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domenica 27 settembre 2020

Indiana Jones ed i misteri del regno delle placche ( Piata di Lazin e Lago Gelato da Ribordone )








I. Il vallone del Boiretto

Il vallone  del Boiretto, inciso dal rio omonimo,  affluente della dx idrografica del torrente Ribordone,  è caratterizzato nella   parte bassa  da una morfologia valliva  pressochè  indistinguibile, limitata alla zona alveale; è poco a a monte della confluenza del rio Testona che tale morfologia diventa evidente,  delimitata dai contrafforti di cima Testona ad ovest -nordovest e del monte Colombo ad est.
Cartografia e percorso fino al Lago Nero d'Eugio


Tale evidenza è però celata alla vista dei visitatori che limitino la loro presenza al fondovalle od alle frazioni principali del comune  di Ribordone da quegli stessi contrafforti che contribuiscono a crearla: per apprezzarla è necessario mettere gambe in spalla e camminare. 
Si sale nel bel bosco di abeti, non ancora baciato dal sole

Nondimeno alle ore 7 del mattino del 4 settembre 2020 veniva parcheggiata alla frazione Ciantel del Re un'automobile, dalla quale scendevano un piemontese ed una romana , entrambi d'atletica statura e con membra sviluppatissime e muscolose, che lasciavano presagire forza ed agilità degne di camosci e stambecchi.
Salendo nel vallone del Boiretto

Erano un bel tipo di piemontese, sui quarant'anni, con abbronzatura da muratore , labbra grosse a corredo di un'ammirabile dentatura e la pelle lucida, recentemente unta con la crema protettiva 50  ed un'avvenente romana, sui trent'anni, con un sorriso smagliante, occhi vispi da furetto ed una carnagione abbastanza chiara nonostante il ripudio delle creme solari.
- La zona del vallone del Boiretto è ancora tutta in ombra! Meglio! - diceva il piemontese -  Così saliremo con meno fatica !
-"Per me va tutto bene, tanto io non ci sono mai stata"
Il Varda e Laura de Roma, così si chiamavano i due,  imboccarono dunque la pista agrosilvopastorale per l'alpe Oregge fin sui 1500 m di quota, dove svoltarono a destra prendendo il sentiero per l'alpe Laval, ormai ridotto perlopiù ad una labile traccia scarsamente visibile nel rigoglio della vegetazione. Fortunatamente alcuni indigeni avevano segnalato il percorso con bolli di vernice rossa, facilitando ai due giovani  il fondamentale compito di mantenere il giusto percorso. Un compito fondamentale non tanto perchè  i due corressero il rischio di perdersi, quanto per risparmiare le energie in vista della lunga escursione che li aspettava: uscire dal percorso significava infatti raddoppiare la fatica dell'avanzamento.
Alpe Laval

In questa prima parte del percorso attraversarono il bel bosco di abete rosso localmente denominato della "Pefa", dalle cui ombrose fronde uscirono quando giunsero in vista dell'alpe Laval.     
Lasciati a destra i ruderi dell'alpeggio, ormai da tempo abbandonato, il sentiero prosegue, salendo sempre nei pressi del rio Boiretto ;si tratta tuttavia di un percorso sempre da ricercare, poichè in  alcuni punti la vegetazione è talmente rigogliosa che le felci superano l'altezza-uomo! Buchi nascosti e la temibile e scivolosissima erba localmente chiamata "ulinna", completano il quadro di un percorso piuttosto malagevole.
Felci ad altezza uomo !!!



La fitta vegetazione però non incuteva nei due alcun timore: il Varda era infatti noto anche come il "cacciatore di sentieri", mentre Laura de Roma era una giovane promessa dell'arrampicata che godeva la fama di spericolata avventuriera
Il mix tra i due era perfetto: l'entusiasmo e le capacità sulla roccia di Laura consentivano infatti al Varda di ampliare il raggio d'azione delle sue esplorazioni a terreni più prettamente alpinistici, mentre l' esperienza e la  buona conoscenza del territorio del piemontese permettevano alla romana di conoscere sempre meglio il territorio delle valli Orco e   Soana. L'obiettivo della giornata era quello di visitare il mitico "regno delle placche", terreno di caccia prediletto del Varda.
- "Sai, mi sembra di essere un pò come nei film di Indiana Jones..." - disse Laura
All'alpe Boiretto inferiore, sfida boulder superata!
Giunti nei pressi dell'alpe Boiretto inferiore,  incontrarono una simpatica mandria di manze e manzette; vicino ai ruderi, un masso attirò la loro attenzione: ed ecco che lì per lì il Varda lanciò  l'idea di una "sfida boulder"( cioè arrampicarsi sul masso - ndr ), che naturalmente venne superata senza problemi da entrambi...

Dall'alpe Boiretto superiore, uno sguardo al terreno di salita

Alpe Boiretto superiore




Il percorso ora si era fatto molto più agevole ed evidente grazie alla vegetazione d'alta quota,  più bassa e rada, ed all'ambiente aperto nel quale si svolgeva.  Proseguendo lungo il sentiero toccarono quindi l'alpe Boiretto superiore, ormai ridotta a ruderi, per  poi giungere nell'ultima parte del vallone, già facente parte del meraviglioso regno delle placche.  
Qui infatti il terreno comincia ad essere caratterizzato dalla presenza di magnifiche placche di gneiss, sempre più grandi e sempre più continue. Nella parte alta del vallone del Boiretto si trovano davvero gli scorci più spettacolari dell'intera valle di Ribordone.
Poco oltre i ruderi, ecco che Laura de Roma , osservando una parete lì vicina, lanciò l'idea di una nuova sfida, consistente nell'arrampicata in fessura, sfida alla quale il Varda non potè sottrarsi, avendo poco prima lanciato quella "boulder"!


Arrivo alla bocchetta del Boiretto

Se per la romana superare la sfida fu un gioco di ragazzi, la cosa si rivelò decisamente più complicata per il piemontese, poco avvezzo alla disciplina , tanto che concluse l'ultimo passaggio per raggiungere la sommità della parete ( a dire il vero un pò atletico)   con qualche brivido ed un pò d' adrenalina, tali da renderlo per qualche istante tremebondo.
Arrivo alla bocchetta del Boiretto

Arrivati infine alla bocchetta del Boiretto, valico che mette in comunicazione il vallone del Boiretto con quello delle Losere ,ecco che fecero  mostra di sè il Gran Paradiso ed il sottostante lago delle Losere. Da un punto di vista meteorologico la giornata era perfetta: un cielo blu intenso, del tutto privo di nuvole!

    Dalla bocchetta del Boiretto: in primo piano il Lago Losere, a dx la Piata di Lazin, al centro il Moncimour ed a sx il Gran Paradiso

2 Alla bocchetta Fioria

Dopo un breve tratto in discesa...


























Dalla bocchetta del Boiretto, lanciando uno sguardo verso il versante Eugio occupato dal vallone delle Losere, risulta subito evidente l'origine del toponimo:estese placche di gneiss, quasi senza soluzione di continuità, occupano  la superficie a perdita d'occhio.   
...  contornando spettacolari pareti rocciose.

Estrema libertà
Proseguendo lungo la  traccia, sempre segnata da bollini rossi ,dopo un breve tratto in discesa  tra erbe e pietrame in direzione del lago Losere, Marco e Laura cominciarono a risalire in direzione della bocchetta Fioria lungo un largo canale erboso, contornando imponenti pareti rocciose. 
Ma ciò che vedevano alla loro sinistra era ancor più accattivante: l'immensa distesa di placche di gneiss! E così, senza esitazione, decisero di attraversare il canale e salire da quella parte
Quello sulle placche era un cammino privo di ostacoli, a pendenza variabile e di libera interpretazione; la ruvida superficie rocciosa  , così adatta alla progressione, dava sicurezza ad ogni passo, anche nei punti più ripidi: si provava una sensazione di estrema libertà, unita  ad  un forte legame con la montagna ed i suoi elementi, tanto forte da sembrare di  non poter essere sradicato da alcuna entità entità, fosse essa divinità, uomo, animale, cosa o forma di energia.
Sulle infinite placche...


Pareva loro di essere degli aquiloni dal filo di infinita lunghezza, saldamente in mano ad  immaginari bambini che li guidavano nell'aria.
Oasi nella roccia

In un piccolo pianoro erboso, una minuscola pozza d'acqua, contornata dai bianchi fiocchi degli eriofori, apparve come un'oasi nel "deserto" di roccia; da qui in breve giunsero alla bocchetta Fioria, passaggio che mette in comunicazione il vallone di Lazin con quello dell'Eugio\Losere, dove a sorpresa incontrarono altri due esseri umani. 
- "Buongiorno"- li salutarono Marco e Laura
- "Sentivamo delle voci e delle grida e ci siamo preoccupati..."
- "Scusateci, eravamo noi! Davvero non pensavamo di incontrare anima viva da queste parti! Ma voi da dove arrivate ?"
- "Da Boschiettiera, passando per la bocchetta delle Mule. Siamo fiamminghi! Ora andiamo al lago Gelato e poi torniamo dal vallone di Umbrias. E voi?"
- "Gran bel giro ! Noi siamo diretti alla Piata di Lazin! Buon proseguimento!"
-"Buon proseguimento!"
Autostrada con vista Gran Paradiso




3 Alla Piata di Lazin

Dalla bocchetta Fioria il percorso prosegue lungo quella che è a tutti gli effetti un'enorme cresta, talmente larga e con pendenze così dolci da essere difficilmente delimitabile, individuabile, quasi un'autostrada  asfaltata con placche di gneiss !
Tutto attorno è magnifico anche il panorama, che va dal gruppo del Gran Paradiso, alle montagne della val Soana fino al Monte Rosa ed al Cervino; sporgendosi sul lato Eugio  si cominciano a vedere anche i bellissimi laghi glaciali del vallone.

La Piata si avvicina
 
Marco e Laura continuarono così a camminare comodamente sulla larga cresta, fino a giungere in prossimità dell'ultimo pendio di pietrame che porta in cima alla Piata.
La Piata ed i patterned ground

La Piata di Lazin è un'enorme spianata, un campo da calcio a 3108 m di quota, un ambiente lunare; le rocce presenti sulla sua superficie, sotto l'azione dei cicli di gelo e disgelo, formano dei curiosi cerchi di pietra, denominati "patterned ground".
Ammaliati dalla bellezza del luogo e del panorama, i due giovani decisero di concedersi una bella pausa, quando l'orologio segnava le 14,00: tra sfide e pause contemplative e/o fotografiche varie , ben 7 ore erano letteralmente volate! 
Dall'estremità della Piata, vista verso il Gran Paradiso e la catena degli Apostoli
Tirati fuori dagli zaini i loro pranzi al sacco, cominciarono quindi a ragionare su quale percorso intraprendere in discesa...
-" Certo che arrivare qui è già un bel tiro!Potremmo anche tornare dalla stessa parte, oppure potremmo scendere ai laghi Losere e d'Eugio e poi fare ritorno dall'Arzola"
- "Per me è lo stesso: io qui non ci sono mai stata, mi fido di te!"
-" Con una giornata così non sarebbe male proseguire per cresta , raggiungere il passo del Lago Gelato, scendere dal vallone dell'Eugio e poi tornare dall'Arzola. In fin dei conti fin qui siamo arrivati bene, non siamo stanchi e le giornate sono ancora lunghe. Avevo chiesto informazioni al mio amico Loris, riascoltiamo insieme il suo vocale..."
- "Certo che solo così è difficile farsi un'idea precisa..."
- "Comunque il punto è che la cresta è quasi interamente camminabile ; ci sono alcuni tratti un pò esposti e poi ci sarà un pò da ricercare il passaggio per accedere al passo , ma sono convinto che io e te assieme possiamo farcela! Alla peggio, facciamo dietrofront"
Panorama sul Lago Gelato
Il demone del ravanamento aveva colpito ancora il cacciatore di sentieri ! Più pericoloso del semplice morbo, esso abitava da tempo immemore quei luoghi abbandonati dall'uomo, sempre in agguato per sorprendere gli incauti visitatori. 
Il Lago Gelato, visto da qui , sembra  un tesoro blu racchiuso entro una ciclopica fortezza di roccia, sembra sfidarti: "sei in grado di raggiungermi, o viandante ? " Forse il demone vive entro quelle acque cristalline...
Dulcis in fundo, ecco che a sopresa il Varda tirò fuori dallo zaino una diamonica e cominciò a suonare ( per come riusciva ):  un inno alla libertà, alla montagna, alla vita...




4 Al Passo del Lago Gelato

Dall'estremità nord della Piata, alcuni ometti in pietra indicano l'attacco della successiva cresta per il Passo del Lago Gelato. Si tratta di una cresta di blocchi e massi accatastati, in cui è necessario qua e là utilizzare le mani per la progressione, e con tratti abbastanza esposti in particolare sul versante Eugio.


sulla cresta




"Cercate per quanto possibile di farla camminando seguendo il filo e non fatevi tirare a scendere verso l'Umbrias, che poi sotto ci sono i salti". Con questa semplice frase, Loris de Lazinet aveva fornito ai due viandanti la chiave per non commettere errori di percorso.
Il percorso di cresta si rivelò  molto piacevole, offrendo divertenti passi di facile arrampicata, uno stimolante  pizzico di adrenalina grazie all'esposizione e la soddisfazione della ricerca costante del passaggio migliore , non essendoci un percorso prestabilito nè obbligato.
Giunti quasi al fondo della cresta, quando essa rimonta per poi interrompersi bruscamente in corrispondenza del passo, Marco e Laura cominciarono ad abbassarsi in maniera guardinga, alla ricerca del passaggio d'uscita verso il colle ( Loris aveva parlato di un camino):a maggior ragione ora, dopo tante ore di cammino, diventava ancor più fondamentale risparmiare le energie per evitare errori di percorso che sarebbero stati pagati al prezzo di faticose risalite!




Verso il passaggio d'uscita

Individuato il passaggio d'uscita verso il canalone adducente al colle,  che effettivamente richiese una breve disarrampicata, Marco e Laura  guadagnarono il passo con un'ultima faticosa risalita tra gli sfasciumi. Ancora una volta, come non fermarsi ad ammirare per bene il panorama ? Non sono posti dove ci si può andare tutto l'anno od una volta alla settimana.

Un'ultima faticosa risalita

Il lago Gelato



Scendendo dal passo verso il Lago 




5. Il lago Gelato

Il lago Gelato, posto ad una quota di 2846 m, è il più grande lago naturale del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Da qualunque parte lo si voglia raggiungere,  è necessario affrontare escursioni con grandi dislivelli e spostamenti notevoli, su terreno malagevole, spesso in mancanza totale di qualunque sentiero o segnaletica.
Dal passo omonimo, per un pendio di sfasciumi fini non eccessivamente ripido si raggiungono le sponde del lago: una spiagga di....manco a dirlo, placche!
Come resistere alla tentazione di mettere i piedi a bagno, anche se per poco , dato che l'acqua è freddissima ? 
Piedi a bagno...



- "Bisognerebbe tornare qui in un periodo ed in un orario giusto per fare proprio il bagno. Ma si potrà fare ? "
-" Si , nelle ore centrali ed in estate si, a patto di non rimanere troppo tempo nell'acqua, del tipo che si entra e si esce"

Due dei laghi Bort

6. Dal Lago Gelato all'alpe dei Fons

Il vallone dell'Eugio, nel tratto tra il lago Gelato e l'alpe dei Fons è tutto una "losa" e la discesa su queste immense placche  una vera goduria : bisogna soltanto fare attenzione a non farsi attirare nella parte centrale del vallone, dove sono presenti numerosi salti che potrebbero costringere, naturalmente, a dispendiose risalite. 
Il primo dei laghi Bort
...sulla spiaggia di placche al calar della sera...
Tale rischio non sussisteva per Laura e Marco, data la buona conoscenza del territorio del "cacciatore di sentieri"; considerato poi che il tempo cominciava a "stringere", toccato uno dei bei laghi Bort  decisero di rinunciare a toccare le sponde degli altri laghi minori e del grazioso lago Boccutto, puntando direttamente all'alpe dei Fons, ove avrebbero potuto fare rifornimento di acqua, dato che l'avevano finita!
Alpe dei Fons\1
Una vasta placca pressoché pianeggiante dava l'impressione di trovarsi su una spiaggia sospesa sull'orizzonte al calar della sera. Come non soffermarsi almeno per un attimo ? 
Alpe dei Fons
All'alpe dei Fons si arriva con ultimo traverso  verso ovest, lungo i resti della "strada delle vacche", un tempo ben sistemata ove necessario con scalini e puntali di ferro per consolidarli. La disposizione e la tipologia delle costruzioni che la compongono è davvero singolare ;  bellissima poi la posizione panoramica del rustico col tetto ad una falda ancora non crollato. Tali costruzioni sono così ben integrate nel territorio circostante che sembrano essere spuntate naturalmente da esso, come dei funghi dal terreno.
Dopo aver fatto rifornimento d'acqua ed una breve pausa, Marco e Laura ripresero il cammino: non vi era infatti tempo da perdere!!!

5. Dall'alpe dei Fons al lago Nero

Il "cacciatore di sentieri" sapeva infatti bene che la parte più difficile del percorso cominciava ora: se prima , pur in mancanza di sentiero e segnaletica, si camminava su superfici comode, ora era necessario discendere ripidi pendii di scivolosa erba ulinna, avendo a disposizione un  sentiero di fatto inesistente, fino all'alpe Leyner. E dopo l'alpe Leyner , le cose sarebbero peggiorate ancora, poichè le "ulinne" avrebbero lasciato spazio ad un inestricabile arbusteto di rododendri, ginepri e mirtilli fin quasi al lago d'Eugio.
Essendo ormai ben chiaro che non si sarebbe riusciti a rientrare di giorno a Ribordone, era fondamentale raggiungere il sottostante lago d'Eugio, dove riprendevano segnaletica e rete sentieristica, prima del calar della notte.Una sorda inquietudine pervadeva ora Marco , anche se non lo dava a vedere: il battito accelerato del cuore, il respiro a tratti più affannoso; il buonumore non abbandonava invece Laura, magari un pò stanca ma sempre ottimista.
La notte cala inesorabilmente sulla conca del lago Nero
Pur essendo arrivati all'alpe Leyner  abbastanza bene e mantenendo un discreto ritmo di discesa, le aspettative  riguardo al calar della notte dovettero essere ridimensionate: ora l'obiettivo realistico era quello di arrivare almeno all'inizio lago Nero prima di notte.
Ecco che diventava ora necessario non sbagliare più nulla: perdere la pur esile e sporca traccia avrebbe significato raddoppiare i tempi e triplicare la fatica!
Il lungo lago Nero viene così chiamato sia per via del colore scuro delle sue acque che per la possente parete scura che si trova al suo fondo; il "sentiero delle vacche"che serve l'alpe Leyner passa proprio a ridosso del precipizio determinato dalla parete suddetta, per poi costeggiare più o meno la sponda dx idrografica del lago.
Come da "programma aggiornato", il piemontese e la romana raggiunsero il fondo del lago Nero al calar della notte.
La notte al fondo del     Lago Nero


6. Into the dark - nella notte

Avete mai fatto caso a come il buio calmi gli animali , li faccia sentire al sicuro ? Ecco,lo stesso accadeva forse ora a Marco . E poi , essendo ormai notte fatta, non aveva più alcun senso preoccuparsi per il suo arrivo: non c'era null'altro da fare che concentrarsi al massimo per non perdere il sentiero e scendere il più in fretta possibile, portando a termine  la caccia di sentieri più importante e difficile mai fatta nella sua vita, una sorta di capolavoro forzato del ravanamento.
E' difficile descrivere con parole il turbinio di emozioni causate dal trovarsi di notte su un percorso rognoso ed accidentato, praticamente senza sentiero e con il concreto rischio di passare la notte svegli od all'addiaccio: la concentrazione massima nel non smarrire la giusta traccia di Marco, la strenua forza di volontà di Laura nel non lasciarsi vincere dallo sconforto e dalla stanchezza, cercando di seguire fedelmente  ogni passo, anche prendendosi  per mano laddove necessario; l'aiuto ed il conforto reciproco... 
Per Marco poi era assolutamente emozionante il solo fatto di trovarsi di notte su quel percorso, fatto così tante volte di giorno, anche se si sentiva tremendamente in colpa per aver valutato male i tempi e la situazione! Anzi, a pensarci bene la realtà è che questa volta Marco non aveva fatto alcuna valutazione, vuoi per  l'influsso del demone del ravanamento, che evidentemente causa la perdita del senso del tempo, vuoi perché non solo la montagna quel giorno era in cima ai suoi pensieri.  
Grazie al cielo Laura aveva con sè una pila frontale, e grazie a non so cosa Marco non sbagliò mai sentiero, almeno fino al pianoro del lago d'Eugio. Qui incontrarono una mandria di vacche , le quali  vedendoli arrivare di notte e con la luce della pila cominciarono ad agitarsi, trasmettendo in parte il loro stato d'animo anche ai due viandanti ormai molto provati, sia fisicamente che psicologicamente. Questo fattore, unito al diffuso calpestio delle vacche nei pressi del lago , fece sì che i due smarrissero la traccia proprio alla fine, mettendoli ancora una volta alla prova con un'ulteriore fatica supplementare, che per giunta era anche irritante essendo ormai giutni in vista della diga con le sue luci!
Quando raggiunsero la casa di guardia, erano circa le 22,00; dovendo entrambi lavorare il giorno dopo, non poterono però accettare l'offerta di passare lì la notte, ma di buon grado e con grande appetito mangiarono un piatto di pasta  e bevvero dell'acqua fresca!




Affrontare la risalita per l'Arzola era ormai impensabile date le condizioni fisiche: per fortuna i guardiani li informarono che  il sentiero che raggiungeva il lago d'Eugio dal fondovalle era appena stato pulito e risegnato, una vera e propria manna dal cielo, il segno ulteriore di un destino propizio!
Ora si trattava soltanto di tenere duro, di fare attenzione a non farsi male per via della stanchezza , poichè non vi era più alcun pericolo di smarrire il sentiero; a Cussalma un'auto guidata dalla cugina di Marco , li aspettava per ricondurli alla frazione Ciantel di Ribordone. Giunsero a Cussalma alle 2,00, stanchi ma entusiasti; ed il giorno dopo, nonostante tutto, puntuali ed motivati ai rispettivi appuntamenti lavorativi. Chi la dura, la vince ! I misteri del regno delle placche erano stati svelati, la  notte dell'Eugio sconfitta! 
 Arrivederci ed a presto con le Storie! 




















martedì 4 settembre 2018

Moncimour da Cussalma ( vallone dell'Eugio integrale)

Tutte le strade portano a casa mia...

Punta Gialin vista dal Moncimour
Punta Cia, Monte Arzola, Cima Testona, Piata di Lazin, Punta Gialin, Moncimour: ecco l'elenco delle cime che fanno da corona a a Cussalma, la frazione di Locana nella quale abito, e cioè che da "casa mia" è possibile pensare di raggiungere a piedi in giornata.
Ma perchè proprio in giornata, qualcuno potrebbe chiedersi ? Beh, semplicemente perchè su più giorni a piedi da casa mia si potrebbe anche raggiungere il Monte Bianco, per dire...
Ed è così che da un pò di anni coltivo questo modesto sogno, quello di raggiungere almeno una volta, quando se ne presenti l'occasione, tali cime da casa mia.
Al momento fanno parte della collezione Punta Cia ( naturalmente raggiunta secondo un percorso un pò desueto)  , il Monte Arzola  ( la più facile, fatta più volte ed anche con la neve) e la Piata di Lazin ( gita memorabile ).  Tra le mancanti, Cima Testona non è un problema e la Gialin è la più lontana, posta proprio in fondo al vallone dell'Eugio: perchè non provare allora con il Moncimour (tutto sommato si tratta ( da cartina )   di circa 2500 m di dislivello  come la Piata )  ? 
A fine agosto 2018 decido che è scattata l'ora x, e contatto l'amico Franco: se il meteo è buono, si proverà! Il mio pronostico è di 6 h di salita per arrivare in vetta.

Ritrovo h 6,00 

Si sale mentre non è ancora giorno
Ci troviamo che è ancora buio ad imboccare il sentiero che sale lungo il vallone dell'Eugio, ed a dire il vero siamo entrambi un pò acciaccati: Franco è andato solo due giorni prima alla Torre Lavina da Campiglia ( altra escursione lunghissima e non banale) ; io , causa un impegno la sera precedente, ho dormito meno di 4 ore...
Nonostante questo, siamo convinti di potercela fare, anche se non ne siamo sicuri al 100%: "se per caso non ce la faccio, mi fermo prima" - dice Franco;  "finchè non arrivo in cima non posso dire di farcela" - dico io.   A dire il vero, io non credo neanche per un istante che Franco non ce la possa fare, e forse lui crede lo stesso di me, ma penso che sia giusto mettere le mani avanti di fronte ad un percorso tutt'altro che banale.
Certo qualcuno potrebbe obiettare che sono "soltanto" 2500 m di dislivello e che nei super, mega ed iper trail tanto in voga al giorno d'oggi di metri di dislivello ne fanno anche 5000, 8000 in giornata, ma prima di tutto noi non siamo trailers, ed in secondo luogo il percorso che dobbiamo affrontare è tutto un altro paio di maniche ( e lo vedremo).

Chi va piano va abbastanza lontano

Si fa giorno...
Camminiamo da circa una decina di minuti quando Franco mi redarguisce: " con questo passo, io non faccio tutto quel dislivello!"
 - "Neanch'io, hai ragione. Meglio rallentare! "
 - "Quando si fanno gite così lunghe, bisogna cercare di avere un passo regolare!"
Per questo motivo cominciamo a tenere sott'occhio l'orologio, affinchè il nostro allenamento non ci tradisca paradossalmente sulla lunga distanza, facendoci camminare ad un passo troppo svelto.
Alle 6,40 siamo a Balmetta; alle 7,00 attraversiamo il rio Eugio sulla passerella in legno di Ugiet: abbiamo un passo giusto e non ci resta che mantenerlo, sperabilmente fino alla fine!
Il sentiero è stato recentemente "rinfrescato" dopo la pulizia effettuata un paio d'anni fa e quindi non possiamo lamentarci ; si tratta comunque di un percorso meno agevole e più faticoso rispetto ad altri sentieri più frequentati e rinomati, p.es. quelli che da Ceresole raggiungono il rifugio Jervis od il colle Sià, dove si può salire comodi anche con scarpe da trekking basse. E' interessante constatare come le tacche di minio fatte nel 1993 circa dall'ex sindaco di Locana ( nonchè guardiano ) Piero Guglielmetti siano ancora visibili, mentre quelle rosse fatte due anni fa con la bomboletta siano ormai praticamente scomparse!
Dopo  2 ore e un quarto raggiungiamo la pista carrozzabile che porta alla diga d'Eugio; una volta attraversato lo sbarramento, la pacchia è finita.



Nessuno segni quel vallone...

Lago d'Eugio al mattino
Dalla valle Soana, tacche rosse guidano gli escursionisti fino al passo del lago Gelato, nel vallone di Umbrias, o fino alla bocchetta Fioria, nel vallone di Lasin, e poi si interrompono; allo stesso modo da Ribordone sono segnati i sentieri fino alla bocchetta del Boiretto, per non dire del Gta che dal monte Arzola scende al lago d'Eugio. Pure da Locana  la segnaletica del sentiero da noi percorso o quella proveniente dal casotto Pngp della Colla ( sempre Gta) non prosegue oltre lo sbarramento; anche dal vallone di Valsoera, in direzione del passo Moncimour, la segnaletica si ferma al lago di Motta. 
Mai nessuno ha tentato di segnare la parte alta del vallone, se non con i classici ometti di pietra e, almeno dal mio punto di vista,  farlo oggi risulterebbe quasi un sacrilegio, una profanazione di un ambiente selvaggio ed incontaminato, dove  l'azione dell'uomo ha avuto effetti limitati perfino nel passato.
Addirittura in alcuni vecchi diari alpinistici , redatti nel periodo tra le due guerre mondiali, sono annotati problemi circa l'individuazione dei sentieri, con relative perdite e "ravanamenti" ! 
Invece oggi, ecco la sorpresa: rispetto all'anno scorso, delle tacche rosse compaiono dopo lo sbarramento lungo l'esile traccia di sentiero; a dire il vero, come nota giustamente Franco, sembrano parecchio sbiadite. Eppure ad ottobre dello scorso anno non c'erano!
"Beh, più fortunati di così non possiamo essere" - dico io - " hanno dato una ripassata al sentiero da poco,ed  ora qualcuno si è pure preso la briga di segnare la parte alta del vallone!  Vediamo fin dove sono arrivati!"
La nuova e pallida segnaletica è fatta bene, ma ancor prima di giungere al ripiano ove si stacca sulla destra la traccia che sale ai laghi delle Losere e verso la bocchetta Fioria, essa termina. Probabilmente la bomboletta di vernice spray era alla fine: ecco un altro segno del destino.
L'alto vallone dell'Eugio non ne vuole proprio sapere delle tacche rosse e forse ha ragione: sono davvero necessarie? In fin dei conti degli ometti di pietra fatti bene, magari con un bel ferro centrale come si vede a volte lungo il Gta, sarebbero virtualmente inamovibili ed eterni...

Dal Lago d'Eugio all'alpe Leyner

Questa è di gran lunga la parte più ostica e faticosa del percorso: la traccia di sentiero è ormai esilissima, ed in larga parte quasi completamente occlusa dal rigoglio della vegetazione arbustiva ( specialmente rododendri ) . La situazione peggiora ogni anno ed occorre fare molta attenzione nel seguire i vecchi ometti, poichè  rimanere nella traccia, per quanto "sporca" e quasi invisibile, consente comunque di risparmiare molto tempo e fatica; perderla significherebbe procedere a vista tra macchioni di rododendri, ciuffoni d'erba, pietraie, buchi...
Chi è abituato ai bei sentieri , magari percorribili con scarpe da trekking basse, o  magari meno allenato, già troverebbe più faticoso il percorso Cussalma-Eugio; dal lago in poi occorre essere allenati ai percorsi fuori sentiero in presenza di vegetazione per non pagare eccessivamente pegno.
Noi fortunatamente questo tipo di allenamento l'abbiamo, e quindi riusciamo a procedere in maniera abbastanza spedita anche su questo genere di terreni,  cosa che però non ci mette al riparo dal fare una fatica maggiore a parità di distanza\dislivello: siamo umani.

Un alpeggio primitivo...


Alpe Savolere ( foto d'archivio) 
"Avrebbero dovuto chiamarla Balme Savolere, altro che alpe!" . Franco non ha torto, così come è azzeccato l'aggettivo "primitivo" che gli viene spontaneo affibbiare a questo vecchio alpeggio, tutto realizzato intorno alla presenza di grandi massi e balme: sono infatti numerosi gli studiosi e gli esperti che affermano come gli alpeggi più antichi, cioè quelli nati prima dei grandi disboscamenti e dissodamenti medioevali ( e qui, a quota 1935 m, siamo ancora su un terreno teoricamente colonizzabile da parte del bosco ) , sfruttassero proprio la presenza di questi ripari naturali per ricoverare animali e pastori; costruzioni d'alpeggio più evolute cominciarono a diffondersi soltanto  in tarda epoca medioevale.
Intorno alla balma centrale si intravedono ancora le vestigia della vegetazione che doveva essere presente ai tempi del regolare utilizzo di queste superfici , caratterizzata dalla presenza di buone specie foraggere, ormai circondate sempre più strettamente dalla vegetazione arbustiva, che prepara il ritorno del bosco.
Il masso spaccato a metà ( foto d'archivio) 
Per quanto ci è dato osservare oggi, la balma centrale  ( che ha più vani) veniva utilizzata sia come abitazione che come locale di caseificazione; poco più a destra della stessa, in direzione del torrente, sono visibili anche i resti di un piccolo crutin; a sinistra del sentiero invece si possono osservare, presso altrettanti grandi massi, quelle che dovevano essere 3 piccole stalle.
Vista d'insieme dell'alpe Savolere ( foto d'archivio)

Di notevole interesse sono anche il laghetto dell'alpe ( che a stagione avanzata potrebbe presentarsi asciutto) e l'enorme masso "spaccato" ( esattamente in due) posto in fondo al piccolo pianoro...
"E' caduto e si è spaccato in due" - osserva Franco: potrebbe avere ragione!

Un lungo lago...

Giunti al termine del pianoro dell'alpe Savolere, una traccia di sentiero sale , tra rocce e rododendri, fino a sbucare nella conca occupata dal lungo lago Nero d'Eugio, traccia che è davvero impegnativo cercare di non perdere ( per fortuna ci sono dei piccoli ometti di pietra ben posizionati) !  Arrivati al lago, decidiamo che è giunto il momento di fare un piccolo spuntino prima di proseguire, visto che nel frattempo il sole ci ha raggiunti.
Il sole arriva al lago Nero
Ora che il sole non batte ancora sul lago, si vede proprio che è nero ! Al colore scuro delle acque si aggiunge poi quello della parete rocciosa che delimita il lago  in direzione NO , in larga parte annerita dalle acque che scolano lungo la sua superficie. Controlliamo l'ora: stiamo continuando a salire bene ed in maniera regolare, perchè dal lago d'Eugio a qui abbiamo impiegato poco più di un'ora! "Se arriviamo  bene all'alpe dei Fons, è fatta, vuol dire che ce la facciamo" - sentenzio io.
Il nostro allenamento sui percorsi poco tracciati si sta rivelando prezioso, così come il passo regolare; quando alcuni anni fa con l'amico Michele eravamo saliti da casa mia alla Piata di Lazin , avevamo raggiunto la pista carrozzabile nel notevolissimo tempo di 1h e 30 , per poi impiegare comunque circa 6h e 30 per arrivare in cima, quasi sicuramente più stanchi di quanto saremmo stati se avessimo adottato un passo meno svelto in principio, anche se a dire il vero non ricordo di aver provato una particolare stanchezza a fine giornata ma , si sa, la memoria tende ad edulcorare i ricordi man mano che si "dimenticano".

Un percorso affascinante...

Il sentiero ora prosegue costeggiando la sponda dx idrografica del lago, fin quasi al suo termine, per poi rimontare sopra la parete rocciosa che delimita il lago in direzione dell'alpe Leyner ( alpe del lago Nero) , tra rocce montonate e chiazze erbose.
Vista su lago Eugio e lago Nero dall'alpe Leyner
Mi ha sempre affascinato il fatto che dei capi bovini fossero condotti lungo un tale percorso, con  la parete strapiombante sul lago poco più in basso, "lose" da attraversare etc: senza dubbio si metteva a rischio un bel capitale!
La verità è che si trattava di una vera e propria mulattiera, con tanto di scalini in pietra e muri di sostegno, tale da consentire a pastori e capi di bestiame di passare in sicurezza: qua e là se ne intravedono ancora i resti ( ci sono perfino dei ferri piantati nelle rocce montonate per reggere  gli scalini).


Una delle costruzioni dell'alpe dei Fons
Lasciata a dx l'alpe del Lago Nero ( completamente diroccata), la ( ex) mulattiera risale ora dei ripidi pendii erbosi, fino ad attraversare il rio Eugio per raggiungere l'alpe dei Fons, nome che con ogni probabilità sta ad indicare che questo era l'ultimo alpeggio del vallone, quello posto "al fondo". Anche le costruzioni di questo alpeggio hanno un sapore molto "primitivo" (eppure esseri umani ed animali le utilizzavano ogni anno) , e si trovano oltretutto in un ambiente ancora più roccioso e selvaggio. In direzione del lago Boccutto intravediamo alcuni stambecchi:  nonostante noi siamo ancora parecchio lontani, ecco che già corrono a nascondersi: perfino gli animali selvatici sono più selvatici in questo vallone dimenticato.  Un comportamento schivo degno dei camosci del versante piemontese del Pngp...
Anche in questo tratto di percorso non abbiamo perso ritmo: ora non ci resta che rimanere concentrati per fare l'ultimo sforzo.
Perfino gli animali selvatici sono più selvatici... ( e le foto vengono mosse) 



Direzione Moncimour ( come l'Elbrus ? ) 

Arrivati all'alpe dei Fons non conviene andare al lago Boccutto, ma puntare direttamente alla bocchetta superiore dell'Alpuggio salendo in direzione del Moncimour; per un tratto si rinvengono ancora i resti di una mulattiera, poi si comincia a salire, per pietraie e rocce montonate, in direzione dell'inconfondibile depressione, caratterizzata dal versante Eugio dalla presenza di  una  piramide rocciosa che sembra occuparne il centro.
Poco sotto la bocchetta chiedo a Franco l'ora ed il dislivello:  "Il dislivello ho smesso di leggerlo a 2000 m per non spaventarmi..."  - mi risponde.
" Era dal giorno in cui sono andato in cima all'Elbrus che non provavo questa sensazione...cioè comincio a sentirmi stanco!" - osservo io.
L'espressione del volto di Franco non ha bisogno di parole per essere tradotta: nella mia mente è come se vicino ad essa ci fosse un fumetto, con su scritto: " e allora che cosa dovrei dire io che l'altro ieri sono andato alla Torre Lavina da Campiglia? " In effetti...
La "piramide" della Bocchetta Superiore dell'Alpuggio con alcuni camosci
Un gruppo di camosci, accortosi del nostro arrivo, comincia a spostarsi più che per tempo ( davvero superdiffidenti) ; arrivati alla bocchetta , Franco ricerca il giusto passaggio ed in breve cominciamo a percorrere l'elementare cresta, arrivando in breve a raggiungere l'agognata vetta, in un più che onorevole tempo di 6 h e 15 minuti, pause comprese.  Appena un quarto d'ora più del previsto!
Il gruppo del Gran Paradiso visto dalla cresta del Moncimour

Dopo aver ammirato per bene il panorama, decidiamo di scendere prima di fare un'altra pausa ristoratrice, perchè il tempo sta cambiando e "as sa mai", trovare delle nebbie da queste parti sarebbe poco simpatico.
Panorama verso il colle di Ciardonei ed il vallone del Rio Motta; sullo sfondo Ondezana e Apostoli

Il lago Gelato e l'omonimo passo

Il lago di Motta 

Guardando in direzione della Piata di Lazin, risulta evidente come raggiungere tale cima sia molto più corto meno faticoso, nonostante i circa 2500 m di dislivello, anche perchè il percorso è decisamente più comodo.

Panorama verso Piata di Lazin e Monte Colombo

In discesa optiamo per il canale che tra pietre e sfasciumi porta a scendere direttamente nel vallone dell'Eugio , a circa 15 minuti di distanza dal lago Gelato, al quale però rinunciamo essendoci stati già altre volte ed avendolo appena visto quasi integralmente dall'alto!

I laghi Bort e  Boccutto

Arrivati nel vallone, anzichè ritornare sui nostri passi in direzione dell'alpe dei Fons, decidiamo di passare per i laghi Bort e Boccutto, che all'andata avevamo "saltato" per accelerare i tempi.
Uno dei laghi Bort


Camosci nella nebbia

Scendendo in direzione di questi laghi , diventa davvero spettacolare il paesaggio,  caratterizzato dalla predominanza di rocce montonate ( non credo che in nessun altro vallone della zona se ne possa osservare un sistema così vasto) , almeno fino al lago Boccutto!
Ambiente dominato da rocce montonate

Stambecchi

Lago Boccutto


Anche i pascoli vicini alla conca del lago Boccutto costituivano una risorsa fondamentale per i capi bovini che un tempo qui salivano durante la stagione estiva: una vera e propria mulattiera, con grandi scalini in pietra (  in buona parte conservata ) collegava infatti l'alpe dei Fons alla suddetta conca. Quando arriviamo al  lago, il cielo è ormai coperto e comincia a calare un pò di nebbia; raggiunte le sue sponde, ci concediamo la pausa ristoratrice cui avevamo rinunciato in cima.

Resti della mulattiera che conduceva sin sulle sponde del lago Boccutto

Ritorno a valle

Lasciata la conca del lago Boccutto, con alcuni saliscendi pervienamo nuovamente all'alpe dei Fons, dalla quale con il medesimo percorso di salita facciamo ritorno a Cussalma.
La nostra maggiore preoccupazione ora naturalmente è quella di risparmiare tempo e fatica, facendo ben attenzione a non perdere la traccia, in particolare tra l'alpe Leyner ed il lago d'Eugio, raggiunto il quale possiamo finalmente scendere in maniera più "rilassata" ( quantunque la discesa sia ancora lunga!).
E fortunatamente per noi tutto si svolge senza intoppi! Ma quanto dislivello avremo fatto, e per quanti chilometri avremo camminato?  Alla fine le statistiche del gps di Franco saranno impietose: 27,80 km per 2700 m di dislivello. E che dislivello e che chilometri!
-" Non avevo mai fatto così tanto dislivello in giornata in vita mia!"- dico io.
- "Quando sono andato al Rocciamelone da Susa ho fatto 3000 metri di dislivello e parecchi chilometri, ma non ti stanchi mica così!"  - osserva Franco.
Si tratta proprio di "tutto un altro paio di maniche", inutile star lì a discutere! .







Conclusioni

Alla fine di questo articolo, mi sia concesso di formulare un appello, un suggerimento ed un auspicio circa l'alto vallone dell'Eugio:
  1. il sentiero dal lago d'Eugio all'alpe Leyner necessita urgentemente di un intervento di pulizia , perchè è ormai quasi scomparso, chiuso dagli arbusti. E' in previsione un intervento fino al lago Nero e speriamo venga fatto al più presto; un intervento di ripristino fino all'alpe dei Fons consentirebbe inoltre di riportare alla luce la vecchia mulattiera...
  2. per quanto riguarda la segnaletica, sarebbe bello se fosse realizzata unicamente con ometti di pietra costruiti a regola d'arte e ancorati tramite tondini di ferro alle rocce sottostanti, sia per motivi  di natura estetica ( provare per una volta a fare a meno del rosso dei segnali di vernice) , sia per motivi di scaramantico rispetto ( mai nessuno ha segnato con vernice la parte alta del vallone: perchè dovremmo essere "noi" i primi a farlo ?).
  3. Speriamo che l'idea di realizzare un rifugio escursionistico nel vallone prosegua !
Arrivederci ed a presto con le Storie!