}
Visualizzazione post con etichetta piantonetto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piantonetto. Mostra tutti i post

martedì 23 giugno 2020

Cialma Linsor e Monte Destrera - anello per i valloni dell'Alpuggio e di Valsoera

Perchè porsi dei limiti? 



Giugno 2020: mese di instabilità atmosferica e temporali, quotidiani o quasi ! Eppure, leggendo ( e sottolineo leggendo) i bollettini meteorologici più affidabili della zona, ed adeguando gli orari di partenza ed arrivo, qualcosa si può fare! Ma dove andare ? 
Lanciando uno sguardo da casa in direzione del vallone di Piantonetto, l'ispirazione giunge immediata:  Cialma Linsor e poi... poi si vedrà ,in base all'evoluzione del tempo! Perchè porsi dei limiti ? 
La Cialma Linsor 2439 m  è una elevazione dello spartiacque tra selvaggi i valloni d'Alpuggio e Valsoera. Il nome Alpuggio dice già molto: si tratta infatti di un vallone costellato di numerosi alpeggi, inseriti però in un contesto estremamente selvatico...

Partenza - da Valsoani all'alpe Muanda

Alpe Ges - sullo sfondo da sx  Monte Tovo e cima Giardonera
Siamo abbastanza mattutini ( ma senza esagerare): alle 7 siamo in quel di Valsoani 1068 m, dove lasciamo l'auto  seguiamo il GTA  fin nei pressi della borgata Mesonette, dove ad un bivio si gira a sinistra e si attraversa il rio Praghetta.
Gregge di pecore e capre ricoverato presto l'alpe Orti

Attraversato il rio, un bel sentiero nel bosco sale con numerose e regolari svolte fin nei pressi del rio Alpuggio ; attraversatolo, riprende a salire più ripido fino a sbucare nei pascoli dell'alpe Ges.
Proprio di fronte all'alpe Ges, sull'altra sponda del rio Alpuggio , si vedono le costruzioni della dirimpettaia alpe Orti , che ospita un bel gregge di pecore e capre, ricoverato per la notte nei pressi dei fabbricati...
Alpe Balma di Alpuggio
Dall'alpe Ges un sentierino prosegue con pendenze sempre abbastanza marcate fino all'alpe Balma di Alpuggio, dove va ad attraversare nuovamente il rio per portarsi sulla sponda sx idrografica. Seguendo i segni rossi, si può andare fin nei pressi della presa IREN sul rio Alpuggio, raggiunta la quale occorre però fare dietrofront e riprendere il sentiero (abbastanza ben visibile un ometto in alto alla vostra destra) , che prosegue a salire sulla sx idrografica fino a raggiungere i pianori dell'alpe Muanda.
Poco più avanti del bivio, sempre sulla dx idrografica e proprio a monte della presa IREN, vi è un'imponente  "balma" sotto ed attorno alla quale era stato ricavato un fabbricato dotato di tutti i necessari vani funzionali...

Alpeggio sotto la "balma"...


Dall'alpe Muanda alla Cialma Linsor

Arrivo ai pianori dell'alpe Muanda

Ci troviamo ora praticamente ai piedi della Cialma Linsor; proseguendo poco oltre i ruderi dell'alpe Muanda si giunge in corrispondenza di un canale che scende dalla cresta. 
Alpe Muanda
Noi decidiamo di attaccarlo sulla sinistra, tra macchioni di rododendri , erba e rocce, puntando direttamente alla cima. In questo tratto del percorso l'avanzamento è faticoso ed il terreno molto ripido, ragion per cui occorre fare la massima attenzione a non scivolare: se si parte qui, difficile dire dove ( e soprattutto come )  ci si possa fermare..
Si sale nel ripido...
Alcuni camosci, dall'alto, ci osservano incuriositi...
Alcuni camosci ci osservano dall'alto...
Raggiunta la cresta, in breve giungiamo all'ometto di vetta; ci troviamo proprio a picco sul lago della Balma, nell'adiacente vallone di Valsoera, mentre davanti a noi si schiude l'imponente visione delle vette circostanti: dalle Uje di Ciardonei al Moncimour. Oggi panorama "locale" ( d'altronde lo sapevamo, date le previsioni), ma di qualità!



A picco sul lago della Balma...
 Il panorama locale tuttavia merita un cenno: nella foto sotto,  da sx verso dx le Uje di Ciardonei,parzialmente immerse nelle nubi; al centro l'imponente parete ovest del monte Destrera; a dx l'elegante piramide del Moncimour

Panorama dalla vetta

Un sentiero inaspettato...

Laggiù l'alpe Terrin

Il tempo sembra lasciarci ancora qualche ora di spazio: ed allora, in ossequio al concetto di "non porsi limiti, perchè non fare ritorno dal vallone di Valsoera ed il passo Destrera ? Certo se dalla Cialma Linsor si potesse scendere direttamente all'alpe Terrin non sarebbe male, ne taglieremmo via un bel pezzo e così magari riusciremmo anche a fare il monte Destrera già che ci siamo...
Un vero e proprio sentiero

Ci dirigiamo dunque sulla parte erbosa della cresta e cominciamo a scendere il canale, questa volta però sul lato opposto, più erboso, lanciando sempre un occhio per capire dove scendere e - soprattutto - come scendere al Terrin, fino a quando non incontriamo una traccia abbastanza marcata, che si rivela poi essere quanto resta di un antico sentiero: evidentemente i pascoli alti verso la Cialma Linsor erano di pertinenza dell'alpe Terrin! E così, in men che non si dica e con poca fatica, eccoci all'agognata meta intermedia!
Balme all'alpe Terrin

Alpe Terrin - edificio principale

Anche l'alpe Terrin si mostra corredata delle consuete "balme" , mentre l'edificio principale segnala la presenza di una grossa stalla.



Dall'alpe Terrin al passo Destrera

conca pianeggiante in vista del passo Destrera 

Al centro in alto il Passo Destrera


Passo Destrera
Dall'alpe Terrin proseguiamo lungo la "strada delle vacche", ancora ben visibile e lungo la quale si segnalano numerose sistemazioni degne di nota ed integre ancora oggi , arrivando a congiungerci con l'Avc proveniente dal vallone di Praghetta, che ora seguiamo fino a giungere nella conca pascoliva sottostante il passo, ora visibile sulla nostra sinistra, in cima ad un ripido pendio erboso.

La breve cresta per raggiungere la vetta del Destrera

In cima!

In cima al monte Destrera, guardando verso la Cialma Linsor

Quando raggiungiamo il passo Destrera, alcune nuvole passeggere cominciano a coprire a tratti la vicina vetta omonima. Il monte Destrera è noto agli alpinisti per la sua imponente parete ovest, la famosa "via Locatelli"; per gli escursionisti   "esperti" è invece facile da raggiungere seguendo più o meno fedelmente il filo di cresta, per placche e massi accatastati, fino alle roccette finali, che si superano in versante Alpuggio.

Scendendo dal passo Destrera

Al rifugio Pocchiola Meneghello

Il lago Nero di Valsoera ancora parzialmente ghiacciato\innevato
Il meteo in evoluzione non ci consente  però di soffermarci troppo in vetta, nè avrebbe senso farlo data la scarsa visibilità! Ritorniamo così lesti al passo Destrera e cominciamo la discesa lungo l'Alta Via Canavesana in direzione del lago di Valsoera. 
Rispetto al versante Alpuggio, su quello Valsoera il terreno si presenta decisamente più aspro e roccioso, tra sfasciumi, pietraie e grandi placconate di roccia, ma certamente non difficile e soprattutto ben segnalato, eccezion fatta per il primo tratto di discesa dal passo, che sfrutta una cengia ripida ed a tratti  esposta, ma comunque sempre abbastanza comoda. Qua e là si presenta ancora qualche residuo di neve.
Lago di Valsoera
Quando arriviamo in vista del lago Nero di Valsoera ( che si presenta ancora parzialmente ghiacciato\innevato), una leggera nebbiolina è ormai calata sul vallone, ma ormai solo più un paio di dossi rocciosi da scavalcare ci separano dal rifugio Pocchiola Meneghello, sito sulle sponde del lago di Valsoera.
Al rifugio Pocchiola Meneghello.
Date le fresche temperature, entriamo nella struttura ( sempre aperta) per consumare il nostro pranzo al sacco, avendo cura di lasciare tutto pulito prima di andarcene ( scope e palette non mancano e tutti possiamo dare una mano nel mantenimento della civiltà).
Nel frattempo ha cominciato anche  a piovigginare e così, finito il modesto pranzo,  indossiamo  le giacche da pioggia e ripartiamo.
Sul muraglione della diga, uno stambecco mostra le sue ben note capacità...

Al lago della Balma

Dal rifugio bisogna scendere a raggiungere il coronamento della diga ( sul cui paramento di valle un giovane stambecco sta mostrando le sue capacità ben note ), attraversarlo e proseguire la discesa sulla sponda dx idrografica del rio Valsoera , sempre su ottima e ben segnata traccia, fino ad arrivare all'alpe dietro il lago, posta all'estremità nord del lago omonimo. Nel frattempo è tornato un pò di sole! 
Scendendo al lago della Balma
Qui il sentiero, con alcuni saliscendi sempre sulla dx idrografica, ci porta infine sulla sponda meridionale del lago. 
Dal lago della Balma la traccia riprende a scendere ripida, passando per l'alpe Balma e le alpi Boggio, fino alla borgata Lenzolè ( Iansulai), toponimo la cui radice è da ricercarsi nel nome localmente dato al nocciolo. 
Massiccia fioritura di Thalictrum aquilegifolium 
In effetti qui il sentiero percorre un bosco di noccioli! Oltrepassati Iansulai, il sentiero prosegue ripido ed a scalini, fino a raggiungere la frazione San Giacomo di Piantonetto ( deve infatti superare i salti rocciosi tramite i quali il rio Valsoera raggiunge il fondovalle principale ) ed infine la strada asfaltata, lungo la quale, passando per Ghiglieri, facciamo infine a ritorno a Valsoani, mentre il sole sta tornando e praticamente avendo preso pochissima pioggia...
Raggiunto il fondovalle, si fa ritorno all'auto a Valsoani

Conclusione

Questo divertente anello con ben due cime è assolutamente consigliabile per escursionisti "esperti" ed allenati! A volerlo accorciare, si può convenientemente rinunciare all'ascensione alla Cialma Linsor, conservando unicamente la salita al monte Destrera dal passo omonimo ( talmente breve che sarebbe un vero peccato tralasciarla) , oppure limitarsi alla traversata pura e semplice dei due vallone: rimane comunque sempre un gran bel giro! Arrivederci ed a presto con le Storie!



giovedì 8 agosto 2019

Bocchetta di Drosa dal vallone di Noaschetta ( escursioni non per tutti 13)

Premessa



In una puntata precedente avevamo già avuto l'occasione di parlare del grande interesse storico-naturalistico rivestito dal versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta , costellato da numerosi alpeggi in cui l'osservazione delle tecniche costruttive originarie impiegate - per esempio l'utilizzo di grandi massi o balme come elementi strutturali ( di copertura, perimetrali... )  - fanno presagire un'origine molto antica, quantomeno di epoca medioevale.
Con questo pezzo ci proponiamo di aggiungere un altro "mattone" alla descrizione di questa parte di territorio, ormai completamente abbandonata anche dal punto di vista escursionistico, dopo la definitiva scomparsa di qualunque attività legata alla zootecnia di montagna, avvenuta nel 1993.
Traversata dal vallone di Noaschetta al vallone di Piantonetto dalla bocchetta di Drosa ( elaborazione su carta Igm 1:25000). Nb:  la linea del percorso tratteggiata in rosso è puramente indicativa : non si risponde di un eventuale uso improprio di questa immagine.

La bocchetta di Drosa: un'importante via di comunicazione locale

Il ripido versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta


La bocchetta di Drosa 2673 m, posta tra il Gran Carro 2988 m ed il Trasen Rosso 3060 m,  è stata per lungo tempo un'importante via di comunicazione tra il vallone di Piantonetto e quello di Noaschetta, anzi la più importante, comoda e veloce ( rispetto al colle dei Becchi o di Noaschetta 2990 m, con percorso più roccioso e caratterizzato dalla presenza di nevai perduranti fino a stagione inoltrata nelle parti finali di ambo i versanti) , in un contesto territoriale caratterizzato dall'elevata pressione antropica stagionale insistente sui territori serviti.
Dobbiamo infatti immaginare come ogni alpeggio, ogni tramuto, ogni superficie erbosa fossero utilizzati per il pascolo  del bestiame domestico ( vacche, pecore e capre) o per ricavarne prezioso foraggio ( sia come scorta da utilizzare "in loco" in caso di maltempo - una volta non si mandavano certo a pascolare le vacche "suta l'eva e al trun" - e  neanche manze, manzette, vitelli ed asciutte - sia come scorta invernale e successivamente trasportato a valle) e dunque come il viavai dovesse essere piuttosto intenso. 
Forse il massimo utilizzo di questo valico si ebbe durante i lavori di costruzione della diga di Pian Telessio e dell'opera di presa dell'Arculà ( 1950-1955)  , quando numerosi erano i valligiani impiegati nei grandi cantieri dell'allora Azienda Energetica Municipale di Torino ( oggi Iren )   che potevano velocizzare i loro spostamenti percorrendolo , aggiungendosi ai normali fruitori legati ai lavori stagionali d'alpeggio.
A titolo di esempio. mio nonno materno Contratto Domenico, all'epoca "capocantiere" alla presa dell'Arculà, passava dalla bocchetta di  Drosa quando aveva la necessità di spostarsi presso il cantiere di Telessio oppure per modificare il suo itinerario di ritorno a casa in frazione Cussalma di Locana; il  mio prozio Sola Paolo , che abitava nelle frazioni Zaunere o Mesonette di Locana , racconta ad esempio di come lui ed altri  passassero dalle alpi Drosa e poi dalla Costa delle Fontane Fredde ( memorabile il racconto di una traversata effettuata da lui ed altri colleghi impiegati al cantiere del Telessio per via di  un funerale tenutosi ai Fey, con rientro a lavoro effettuato immediatamente il mattino successivo con partenza all'alba).
Opera di presa Iren all'Arculà

Il versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta

Tale versante, come già detto, è costellato dalla presenza delle vestigia di numerosi alpeggi oggi abbandonati, così come la rete di mulattiere e sentieri che li collegava , mentre la superficie dirimpettaia del versante dx , compresa tra l'alpe Bettasse e l'alpe Arculà, posta alle pendici del monte Castello e del tutto inospitale per pendenza e morfologia , risulta priva di insediamenti,  percorsa unicamente dalla superba mulattiera che conduce alle soprastanti alpi Arculà e Bruna, infrastruttura ancora oggi molto utilizzata dal punto di vista escursionistico. 

Da Balmarossa superiore alla presa Iren dell'Arculà

Per raggiungere la presa Iren dell'Arculà, posta poco oltre l'omonimo alpeggio, ci sono due possibilità: o percorrere il versante sx idrografico passando dal rifugio Noaschetta, con un itinerario di grande interesse storico\ naturalistico ma più avventuroso  o seguire il percorso segnato fino alla presa dell'Arculà , in corrispondenza della quale si attraversa il rio Noaschetta; in entrambi i casi si reperiscono  delle tacche di vernice un pò sbiadite che segnalano il percorso per la bocchetta di Drosa.
Il "sentierino"; in alto a dx la bocchetta di Drosa

L'alpe Valpiano

Un sentierino, il cui percorso è ancora ben evidente ed intuibile osservando il versante  , sale a mezzacosta e con pendenza regolare  tra  i ripidi pendii di erba ulina ( Festuca gr. varia )  fino a raggiungere i ruderi dell'alpe Valpiano. Va detto che tale "sentierino" ( che un tempo era una vera e propria "strada delle vacche", e dunque molto più larga e sistemata con scalini etc)  risulta molto meno intuibile quando vi si transita, per cui consigliamo di porre la massima attenzione nel seguire i segni di vernice ( indubbiamente tracciati da chi conosceva bene il territorio) .
Alpe Valpiano 2222 m

La prima cosa che colpisce dell'alpe Valpiano è la localizzazione dei suoi ruderi, realizzati nell'unica superficie "pianeggiante" - sarebbe meglio dire "meno ripida" - disponibile ( da cui evidentemente il toponimo) nello stretto e ripido valloncello inciso dal rio Cosassione, dominato dalle vicine pareti del Blanc Giuir e del Trasen Rosso. 
Rispetto agli altri alpeggi di questa sezione della valle, qui la tipologia costruttiva con travi in legno è indicativa di  un'origine più recente, probabilmente legata alla fase di massimo insediamento umano sulle alpi Occidentali di fine 1700-1800.  Precedenti utilizzi  di queste superfici dal punto di vista agricolo\zootecnico non sono certamente da escludere, anche se il pascolamento con vacche in mungitura ( e quindi la presenza di un'adeguata composizione specifica a livello vegetazionale) non può che datare a partire da quell'epoca. 
Alpe Valpiano 2222 m
Quanti "pasti" per vacche in mungitura avrà potuto garantire questo tramuto ? A giudicare dalla quota, 2222 m, sicuramente un solo pascolamento all'anno; a giudicare dalle dimensioni dei ruderi della stalla verrebbe da dire almeno una dozzina. Sappiamo inoltre che nelle zone limitrofe più acclivi  venivano condotte al pascolo le pecore ( ebbene si: le pecore venivano condotte al pascolo e poi fatte rientrare per la mungitura serale ), in particolare nel vallone inciso dal rio Cosassione in direzione del Blanc Giuir.

Qua e là sono ancora presenti specie buone foraggere
Se una dozzina di vacche più le pecore vi sembrano tante, tenete presente che al Valpiano " a j'era la lenga buvinna" ( Polygonum bistorta), specie buona foraggera ed indicatrice di un pascolo pingue e fresco: qualche raro esemplare è ancora infatti oggi presente; anche la  vegetazione nitrofila, con presenza di imperatoria ( Peucedanum ostruthium) e rabarbaro alpino ( Rumex alpinus)  a valle e nei pressi dei ruderi,  testimonia la fertilità un tempo presente.

Lo sfruttamento delle praterie alpine a Festuca gr. varia ("ulinna") 

Gentiana ramosa





Hieracium aurantiacum
L'abbandono delle pratiche di alpeggio e di sfalcio ha determinato e sta determinando l'evoluzione di estese superfici pascolive \foraggere verso la prateria alpina naturale , nel nostro caso verso quella a Festuca gr. varia, tipica degli alti versanti esposti a sud. Si verifica così l'arretramento e la progressiva  scomparsa delle specie buone foraggere, la cui comparsa e presenza  era legata al pascolamento ed alle relative concimazioni del terreno, e l'avanzamento delle specie che sarebbero naturalmente presenti su quel dato territorio.
Dianthus neglectus 
Non dobbiamo però pensare ad interi versanti sud coperti da specie buone foraggere: anche la giovane "ulinna" era infatti una risorsa indispensabile ai tempi, alimento esclusivo o quasi degli ovini e dei capi non produttivi ( manze, manzette, vitelli) e preziosa scorta di foraggio in caso di maltempo durante la stagione d'alpeggio e per l'inverno; inoltre  i capi non produttivi venivano ricoverati durante la notte per poter ricavare dalle stalle il "dru", cioè concime organico per fertilizzare il terreno, che veniva sparso a vantaggio delle superfici utilizzate dalle vacche in mungitura o tramite pratiche di fertirrigazione o tramite trasporto meccanico in mancanza di adeguate quantità d'acqua od in presenza di esigue quantità di deiezioni animali.
Aster alpinus
Sono comunque molto belle le fioriture che si possono osservare in questo periodo ( fine luglio -inizio agosto) nelle praterie alpine a Festuca gr. varia.
Fioritura di vaniglia d'alpe ( Nigritella rhellicani ) 

Traversando nel ripido

Verso un'evidente e ripida cengia erbosa

Dai ruderi dell'alpe Valpiano il sentiero, dopo un breve tratto di "traverso" in falsopiano, si dirige verso un'evidente e ripida cengia erbosa , superata la quale si giunge ad uno spalto erboso dal quale è ben visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda, nonchè il percorso da affrontare per raggiungerlo. 
Uno spalto erboso dal quale è visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda
Si tratta della parte più delicata del percorso, poichè qui la rinaturalizzazione del territorio ha di fatto cancellato quasi completamente il vecchio sentiero, "richiuso" dalle ulinne ed ormai non più visibile di una qualunque traccia di camosci ( quando va bene) , costringendo ad attraversare una sequenza di piccoli rii e canali traversando ripidi pendii di Festuca gr. varia. 
Traversi sul ripido
Fortunatamente sono sempre visibili i vecchi segni rossi, che aiutano ad evitare di compiere errori di percorso con le conseguenti ( e faticose) discese/risalite "correttive" ( in molti tratti il percorso segnato infatti è praticamente obbligato o quasi - altri passaggi risulterebbero ancor più pericolosi od addirittura di carattere alpinistico);  su terreni del genere non va inoltre sottovalutato il rischio di trovarsi in condizioni di scarsa visibilità ( nebbia) o maltempo , il che significa il rischio di rimanere bloccati da qualche parte e  la maggiore scivolosità delle ripide superfici da attraversare.
Vista dall'alto della presa dell'Arculà
E' molto interessante da questo tratto il colpo d'occhio complessivo sulla presa Iren dell'Arculà, così come in generale il panorama sul vallone di Noaschetta. 
Panorama sul vallone di Noaschetta

Il piano della Sciarda

Piano della Sciarda ; sullo sfondo la bocchetta di Drosa.
Superato con la dovuta attenzione il tratto più ostico della salita, ecco che giungiamo alla splendida conca di origine glaciale ove si trova il piano della Sciarda, una vera e propria "oasi" di superficie pianeggiante e ricca d'acqua nel contesto di ripidi e secchi versanti assolati. Di qui si vede inoltre - ulteriore refrigerio psicologico - come la nostra meta sia ormai molto vicina! 
Sul lato sx idrografico del piano, sistemati "per lungo ( altra accortezza per ridurre al minimo lo spreco di superficie ) , ecco i ruderi di quelle che dovevano essere la stalla e la cavanna di questo alpeggio.
Ruderi del Piano della Sciarda 
Non siamo in grado di dire, così su due piedi, se in questa piccola stalla venissero ricoverati soltanto manze ,vitelli  delle pecore o delle vacche da latte, nè se tale piano fosse funzionalmente e\o dal  punto di vista della proprietà privata legato all'alpe Valpiano oppure alla sottostante alpe Sciarda ( benchè il toponimo lasci propendere per la seconda ipotesi):  :  occorrerebbe avere maggiori informazioni storiche!
Salendo al Valpiano, zoom sull'alpe Sciarda
Dal piano della Sciarda, bellissima è la vista sulle imponenti pareti del Gran Carro 2988 m , così come notevole dovrebbe essere quella sul gruppo del Gran Paradiso: peccato per un pò di  nuvolosità che ora a tratti copre il cielo!
Il Gran Carro 2988 m visto dal Piano della Sciarda
Laggiù il Ciarforon... 
Ci troviamo davvero in un luogo unico: questo piccolo pianoro ha in sè qualcosa di mistico, di nuovo una piccola oasi dove tutti gli elementi  sembrano fermarsi, chetarsi, prima di riprendere la vertiginosa discesa verso il basso, inevitabile conseguenza della legge di gravità: chi per qualche minuto, come l'acqua, chi per tempi più o meno lunghi, come il materiale roccioso. Se infatti un bel temporale estivo potrebbe bastare per spostare a valle sabbie, limi e pietre fini, quanta energia dovrebbe essere presente in loco per trascinare a valle pietre di più grandi dimensioni, od addirittura i massi ?
Si respira nell'aria anche qualcosa di epico, eroico, come se lo spirito di  coloro che sfruttarono queste superfici a scopo agricolo fosse rimasto impresso nelle rocce e nell'erba: uno spirito così forte che ci sembra quasi di percepirlo!

Chi dice che le montagne non si muovono ? 

Ambiente di pietraia


Dopo il piano della Sciarda si raggiunge un'altra piccola conca, oltrepassata la quale si entra in un ambiente di pietraia, con materiale roccioso di pezzatura via via più fine man mano che si risale verso il valico: dai grandi massi del fondo agli sfasciumi dell'ultimo tratto di salita. In realtà la dimensione dei materiali, risultato dell'alterazione e dei crolli delle pareti rocciose soprastanti , risulta suddivisa in modo molto più caotico, poichè nessun fenomeno di crollo è uguale ad un altro per cubatura del materiale e per distribuzione dimensionale degli elementi che lo compongono. Qua e là, ancora chiazze di neve residua... 
Gli ultimi metri sono di sfasciumi...
Nella nebbia sorprendiamo qualche camoscio, che sembra guardarci stupito, decisamente poco abituato alla presenza umana in questi reconditi luoghi, una nebbia che ha ormai completamente avvolto le vicine pareti del Gran Carro, quand'ecco che sentiamo un forte boato: è per l'appunto un crollo di materiale roccioso! E pensare che questa montagna è molto rinomata tra gli amanti dell'arrampicata per la sua buona roccia e le sue vie poco ripetute!
Camosci diffidenti
Non facciamo a tempo a riflettere su quanto successo che un secondo boato, più forte ed accompagnato da un acre odore di scintille, ci fa intuire l'avvenimento di un altro crollo, ben più imponente del primo.  
Ciò che sentiamo tuttavia non ci spaventa troppo: vuoi perchè non siamo "a tiro" delle pareti rocciose del Gran Carro, vuoi perchè il grigio velo della nebbia sembra riuscire ad anestetizzare tutto. Chi dice che le montagne non si muovono ? Lo fanno eccome, a modo loro, pezzo per pezzo o con i grandi movimenti tettonici di profondità...

Attraversando in cresta verso la bocchetta q.2704 m

La bocchetta di Drosa

La bocchetta di Drosa, od almeno quella nominale quotata 2673 m, è presidiata da un imponente gendarme di roccia. I segni rossi invece raggiungono un'altra bocchetta leggermente spostata a sinistra e leggermente più alta , 2704 m di quota, dalla quale proseguono in discesa sul versante Piantonetto.  Già, il vallone di Piantonetto: peccato per l'impossibilità di averne qualche veduta panoramica oggi! Il massimo che riusciamo a vedere, a tratti, sono le vicine pareti di gneiss del Gran Carro e l'alpe Drosa superiore sotto di noi!
 Non sarebbe stata una cattiva idea scendere verso l'alpe Sciarda e quindi raggiungere il fondo del vallone di Noaschetta ben prima dell'Arculà , ma le condizioni di visibilità non ottimali  ci hanno consigliato il ritorno per lo stesso itinerario di salita; fortunatamente per noi la visibilità si è mantenuta accettabile per tutta la discesa, consentendoci un tranquillo rientro alle auto.  

Conclusioni

Da un punto di vista storico-naturalistico, l'itinerario più interessante per raggiungere la bocchetta di Drosa dal lato Noaschetta è certamente quello di percorrere tutto il versante sx idrografico del vallone , magari realizzando un anello per l'alpe Sciarda. 
Occorre tuttavia tener conto che nella parte bassa la traccia di sentiero è perlopiù difficilmente rintracciabile, situazione che nella bella stagione viene aggravata dal rigoglio della vegetazione, e nella parte alta, dall'Arculà in poi, occorre una certa dimestichezza a muoversi in ambienti ripidi: ciascuno faccia le proprie valutazioni! Arrivederci ed a presto con le Storie!