti non sarebbe tale! Tuttavia, con i moderni mezzi tecnologici a disposizione, le tracce gps, i sentieri attrezzati e segnalati , la domanda da porre sarebbe la seguente : si può ancora vivere un'avventura ? Il vallone dell'Eugio e le sue zone limitrofe sono uno dei pochi luoghi delle Alpi dove la risposta può essere affermativa.
Ogni azzardo comporta però un prezzo, che solo pirati "navigati" sono in grado di correttamente valutare e di "pagare".
E così questa volta l'alto vallone dell'Eugio riservò ai viandanti non già la sfida di percorrerlo al calar delle tenebre , ma in presenza della nebbia!
Eh si, perchè durante la "pausa pranzo" le prime nubi avevano cominciato a lambire le montagne circostanti.
La cresta nella nebbia..

Lì in fondo dovrebbe vedersi il lago Gelato


A dire il vero la nebbia non era così fitta e permaneva una discreta visibilità , visibilità che però cominciava ad essere scarsa e problematica in una zona  priva di sentieri e segnaletica quale quella che doveva essere percorsa! Alla mancanza di segnaletica sopperiva fortunatamente la buona conoscenza del territorio dei due avventurieri...
Lago Gelato nella nebbia


Senza grossi problemi dunque , dopo aver percorso un tratto di cresta ed essersi poi abbassati leggermente a raggiungere la traccia che sale dal vallone di Umbrias, il Varda e Marianna raggiunsero il valico: il  lago Gelato sfortunatamente appariva immerso nella nebbia e  non fu possibile apprezzarne la visione d'insieme.


Ridiscesi fin quasi a toccarne le sponde sul ripido pendio di sfasciumi, deviarono a sinistra per placche fino a raggiungere l'emissario del lago in un punto attraversabile: la via di discesa passava infatti dalla sponda dx idrografica del vallone dell'Eugio.
Uno dei laghi Bort


Procedendo ora speditamente su comode placche di gneiss, inframmezzate qua e là da morbidi tappeti erbosi ,  e facendo sempre bene attenzione a mantenere la giusta direzione su un percorso conosciuto quasi a memoria , in breve arrivarono al cospetto dei bei laghi Bort.
Le condizioni di scarsa visibilità , che avrebbero potuto anche variare in peggio, purtroppo costringevano a proseguire la "corsa" , impedendo loro di gustare appieno le meraviglie di quei luoghi!
Lago Boccutto
E così, continuando a cavalcare lungo le placche, ecco che i due raggiunsero le sponde del bel lago Boccutto; di qui l'idea era quella di raggiungere  nuovamente il vallone delle Losere per poi risalire alla bocchetta del Boiretto.
Vi è infatti un passaggio, segnalato da alcuni ometti, che consente di accedere al piano del lago Losere superiore. Ai due viandanti bastò un momento di maggiore visibilità per individuarlo e non perdere l'idea della sua posizione sul territorio, raggiungendo così il punto desiderato dopo un saliscendi su terreno alquanto faticoso.




4. Il vallone delle Losere

Arrivo al lago Losere superiore





La visibilità nel vallone delle Losere era purtroppo di gran lunga peggiore; non disperando tuttavia di riuscire ancora a raggiungere la bocchetta del Boiretto, i due decisero di proseguire in direzione del valico cercando di perdere meno quota possibile, con l'idea di raggiungere  la traccia per la bocchetta Fioria, per poi seguirla a ritroso .
Lago Losere nella nebbia
Anche l'orologio non poteva più  a questo punto  venir perso di vista, dato che il vallone del Boiretto non è uno di quei posti in cui si può agevolmente procedere di notte, anche con una torcia
Alpe Losere superiore
Arrivati al lago delle Losere, immerso nella nebbia, data l'ora e la visibilità, al Varda ed a Marianna non restava altro che scendere al lago d'Eugio: lungo tale traccia sapevano infatti che avrebbero potuto fare affidamento se non altro su qualche ometto di pietra, mentre la traccia per la bocchetta del Boiretto ed il sentiero percorso in salita sarebbero stati piuttosto difficili da individuare ; inoltre il sentiero dal lago d'Eugio al suo "delta", così come   il gta che saliva al monta Arzola, potevano essere tranquillamente percorsi anche di notte.
Lago d'Eugio nella nebbia...


A mali estremi, estremi rimedi: dal lago Losere in poi si rese necessario un frequente utilizzo della cartina, che  incrociata con la posizione data dall'applicazione gps installata sullo smartphone e con quanto ricordava la memoria ,  consentì di raggiungere in sequenza le alpi Losere superiore ed inferiore, non senza qualche piccolo intoppo dato che la traccia di quella che una volta era "la strada delle vacche", era ormai diventata in molti punti talmente labile da essere pressochè indistinguibile da una comune traccia di camosci! Per fortuna alcuni ometti ed alcune "infrastrutturazioni" residue consentivano ancora di apprezzarla e di ritrovarla in caso di smarrimento...
Costeggiamo il lago d'Eugio ancora con la luce...


Fino a questo punto, "se non tutto giusto, quasi niente di sbagliato", o meglio fino ad un ometto di pietra di dubbia interpretazione, incontrato in un punto "fuori sentiero".
- " Che cosa mai potrà significare questo ometto ? Che non va oltrepassato in quella direzione o che va seguito ? " -  si interrogarono Marco e Marianna.
Una traccia pianeggiante e piuttosto marcata in direzione lago d'Eugio sembrava far propendere per la seconda ipotesi : invece si rivelerà soltanto una traccia di camosci , per di più diretta in una zona di salti! Di lì non si poteva passare!
E allora dietrofront! I due iniziarono così cautamente a risalire, questa volta in direzione del lago Nero d'Eugio, finchè una momentanea apertura schiuse alla loro vista l'ultima parte della traccia ( e facendo loro capire che l'ometto di cui sopra era un segnale da non oltrepassare) :e allora giù di corsa ( per quanto possibile)!
Era  ancora infatti necessario costeggiare il lago: anche qui naturalmente il percorso era pulito ed evidente , ma grazie al cielo riuscirono a percorrerlo con la luce e dunque speditamente e senza grossi intoppi!

5. Tutto è bene ciò che finisce...


Dopo aver gustato un caffè caldo in riva al lago d'Eugio, gentilmente offerto da due pii monaci del locale convento, ecco che il Varda e Marianna  ripartirono, questa volta con le pile frontali: ed in un'oretta e mezza circa arrivarono sani e salvi in quel di Cussalma. Avendo infatti la possibilità di sfruttare un passaggio in vettura da Cussalma a Ribordone,  i due avevano optato per la discesa in quella direzione, dato che il sentiero, recentemente ripulito e risegnato, offriva maggiori garanzie "notturne".
C'è poco da fare: un giro così lungo andrebbe fatto partendo ( e non arrivando) di notte,  oppure più convenientemente e piacevolmente spezzato in due giorni ( ah, se solo ci fosse un rifugio nel vallone dell'Eugio) e mai ( sia bandita ogni superbia dal mio scrivere) , ripeto mai andrebbe affrontato, specialmente all'interno del vallone dell'Eugio, in condizioni di scarsa visibilità così come riportato nel racconto!
E però, se ci fossero tracce ben segnate ed un comodo rifugio, il vallone dell'Eugio manterrebbe quel sapore d'avventura , quel suo aspetto misterioso e selvaggio ?  E' davvero questo il vallone che vorremmo ? 
Arrivederci ed a presto con le Storie!











martedì 4 settembre 2018

Moncimour da Cussalma ( vallone dell'Eugio integrale)

Tutte le strade portano a casa mia...

Punta Gialin vista dal Moncimour
Punta Cia, Monte Arzola, Cima Testona, Piata di Lazin, Punta Gialin, Moncimour: ecco l'elenco delle cime che fanno da corona a a Cussalma, la frazione di Locana nella quale abito, e cioè che da "casa mia" è possibile pensare di raggiungere a piedi in giornata.
Ma perchè proprio in giornata, qualcuno potrebbe chiedersi ? Beh, semplicemente perchè su più giorni a piedi da casa mia si potrebbe anche raggiungere il Monte Bianco, per dire...
Ed è così che da un pò di anni coltivo questo modesto sogno, quello di raggiungere almeno una volta, quando se ne presenti l'occasione, tali cime da casa mia.
Al momento fanno parte della collezione Punta Cia ( naturalmente raggiunta secondo un percorso un pò desueto)  , il Monte Arzola  ( la più facile, fatta più volte ed anche con la neve) e la Piata di Lazin ( gita memorabile ).  Tra le mancanti, Cima Testona non è un problema e la Gialin è la più lontana, posta proprio in fondo al vallone dell'Eugio: perchè non provare allora con il Moncimour (tutto sommato si tratta ( da cartina )   di circa 2500 m di dislivello  come la Piata )  ? 
A fine agosto 2018 decido che è scattata l'ora x, e contatto l'amico Franco: se il meteo è buono, si proverà! Il mio pronostico è di 6 h di salita per arrivare in vetta.

Ritrovo h 6,00 

Si sale mentre non è ancora giorno
Ci troviamo che è ancora buio ad imboccare il sentiero che sale lungo il vallone dell'Eugio, ed a dire il vero siamo entrambi un pò acciaccati: Franco è andato solo due giorni prima alla Torre Lavina da Campiglia ( altra escursione lunghissima e non banale) ; io , causa un impegno la sera precedente, ho dormito meno di 4 ore...
Nonostante questo, siamo convinti di potercela fare, anche se non ne siamo sicuri al 100%: "se per caso non ce la faccio, mi fermo prima" - dice Franco;  "finchè non arrivo in cima non posso dire di farcela" - dico io.   A dire il vero, io non credo neanche per un istante che Franco non ce la possa fare, e forse lui crede lo stesso di me, ma penso che sia giusto mettere le mani avanti di fronte ad un percorso tutt'altro che banale.
Certo qualcuno potrebbe obiettare che sono "soltanto" 2500 m di dislivello e che nei super, mega ed iper trail tanto in voga al giorno d'oggi di metri di dislivello ne fanno anche 5000, 8000 in giornata, ma prima di tutto noi non siamo trailers, ed in secondo luogo il percorso che dobbiamo affrontare è tutto un altro paio di maniche ( e lo vedremo).

Chi va piano va abbastanza lontano

Si fa giorno...
Camminiamo da circa una decina di minuti quando Franco mi redarguisce: " con questo passo, io non faccio tutto quel dislivello!"
 - "Neanch'io, hai ragione. Meglio rallentare! "
 - "Quando si fanno gite così lunghe, bisogna cercare di avere un passo regolare!"
Per questo motivo cominciamo a tenere sott'occhio l'orologio, affinchè il nostro allenamento non ci tradisca paradossalmente sulla lunga distanza, facendoci camminare ad un passo troppo svelto.
Alle 6,40 siamo a Balmetta; alle 7,00 attraversiamo il rio Eugio sulla passerella in legno di Ugiet: abbiamo un passo giusto e non ci resta che mantenerlo, sperabilmente fino alla fine!
Il sentiero è stato recentemente "rinfrescato" dopo la pulizia effettuata un paio d'anni fa e quindi non possiamo lamentarci ; si tratta comunque di un percorso meno agevole e più faticoso rispetto ad altri sentieri più frequentati e rinomati, p.es. quelli che da Ceresole raggiungono il rifugio Jervis od il colle Sià, dove si può salire comodi anche con scarpe da trekking basse. E' interessante constatare come le tacche di minio fatte nel 1993 circa dall'ex sindaco di Locana ( nonchè guardiano ) Piero Guglielmetti siano ancora visibili, mentre quelle rosse fatte due anni fa con la bomboletta siano ormai praticamente scomparse!
Dopo  2 ore e un quarto raggiungiamo la pista carrozzabile che porta alla diga d'Eugio; una volta attraversato lo sbarramento, la pacchia è finita.



Nessuno segni quel vallone...

Lago d'Eugio al mattino
Dalla valle Soana, tacche rosse guidano gli escursionisti fino al passo del lago Gelato, nel vallone di Umbrias, o fino alla bocchetta Fioria, nel vallone di Lasin, e poi si interrompono; allo stesso modo da Ribordone sono segnati i sentieri fino alla bocchetta del Boiretto, per non dire del Gta che dal monte Arzola scende al lago d'Eugio. Pure da Locana  la segnaletica del sentiero da noi percorso o quella proveniente dal casotto Pngp della Colla ( sempre Gta) non prosegue oltre lo sbarramento; anche dal vallone di Valsoera, in direzione del passo Moncimour, la segnaletica si ferma al lago di Motta. 
Mai nessuno ha tentato di segnare la parte alta del vallone, se non con i classici ometti di pietra e, almeno dal mio punto di vista,  farlo oggi risulterebbe quasi un sacrilegio, una profanazione di un ambiente selvaggio ed incontaminato, dove  l'azione dell'uomo ha avuto effetti limitati perfino nel passato.
Addirittura in alcuni vecchi diari alpinistici , redatti nel periodo tra le due guerre mondiali, sono annotati problemi circa l'individuazione dei sentieri, con relative perdite e "ravanamenti" ! 
Invece oggi, ecco la sorpresa: rispetto all'anno scorso, delle tacche rosse compaiono dopo lo sbarramento lungo l'esile traccia di sentiero; a dire il vero, come nota giustamente Franco, sembrano parecchio sbiadite. Eppure ad ottobre dello scorso anno non c'erano!
"Beh, più fortunati di così non possiamo essere" - dico io - " hanno dato una ripassata al sentiero da poco,ed  ora qualcuno si è pure preso la briga di segnare la parte alta del vallone!  Vediamo fin dove sono arrivati!"
La nuova e pallida segnaletica è fatta bene, ma ancor prima di giungere al ripiano ove si stacca sulla destra la traccia che sale ai laghi delle Losere e verso la bocchetta Fioria, essa termina. Probabilmente la bomboletta di vernice spray era alla fine: ecco un altro segno del destino.
L'alto vallone dell'Eugio non ne vuole proprio sapere delle tacche rosse e forse ha ragione: sono davvero necessarie? In fin dei conti degli ometti di pietra fatti bene, magari con un bel ferro centrale come si vede a volte lungo il Gta, sarebbero virtualmente inamovibili ed eterni...

Dal Lago d'Eugio all'alpe Leyner

Questa è di gran lunga la parte più ostica e faticosa del percorso: la traccia di sentiero è ormai esilissima, ed in larga parte quasi completamente occlusa dal rigoglio della vegetazione arbustiva ( specialmente rododendri ) . La situazione peggiora ogni anno ed occorre fare molta attenzione nel seguire i vecchi ometti, poichè  rimanere nella traccia, per quanto "sporca" e quasi invisibile, consente comunque di risparmiare molto tempo e fatica; perderla significherebbe procedere a vista tra macchioni di rododendri, ciuffoni d'erba, pietraie, buchi...
Chi è abituato ai bei sentieri , magari percorribili con scarpe da trekking basse, o  magari meno allenato, già troverebbe più faticoso il percorso Cussalma-Eugio; dal lago in poi occorre essere allenati ai percorsi fuori sentiero in presenza di vegetazione per non pagare eccessivamente pegno.
Noi fortunatamente questo tipo di allenamento l'abbiamo, e quindi riusciamo a procedere in maniera abbastanza spedita anche su questo genere di terreni,  cosa che però non ci mette al riparo dal fare una fatica maggiore a parità di distanza\dislivello: siamo umani.

Un alpeggio primitivo...


Alpe Savolere ( foto d'archivio) 
"Avrebbero dovuto chiamarla Balme Savolere, altro che alpe!" . Franco non ha torto, così come è azzeccato l'aggettivo "primitivo" che gli viene spontaneo affibbiare a questo vecchio alpeggio, tutto realizzato intorno alla presenza di grandi massi e balme: sono infatti numerosi gli studiosi e gli esperti che affermano come gli alpeggi più antichi, cioè quelli nati prima dei grandi disboscamenti e dissodamenti medioevali ( e qui, a quota 1935 m, siamo ancora su un terreno teoricamente colonizzabile da parte del bosco ) , sfruttassero proprio la presenza di questi ripari naturali per ricoverare animali e pastori; costruzioni d'alpeggio più evolute cominciarono a diffondersi soltanto  in tarda epoca medioevale.
Intorno alla balma centrale si intravedono ancora le vestigia della vegetazione che doveva essere presente ai tempi del regolare utilizzo di queste superfici , caratterizzata dalla presenza di buone specie foraggere, ormai circondate sempre più strettamente dalla vegetazione arbustiva, che prepara il ritorno del bosco.
Il masso spaccato a metà ( foto d'archivio) 
Per quanto ci è dato osservare oggi, la balma centrale  ( che ha più vani) veniva utilizzata sia come abitazione che come locale di caseificazione; poco più a destra della stessa, in direzione del torrente, sono visibili anche i resti di un piccolo crutin; a sinistra del sentiero invece si possono osservare, presso altrettanti grandi massi, quelle che dovevano essere 3 piccole stalle.
Vista d'insieme dell'alpe Savolere ( foto d'archivio)

Di notevole interesse sono anche il laghetto dell'alpe ( che a stagione avanzata potrebbe presentarsi asciutto) e l'enorme masso "spaccato" ( esattamente in due) posto in fondo al piccolo pianoro...
"E' caduto e si è spaccato in due" - osserva Franco: potrebbe avere ragione!

Un lungo lago...

Giunti al termine del pianoro dell'alpe Savolere, una traccia di sentiero sale , tra rocce e rododendri, fino a sbucare nella conca occupata dal lungo lago Nero d'Eugio, traccia che è davvero impegnativo cercare di non perdere ( per fortuna ci sono dei piccoli ometti di pietra ben posizionati) !  Arrivati al lago, decidiamo che è giunto il momento di fare un piccolo spuntino prima di proseguire, visto che nel frattempo il sole ci ha raggiunti.
Il sole arriva al lago Nero
Ora che il sole non batte ancora sul lago, si vede proprio che è nero ! Al colore scuro delle acque si aggiunge poi quello della parete rocciosa che delimita il lago  in direzione NO , in larga parte annerita dalle acque che scolano lungo la sua superficie. Controlliamo l'ora: stiamo continuando a salire bene ed in maniera regolare, perchè dal lago d'Eugio a qui abbiamo impiegato poco più di un'ora! "Se arriviamo  bene all'alpe dei Fons, è fatta, vuol dire che ce la facciamo" - sentenzio io.
Il nostro allenamento sui percorsi poco tracciati si sta rivelando prezioso, così come il passo regolare; quando alcuni anni fa con l'amico Michele eravamo saliti da casa mia alla Piata di Lazin , avevamo raggiunto la pista carrozzabile nel notevolissimo tempo di 1h e 30 , per poi impiegare comunque circa 6h e 30 per arrivare in cima, quasi sicuramente più stanchi di quanto saremmo stati se avessimo adottato un passo meno svelto in principio, anche se a dire il vero non ricordo di aver provato una particolare stanchezza a fine giornata ma , si sa, la memoria tende ad edulcorare i ricordi man mano che si "dimenticano".

Un percorso affascinante...

Il sentiero ora prosegue costeggiando la sponda dx idrografica del lago, fin quasi al suo termine, per poi rimontare sopra la parete rocciosa che delimita il lago in direzione dell'alpe Leyner ( alpe del lago Nero) , tra rocce montonate e chiazze erbose.
Vista su lago Eugio e lago Nero dall'alpe Leyner
Mi ha sempre affascinato il fatto che dei capi bovini fossero condotti lungo un tale percorso, con  la parete strapiombante sul lago poco più in basso, "lose" da attraversare etc: senza dubbio si metteva a rischio un bel capitale!
La verità è che si trattava di una vera e propria mulattiera, con tanto di scalini in pietra e muri di sostegno, tale da consentire a pastori e capi di bestiame di passare in sicurezza: qua e là se ne intravedono ancora i resti ( ci sono perfino dei ferri piantati nelle rocce montonate per reggere  gli scalini).


Una delle costruzioni dell'alpe dei Fons
Lasciata a dx l'alpe del Lago Nero ( completamente diroccata), la ( ex) mulattiera risale ora dei ripidi pendii erbosi, fino ad attraversare il rio Eugio per raggiungere l'alpe dei Fons, nome che con ogni probabilità sta ad indicare che questo era l'ultimo alpeggio del vallone, quello posto "al fondo". Anche le costruzioni di questo alpeggio hanno un sapore molto "primitivo" (eppure esseri umani ed animali le utilizzavano ogni anno) , e si trovano oltretutto in un ambiente ancora più roccioso e selvaggio. In direzione del lago Boccutto intravediamo alcuni stambecchi:  nonostante noi siamo ancora parecchio lontani, ecco che già corrono a nascondersi: perfino gli animali selvatici sono più selvatici in questo vallone dimenticato.  Un comportamento schivo degno dei camosci del versante piemontese del Pngp...
Anche in questo tratto di percorso non abbiamo perso ritmo: ora non ci resta che rimanere concentrati per fare l'ultimo sforzo.
Perfino gli animali selvatici sono più selvatici... ( e le foto vengono mosse) 



Direzione Moncimour ( come l'Elbrus ? ) 

Arrivati all'alpe dei Fons non conviene andare al lago Boccutto, ma puntare direttamente alla bocchetta superiore dell'Alpuggio salendo in direzione del Moncimour; per un tratto si rinvengono ancora i resti di una mulattiera, poi si comincia a salire, per pietraie e rocce montonate, in direzione dell'inconfondibile depressione, caratterizzata dal versante Eugio dalla presenza di  una  piramide rocciosa che sembra occuparne il centro.
Poco sotto la bocchetta chiedo a Franco l'ora ed il dislivello:  "Il dislivello ho smesso di leggerlo a 2000 m per non spaventarmi..."  - mi risponde.
" Era dal giorno in cui sono andato in cima all'Elbrus che non provavo questa sensazione...cioè comincio a sentirmi stanco!" - osservo io.
L'espressione del volto di Franco non ha bisogno di parole per essere tradotta: nella mia mente è come se vicino ad essa ci fosse un fumetto, con su scritto: " e allora che cosa dovrei dire io che l'altro ieri sono andato alla Torre Lavina da Campiglia? " In effetti...
La "piramide" della Bocchetta Superiore dell'Alpuggio con alcuni camosci
Un gruppo di camosci, accortosi del nostro arrivo, comincia a spostarsi più che per tempo ( davvero superdiffidenti) ; arrivati alla bocchetta , Franco ricerca il giusto passaggio ed in breve cominciamo a percorrere l'elementare cresta, arrivando in breve a raggiungere l'agognata vetta, in un più che onorevole tempo di 6 h e 15 minuti, pause comprese.  Appena un quarto d'ora più del previsto!
Il gruppo del Gran Paradiso visto dalla cresta del Moncimour

Dopo aver ammirato per bene il panorama, decidiamo di scendere prima di fare un'altra pausa ristoratrice, perchè il tempo sta cambiando e "as sa mai", trovare delle nebbie da queste parti sarebbe poco simpatico.
Panorama verso il colle di Ciardonei ed il vallone del Rio Motta; sullo sfondo Ondezana e Apostoli

Il lago Gelato e l'omonimo passo

Il lago di Motta 

Guardando in direzione della Piata di Lazin, risulta evidente come raggiungere tale cima sia molto più corto meno faticoso, nonostante i circa 2500 m di dislivello, anche perchè il percorso è decisamente più comodo.

Panorama verso Piata di Lazin e Monte Colombo

In discesa optiamo per il canale che tra pietre e sfasciumi porta a scendere direttamente nel vallone dell'Eugio , a circa 15 minuti di distanza dal lago Gelato, al quale però rinunciamo essendoci stati già altre volte ed avendolo appena visto quasi integralmente dall'alto!

I laghi Bort e  Boccutto

Arrivati nel vallone, anzichè ritornare sui nostri passi in direzione dell'alpe dei Fons, decidiamo di passare per i laghi Bort e Boccutto, che all'andata avevamo "saltato" per accelerare i tempi.
Uno dei laghi Bort


Camosci nella nebbia

Scendendo in direzione di questi laghi , diventa davvero spettacolare il paesaggio,  caratterizzato dalla predominanza di rocce montonate ( non credo che in nessun altro vallone della zona se ne possa osservare un sistema così vasto) , almeno fino al lago Boccutto!
Ambiente dominato da rocce montonate

Stambecchi

Lago Boccutto


Anche i pascoli vicini alla conca del lago Boccutto costituivano una risorsa fondamentale per i capi bovini che un tempo qui salivano durante la stagione estiva: una vera e propria mulattiera, con grandi scalini in pietra (  in buona parte conservata ) collegava infatti l'alpe dei Fons alla suddetta conca. Quando arriviamo al  lago, il cielo è ormai coperto e comincia a calare un pò di nebbia; raggiunte le sue sponde, ci concediamo la pausa ristoratrice cui avevamo rinunciato in cima.

Resti della mulattiera che conduceva sin sulle sponde del lago Boccutto

Ritorno a valle

Lasciata la conca del lago Boccutto, con alcuni saliscendi pervienamo nuovamente all'alpe dei Fons, dalla quale con il medesimo percorso di salita facciamo ritorno a Cussalma.
La nostra maggiore preoccupazione ora naturalmente è quella di risparmiare tempo e fatica, facendo ben attenzione a non perdere la traccia, in particolare tra l'alpe Leyner ed il lago d'Eugio, raggiunto il quale possiamo finalmente scendere in maniera più "rilassata" ( quantunque la discesa sia ancora lunga!).
E fortunatamente per noi tutto si svolge senza intoppi! Ma quanto dislivello avremo fatto, e per quanti chilometri avremo camminato?  Alla fine le statistiche del gps di Franco saranno impietose: 27,80 km per 2700 m di dislivello. E che dislivello e che chilometri!
-" Non avevo mai fatto così tanto dislivello in giornata in vita mia!"- dico io.
- "Quando sono andato al Rocciamelone da Susa ho fatto 3000 metri di dislivello e parecchi chilometri, ma non ti stanchi mica così!"  - osserva Franco.
Si tratta proprio di "tutto un altro paio di maniche", inutile star lì a discutere! .







Conclusioni

Alla fine di questo articolo, mi sia concesso di formulare un appello, un suggerimento ed un auspicio circa l'alto vallone dell'Eugio:
  1. il sentiero dal lago d'Eugio all'alpe Leyner necessita urgentemente di un intervento di pulizia , perchè è ormai quasi scomparso, chiuso dagli arbusti. E' in previsione un intervento fino al lago Nero e speriamo venga fatto al più presto; un intervento di ripristino fino all'alpe dei Fons consentirebbe inoltre di riportare alla luce la vecchia mulattiera...
  2. per quanto riguarda la segnaletica, sarebbe bello se fosse realizzata unicamente con ometti di pietra costruiti a regola d'arte e ancorati tramite tondini di ferro alle rocce sottostanti, sia per motivi  di natura estetica ( provare per una volta a fare a meno del rosso dei segnali di vernice) , sia per motivi di scaramantico rispetto ( mai nessuno ha segnato con vernice la parte alta del vallone: perchè dovremmo essere "noi" i primi a farlo ?).
  3. Speriamo che l'idea di realizzare un rifugio escursionistico nel vallone prosegua !
Arrivederci ed a presto con le Storie!