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giovedì 8 agosto 2019

Bocchetta di Drosa dal vallone di Noaschetta ( escursioni non per tutti 13)

Premessa



In una puntata precedente avevamo già avuto l'occasione di parlare del grande interesse storico-naturalistico rivestito dal versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta , costellato da numerosi alpeggi in cui l'osservazione delle tecniche costruttive originarie impiegate - per esempio l'utilizzo di grandi massi o balme come elementi strutturali ( di copertura, perimetrali... )  - fanno presagire un'origine molto antica, quantomeno di epoca medioevale.
Con questo pezzo ci proponiamo di aggiungere un altro "mattone" alla descrizione di questa parte di territorio, ormai completamente abbandonata anche dal punto di vista escursionistico, dopo la definitiva scomparsa di qualunque attività legata alla zootecnia di montagna, avvenuta nel 1993.
Traversata dal vallone di Noaschetta al vallone di Piantonetto dalla bocchetta di Drosa ( elaborazione su carta Igm 1:25000). Nb:  la linea del percorso tratteggiata in rosso è puramente indicativa : non si risponde di un eventuale uso improprio di questa immagine.

La bocchetta di Drosa: un'importante via di comunicazione locale

Il ripido versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta


La bocchetta di Drosa 2673 m, posta tra il Gran Carro 2988 m ed il Trasen Rosso 3060 m,  è stata per lungo tempo un'importante via di comunicazione tra il vallone di Piantonetto e quello di Noaschetta, anzi la più importante, comoda e veloce ( rispetto al colle dei Becchi o di Noaschetta 2990 m, con percorso più roccioso e caratterizzato dalla presenza di nevai perduranti fino a stagione inoltrata nelle parti finali di ambo i versanti) , in un contesto territoriale caratterizzato dall'elevata pressione antropica stagionale insistente sui territori serviti.
Dobbiamo infatti immaginare come ogni alpeggio, ogni tramuto, ogni superficie erbosa fossero utilizzati per il pascolo  del bestiame domestico ( vacche, pecore e capre) o per ricavarne prezioso foraggio ( sia come scorta da utilizzare "in loco" in caso di maltempo - una volta non si mandavano certo a pascolare le vacche "suta l'eva e al trun" - e  neanche manze, manzette, vitelli ed asciutte - sia come scorta invernale e successivamente trasportato a valle) e dunque come il viavai dovesse essere piuttosto intenso. 
Forse il massimo utilizzo di questo valico si ebbe durante i lavori di costruzione della diga di Pian Telessio e dell'opera di presa dell'Arculà ( 1950-1955)  , quando numerosi erano i valligiani impiegati nei grandi cantieri dell'allora Azienda Energetica Municipale di Torino ( oggi Iren )   che potevano velocizzare i loro spostamenti percorrendolo , aggiungendosi ai normali fruitori legati ai lavori stagionali d'alpeggio.
A titolo di esempio. mio nonno materno Contratto Domenico, all'epoca "capocantiere" alla presa dell'Arculà, passava dalla bocchetta di  Drosa quando aveva la necessità di spostarsi presso il cantiere di Telessio oppure per modificare il suo itinerario di ritorno a casa in frazione Cussalma di Locana; il  mio prozio Sola Paolo , che abitava nelle frazioni Zaunere o Mesonette di Locana , racconta ad esempio di come lui ed altri  passassero dalle alpi Drosa e poi dalla Costa delle Fontane Fredde ( memorabile il racconto di una traversata effettuata da lui ed altri colleghi impiegati al cantiere del Telessio per via di  un funerale tenutosi ai Fey, con rientro a lavoro effettuato immediatamente il mattino successivo con partenza all'alba).
Opera di presa Iren all'Arculà

Il versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta

Tale versante, come già detto, è costellato dalla presenza delle vestigia di numerosi alpeggi oggi abbandonati, così come la rete di mulattiere e sentieri che li collegava , mentre la superficie dirimpettaia del versante dx , compresa tra l'alpe Bettasse e l'alpe Arculà, posta alle pendici del monte Castello e del tutto inospitale per pendenza e morfologia , risulta priva di insediamenti,  percorsa unicamente dalla superba mulattiera che conduce alle soprastanti alpi Arculà e Bruna, infrastruttura ancora oggi molto utilizzata dal punto di vista escursionistico. 

Da Balmarossa superiore alla presa Iren dell'Arculà

Per raggiungere la presa Iren dell'Arculà, posta poco oltre l'omonimo alpeggio, ci sono due possibilità: o percorrere il versante sx idrografico passando dal rifugio Noaschetta, con un itinerario di grande interesse storico\ naturalistico ma più avventuroso  o seguire il percorso segnato fino alla presa dell'Arculà , in corrispondenza della quale si attraversa il rio Noaschetta; in entrambi i casi si reperiscono  delle tacche di vernice un pò sbiadite che segnalano il percorso per la bocchetta di Drosa.
Il "sentierino"; in alto a dx la bocchetta di Drosa

L'alpe Valpiano

Un sentierino, il cui percorso è ancora ben evidente ed intuibile osservando il versante  , sale a mezzacosta e con pendenza regolare  tra  i ripidi pendii di erba ulina ( Festuca gr. varia )  fino a raggiungere i ruderi dell'alpe Valpiano. Va detto che tale "sentierino" ( che un tempo era una vera e propria "strada delle vacche", e dunque molto più larga e sistemata con scalini etc)  risulta molto meno intuibile quando vi si transita, per cui consigliamo di porre la massima attenzione nel seguire i segni di vernice ( indubbiamente tracciati da chi conosceva bene il territorio) .
Alpe Valpiano 2222 m

La prima cosa che colpisce dell'alpe Valpiano è la localizzazione dei suoi ruderi, realizzati nell'unica superficie "pianeggiante" - sarebbe meglio dire "meno ripida" - disponibile ( da cui evidentemente il toponimo) nello stretto e ripido valloncello inciso dal rio Cosassione, dominato dalle vicine pareti del Blanc Giuir e del Trasen Rosso. 
Rispetto agli altri alpeggi di questa sezione della valle, qui la tipologia costruttiva con travi in legno è indicativa di  un'origine più recente, probabilmente legata alla fase di massimo insediamento umano sulle alpi Occidentali di fine 1700-1800Precedenti utilizzi  di queste superfici dal punto di vista agricolo\zootecnico non sono certamente da escludere, anche se il pascolamento con vacche in mungitura ( e quindi la presenza di un'adeguata composizione specifica a livello vegetazionale) non può che datare a partire da quell'epoca. 
Alpe Valpiano 2222 m
Quanti "pasti" per vacche in mungitura avrà potuto garantire questo tramuto ? A giudicare dalla quota, 2222 m, sicuramente un solo pascolamento all'anno; a giudicare dalle dimensioni dei ruderi della stalla verrebbe da dire almeno una dozzina. Sappiamo inoltre che nelle zone limitrofe più acclivi  venivano condotte al pascolo le pecore ( ebbene si: le pecore venivano condotte al pascolo e poi fatte rientrare per la mungitura serale ), in particolare nel vallone inciso dal rio Cosassione in direzione del Blanc Giuir.

Qua e là sono ancora presenti specie buone foraggere
Se una dozzina di vacche più le pecore vi sembrano tante, tenete presente che al Valpiano " a j'era la lenga buvinna" ( Polygonum bistorta), specie buona foraggera ed indicatrice di un pascolo pingue e fresco: qualche raro esemplare è ancora infatti oggi presente; anche la  vegetazione nitrofila, con presenza di imperatoria ( Peucedanum ostruthium) e rabarbaro alpino ( Rumex alpinus)  a valle e nei pressi dei ruderi,  testimonia la fertilità un tempo presente.

Lo sfruttamento delle praterie alpine a Festuca gr. varia ("ulinna") 

Gentiana ramosa





Hieracium aurantiacum
L'abbandono delle pratiche di alpeggio e di sfalcio ha determinato e sta determinando l'evoluzione di estese superfici pascolive \foraggere verso la prateria alpina naturale , nel nostro caso verso quella a Festuca gr. varia, tipica degli alti versanti esposti a sud. Si verifica così l'arretramento e la progressiva  scomparsa delle specie buone foraggere, la cui comparsa e presenza  era legata al pascolamento ed alle relative concimazioni del terreno, e l'avanzamento delle specie che sarebbero naturalmente presenti su quel dato territorio.
Dianthus neglectus 
Non dobbiamo però pensare ad interi versanti sud coperti da specie buone foraggere: anche la giovane "ulinna" era infatti una risorsa indispensabile ai tempi, alimento esclusivo o quasi degli ovini e dei capi non produttivi ( manze, manzette, vitelli) e preziosa scorta di foraggio in caso di maltempo durante la stagione d'alpeggio e per l'inverno; inoltre  i capi non produttivi venivano ricoverati durante la notte per poter ricavare dalle stalle il "dru", cioè concime organico per fertilizzare il terreno, che veniva sparso a vantaggio delle superfici utilizzate dalle vacche in mungitura o tramite pratiche di fertirrigazione o tramite trasporto meccanico in mancanza di adeguate quantità d'acqua od in presenza di esigue quantità di deiezioni animali.
Aster alpinus
Sono comunque molto belle le fioriture che si possono osservare in questo periodo ( fine luglio -inizio agosto) nelle praterie alpine a Festuca gr. varia.
Fioritura di vaniglia d'alpe ( Nigritella rhellicani ) 

Traversando nel ripido

Verso un'evidente e ripida cengia erbosa

Dai ruderi dell'alpe Valpiano il sentiero, dopo un breve tratto di "traverso" in falsopiano, si dirige verso un'evidente e ripida cengia erbosa , superata la quale si giunge ad uno spalto erboso dal quale è ben visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda, nonchè il percorso da affrontare per raggiungerlo. 
Uno spalto erboso dal quale è visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda
Si tratta della parte più delicata del percorso, poichè qui la rinaturalizzazione del territorio ha di fatto cancellato quasi completamente il vecchio sentiero, "richiuso" dalle ulinne ed ormai non più visibile di una qualunque traccia di camosci ( quando va bene) , costringendo ad attraversare una sequenza di piccoli rii e canali traversando ripidi pendii di Festuca gr. varia. 
Traversi sul ripido
Fortunatamente sono sempre visibili i vecchi segni rossi, che aiutano ad evitare di compiere errori di percorso con le conseguenti ( e faticose) discese/risalite "correttive" ( in molti tratti il percorso segnato infatti è praticamente obbligato o quasi - altri passaggi risulterebbero ancor più pericolosi od addirittura di carattere alpinistico);  su terreni del genere non va inoltre sottovalutato il rischio di trovarsi in condizioni di scarsa visibilità ( nebbia) o maltempo , il che significa il rischio di rimanere bloccati da qualche parte e  la maggiore scivolosità delle ripide superfici da attraversare.
Vista dall'alto della presa dell'Arculà
E' molto interessante da questo tratto il colpo d'occhio complessivo sulla presa Iren dell'Arculà, così come in generale il panorama sul vallone di Noaschetta. 
Panorama sul vallone di Noaschetta

Il piano della Sciarda

Piano della Sciarda ; sullo sfondo la bocchetta di Drosa.
Superato con la dovuta attenzione il tratto più ostico della salita, ecco che giungiamo alla splendida conca di origine glaciale ove si trova il piano della Sciarda, una vera e propria "oasi" di superficie pianeggiante e ricca d'acqua nel contesto di ripidi e secchi versanti assolati. Di qui si vede inoltre - ulteriore refrigerio psicologico - come la nostra meta sia ormai molto vicina! 
Sul lato sx idrografico del piano, sistemati "per lungo ( altra accortezza per ridurre al minimo lo spreco di superficie ) , ecco i ruderi di quelle che dovevano essere la stalla e la cavanna di questo alpeggio.
Ruderi del Piano della Sciarda 
Non siamo in grado di dire, così su due piedi, se in questa piccola stalla venissero ricoverati soltanto manze ,vitelli  delle pecore o delle vacche da latte, nè se tale piano fosse funzionalmente e\o dal  punto di vista della proprietà privata legato all'alpe Valpiano oppure alla sottostante alpe Sciarda ( benchè il toponimo lasci propendere per la seconda ipotesi):  :  occorrerebbe avere maggiori informazioni storiche!
Salendo al Valpiano, zoom sull'alpe Sciarda
Dal piano della Sciarda, bellissima è la vista sulle imponenti pareti del Gran Carro 2988 m , così come notevole dovrebbe essere quella sul gruppo del Gran Paradiso: peccato per un pò di  nuvolosità che ora a tratti copre il cielo!
Il Gran Carro 2988 m visto dal Piano della Sciarda
Laggiù il Ciarforon... 
Ci troviamo davvero in un luogo unico: questo piccolo pianoro ha in sè qualcosa di mistico, di nuovo una piccola oasi dove tutti gli elementi  sembrano fermarsi, chetarsi, prima di riprendere la vertiginosa discesa verso il basso, inevitabile conseguenza della legge di gravità: chi per qualche minuto, come l'acqua, chi per tempi più o meno lunghi, come il materiale roccioso. Se infatti un bel temporale estivo potrebbe bastare per spostare a valle sabbie, limi e pietre fini, quanta energia dovrebbe essere presente in loco per trascinare a valle pietre di più grandi dimensioni, od addirittura i massi ?
Si respira nell'aria anche qualcosa di epico, eroico, come se lo spirito di  coloro che sfruttarono queste superfici a scopo agricolo fosse rimasto impresso nelle rocce e nell'erba: uno spirito così forte che ci sembra quasi di percepirlo!

Chi dice che le montagne non si muovono ? 

Ambiente di pietraia


Dopo il piano della Sciarda si raggiunge un'altra piccola conca, oltrepassata la quale si entra in un ambiente di pietraia, con materiale roccioso di pezzatura via via più fine man mano che si risale verso il valico: dai grandi massi del fondo agli sfasciumi dell'ultimo tratto di salita. In realtà la dimensione dei materiali, risultato dell'alterazione e dei crolli delle pareti rocciose soprastanti , risulta suddivisa in modo molto più caotico, poichè nessun fenomeno di crollo è uguale ad un altro per cubatura del materiale e per distribuzione dimensionale degli elementi che lo compongono. Qua e là, ancora chiazze di neve residua... 
Gli ultimi metri sono di sfasciumi...
Nella nebbia sorprendiamo qualche camoscio, che sembra guardarci stupito, decisamente poco abituato alla presenza umana in questi reconditi luoghi, una nebbia che ha ormai completamente avvolto le vicine pareti del Gran Carro, quand'ecco che sentiamo un forte boato: è per l'appunto un crollo di materiale roccioso! E pensare che questa montagna è molto rinomata tra gli amanti dell'arrampicata per la sua buona roccia e le sue vie poco ripetute!
Camosci diffidenti
Non facciamo a tempo a riflettere su quanto successo che un secondo boato, più forte ed accompagnato da un acre odore di scintille, ci fa intuire l'avvenimento di un altro crollo, ben più imponente del primo.  
Ciò che sentiamo tuttavia non ci spaventa troppo: vuoi perchè non siamo "a tiro" delle pareti rocciose del Gran Carro, vuoi perchè il grigio velo della nebbia sembra riuscire ad anestetizzare tutto. Chi dice che le montagne non si muovono ? Lo fanno eccome, a modo loro, pezzo per pezzo o con i grandi movimenti tettonici di profondità...

Attraversando in cresta verso la bocchetta q.2704 m

La bocchetta di Drosa

La bocchetta di Drosa, od almeno quella nominale quotata 2673 m, è presidiata da un imponente gendarme di roccia. I segni rossi invece raggiungono un'altra bocchetta leggermente spostata a sinistra e leggermente più alta , 2704 m di quota, dalla quale proseguono in discesa sul versante Piantonetto.  Già, il vallone di Piantonetto: peccato per l'impossibilità di averne qualche veduta panoramica oggi! Il massimo che riusciamo a vedere, a tratti, sono le vicine pareti di gneiss del Gran Carro e l'alpe Drosa superiore sotto di noi!
 Non sarebbe stata una cattiva idea scendere verso l'alpe Sciarda e quindi raggiungere il fondo del vallone di Noaschetta ben prima dell'Arculà , ma le condizioni di visibilità non ottimali  ci hanno consigliato il ritorno per lo stesso itinerario di salita; fortunatamente per noi la visibilità si è mantenuta accettabile per tutta la discesa, consentendoci un tranquillo rientro alle auto.  

Conclusioni

Da un punto di vista storico-naturalistico, l'itinerario più interessante per raggiungere la bocchetta di Drosa dal lato Noaschetta è certamente quello di percorrere tutto il versante sx idrografico del vallone , magari realizzando un anello per l'alpe Sciarda. 
Occorre tuttavia tener conto che nella parte bassa la traccia di sentiero è perlopiù difficilmente rintracciabile, situazione che nella bella stagione viene aggravata dal rigoglio della vegetazione, e nella parte alta, dall'Arculà in poi, occorre una certa dimestichezza a muoversi in ambienti ripidi: ciascuno faccia le proprie valutazioni! Arrivederci ed a presto con le Storie!



venerdì 26 aprile 2019

Elbrus - Avventura nel Caucaso parte 3

Buon 25 Aprile!

Il nostro "giorno di riposo" in terra russa coincide con il 25 Aprile, giorno della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo.  Come da previsioni meteorologiche, la giornata è bellissima e senza vento, e così dovrebbe rimanere anche per l'indomani.
Una bellissima giornata...
Dopo esserci concessi un congruo extra-time di riposo mattutino in branda ed aver compiuto il rito della colazione, decidiamo di cominciare a prendere informazioni per quanto riguarda il servizio motoslitte "rattrack", e così Simone telefona al numero fornitoci dal gestore Denis... 
Il nostro interlocutore si chiama Rasul ;   venuto a conoscenza del fatto che siamo ospiti di Denis all'Hostel Priut Na Elbruse,  ci dice che sarebbe passato di lì in giornata per metterci d'accordo sui dettagli.
Dopo tutto noi abbiamo già percorso l'Elbrus a piedi, in due tappe, dai 2300 m di Azau fino ai 4700 m delle rocce Pashtukov : anche se ce ne togliessimo un pezzo dai 3750 m del bivacco , la cosa non sarebbe un delitto, senza contare che noi arriviamo dall'Italia e non avremo nella nostra vita molte altre possibilità di cimentarci con questa ascensione.
Stazione Garabashi

Per il pranzo decidiamo di salire fino ai 3847 m della stazione Garabashi, appena a monte della quale si trova il classico bar-ristorante da piste, per mangiare qualcosa di diverso dai soliti cibi pronti  e magari gustarci una birra, sotto il benevolo sguardo della nostra meta, cioè la cima occidentale dell'Elbrus , che vista da qui sembra leggermente più bassa dell'orientale, mentre invece è leggermente più alta ( 5642 m contro 5621 m ).
Il bar-ristorante e le due cime dell'Elbrus. La cima occidentale dell'Elbrus è quella a sx.

Un nutrito gruppo di guidatori di motoslitta si trova ovviamente qui , alla fine degli impianti di risalita, per trasportare gli amanti del freeride a sciare più in alto possibile. Osservandoli oggi, con il loro abbigliamento da alta montagna, i caschi e gli occhiali da sole,  penso che il loro lavoro non debba essere affatto  male: tutto il giorno sotto il sole a 4700 m, immersi in uno scenario maestoso, a a far su e giù in mezzo al bianco!
Nel locale c'è anche una discreta rete wi-fi libera, così che possiamo tornare per qualche tempo ad utilizzare la rete mobile quasi come a casa nostra: ne approfittiamo per ricevere e fare qualche comunicazione in più. Il pranzo sarà nuovamente basato su una sorta di focaccia farcita...
Nel pomeriggio ridiscendiamo al bivacco per trascorrere ancora un pò di tempo in relax ed aspettare il "motoslittista" Rasul , mentre gli atleti dello ski-rolling corrono seminudi su e giù per le piste: Spqr... sono pazzi questi russi...
Allenamenti del terzo tipo

Un pò di relax
Mentre attendiamo che arrivi l'ora della cena ( che questa sera faremo un pò più presto, vista la levataccia prevista per l'indomani) , ecco che arriva Rasul.


"All the year up to 4400 m" - il servizio motoslitte

Alba sul Caucaso  ( foto Luca) 
Il servizio motoslitte viene qui utilizzato sia per il freeride   che per  la salita all'Elbrus ; per quanto abbiamo capito, le guide alpine sono solite imporne l'utilizzo  ai clienti per aumentare le possibilità di raggiungimento della vetta.
La quota raggiunta dai mezzi varia durante l'anno in base alle condizioni del manto nevoso: in questi giorni, a causa del forte vento del giorno precedente che ha portato alla luce ghiaccio vivo. Rasul ci garantisce comunque il raggiungimento dei 4400 m di quota: per noi un risparmio di circa 650 m di dislivello, che a quelle quote non è poi così male; l'appuntamento è per le 5 del mattino seguente.
Consumata la  cena e bevuta una tisana, ci mettiamo a letto ed io confesso ai miei compagni d'avventura che per quello che è il mio carattere, non vedo l'ora di partire per la vetta, anzi partirei immediatamente: ma è necessario riposare bene.


Alba sul Caucaso 2 ( foto Luca) 


Il trasferimento in motoslitta ( today only up to 4200....) 

Il mattino  dopo la giornata è bellissima e senza vento;  Rasul è puntuale, così come lo siamo noi: uno alla volta ci carica e ci porta su. Non ero mai salito su una motoslitta , e  prenderla  per la prima  volta al cospetto di una stupenda alba sul Caucaso è davvero un privilegio per pochi... occidentali. E' incredibile come si possano fare centinaia di metri di dislivello in pochi minuti in alta quota, disponendo di un mezzo motorizzato !
Arrivati a fine corsa il Gps segna  4200 m di quota, non esattamente i 4400 promessi  ma in questo momento l'ultima cosa che ci passa per la testa è lamentarci con il nostro autista per chiedere uno sconto : 450 m di dislivello in meno sono sempre tanta roba!
Ci aspettano dunque circa 1442 metri di dislivello, dai 4200 m ai 5642 m della vetta...
Alba sul Caucaso 3

Da q. 4200 m al colle Elbrus

E così finalmente si parte per l'ultima tappa, la ciliegina sulla torta del nostro viaggio. Ci sentiamo bene ed in forma, le gambe viaggiano e l'andatura in questo primo tratto la fa Luca, Simone in mezzo ed io prudentemente in coda. Tutti saliamo rigorosamente con i ramponi , dato che le condizioni del ghiacciaio non consentono l'utilizzo degli sci per salire.
Più volte Simone ammonisce la nostra "lepre":
 - "Luca rallenta...stiamo andando troppo forte..."  "A queste quote non va bene partire così forte, rischiamo di pagarla dopo".
Alpinisti stanchi lungo la via... 

La traccia della via normale per l'Elbrus è piuttosto elementare : una lunga ascesa quasi verticale fino a poco dopo le rocce Pashtukov,  quindi un lungo traverso fino al colle Elbrus  e poi il tratto finale.
Dopo le rocce Pashtukov,  cominciamo ad incontrare e superare lungo il percorso diversi alpinisti (  un pò come il giorno in cui eravamo saliti da Azau al bivacco a piedi) , che sembrano materializzare dinanzi ai nostri occhi i timori di Simone. Il primo che troviamo è uno degli ospiti del nostro bivacco, guardacaso uno di quelli che ci prendeva in giro per aver scelto di usufruire del servizio motoslitta. E' seduto accanto al suo "instructor" ( una guida? un amico ? )  e non sembra proprio in gran giornata...
Luca in mezzo agli sconosciuti
Poco più in alto, vicino ad un gatto delle nevi abbandonato semisepolto nel ghiacciaio , ecco che un  nutrito gruppo si sta prendendo una lunga sosta: decidiamo anche noi di fare una piccola pausa ed a Luca viene spontaneo di recarsi in mezzo al gruppo di sconosciuti: la montagna unisce e rimuove le distanze tra gli esseri umani naturalmente, senza che questi se ne accorgano... Eppure da bambini ci avevano insegnato che non bisogna dare confidenza agli sconosciuti !Anche questi alpinisti non ci sembrano in gran giornata, ma a giudicare dall'esiguità dei loro zaini, si tratta con ogni probabilità di un gruppo in salita di acclimatamento.
Tornando alla questione andatura, in effetti quella imposta inizialmente da Luca era un pò elevata, così Simone mi propone di essere io a scandirla:
Nei pressi delle rocce Pashtukov ( foto Luca) 
- "No Luca, così non ha veramente senso. Marco, hai voglia di fare un pò tu l'andatura? "
-  "Ok".
Allora mi metto avanti, tengo sotto controllo la frequenza del mio passo e cerco di tirare un pò indietro, di frenare rispetto al ritmo che mi verrebbe naturale imporre : cuore, testa e gambe sembrano funzionare alla grande oggi !
Nonostante l'impegno profuso, anche la mia andatura non convince Simone: " cerca di andare più piano!" " guarda che la quota ti frega!"
La salita prosegue, in un ambiente mozzafiato...

Ogni tanto non possiamo fare a meno di guardarci attorno per ammirare la maestosità del paesaggio che ci circonda, le cui bellezza e  dimensioni sono davvero cosa altra rispetto ai panorami alpini cui siamo abituati. Non si tratta ovviamente di stabilire improbabili classifiche paesaggistiche , ma del fascino della scoperta, dell'effetto ipnotico che ciascun essere umano prova al contatto con una "bellezza nuova", incantevole perchè capace di lasciarci a bocca aperta, senza parole come un bambino , un innamorato, entrambi vittime di un naturale incantesimo.
Anche l'ampiezza dei panorami , e la loro percepibile "grandezza", uniti all'impegno della salita ed alla quota, contribuiscono a rendere l'aspetto dell'insieme "mozzafiato".
Simone nel traverso in direzione del colle Elbrus 
Abbiamo ormai superato i 5000 m  quando Simone decide che è meglio che l'andatura la faccia lui, giudicando le nostre troppo "pericolose", e chi scrive comincia a sentire l'effetto della quota: ogni volta che ripartiamo dopo una breve pausa e riprendiamo la marcia, sento come se qualcuno mi desse un piccolo schiaffo sulla nuca. Non provando al momento nè mal di testa, nausea, orecchie tappate o spossatezza, penso di non potermi proprio lamentare come prima esperienza oltre i 4500 m!
Un passo dopo l'altro, ecco che arriviamo al colle Elbrus, posto tra le due cime occidentale ed orientale a circa 5300 m di quota...
Traversando verso il colle

Simone e Luca in prossimità del colle

Dal colle Elbrus alla cima


Lo spettacolo che troviamo al colle Elbrus non è esattamente incoraggiante: vi staziona infatti un gruppo di circa 8 alpinisti che sembrano evidentemente molto stanchi, coricati sul ghiacciaio nelle posizioni più disparate. Ecco che una voce mi saluta: 
-"Hi Marco! " 
Si tratta di Dimitri, la "mountain guide" che avevo conosciuto due giorni prima, la quale evidentemente sta conducendo il gruppo degli alpinisti in sosta presso il colle.
-"Hi Dimitri, nice to meet you! "
-"You look very fresh! You're strong!" 
-"Thank you Dimitri, for the moment it's all right. I hope to continue so till the top..."
- "Don't worry Marco, you and your friends  looks very good! "
In effetti da guida escursionistica a guida alpina posso in parte mettermi nei suoi panni e non lo invidio per nulla, poichè si trova a 5300 m di quota con la responsabilità di un gruppo molto stanco dal punto di vista fisico: arrivare in cima per loro sarà un calvario, così come  dover eventualmente rinunciare alla vetta quando ormai mancano centinaia di metri di dislivello sarebbe molto difficile, ma sono cose che in montagna, ed in particolar modo ad alta quota, possono capitare a molti, a tutti.
-"So Dimitri, we must restart. See you on the top!" 
- "Maybe..."
Nei pressi del colle Elbrus vi è anche un bivacco, posto lungo la cima est, che immagino venga utilizzato solo in casi di emergenza, data la notevole quota alla quale è posto.
Il bivacco posto poco oltre il colle Elbrus, lungo la cima Est.

Poco dopo il colle si perviene ad un tratto più ripido, attrezzato con una corda fissa, superato il quale si raggiungono gli ultimi 150 m di dislivello che percorrono il panettone sommitale. Per la prima volta da quando siamo nel Caucaso utilizziamo la piccozza: non l'abbiamo portata per niente!
Superato questo tratto controllo il gps: ci troviamo ormai a 5500 m di quota ed io improvvisamente comincio a provare un pò di stanchezza ed il desiderio di fermarmi un attimo. Con grande voluttà mi adagio sul ghiaccio e  mi gusto una buona sorsata di tisana calda, imitando altri alpinisti trovati lungo il percorso.
Pausa dopo il tratto attrezzato; alle mie spalle la cima est dell'Elbrus ( foto Luca) 

Ed ecco che comincia a farsi sentire un'ulteriore sintomo della quota ( od almeno credo) , quando il sottoscritto comincia a fare ragionamenti alquanto discutibili
- "Ormai è fatta! Mancano solo più 150 m di dislivello: io mi riposo ancora un attimo, voi partite pure tanto in salita io non ho problemi, mi arrangio sempre"
- " Ma cosa stai dicendo?" - chiede Luca un pò stupito - "Ma stai bene?"
- "Si, si ! Sto dicendo di andare che ci vediamo in cima!" 
- "Ma che cavolo dici! Fatti furbo ed alzati che riprendiamo a salire! Quanto a lungo pensi di poter rimanere a questa quota ?" -  mi incalza Simone. In effetti il suo ragionamento non fa una piega e così mi rialzo e con qualche incitamento\suggerimento  (  " e accorcia 'sto passo, insomma!" )riesco a ritrovare un ritmo costante ed accettabile..
Militari russi in allenamento

Arrivati nei pressi degli ultimi metri, ecco che incontriamo altre persone impegnate in "allenamenti del terzo tipo", come ho modo di scoprire chiacchierando con loro: si tratta di militari russi della nazionale di corsa in montagna che si allenano facendo ripetute in salita dal colle alla cima. A quanto pare non ho perso la voglia di comunicare: ottimo segnale!
In vista degli ultimi metri ( foto Luca) 

Ed ecco che infine raggiungiamo la vetta : l'emozione ha la meglio sulla mia razionalità ed io scoppio in un breve pianto liberatorio.  Si tratta di dolci lacrime, nelle quali alla soddisfazione per il raggiungimento della meta si mischia l'esigenza di sfogare le mille piccole tensioni accumulate nei mesi precedenti al viaggio: organizzazione del viaggio, attività in montagna costanti per mantenere un buon livello di allenamento,  monitorare il proprio stato di forma fisico...

In cima
In cima Simone ha portato una maglietta dei Giulia's Mother  ; noi non possiamo esimerci dal realizzare un piccolo video in vetta, oltre a realizzare qualche foto ( neanche poi così tante a dire il vero: forse il soggetto fotografico è talmente ampio che diventa difficile pensare a come fotografarlo).
Tre canavesani in cima all'Elbrus


Panorami dalla vetta

Panorami dalla vetta \2


Panorami dalla vetta \3 

Una cosa molto interessante è notare le evidenti differenze tra il panorama che si osserva verso nord, più secco ed arido , e quello verso sud, dominato dal massiccio del Caucaso e dalle sue valli, densamente ricoperto di neve, a conferma empirica delle caratteristiche climatiche di questa zona geografica ( delle quali avevamo accennato nella parte 1) .
Tutto il resto è troppo bello  per essere descritto con il linguaggio della comunicazione umana: al pari di un grande brano musicale, anche il panorama che si schiude sotto i nostri occhi ha indubbiamente dato a ciascuno di noi emozioni personalissime ed intraducibili!

Ritorno al bivacco 

Scendendo verso il colle l'umore è ottimo e non ci facciamo mancare qualche momento goliardico... 

Scendendo verso il colle, qualche momento goliardico ( foto Luca ) 
Tornati al colle ci prendiamo una bella pausa, durante la quale mi si tappano le orecchie, cosa che io interpreto come un segnale inequivocabile del fatto che per me sia necessario scendere  al più presto possibile, cosa che in effetti faccio per davvero, cominciando a scendere a razzo nel traverso.
Una bella pausa al colle Elbrus...
Ogni tanto mi volto indietro per vedere a che punto sono Luca e Simone; dopo poco non li vedrò più, ma la cosa non mi preoccupa troppo perchè sono sicuro che più tardi loro potranno mettere gli sci, raggiungermi e superarmi, cosa che in realtà non avverrà mai, perchè i miei soci non potranno calzare gli sci prima delle rocce Pashtukov! Non credevo che si potesse progredire così velocemente con i ramponi, ed invece...
Quasi arrivato ai Diesel Hut chi ti incontro? Rasul, il nostro "motoslittista", che chiede notizie dell'ascensione: 
- "Hi, how are you" ? 
- "  I'm fine, thanks! We reach the top! Thank you Rasul!"
Io e Rasul
Un selfie di ricordo con lui è d'obbligo! Ora però ho finito i liquidi ed incomincio a sentire un intenso desiderio di bere, ed ecco che riprendo la mia discesa a razzo... 
Arrivato con largo anticipo al bivacco, metto immediatamente a bollire dell'acqua :  una bustina di riso pronto allo zafferano ( porzione da tre)  finirà diretta nella mia pancia! Unico postumo della salita, una lievissima punta di mal di testa, che passerà facendo un sonnellino!
Nel frattempo comincia a materializzarsi nella mia mente quanto sia stato stupido il  mio comportamento dopo il colle Elbrus:  va bene che Luca e Simone sono allenati e che hanno gli sci, ma se gli fosse successo qualcosa ? E se fosse successo qualcosa a me ? 
Chissà, certe scelte vengono fatte istintivamente, forse sono parte del nostro destino!
Ad ogni modo anche Simone e Luca arrivano, e dopo un meritato sonno ristoratore ci prepariamo la cena , che naturalmente io non salterò nonostante l'abbondante merenda! 
Ultima cena al bivacco ( foto Luca) 

Nella cucina in comune del bivacco  tutti sono molto gentili e si congratulano per la riuscita della nostra ascensione all'Elbrus, compreso il ragazzo che avevamo trovato fermo poco dopo le rocce Pashtukov ( e che il giorno prima ci sfotteva per aver deciso di usare la motoslitta) : "I see you this morning. You seems like machines! I'll try to reach the top another time!" 
In effetti, come nota Simone,  "anche oggi abbiamo praticamente superato tutti in salita, e questo vuol dire che ci siamo allenati bene, che abbiamo pianificato bene l'acclimatamento: dobbiamo essere contenti". 
Io noto che " mi sembrava di andare come un drago, ma alla fine ci abbiamo messo praticamente 6 ore per fare 1442 m di dislivello: la quota cambia tutto!"
Abbiamo anche avuto fortuna trovando condizioni meteo ideali : soltanto due giorni dopo, cioè il 28 aprile, sarebbe infatti cominciato un periodo di maltempo, come saprò da Rasul, con il quale sono rimasto in contatto su Instagram ( potenza dei nuovi media), che non si sa mai dovessi organizzare qualcosa nel Caucaso in futuro. A noi invece sono rimasti 3 giorni liberi, che decidiamo di sfruttare visitando la valle di Baksan e lasciando il bivacco il giorno seguente con calma.
Un'altra cosa singolare è che dopotutto noi tre assieme non avevamo fatto praticamente nessuna ascensione prima dell'Elbrus, ma soltanto diverse salite con la neve a punta Cia. In questo caso  credo che l'amicizia di lunga data e la perfetta conoscenza reciproca siano state un fattore decisivo per trovare subito un'intesa perfetta anche in ambiente alpinistico. 
Ma ora bando alle autocelebrazioni, perchè oggi è  il primo anniversario della nostra salita all'Elbrus... Il resto della nostra vacanza lo racconterò in un'ultimo capitolo! Arrivederci ed a presto con le Storie