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giovedì 8 agosto 2019

Bocchetta di Drosa dal vallone di Noaschetta ( escursioni non per tutti 13)

Premessa



In una puntata precedente avevamo già avuto l'occasione di parlare del grande interesse storico-naturalistico rivestito dal versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta , costellato da numerosi alpeggi in cui l'osservazione delle tecniche costruttive originarie impiegate - per esempio l'utilizzo di grandi massi o balme come elementi strutturali ( di copertura, perimetrali... )  - fanno presagire un'origine molto antica, quantomeno di epoca medioevale.
Con questo pezzo ci proponiamo di aggiungere un altro "mattone" alla descrizione di questa parte di territorio, ormai completamente abbandonata anche dal punto di vista escursionistico, dopo la definitiva scomparsa di qualunque attività legata alla zootecnia di montagna, avvenuta nel 1993.
Traversata dal vallone di Noaschetta al vallone di Piantonetto dalla bocchetta di Drosa ( elaborazione su carta Igm 1:25000). Nb:  la linea del percorso tratteggiata in rosso è puramente indicativa : non si risponde di un eventuale uso improprio di questa immagine.

La bocchetta di Drosa: un'importante via di comunicazione locale

Il ripido versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta


La bocchetta di Drosa 2673 m, posta tra il Gran Carro 2988 m ed il Trasen Rosso 3060 m,  è stata per lungo tempo un'importante via di comunicazione tra il vallone di Piantonetto e quello di Noaschetta, anzi la più importante, comoda e veloce ( rispetto al colle dei Becchi o di Noaschetta 2990 m, con percorso più roccioso e caratterizzato dalla presenza di nevai perduranti fino a stagione inoltrata nelle parti finali di ambo i versanti) , in un contesto territoriale caratterizzato dall'elevata pressione antropica stagionale insistente sui territori serviti.
Dobbiamo infatti immaginare come ogni alpeggio, ogni tramuto, ogni superficie erbosa fossero utilizzati per il pascolo  del bestiame domestico ( vacche, pecore e capre) o per ricavarne prezioso foraggio ( sia come scorta da utilizzare "in loco" in caso di maltempo - una volta non si mandavano certo a pascolare le vacche "suta l'eva e al trun" - e  neanche manze, manzette, vitelli ed asciutte - sia come scorta invernale e successivamente trasportato a valle) e dunque come il viavai dovesse essere piuttosto intenso. 
Forse il massimo utilizzo di questo valico si ebbe durante i lavori di costruzione della diga di Pian Telessio e dell'opera di presa dell'Arculà ( 1950-1955)  , quando numerosi erano i valligiani impiegati nei grandi cantieri dell'allora Azienda Energetica Municipale di Torino ( oggi Iren )   che potevano velocizzare i loro spostamenti percorrendolo , aggiungendosi ai normali fruitori legati ai lavori stagionali d'alpeggio.
A titolo di esempio. mio nonno materno Contratto Domenico, all'epoca "capocantiere" alla presa dell'Arculà, passava dalla bocchetta di  Drosa quando aveva la necessità di spostarsi presso il cantiere di Telessio oppure per modificare il suo itinerario di ritorno a casa in frazione Cussalma di Locana; il  mio prozio Sola Paolo , che abitava nelle frazioni Zaunere o Mesonette di Locana , racconta ad esempio di come lui ed altri  passassero dalle alpi Drosa e poi dalla Costa delle Fontane Fredde ( memorabile il racconto di una traversata effettuata da lui ed altri colleghi impiegati al cantiere del Telessio per via di  un funerale tenutosi ai Fey, con rientro a lavoro effettuato immediatamente il mattino successivo con partenza all'alba).
Opera di presa Iren all'Arculà

Il versante sx idrografico del medio vallone di Noaschetta

Tale versante, come già detto, è costellato dalla presenza delle vestigia di numerosi alpeggi oggi abbandonati, così come la rete di mulattiere e sentieri che li collegava , mentre la superficie dirimpettaia del versante dx , compresa tra l'alpe Bettasse e l'alpe Arculà, posta alle pendici del monte Castello e del tutto inospitale per pendenza e morfologia , risulta priva di insediamenti,  percorsa unicamente dalla superba mulattiera che conduce alle soprastanti alpi Arculà e Bruna, infrastruttura ancora oggi molto utilizzata dal punto di vista escursionistico. 

Da Balmarossa superiore alla presa Iren dell'Arculà

Per raggiungere la presa Iren dell'Arculà, posta poco oltre l'omonimo alpeggio, ci sono due possibilità: o percorrere il versante sx idrografico passando dal rifugio Noaschetta, con un itinerario di grande interesse storico\ naturalistico ma più avventuroso  o seguire il percorso segnato fino alla presa dell'Arculà , in corrispondenza della quale si attraversa il rio Noaschetta; in entrambi i casi si reperiscono  delle tacche di vernice un pò sbiadite che segnalano il percorso per la bocchetta di Drosa.
Il "sentierino"; in alto a dx la bocchetta di Drosa

L'alpe Valpiano

Un sentierino, il cui percorso è ancora ben evidente ed intuibile osservando il versante  , sale a mezzacosta e con pendenza regolare  tra  i ripidi pendii di erba ulina ( Festuca gr. varia )  fino a raggiungere i ruderi dell'alpe Valpiano. Va detto che tale "sentierino" ( che un tempo era una vera e propria "strada delle vacche", e dunque molto più larga e sistemata con scalini etc)  risulta molto meno intuibile quando vi si transita, per cui consigliamo di porre la massima attenzione nel seguire i segni di vernice ( indubbiamente tracciati da chi conosceva bene il territorio) .
Alpe Valpiano 2222 m

La prima cosa che colpisce dell'alpe Valpiano è la localizzazione dei suoi ruderi, realizzati nell'unica superficie "pianeggiante" - sarebbe meglio dire "meno ripida" - disponibile ( da cui evidentemente il toponimo) nello stretto e ripido valloncello inciso dal rio Cosassione, dominato dalle vicine pareti del Blanc Giuir e del Trasen Rosso. 
Rispetto agli altri alpeggi di questa sezione della valle, qui la tipologia costruttiva con travi in legno è indicativa di  un'origine più recente, probabilmente legata alla fase di massimo insediamento umano sulle alpi Occidentali di fine 1700-1800Precedenti utilizzi  di queste superfici dal punto di vista agricolo\zootecnico non sono certamente da escludere, anche se il pascolamento con vacche in mungitura ( e quindi la presenza di un'adeguata composizione specifica a livello vegetazionale) non può che datare a partire da quell'epoca. 
Alpe Valpiano 2222 m
Quanti "pasti" per vacche in mungitura avrà potuto garantire questo tramuto ? A giudicare dalla quota, 2222 m, sicuramente un solo pascolamento all'anno; a giudicare dalle dimensioni dei ruderi della stalla verrebbe da dire almeno una dozzina. Sappiamo inoltre che nelle zone limitrofe più acclivi  venivano condotte al pascolo le pecore ( ebbene si: le pecore venivano condotte al pascolo e poi fatte rientrare per la mungitura serale ), in particolare nel vallone inciso dal rio Cosassione in direzione del Blanc Giuir.

Qua e là sono ancora presenti specie buone foraggere
Se una dozzina di vacche più le pecore vi sembrano tante, tenete presente che al Valpiano " a j'era la lenga buvinna" ( Polygonum bistorta), specie buona foraggera ed indicatrice di un pascolo pingue e fresco: qualche raro esemplare è ancora infatti oggi presente; anche la  vegetazione nitrofila, con presenza di imperatoria ( Peucedanum ostruthium) e rabarbaro alpino ( Rumex alpinus)  a valle e nei pressi dei ruderi,  testimonia la fertilità un tempo presente.

Lo sfruttamento delle praterie alpine a Festuca gr. varia ("ulinna") 

Gentiana ramosa





Hieracium aurantiacum
L'abbandono delle pratiche di alpeggio e di sfalcio ha determinato e sta determinando l'evoluzione di estese superfici pascolive \foraggere verso la prateria alpina naturale , nel nostro caso verso quella a Festuca gr. varia, tipica degli alti versanti esposti a sud. Si verifica così l'arretramento e la progressiva  scomparsa delle specie buone foraggere, la cui comparsa e presenza  era legata al pascolamento ed alle relative concimazioni del terreno, e l'avanzamento delle specie che sarebbero naturalmente presenti su quel dato territorio.
Dianthus neglectus 
Non dobbiamo però pensare ad interi versanti sud coperti da specie buone foraggere: anche la giovane "ulinna" era infatti una risorsa indispensabile ai tempi, alimento esclusivo o quasi degli ovini e dei capi non produttivi ( manze, manzette, vitelli) e preziosa scorta di foraggio in caso di maltempo durante la stagione d'alpeggio e per l'inverno; inoltre  i capi non produttivi venivano ricoverati durante la notte per poter ricavare dalle stalle il "dru", cioè concime organico per fertilizzare il terreno, che veniva sparso a vantaggio delle superfici utilizzate dalle vacche in mungitura o tramite pratiche di fertirrigazione o tramite trasporto meccanico in mancanza di adeguate quantità d'acqua od in presenza di esigue quantità di deiezioni animali.
Aster alpinus
Sono comunque molto belle le fioriture che si possono osservare in questo periodo ( fine luglio -inizio agosto) nelle praterie alpine a Festuca gr. varia.
Fioritura di vaniglia d'alpe ( Nigritella rhellicani ) 

Traversando nel ripido

Verso un'evidente e ripida cengia erbosa

Dai ruderi dell'alpe Valpiano il sentiero, dopo un breve tratto di "traverso" in falsopiano, si dirige verso un'evidente e ripida cengia erbosa , superata la quale si giunge ad uno spalto erboso dal quale è ben visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda, nonchè il percorso da affrontare per raggiungerlo. 
Uno spalto erboso dal quale è visibile la conca ove si trova il piano della Sciarda
Si tratta della parte più delicata del percorso, poichè qui la rinaturalizzazione del territorio ha di fatto cancellato quasi completamente il vecchio sentiero, "richiuso" dalle ulinne ed ormai non più visibile di una qualunque traccia di camosci ( quando va bene) , costringendo ad attraversare una sequenza di piccoli rii e canali traversando ripidi pendii di Festuca gr. varia. 
Traversi sul ripido
Fortunatamente sono sempre visibili i vecchi segni rossi, che aiutano ad evitare di compiere errori di percorso con le conseguenti ( e faticose) discese/risalite "correttive" ( in molti tratti il percorso segnato infatti è praticamente obbligato o quasi - altri passaggi risulterebbero ancor più pericolosi od addirittura di carattere alpinistico);  su terreni del genere non va inoltre sottovalutato il rischio di trovarsi in condizioni di scarsa visibilità ( nebbia) o maltempo , il che significa il rischio di rimanere bloccati da qualche parte e  la maggiore scivolosità delle ripide superfici da attraversare.
Vista dall'alto della presa dell'Arculà
E' molto interessante da questo tratto il colpo d'occhio complessivo sulla presa Iren dell'Arculà, così come in generale il panorama sul vallone di Noaschetta. 
Panorama sul vallone di Noaschetta

Il piano della Sciarda

Piano della Sciarda ; sullo sfondo la bocchetta di Drosa.
Superato con la dovuta attenzione il tratto più ostico della salita, ecco che giungiamo alla splendida conca di origine glaciale ove si trova il piano della Sciarda, una vera e propria "oasi" di superficie pianeggiante e ricca d'acqua nel contesto di ripidi e secchi versanti assolati. Di qui si vede inoltre - ulteriore refrigerio psicologico - come la nostra meta sia ormai molto vicina! 
Sul lato sx idrografico del piano, sistemati "per lungo ( altra accortezza per ridurre al minimo lo spreco di superficie ) , ecco i ruderi di quelle che dovevano essere la stalla e la cavanna di questo alpeggio.
Ruderi del Piano della Sciarda 
Non siamo in grado di dire, così su due piedi, se in questa piccola stalla venissero ricoverati soltanto manze ,vitelli  delle pecore o delle vacche da latte, nè se tale piano fosse funzionalmente e\o dal  punto di vista della proprietà privata legato all'alpe Valpiano oppure alla sottostante alpe Sciarda ( benchè il toponimo lasci propendere per la seconda ipotesi):  :  occorrerebbe avere maggiori informazioni storiche!
Salendo al Valpiano, zoom sull'alpe Sciarda
Dal piano della Sciarda, bellissima è la vista sulle imponenti pareti del Gran Carro 2988 m , così come notevole dovrebbe essere quella sul gruppo del Gran Paradiso: peccato per un pò di  nuvolosità che ora a tratti copre il cielo!
Il Gran Carro 2988 m visto dal Piano della Sciarda
Laggiù il Ciarforon... 
Ci troviamo davvero in un luogo unico: questo piccolo pianoro ha in sè qualcosa di mistico, di nuovo una piccola oasi dove tutti gli elementi  sembrano fermarsi, chetarsi, prima di riprendere la vertiginosa discesa verso il basso, inevitabile conseguenza della legge di gravità: chi per qualche minuto, come l'acqua, chi per tempi più o meno lunghi, come il materiale roccioso. Se infatti un bel temporale estivo potrebbe bastare per spostare a valle sabbie, limi e pietre fini, quanta energia dovrebbe essere presente in loco per trascinare a valle pietre di più grandi dimensioni, od addirittura i massi ?
Si respira nell'aria anche qualcosa di epico, eroico, come se lo spirito di  coloro che sfruttarono queste superfici a scopo agricolo fosse rimasto impresso nelle rocce e nell'erba: uno spirito così forte che ci sembra quasi di percepirlo!

Chi dice che le montagne non si muovono ? 

Ambiente di pietraia


Dopo il piano della Sciarda si raggiunge un'altra piccola conca, oltrepassata la quale si entra in un ambiente di pietraia, con materiale roccioso di pezzatura via via più fine man mano che si risale verso il valico: dai grandi massi del fondo agli sfasciumi dell'ultimo tratto di salita. In realtà la dimensione dei materiali, risultato dell'alterazione e dei crolli delle pareti rocciose soprastanti , risulta suddivisa in modo molto più caotico, poichè nessun fenomeno di crollo è uguale ad un altro per cubatura del materiale e per distribuzione dimensionale degli elementi che lo compongono. Qua e là, ancora chiazze di neve residua... 
Gli ultimi metri sono di sfasciumi...
Nella nebbia sorprendiamo qualche camoscio, che sembra guardarci stupito, decisamente poco abituato alla presenza umana in questi reconditi luoghi, una nebbia che ha ormai completamente avvolto le vicine pareti del Gran Carro, quand'ecco che sentiamo un forte boato: è per l'appunto un crollo di materiale roccioso! E pensare che questa montagna è molto rinomata tra gli amanti dell'arrampicata per la sua buona roccia e le sue vie poco ripetute!
Camosci diffidenti
Non facciamo a tempo a riflettere su quanto successo che un secondo boato, più forte ed accompagnato da un acre odore di scintille, ci fa intuire l'avvenimento di un altro crollo, ben più imponente del primo.  
Ciò che sentiamo tuttavia non ci spaventa troppo: vuoi perchè non siamo "a tiro" delle pareti rocciose del Gran Carro, vuoi perchè il grigio velo della nebbia sembra riuscire ad anestetizzare tutto. Chi dice che le montagne non si muovono ? Lo fanno eccome, a modo loro, pezzo per pezzo o con i grandi movimenti tettonici di profondità...

Attraversando in cresta verso la bocchetta q.2704 m

La bocchetta di Drosa

La bocchetta di Drosa, od almeno quella nominale quotata 2673 m, è presidiata da un imponente gendarme di roccia. I segni rossi invece raggiungono un'altra bocchetta leggermente spostata a sinistra e leggermente più alta , 2704 m di quota, dalla quale proseguono in discesa sul versante Piantonetto.  Già, il vallone di Piantonetto: peccato per l'impossibilità di averne qualche veduta panoramica oggi! Il massimo che riusciamo a vedere, a tratti, sono le vicine pareti di gneiss del Gran Carro e l'alpe Drosa superiore sotto di noi!
 Non sarebbe stata una cattiva idea scendere verso l'alpe Sciarda e quindi raggiungere il fondo del vallone di Noaschetta ben prima dell'Arculà , ma le condizioni di visibilità non ottimali  ci hanno consigliato il ritorno per lo stesso itinerario di salita; fortunatamente per noi la visibilità si è mantenuta accettabile per tutta la discesa, consentendoci un tranquillo rientro alle auto.  

Conclusioni

Da un punto di vista storico-naturalistico, l'itinerario più interessante per raggiungere la bocchetta di Drosa dal lato Noaschetta è certamente quello di percorrere tutto il versante sx idrografico del vallone , magari realizzando un anello per l'alpe Sciarda. 
Occorre tuttavia tener conto che nella parte bassa la traccia di sentiero è perlopiù difficilmente rintracciabile, situazione che nella bella stagione viene aggravata dal rigoglio della vegetazione, e nella parte alta, dall'Arculà in poi, occorre una certa dimestichezza a muoversi in ambienti ripidi: ciascuno faccia le proprie valutazioni! Arrivederci ed a presto con le Storie!



domenica 22 ottobre 2017

Rapporti occasionali in val Soana - Rosa dei Banchi da Piamprato

Meglio soli o accompagnati ? 

Lettori incalliti ed escursionisti incalliti hanno molto in comune: così come i primi mentre stanno leggendo un libro   hanno già in mente quelli che leggeranno dopo, così gli escursionisti incalliti durante un'escursione hanno già in mente l'idea delle prossime, ciascuno secondo il proprio personale percorso, le proprie preferenze. 
E' per questo motivo che regalare\consigliare un libro ad un accanito lettore, pur essendo comunque un'ottima idea, rischia di vedere quel libro prendere la polvere per mesi od anni prima di venir letto, così come proporre\suggerire ad un escursionista incallito una meta la espone al più che concreto rischio di vederla cestinata, salvo che essa non coincida con i suoi progetti a breve termine, senza contare il fatto che gli escursionisti incalliti tendono prendere una decisione definitiva sulla meta giusto la sera prima, scelta solitamente tra una "rosa" di idee...
Insomma, per farla breve, può succedere che un assiduo frequentatore della montagna si ritrovi da solo durante un'uscita ( sarebbe sempre meglio, per ragioni di sicurezza, andare in compagnia , purchè sia buona)   ed è proprio ciò che  è capitato a me in un'assolata giornata di questo caldo ottobre 2017...

Con calma, senza limiti...

E del resto come avrebbe potuto essere diversamente, quando per motivi personali e\o di lavoro si è costretti a sfruttare un giorno infrasettimanale , decidendo escursione e meta la sera precedente? Chi è causa del suo mal...
Ci sono , è vero, dei percorsi talmente frequentati che rendono il concetto di "andar da soli" più formale che sostanziale, ma questo non è certo il caso della stragrande maggioranza degli itinerari presenti nelle valli Orco e Soana !

La zona scelta per l'escursione è quella di Piamprato e, siccome sono da solo, decido di fare come piace a me: prenderla con calma, senza  pormi limiti riguardo alla meta, nè massimi, nè minimi:  il percorso è sempre più importante della meta. 
Parcheggiata l'auto nel nuovo posteggio a monte della frazione, ecco che un simpatico cucciolone di pastore maremmano ,  di guardia presso un gregge lì vicino, viene a salutarmi affettuosamente e non vorrebbe più lasciarmi andar via: eccolo che  scodinzola, mi fa le feste, mi invita a giocare con lui ( questi cani da guardiani sono davvero pericolosissimi ) !
Ma sono già le 9 del mattino e le giornate a metà ottobre sono decisamente più corte ( ecco un serio limite alla mia libertà d'azione) , ragion per cui saluto il mio nuovo amico a 4 zampe e mi avvio lungo la pista per la nuova seggiovia. 
Ps: mi scuso per la minor qualità delle immagini, ma sono tutte scattate con lo smartphone per cause di forza maggiore.

Il complesso sportivo-escursionistico della Ciavanassa

Grangia Ciavanassa
Grangia La Reale
La seggiovia , realizzata a servizio della pista da sci, è predisposta anche per il trasporto delle biciclette: è infatti stata realizzata in zona una pista di downhill; all'arrivo dell'impianto di risalita è stato realizzato il rifugio escursionistico Ciavanassa, immediatamente a monte dell'omonima grangia.
Ovviamente l'impianto di risalita oggi è chiuso ed io, poco oltre la stazione di partenza della seggiovia, abbandono la pista in favore di una discreta mulattiera. Giunto nei pressi della grangia Ciavanassa (il cui stato di conservazione stona un pò con il nuovo e vicino rifugio escursionistico ) , abbandono la mulattiera a favore di una salita  diretta lungo i pascoli, fino a raggiungere la grangia La Reale.
Il lago La Reale dominato dal monte Nero
Da qui proseguo lungo il dolce vallone, che si conclude con il col Larissa, fino al bivio di quota 2400 m circa, ove svolto a sinistra per imboccare il valloncello compreso tra la Cima del Rospo a sx ed il Becco Pragelas a dx.  Tutto intorno a me è spettacolare l'aspetto dell'alta montagna nella sua veste autunnale, rivestita di un elegante manto giallo; alle mie spalle è ora ben visibile il  lago la Reale, dominato dall'imponente sagoma del Monte Nero  .
Una volta superata la cima del Rospo, la vista si apre nuovamente verso il fondovalle, mentre a dx è ora ben visibile la Cima Beccher, alla quale ora punto decisamente, dopo aver dato un'occhiata all'orologio.

Qualcuno è in arrivo...


Mentre sono quasi in cima alla Beccher, ecco che scorgo in lontananza qualcuno che  sta  salendo verso la cresta divisoria Val Soana\Champorcher in direzione della quota 2962 m, sicuramente proveniente dal pian delle Manze : "questo è uno pratico del posto od un guardaparco" - penso - "peccato non avere con me il binocolo !".
Il vallone che scende al Pian delle Manze 
Arrivato in cima alla Beccher il panorama si fa grandioso; guardo l'orologio è vedo che è ancora relativamente presto, ragion per cui decido di continuare lungo l'ampia cresta di blocchi,roccette ed erba  in direzione della Rosa dei Banchi, con la scusa di andare "a prendere" il supposto "guardaparco", con il quale ci incontriamo appunto alla quota 2962, che  infatti non è un guardaparco ( non porta la divisa),  ma un escursionista solitario come il sottoscritto.

Se prima ero da solo, ora siamo in due...

Scambiato un cenno di saluto e quattro chiacchiere,  vengo a sapere che non è  uno pratico del posto, anzi è la prima volta che viene qui, destinazione Rosa dei Banchi, ed anche da non così vicino, cioè da Novara. Ed è salito dal pian delle Manze, cioè lungo un percorso non banale: è uno tosto!
"Ma guarda" -  penso - "ho trovato un buon socio per arrivare fino alla cima della Rosa ! Chi l'avrebbe mai detto in un giorno della settimana! ". 
Cima Beccher ed il Monte Rosa

Proseguiamo così  lungo la cresta, ora leggermente più ripida che in precedenza,  fino alla quota 3048; da qui in poi la cresta si restringe ed il percorso si fa più aereo e, sebbene privo di difficoltà, occorre fare attenzione perchè qui il piede non può certo scivolare !
In questo primo tratto la cresta è larga 
Osservando il versante Champorcher, noto che è presente del ghiaccio e la cosa un pò mi  preoccupa ,perchè stando alle relazioni ora ci aspetta un breve traverso su quel lato. Anche l'ultimo tratto della cresta fino alla punta della Rosa sembra piuttosto stretto e ripido visto da qui, ma si sa che sovente in montagna le prospettive ingannano, finchè non si è vicini non si può certo giudicare!
Superata la quota 3048 ed un breve tratto in discesa, la cresta presenta un tratto roccioso che va superato a destra con un traverso di pochi metri. Per fortuna in questo tratto la quantità di ghiaccio\neve ghiacciata presente è davvero esigua e consente il passaggio, anche se si tratta di sfasciumi fini sui quali occorre raddoppiare l'attenzione.

Sul versante Champorcher è presente un pò di ghiaccio - l'ultimo tratto della cresta sembra stretto e ripido
Sarà l'ora di pranzo che si avvicina, sarà la fifa, sarà il ricordo dell'impressione avuta dalla cresta finale per la Rosa, sarà il pensiero del traverso, sarà quel che sarà, ecco che d'improvviso mi sfiora l'idea di fermarmi in questo punto.  Vale la pena continuare ? Il panorama è già così bello da qui!
Ecco che fortunatamente il mio "socio", dopo aver verificato l'impossibilità di superare in cresta la parte rocciosa di cui sopra, imbocca decisamente il traverso ed io lo seguo. 
Fatta la debita attenzione al ghiaccio presente sul percorso, ecco che subito riprendiamo il filo di cresta e,  in men che non si dica,  raggiungiamo la croce di vetta.  
Triangolino di vetta
Come da relazioni, il percorso, tolta l'esposizione,  si conferma facile in assenza di neve e\o ghiaccio : basta far attenzione alla ghiaietta presente sui blocchi della cresta, che può far perdere l'equilibrio ed ovviamente tenere sempre a mente che in un percorso così esposto non si può camminare con la testa tra le nuvole , anche se fisicamente lo è ! 
l mio compagno d'avventura mi ricorda inoltre che  " la meta. in montagna , è soltanto metà del percorso" : ecco una visione più quantitativa ma efficace del confronto meta-percorso.

Non c'è il 2 senza il 3...

Panorama verso Monte Rosa e Cervino
Ciò non toglie che quel traversino mi sia piaciuto poco, talmente poco che comincio a vagheggiare improbabili alternative di discesa: traversata dal colle della Borra, discesa diretta sulla punta della Balma. Forse la causa di questo fiorire di idee bislacche è dovuto al  livello di zuccheri nel sangue, visto che dopo pranzo tutte queste fantastiche idee svaniranno a favore di un maggiormente realistico ritorno per l'itinerario di salita, ma potrebbe essere anche dovuto ad un classico attacco del morbo del ravanatore .
Panorama verso lago Miserin , punta Tersiva ( a sx ), mont Glacier ( a dx )
Ecco che ad un certo punto, versante Campiglia, sta arrivando un altro escursionista: lo aspettiamo in cima, mentre ammiriamo il grandioso panorama.


vista verso il gruppo del Monte Bianco
Anche con lui scambiamo quattro chiacchiere, per scoprire che arriva dalla provincia di Pavia ed è salito da Champorcher... Val Soana international oggi !
Vista sulla testata del vallone di Campiglia ( a sx la Torre Lavina ) e sul gruppo del Gran Paradiso 
Per noi però si è fatta l'ora di scendere e così, salutati lui e la Rosa,  riprendiamo la cresta  a ritroso. 

Discesa:  lungo l'itinerario di salita ? 

Arrivati al traversino in versante Champorcher, che io supero con una cautela quantomeno eccessiva,  rivelo al mio "socio" che molto probabilmente se non l'avessi incontrato mi sarei fermato in quel punto. E lui mi risponde che se non mi avesse visto da sotto, molto probabilmente si sarebbe fermato prima di raggiungere la cresta, poichè il percorso dal pian delle Manze, fatto senza volerlo, era stato piuttosto faticoso ed ostico. Quando si dice: l'unione fa la forza !
La cresta è a tratti un pò affilata ma facile...
La conseguenza logica di quest'ultimo ragionamento è naturalmente la scelta di... scendere dal pian delle Manze , anche se non direttamente dalla quota 3048 ma un pò più in là, dove le pendenze si addolciscono. 
E' una discesa diretta e divertente senza sentiero in mezzo ai pascoli, certamente sconsigliabile in salita per la maggiore faticosità del percorso.
Una divertente discesa in mezzo ai pascoli
Arriviamo così al pian delle Manze ed alla grangia Becco Grande ed ecco che qui io mi sbaglio, lasciando il sentiero segnato per una traccia di bovine al pascolo che ci conduce troppo a destra, cosa che ci costerà un breve supplemento di risalita.
Riguadagnati il sentiero e poi la pista,  giungiamo in breve al parcheggio dove all'atto di salutarci cogliamo l'occasione per... presentarci. Eh si, perchè dopo oltre 5 ore di cammino insieme non ci eravamo ancora neanche presentati, insomma cose del tipo chi sei, come ti chiami, ed ora che ci penso, anche il signore incontrato in vetta non si era qualificato... Evidentemente  tra chi ama la montagna non servono tante parole per capirsi ed  il fiato serve per salire:  meglio non sprecarlo per dire cose superflue.  Avvenuto lo scambio di rito dei numeri di telefono per condivisione fotografie e dei reciproci auguri per tante belle gite future, io ed il mio "socio" occasionale ci lasciamo e saliamo sulle rispettive auto per tornare alle nostre "stabili" case.


martedì 27 giugno 2017

Costa Vargnei - anello da Lasinetto per la bocchetta di Pianey ed il lago Lasin ( Escursioni non per tutti 12 )

Un'offerta che non si può rifiutare...

La Costa Vargnei , con le sue tre punte, costituisce la parte finale  della cresta spartiacque Lasinetto\Forzo nel tratto  che separa il vallone di Lasin dalla comba del Meialet e  dei laghi del monte Colombino, che ha inizio in corrispondenza della punta delle Tole Reverse.
La nostra meta...

E' un'ascensione che si svolge in luoghi selvaggi ed impervi, che il 99,9% degli escursionisti non conosce n è frequenta, così come buona parte degli abitanti della stessa Val Soana: il che è tutto dire.
La carta 3d rende bene l'idea della ripidezza 
E così quando l'amico Luca mi telefona per invitarmi a questo giro programmato con Giuseppe, in arte Blin, che sulla costa naturalmente ci è già stato , non posso certo rifiutare, anche se so già che dovrò soffire perchè a causa di un impegno serale indifferibile dormirò a malapena tre ore : il ritrovo è infatti fissato alle ore 5,10 a Pont ( senza contare il fatto che giusto questa mattina mi sono divertito ad esplorare "The darkside of Noaschetta" ).
Ho parlato di ascensione poichè l'itinerario va classificato come EE\F per via del tratto di  cresta da percorrere tra la punta Vargnei  I fino alla punta 3, dove le difficoltà diventano di tipo alpinistico poichè c'è spesso da usare le mani ed è necessario affrontare qualche passo di arrampicata facile ma esposto ( ed in questo non posso che concordare pienamente con la valutazione di Francoc59 ).

Prima parte: da Lasinetto alla bocchetta di Pianey

Da Lasinetto si percorre il sentiero per il lago Lasin fin nei pressi dei ruderi dell'alpe Ciavanis,subito a monte della quale parte una traccia, appena visibile, che sale ripidissima verso la bocchetta di Pianey ( e qui finisce, per quanto riguarda la salita, il percorso su sentiero vero e proprio, seppur arcigno e scomodo come quello che risale il vallone di Lasin).
La ripida salita..
Come riportato anche dalla guida del Cai-Tci, è lungo questa impervia traccia che gli animali venivano portati al pascolo alle grange Pianey, poste sul versante Forzo all'altezza della frazione Pezzetto ,  di costruzione probabilmente recente ma già abbandonato nel periodo tra le due guerre mondiali ( una sorte comune a molti alpeggi e piccole borgate nate durante il periodo di massima pressione antropica dell'uomo sulle Alpi , costruite in luoghi poco fortunati da proprietari sicuramente poco fortunati). La salita da Pezzetto, ci dice Giuseppe, si svolge infatti in un ambiente ancor più ostico...
L'alpe Ciavanis invece , a giudicare dalla cotica erbosa e dai numerosi ceppi di larici tagliati ormai decenni fa, non doveva essere poi così male... 
Mitigata dalla fioritura dei maggiociondoli...
Grazie alla guida sicura di Giuseppe, ed al suo proverbiale fiuto per i sentieri "scomparsi", riusciamo a non perdere mai la traccia, fattore prezioso per risparmiare qualche energia; la dura salita è addolcita dalla magnifica fioritura dei maggiociondoli, che punteggiano l'intero versante fin quasi alla bocchetta, e degli asfodeli.
Alle nostre spalle spiccano i versanti nord del monte Colombo e della punta Sili, che osservate da questo lato non presentano la caratteristica forma piramidale che invece le caratterizza se viste  da sud ( Ribordone) .
Dalla bocchetta Pianey: uno sguardo verso il versante Pezzetto; sullo sfondo Torre Lavina, Cresta del Cavallo e Punta Tressi
Arrivati alla bocchetta non possiamo fare a meno di concederci una piccola pausa ristoratrice, anche per godere di questo luogo "mistico" e del suo panorama molto particolare. Un rapido sguardo sul versante Pezzetto, in direzione delle grange Pianey, unito al pensiero della ripida salita appena affrontata, mi spinge a chiedermi quale diabolica necessità avesse spinto dei poveri cristi a doversi conquistare il pane su queste "rive", per giunta anche parecchio pietrose! Mi auguro che una situazione socioeconomica simile non abbia mai più a ripresentarsi! 
Fortunatamente la pausa non è troppo lunga perchè dopo appena 5 minuti di sosta la mancanza di sonno comincia a farsi sentire e mi vien da chiudere gli occhi: pazzesco !

Seconda parte: lungo la cresta, di punta in punta...

Dalla bocchetta di Pianey si sale leggermente sotto la cresta ( versante Lasin naturalmente) , traversando verso ovest , lungo ripidi pendii erbosi, fino a raggiungere una dorsale che in breve ci conduce alla punta delle Tole Reverse 2413 m. C'è un pò di nebbiolina che va e che viene, togliendo visibilità al percorso ed al panorama, ma Giuseppe come al solito  non sbaglia niente, ed a noi basta seguirlo mentre ci conduce con passo sicuro.
Luca in cima alle Tole Reverse
Anche qui facciamo una piccola pausa, soprattutto per capire come si muovono le nuvole che coprono parte del nostro percorso e decidere il da farsi: non si tratta comunque di nebbie così dense e persistenti da impedire la prosecuzione del nostro cammino, ed inoltre è ancora presto come orario, per cui valutiamo possibile proseguire. Io sono nuovamente vittima dell'abbiocco ma ancora una volta la pausa fortunatamente è breve.
Delle rade nebbioline insistono sulla costa Vargnei ( vista da Tole Reverse)
Mentre incominciamo a percorrere il successivo tratto di cresta fino alla quota 2460 m, sullo scosceso versante Forzo\Meialet, alla nostra destra assistiamo allo spettacolo di due pernici bianche che "giocano" in volo, planando e decollando di cengia in cengia, quasi completamente indifferenti alla nostra presenza ( peccato non siano abbastanza vicine da riuscire  a fotografarle ), impegnate in un volo rituale legato all'accoppiamento ( siamo a giugno, in un periodo alla fine del periodo degli accopiamenti ) come mi conferma l'amico Michele, gran conoscitore dei galliformi...
Arrivati alla quota 2460 m abbandoniamo la cresta per effettuare un traverso verso sinistra fin sotto alla quota 2717 di Costa Vargnei , alla quale saliamo per un pendio erboso.
Una curiosità: il "vargnu" in dialetto locale è l'abete bianco, ragion per cui questa doveva essere la costa dei "vargnu", cioè con presenza di abeti bianchi: se questa ipotesi fosse vera, pensate a come dovesse essere più caldo il clima al tempo in cui a questa zona i locali diedero tale nome! Un nome che in questo caso dovrebbe addirittura esser fatto risalire all'epoca medioevale antecedente la cd. "piccola era glaciale", durante la quale viceversa sono sicuramente nati altri toponimi che indicano, per esempio, la presenza del faggio a quote molto più basse di quelle attuali ( es. Foere, Fey, Feilongo etc etc ). Ma sono solo speculazioni a cui non si può trovare riscontro così su due piedi...
Giuseppe in cima alla  q. 2717 della Vargnei 
Dalla quota 2717 seguiamo ora la cresta sommitale , raggiungendo con un saliscendi in sequenza una piccola bocchetta,  la Vargnei II ( q. 2747 ), un colletto ed infine la Vargnei I ( q. 2838), con triangolino di vetta del Cai di Rivarolo. 
Come già detto nell'introduzione, questo tratto del percorso è facile e divertente ma si svolge tutto su una cresta di blocchi e massi accatastati che richiede sovente l'utilizzo delle mani e presenta qualche passaggio un pò esposto ( ragion per cui bisogna fare la massima attenzione), con difficoltà sostanzialmente di tipo alpinistico.
La cresta che conduce alla Vargnei I ( q. 2838) : divertente ma bisogna fare attenzione.

Dalla vetta splendido il panorama sul selvaggio vallone di Forzo...
Bel panorama sul lago

Terza parte: la discesa

Dalla Vargnei I ritorniamo al colletto , dal quale scendiamo per pendii erbosi verso un pianoro posto lungo il sentiero poco oltre il casotto Pngp del Lazin , passando per una pietraia ed attraversando una conca nella quale scorre un piccolo rio, che è  dotata di una rudimentale scalinata in pietra (dove ci fermiamo a consumare il meritato pranzo al sacco).
Scendendo nel primo pomeriggio è meraviglioso il colore blu scuro con il quale si presentano le acque del lago Lazin oggi, per di più contornate da una splendida e massiccia fioritura di rododendri.
Lago Lazin blu scuro
Una volta raggiunto il percorso segnato non ci resta che seguirlo e così, passando per il casotto Pngp, il lago Lasin  e sfruttando la variante attrezzata di q. 1700 m circa ritorniamo nei pressi dell'alpe Ciavanis, quindi Pian Bosco ( dove ci aspetta la tradizionale ed odiata risalita  riservata agli escursionisti che si avventurano nel vallone di Lasin, avendo noi scelto di non praticare la variante bassa) etc etc fino a giungere nei pressi della grande goia di Lasinetto, dove ci concediamo un refrigerante pediluvio, prima di tornare alla macchina, un pò stanchi ma molto soddisfatti! 
Arrivederci ed a presto con le Storie!
La goia di Lasinetto