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venerdì 23 settembre 2016

Escursioni non per tutti 5 - Moncimour dal vallone dell'Eugio

Introduzione

Posto all'incrocio tra il vallone dell'Eugio, il vallone dell'Alpuggio e quello di Valsoera, il Moncimour è una montagna di bell'aspetto, da cui si gode un magnifico panorama a 360° sul gruppo del Gran Paradiso, sul Rosa, sulle cime delle valli di Lanzo e sulla pianura piemontese. Alpinisticamente parlando il Moncimour è una vetta  di nessuna importanza : si tratta infatti di una cima sostanzialmente escursionistica ( classificabile come EE) , eppure raggiungerla non è così facile, da qualunque versante si decida di salirla.
Qualcuno pensa che non essendoci difficoltà alpinistiche, non valga la pena di salirla: poco male, il panorama e la soddisfazione ce la godremo noi!
Qualcuno pensa che non essendoci difficoltà alpinistiche si tratta semplicemente di "mettere un piede dopo l'altro", un gioco da ragazzi insomma. Ed invece non è affatto così,  e questo per vari motivi:
  • è un'escursione molto lunga , sia come dislivello che come distanza ( per cui è richiesto un buon allenamento) ;
  • si procede in larga parte su terreno difficile, ripido e\o in assenza di sentiero ( cosa che raddoppia la fatica e quindi l'allenamento necessario) ;
  • su un terreno del genere bisogna sapersi muovere ( pena la quadruplicazione dei tempi e della fatica, il rischio di incidenti o comunque di finire in qualche situazione difficile). 

Ecco, direi che l'ultimo punto è decisamente il più importante: per andare al Moncimour tutta la vostra tecnica, la vostra bravura con nodi, corde e chiodi serve a niente. Bisogna sapersi muovere, bisogna arrangiarsi. E non tutti gli escursionisti o gli alpinisti abituati a procedere in sicurezza e\o su vie molto frequentate sono in grado di farlo.
Il Moncimour può essere raggiunto dal vallone di Valsoera, dal vallone dell'Alpuggio e dal vallone dell'Eugio.
Dal vallone di Valsoera , cui si perviene da San Giacomo di Piantonetto o dalla diga di Telessio per la bocchetta di Valsoera, occorre raggiungere il passo del Moncimour, salendo un ripido canalone di sfasciumi che definire infami è dire poco : lì si muove davvero di tutto, anche materiale di grosse dimensioni e, dulcis in fundo, all'inizio del  canalone potrebbero presentarsi, specialmente ad inizio e fine stagione, dei simpatici nevai con neve dura per cui sarebbe consigliabile portarsi dei ramponi.
Dal vallone dell'Alpuggio occorre raggiungere la bocchetta superiore dell'Alpuggio ( per raggiungerla potrebbero essere necessari i ramponi in caso di neve)  e quindi percorrere la facile cresta sud fatta di massi accatastati fino alla vetta.
Il raggiungimento dal vallone dell'Eugio è invece il tema di questo articolo!

Parte prima - l'avvicinamento


Scendendo dal monte Arzola:  in primo piano  il lago d'Eugio in ombra, in secondo piano, sempre in ombra ,la piccola conca dell'alpe Savolere e, leggermente più in alto, la conca del lago Nero d'Eugio. In alto a destra l'inconfondibile sagoma del Moncimour.
Da Locana , dal vallone di Piantonetto ( da località Valsoani nel vallone di Piantonetto lungo il Gta che passa per il casotto Pngp dell'alpe Colla) o da Posio  raggiungere il lago d'Eugio ( siccome sono già presenti ottime descrizioni su Gulliver, non intendo dilungarmi oltre su questo tratto).  E' da qui che comincia il "divertimento", cioè si comincia a procedere dapprima su una traccia di sentiero ormai quasi invisibile e poi in assenza di sentiero, per cui credo sia il caso di fornire ai lettori una più approfondita descrizione del percorso, che unita all'esperienza ed ad un buon "fiuto" dovrebbe consentirvi di non perdere la traccia o quantomeno ( più realisticamente) di ritrovarla in caso di smarrimento. Credete che stia esagerando? Provare per credere...
Attraversato lo sbarramento, subito a monte della diga reperire un'esile traccia di sentiero ( ometti) che, costeggiando più o meno il lago dall'alto, conduce con alcuni saliscendi fino a raggiungere un ripiano caratterizzato dalla presenza di una grossa pozza d'acqua.
Poco oltre il suddetto ripiano, la traccia va ad attraversare il rio Eugio, portandosi sulla sponda destra idrografica ( ometti ); in questo punto occorre fare attenzione perchè l'inizio della traccia sull'altra sponda è attualmente quasi coperto dalla vegetazione ripariale: non lasciatevi ingannare.
Il caratteristico masso spaccato dell'alpe Savolere con alcune "villeggianti"
La traccia di sentiero, in piano ed in leggera salita, conduce in breve all'alpe Savolere, alpeggio che merita una pausa ed una visita approfondita per via dei suoi rustici,  ricavati sfruttando la presenza in loco di piccole balme, del suo bel laghetto ( che potrebbe presentarsi quasi secco in stagione avanzata) e del caratteristico masso spaccato che si trova al termine del pianoro.
Lasciato a destra il gigantesco masso, la traccia comincia a salire ora in maniera più decisa tra i rododendri ( ometti) , sempre sulla sponda dx idrografica del rio Eugio, fin quasi a raggiungere una grossa balma posta vicino ad una piccola parete rocciosa, quindi piega decisamente verso destra  a raggiungere alcune balme poste appena sotto la lunga conca occupata dal lago Nero d'Eugio.
La traccia, sempre appena visibile, costeggia ora  il lungo lago fin quasi al suo termine, quindi risale ripida a superare verso destra  le grandi pareti che ne sovrastano il fondo, giungendo nei pressi dell'alpe Leyner, leggermente spostata sulla destra ( ometti, resti di terrazzamenti a sostegno del sentiero) . Nei pressi dei ruderi dell'alpe Leyner è presente una buona fontana d'acqua, acqua che comunque è non potabile e quindi assolutamente sconsigliata per chi non ha mai bevuto altro che acqua del rubinetto od acqua in bottiglia.
Il lungo lago Nero d'Eugio
Senza raggiungere l'alpe del lago Nero, la traccia continua a salire ripida, ora per erba; giunta fin nei pressi di una grossa pietraia svolta decisamente verso destra e, sempre in salita, va ad attraversare un piccolo corso d'acqua , superato il quale giunge in breve ai ruderi dell'alpe dei Fons ( ometti), posta su un'aerea spalla ai piedi della conca contenente il lago Boccutto. Salendo di pochi metri lungo il corso d'acqua si trova una minuscola balma, entro la quale si trova un'ottima fontana ( per la quale vale lo stesso discorso fatto per quella dell'alpe Leyner ).
Arrivati a questo punto ci sono due possibilità: o proseguire  lungo la traccia di sentiero o raggiungere il lago Boccuto.

Variante n°1 - per il lago Boccutto

Il lago Boccutto visto salendo ai laghi Bort
Dalla costruzione dell'alpe dei Fons posta in prossimità della traccia di sentiero , scendere nel ripiano a destra, ove si trovano gli altri rustici che compongono l'alpeggio, e percorrerlo orizzontalmente fino a reperire un grosso ometto posto ai piedi di un canalino semierboso: risalirlo completamente per tracce di sentiero ( a tratti sono presenti i resti di una scalinata in pietra) , quindi svoltare a destra fino ad arrivare in vista di una piccola depressione posta al termine di un breve pendio , risalendo il quale si giunge in vista del lago.
Uno dei laghi Bort
Senza raggiungere le sponde del lago, proseguire in direzione nord-ovest a raggiungere le evidenti placconate rocciose sulle quali ora si svolgerà il percorso, in un ambiente di rara bellezza. Seguendo gli ometti e sempre in direzione nord-ovest si raggiungono i bei laghi Bort, posti quasi uno in fila all'altro. Costeggiare il primo di questi laghi ( cioè quello più ad ovest)  e salire , sempre per placconate, sull'altra sponda ( ometti). Prendere ora come riferimento l'evidente e lunga parete rossastra posta nella parte media e bassa del Moncimour e dirigersi ai suoi piedi ( da questo punto in poi finiscono gli ometti) , destreggiandosi alla meglio tra placconate di roccia e pietraie.

Variante n°2 - per l'alpe dei Fons

L'alpe dei Fons, vista andando verso il lago Boccutto
Nei pressi dei ruderi dell'alpe dei Fons, riattraversare nuovamente il piccolo corso d'acqua per raggiungere gli evidenti resti di una scalinata. Seguire quindi la traccia di sentiero che sale in direzione della punta Virginea inferiore  ( ometti assenti) posta proprio sopra l'alpe dei Fons, quindi abbandonarla per cominciare a salire verso destra per pietraie e placconate di roccia in direzione dell'evidente parete rossastra posta alla base del Moncimour. Questa seconda variante è più veloce ma trascura il bel lago Boccutto ed i laghi Bort.



Parte seconda - salita e discesa del Moncimour

Il Moncimour visto salendo dall'alpe dei Fons: ben visibile la parete rossastra; a sinistra il caratteristico spuntone roccioso triangolare della bocchetta superiore dell'Alpuggio.
La guida del Cai-Tci suggerisce di raggiungere il Moncimour dal vallone dell'Eugio salendo alla bocchetta superiore dell'Alpuggio od alla punta Virginea per poi percorrere la cresta sud; noi vi proporremo una variante più facile per raggiungere la suddetta cresta.
Giunti quasi ai piedi della parete rossastra, risalire interamente il pendio erboso che la costeggia, quindi proseguire per erba e pietre fino a raggiungere la facile cresta sud, percorrendo la quale si raggiunge in breve la vetta per blocchi e massi accatastati . In cima al Moncimour è presente una targa in ricordo di don Piero Solero, grande alpinista ed autore di numerose prime salite 
Dalla vetta abbassarsi di qualche metro in direzione Eugio , fin quasi sul bordo di un piccolo salto di roccia, spostarsi a sinistra fino ad arrivare in vista della cresta nord-est proveniente dal passo del Moncimour e cominciare a scendere direttamente verso il fondovalle lungo un ripido pendio di pietrame posto oltre il piccolo salto di roccia di cui sopra. 
Arrivati al fondo del pendio di pietrame si può raggiungere in circa 15-20 minuti il lago Gelato, il più grande lago naturale del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Dalla cima del Moncimour si gode di un ottimo panorama a 360° ( sullo sfondo il gruppo del Gran Paradiso)

Parte terza - il ritorno

In 20 minuti si può raggiungere il grande Lago Gelato. In fondo a destra la punta Gialin
Per il ritorno occorre percorrere fedelmente l'itinerario di salita a ritroso ( più veloce la variante n°2) e poi armarsi di pazienza: se arrivate da Locana vi aspetta una lunga discesa su un sentiero non sempre pulitissimo; se arrivate da Valsoani vi toccherà risalire fino al casotto Pngp della Colla, se arrivate da Posio risalire fino al monte Arzola.

Conclusione

L'imbrunire al lago Boccutto
Siccome l'escursione è molto lunga, potrebbe essere conveniente spezzarla in due giorni. Se salite da Locana, data l'assenza di rifugi e\o bivacchi nel vallone dell'Eugio ed il divieto di piazzare tende all'interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso ( oltre alla gran fatica che costa il loro trasporto in assenza di sentiero) , l'unica possibilità è quella di scegliere le giornate più calde dell'anno, portarsi il sacco a pelo e dormire "a la bela steila"; lo stesso discorso vale per chi sale da Posio, poichè pernottare al rifugio Blessent per risparmiare appena 1 - 1,30 h di salita su ottimo sentiero non ne vale la pena. Se invece salite  dal vallone  Valsoera c'è la possibilità di pernottare convenientemente al rifugio Pocchiola Meneghello e poi salire il secondo giorno dal passo del Moncimour o con un giro più lungo ( ma più sicuro) percorrendo l'Avc fino al passo Destrera  e quindi abbandonandola per raggiungere la bocchetta superiore dell'Alpuggio e di qui la cresta sud. 
Bene, anche per oggi è tutto: non vi resta che scegliere il periodo giusto, guardare le previsioni, preparare lo zaino ed armarvi di santa pazienza per arrivare, un passo dopo l'altro, fino al Moncimour. Dal vallone dell'Eugio. Arrivederci ed a presto con le storie.










martedì 29 dicembre 2015

Lago d'Eugio dalla Pezza - via del cinghiale ( Escursioni non per tutti 5).

Raggiungere il lago d'Eugio da Locana, cioè lungo l'omonimo vallone, è ormai da molto tempo una di quelle escursioni "misteriose" che pochi osano affrontare, a causa della sinistra fama che circonda il percorso, fama dovuta al "sentiero sporco e poco visibile"  ed a numerose piccole disavventure occorse a gruppi di intrepidi frequentatori negli anni passati.  
Ciononostante il lago d'Eugio da Locana continua ad essere una meta  molto ambita ed agognata , almeno a livello locale, vuoi per l'alone di mistero che circonda la valle più bella del mondo ,vuoi perchè il pensiero che uno sbarramento artificiale sia così difficilmente raggiungibile costituisce certamente un divertente paradosso. 
Per completezza d'informazione, mi sembra doveroso fornire una precisazione storico-naturalistica: il serbatoio dell'Eugio, avente una capacità di 4,95 milioni di mc, è entrato in servizio nel 1959; prima della costruzione dell'invaso era  presente un lago naturale di dimensioni più ridotte, nei cui pressi si trovava l'Alpe del lago, oggi sommersa e visibile costeggiando il fianco sinistro idrografico del bacino quando vi è poca acqua ( maggiori informazioni sul sito di Iren energia).
Diga Eugio 23-12-2015
A causa della "sinistra fama" di cui parlavamo poco sopra, il lago d'Eugio viene di preferenza raggiunto sul percorso della Gta , quindi partendo dalla borgata Posio attraverso il monte Arzola nel comune di Ribordone  oppure dalla frazione Valsoani di Locana passando per il vallone di Praghetta e l'alpe Colla, sede di un panoramico casotto del Pngp, il che è un vero peccato visto che per risolvere la cosa basterebbe pulire un pò di più il sentiero. Purtroppo, parafrasando  Cosimo de' Medici, i sentieri non si puliscono "con i paternostri".
Elaborazione M.Varda su  cartografia IGM 1:25.000 
Alcuni anni fa avevo descritto la "via normale" da Locana su Gulliver, una descrizione ancora perfettamente valida ma che  necessiterebbe di qualche aggiornamento ( cui spero di poter provvedere al più presto); il mantenimento del sentiero, specialmente per quanto riguarda la parte finale ( cioè dall'Alpe I  Pis fino alla carrozzabile pozzo-diga) , è dovuta all'opera di pulizia svolta dall'allevatore che tutte le estati porta manze ed asciutte a pascolare nel vallone, negli alpeggi  di proprietà della sua famiglia. E' quindi una buona idea, se volete raggiungere il lago d'Eugio da Locana, provare a farlo dopo il passaggio della mandria, ricordandovi di ringraziare, dal più profondo del cuore, chi vi ha fatto strada a vostra insaputa.
Comunque, e dovreste saperlo bene, tutte le strade portano all'Eugio, per cui sono numerosi i percorsi che lo storicamente lo raggiungono\ raggiungevano lungo l'omonimo vallone, variamente intersecati tra loro: 
  • la vera "via normale", descritta sulla mitica guida del Cai\Tci,  che passava dall'Alpe Fioria, posta sul versante sinistro idrografico anzichè dall'alpe I Pis;
  • la "scorciatoia" dal ponte di Uget, con il ripidissimo sentierino che conduceva al rudere di quota 1535 ed il successivo traverso all'alpe Fioria;
  • il sentiero che dalla Pezza saliva alle alpi Montagnè;
  • la mulattiera che dal ponte di Uget raggiungeva Pianfè;
  • il sentiero che dalla Pezza raggiungeva i Pis passando per il Cudrai.
E l'elenco potrebbe continuare!
Inizio del sentiero Pezza dal Bros - Pis
Così, alle porte del Natale , il giorno 23 dicembre 2016, ho deciso di concedermi il gusto di un'esplorazione in solitaria lungo percorsi da tempo abbandonati , approfittando anche di questa strana stagione con assenza di neve e temperature sopra la media. L'obiettivo era quello di salire al lago d'Eugio passando per il sentiero Pezza-Pis, per poi scendere dall'Alpe Fioria.
Vasca acquedotto
Partito da casa non di buon'ora ( ho infatti il privilegio di vivere praticamente alla confluenza dell'Eugio nell'Orco) , dopo aver raggiunto la borgata  Balmetta ho imboccato la  comoda e panoramica mulattiera per la Pezza, oggetto di un ottimo lavoro di ripulitura la scorsa primavera, che ho percorso per intero fino alla località Cappella, lasciando poco prima alla mia sinistra il percorso segnalato che in breve conduce alla frazione Fuet, sede della chiesa dedicata a San Bernardo, San Domenico ed alla Madonna del Carmine e, più indietro nel tempo, sede di una scuola elementare dapprima autonoma e stabile, poi condivisa con quella di Veso ( gli alunni frequentavano metà anno scolastico al Fuet e metà a Veso), infine chiusa, complice la struttura fatiscente e la diminuzione degli alunni, a favore della sede di Veso.  A questo punto occorre fare un'ulteriore precisazione di tipo storico\geografico spicciolo: localmente con il termine "Pezza" vengono indicate tutta una serie di borgate ed alpeggi posti a cavallo tra la valle dell'Orco ed il vallone dell'Eugio; serie nella  quale alcuni includono anche le frazioni Veso e Balmetta ( ma non c'è unanimità al riguardo).
Cappella è una piccolissima borgata ( due case di numero), caratterizzata dalla presenza di una piccola edicola votiva in pietra, ormai ridotta a rudere ( sarebbe interessante riuscire a ricostruirne l'intitolazione), posta al punto di raccordo tra la mulattiera proveniente da Balmetta e la mulattiera che collega tutte le borgate della Pezza poste lungo lo spartiacque Eugio-Orco, e cioè Pianfé, Cappella, Suc e la Pezza "dal Bros", dove "Bros" sta ad indicare il cognome Perucca, localmente molto diffuso.
Tutto in ordine
 Da Cappella, passando per Suc si raggiunge quindi in breve la Pezza "dal Bros"; in questo tratto il percorso è decisamente più "sporco" e facile a smarrirsi, ma arrivare a destinazione non è poi così difficile: basta ricordarsi di seguire la spartiacque Eugio-Orco. 
Un bel bosco di faggi...
Dietro i ruderi della Pezza "dal Bros", una traccia appena visibile ma contrassegnata da bolli rossi si addentra verso destra nel vallone dell'Eugio, sotto la densa copertura di un fitto bosco di abeti: è il sentiero che collega la Pezza ai Pis. I segni rossi ed i muretti a secco che contornano quella che doveva essere una vera e propria mulattiera sono fondamentali per non smarrire la giusta direzione, visto che la mulattiera risulta quasi sempre impercorribile perché invasa dalla vegetazione arbustiva.
Con un po' di attenzione si giunge così in breve alla vasca dell'acquedotto, ancora perfettamente funzionante, come si deduce dal  dal regolare rumore dello scorrimento dell'acqua al suo interno; ciò che non è più funzionante è la tubazione che portava l'acqua alle varie borgate della "Pezza" (affiorante sulla superficie in più parti del percorso ) , ormai rotta in più punti e non più attaccata al rubinetto della vasca.  Anche il quadro che si dipinge di fronte ai miei occhi è estremamente contraddittorio: la porta in ferro della vasca giace a terra, divelta, svelando all'interno della costruzione in cemento la presenza di un rotolo di rete metallica verde e di tubi arancioni in Pvc in ottime condizioni, che nessuno ( per fortuna) si è ancora portato via; la recinzione che circondava la vasca è anch'essa finita in terra lungo quasi tutti i lati, ma la rete verde sembra recente, non arrugginita.
Il percorso si fa più ostico
Chiedendomi se la vasca abbia ancora o no un utilizzo pratico effettivo, riprendo il percorso, ora senza più segni rossi , in direzione dei Pis, sempre sotto una folta copertura boschiva che copre la vista sul vallone, rendendo difficile l'orientamento. Poco oltre la vasca, per fortuna, continuano ad essere visibili per larghi tratti le vestigia di quella che scoprirò poi essere la roggia che dal torrente Eugio portava l'acqua alla Pezza. 
Purtroppo  la roggia continua ad essere impercorribile perché occupata dagli arbusti,  per cui occorre cercare di seguirla alla bell'e meglio districandosi con numerosi saliscendi tra la folta vegetazione. E' affascinante  osservare con quanta cura quest'opera di derivazione assecondi le forme della montagna, mantenendo regolare la sua debole pendenza, attraversando numerosi avvallamenti, salti di roccia e\o grossi massi; purtroppo in corrispondenza di molti di questi punti la struttura è crollata.
Finalmente si torna a godere di una bella vista
Ecco il Cudrai
Un primo saltino di roccia lo si aggira portandosi sulla sua sommità boscosa ( sempre sotto copertura di abeti) ; quindi, superato un primo macchione di noccioli in modalità cinghiale, si giunge in un bel bosco di faggi , dove la progressione si fa più facile e si può rifiatare. Finita la striscia dei faggi infatti,comincia il tratto più infame del percorso, un traverso dove si è costretti a procedere carponi con continui saliscendi per poter riuscire a passare senza perdere di vista le tracce della roggia, con tanto di passaggio obbligato finale ( cengia abbastanza larga tra grandi placconate di roccia liscia).
Usciti dal passaggio finalmente si torna a godere di una bella vista, in particolare sul versante opposto del vallone, per cui mi concedo una meritata pausa per binocolare e, cartina alla mano, studiare il previsto percorso di discesa dall'Alpe Fioria. Dal lago d'Eugio all'alpe Fioria - dove vedo stazionare 5 camosci -  non dovrebbero esserci problemi ( discesa a vista); dall'alpe Fioria all'incrocio con il sentiero proveniente da Uget  sarà necessario prima traversare quasi in piano verso il fondo del vallone fino a guadare i due torrentelli laterali segnati sulla carta della MU edizioni, quindi scendere direttamente fino ad un rado boschetto di betulle ( abbassarsi prima di quel punto sarebbe rischioso per la presenza di numerosi salti di roccia). 
Nella balma-stalla una bella posta semicircolare in pietra

Crottino al Cudrai
Superata la zona delle placche rocciose, si sbuca in una pietraia e si continua il traverso fino a giungere in vista dei ruderi di Cudrai, che sbucano sopra la mia testa all'improvviso. Non era assolutamente scontato, data la fitta vegetazione, riuscire a passare da questo piccolo alpeggio, ragion per cui posso essere più che soddisfatto! Raggiunti i ruderi dell'abitazione, del crutin ( con tanto di "monolite" di copertura) e della stalla ( ricavata sotto una balma, con tanto di posta in pietra a semicerchio), si rinviene nelle vicinanze di quest'ultima costruzione il prosieguo della roggia che, dopo un ultimo tratto "cinghialoso", attraversa una pietraia ( notevole il lavoro di sistemazione delle pietre in questo punto) per poi uscire ( finalmente) dalla zona arbustiva. Arrivati a questo punto occorre percorrere la roggia ( ora è possibile), fino ad incrociare il sentiero nei pressi di un rudere dell'Alpe i Pis posto vicino ad una paretina di roccia liscia. 
Si continua nella roggia
La diga nella nebbia
A proposito degli alpeggi del vallone mi ricordo di un divertente aneddoto capitato ad una famiglia con origini "dla Pessa", credo negli anni 70/80 del secolo scorso. Tale famiglia viveva ormai stabilmente a Locana capoluogo ed  era a quei tempi rappresentata da tre fratelli, di cui uno sposato ( il più assennato) e due da sposare ( un pò meno assennati). Ora accadde  un giorno che  i due fratelli da sposare si recassero all'alpeggio di famiglia, senza fare ritorno a sera, così che il giorno seguente una squadra di persone, tra cui il fratello assennato, partì alla loro ricerca. Mentre risalivano il vallone dell'Eugio incontrarono due escursionisti che stavano scendendo, ai quali chiesero se per caso avessero visto i due uomini. Essi risposero di aver visto due esseri umani, sporchi di terra e ricoperti di foglie, uscire da una balma, e di aver provato a parlargli, ma i due sembravano non capire l'italiano. Il fratello assennato esclamo soltanto: "a sen lur! (sono loro!)" e, una volta rintracciati, fece loro una bella ramanzina. Che cos'era accaduto ai due fratelli? Semplicemente erano stati sorpresi dall'oscurità, per cui si erano acconciati a passare la notte all'addiaccio come meglio potevano.
Da qui arrivare al lago d'Eugio è un gioco da ragazzi e mi sembra quasi di volare, nonostante la ripidezza del percorso, tanto è stato faticoso il tratto precedente! Dopo un breve saluto ai colleghi guardiani in servizio ,  considerata l'ora, decido di posticipare il momento del pranzo al sacco al raggiungimento dell'alpe Fioria, che in montagna non si sa mai come va a finire quando si percorrono nuove "antiche" strade! Vorrei tornare a casa ad un'ora decente, cioè prima che venga buio per non fare la fine di quei due fratelli di cui sopra, visto che anche io sono "da sposare". 
Si scende verso l'alpe Fioria
Una balma...
Imboccata la scalinata in cemento che scende ai piedi della diga mi porto  sul versante sx idrografico del vallone e, abbandonato il percorso del Gta diretto all'Arzola,  comincio a scendere traversando verso sinistra prima per tracce di sentiero, quindi per tracce di camosci , fino a che raggiungo i resti di una balma. Devo dire che sono fortunato: la traccia dei camosci è davvero ottima, una delle migliori e meglio battute che mi sia mai capitato di incontrare, a dimostrazione del fatto che la frequentazione dell'Alpe Fioria osservata poco prima è tutt'altro che casuale e che anche i camosci, se possibile, cercano di passare in punti abbastanza comodi ( chissà, magari proprio su ciò che resta del vecchio sentiero di collegamento Fioria-Eugio). 
Dopo aver attraversato in leggera discesa alcuni valloncelli, raggiungo finalmente i ruderi di questo alpeggio che, almeno a giudicare dal toponimo, un tempo avrebbe dovuto essere un vero spettacolo da osservare nella bella stagione! Anche l'osservazione della roggia della Pezza, della quale dall'Alpe Fioria si può godere uno sguardo d'insieme, lascia pieni d'ammirazione per il duro ed ottimo lavoro svolto dai costruttori "montanari" al fine di realizzare un'infrastruttura essenziale per ricavare di che vivere in queste terre alte, ripide ed avare.
Alpe Fioria
 Non bisogna dimenticare infatti che le borgate  della Pezza un tempo erano abitate tutto l'anno e che i suoi prati ed i suoi  pascoli occupavano superfici molto ampie, che l'abbandono repentino (e, a differenza di altre zone della vallata, definitivo) di questi luoghi nel secondo dopoguerra ha fatto scomparire pressochè totalmente.. Per farvi un'idea della  situazione attuale, e di come essa evolva velocemente a queste quote, pensate che ancora soltanto negli anni 70-80 del secolo scorso chi si recava nella zona in primavera riferiva, nonostante il visibile "imboschimento" , di splendide fioriture di Orchis sambucina , mentre oggi tutto è coperto da estesi ed intricati noccioleti e le fioriture di Orchis sono solo un ricordo.  I prati e pascoli di cui parlavamo erano soggetti, durante la bella stagione ,  quando le poche vacche di ciascuna famiglia venivano date in affido ai margari che si recavano sui pascoli alti, a fienagione. Ed il fatto che la fienagione avvenisse su superfici tutt'altro che trascurabili lo confermano le numerose testimonianze orali di donne locanesi che, da giovani, si recavano a fare il fieno alla Pezza. 
Uno sguardo alla roggia della Pezza...
Di norma esse venivano ospitate all'interno delle stalle e dei fienili, dove dormivano tutte assieme sopra i classici paglioni imbottiti di foglie secche di faggio. La loro paga consisteva appunto nell'alloggio ( e che alloggio, come abbiamo visto) , nel vitto ( una tazza di latte al mattino ed alla sera, una pagnotta a mezzogiorno - oltre a quel  poco che ciascuna poteva portarsi con sè da casa) ed in un sacco di fieno per ogni giornata di lavoro. Solitamente il "soggiorno" durava almeno una settimana, ed il fieno veniva trasportato a valle tramite fili a sbalzo.  Che le condizioni d'ingaggio fossero dure ce lo dicono le stesse fonti quando affermano che "era meglio andare alle fragole" ( la raccolta delle fragole, nda ), "almeno lì se proprio si aveva fame si poteva rubarne di nascosto qualcuna".
Discesa verso il boschetto di betulle
Mangiato il meritato pranzo al sacco e ringraziata la buona sorte per aver evitato a me ed a  quelli della mia generazione di  dover lavorare in condizioni difficili, inizio il percorso di discesa stabilito durante il binocolamento del mattino e, complici l'assenza di arbusti e l'erba ,bassa in questa stagione, raggiungo in breve e senza problemi il sentiero "normale", lungo il quale faccio ritorno a casa.  
E' stata un'esplorazione divertente, di grande interesse e, almeno nella parte in discesa, più agevole del previsto, ragion per cui ho deciso di descriverla a futura memoria ( compresa la mia), benchè del sentiero Pezza- Pis abbia trovato solo poche tracce iniziali. Se mai un domani qualcuno volesse tentare questo percorso alternativo, due avvertenze sono d'obbligo: 
  1. va fatto quando alberi ed arbusti sono privi di foglie, in assenza di neve e\o ghiaccio
  2. se non siete in grado di trasformarvi alla bisogna in cinghiali, lasciate perdere.
Un caro saluto a tutti ed a presto con le storie.
Ps: mi scuso per la scarsa qualità delle foto. Purtroppo alla nulla capacità del fotografo si è aggiunta la dimenticanza della sd card, per cui mi sono arrangiato con il telefonino.
Ps2: si declina ogni responsabilità circa l'uso della cartina da me elaborata e pubblicata in questo post. I percorsi dei sentieri, i punti delle località indicate sono puramente indicativi ed hanno il solo scopo di far comprendere meglio l'assetto geografico\sentieristico del vallone dell'Eugio così come descritto all'inizio dell'articolo.




martedì 5 maggio 2015

Il mistero dei "der canterin".

Sono le 4,00 del mattino di sabato 2 maggio 2015 e sono appena arrivato a casa dopo una giornata intensa: una scappata al Mayday 2015 a Cuorgnè ( quest'anno organizzato presso Villa Filanda ), organizzato dall'associazione Dynamic District 10082 per montare il gazebo dell'Ingria Woodstock Festival e mangiare una buona grigliata, poi subito a Front per caricare impianto e strumenti, che dobbiamo andare a  suonare con i Back to Front  presso il  ristorante - pub NigraHotel di Montjovet ( Ao). Bel locale davvero ed ottima cucina: se passate da quelle parti fateci un salto, se volete mangiare bene ed in abbondanza!
Morale della favola: avendo ancora delle commissioni da fare al mattino, di andare a camminare non se ne parla fino al pomeriggio. Oltretutto la giornata è così così, quindi di fare gli eroi non ne vale proprio la pena, ma anche di perdere il vizio  non mi pare il caso! Che cosa fare però in appena mezza giornata? Ma certo, come ho fatto a non pensarci prima: hanno da poco ripulito il sentiero che va al Fuet. E' d'obbligo andare a "collaudarlo"!
E così, dopo aver consumato un buon pranzo,  prendo bastone, giacca da pioggia e parto lungo il sentiero che risale il vallone dell'Eugio ( stanno ripulendo anche quello). Si tratta, in questo primo tratto, di un'ampia e ripida  mulattiera che, prima costeggiando le gole del torrente e quindi inerpicandosi nel bosco di castagni , raggiunge la borgata Balmetta 1040 m. 
Scalinata in pietra
Proprio all'inizio della borgata parte, sulla sinistra,  il sentiero per "la Pezza", o meglio per il Fuet, Pianfè e le altre borgate della zona, finalmente pulito e segnalato con evidenza: lo imbocco lasciando  il sentiero per il lago d'Eugio, che prosegue invece in direzione della borgata Veso addentrandosi nel vallone.
Si tratta anche in questo caso di un'antica  mulattiera, che percorre per un   tratto la dorsale Eugio \Orco, proseguendo poi sul versante Orco e dalla quale si gode un buon panorama. In particolare è mozzafiato la vista sul fianco sinistro idrografico del basso  vallone dell'Eugio, ripidissimo e caratterizzato da un susseguirsi di pareti rocciose e strapiombi, e sulla gola del rio Fo,  dove sono stato di recente durante un'escursione non per tutti. Immediatamente a monte di Balmetta si passa attraverso un sistema di terrazzamenti realizzato davvero con notevole perizia, così come la mulattiera, che le recenti operazioni di pulizia ci mostrano finalmente in tutto il suo ingegnoso ed utile splendore, tanta è l' eleganza con la quale supera gli ostacoli naturali ( placconi rocciosi, ripidi pendii) a mezzo di regolari rampe di scale in pietra. 

Notevoli opere di terrazzamento
Oggi molto spesso si sentono escursionisti lamentarsi degli scalini che "fanno venire male alle ginocchia", "fanno stancare"; un tempo invece  la presenza di scalini sufficientemente ampi e regolari era un requisito essenziale per uomini ed animali che percorrevano  tali vie di comunicazione, spesso gravati com'erano da pesanti carichi. Immaginatevi che cosa avrebbe potuto voler dire camminare quasi tutti i giorni  carichi su di un ripido pendio erboso o boschivo, lungo pietraie o su placconi di roccia: alla fatica dovuta al peso si sarebbe aggiunta la fatica legata all'irregolarità del percorso. Ed anche da scarichi comunque la progressione risultava più agevole, velocizzando i collegamenti con il fondovalle e\o le borgate vicine. Era quindi molto utile, quasi obbligatorio direi, avere cura nella realizzazione e manutenzione di queste infrastrutture pedonali.
Il versante sx idrografico del basso Eugio
Ed eccomi infine arrivato alla cappelletta rosa, posta proprio nel punto in cui il sentiero "abbandona" la balconata sulla Valle Orco per addentrarsi nel fianco della montagna, continuando a salire in direzione della borgata Fuet, il cui campanile diventa, da questo punto in poi, quasi invisibile a stagione avanzata. Questa cappella è posta in  una posizione davvero strategica, che la rende ben visibile, perfino ad occhio nudo,  sia dall'altro versante della Valle Orco che dalle borgate di fondovalle poste più a monte ( per esempio Casetti e Rosone). Ora i lavori di pulizia del sentiero l'hanno "liberata" dalla vegetazione che tentava di nasconderla ( dico tentava perchè nonostante tutto era rimasta individuabile anche da lontano ad un occhio esperto) .
Nei pressi della cappelletta ed a picco sulla valle Orco  vi è una grossa pietra abbastanza liscia,  un "der" , cosa che mi ha fatto venire in mente un racconto che narrava di un'antica usanza locale, quella dei "der canterin".
La cappelletta rosa

Il "der canterin"

Che cos'erano i "der canterin" ? Erano appunto grosse pietre sulle quali era possibile sedersi in compagnia, situate in luoghi  panoramici  dai quali era possibile entrare in comunicazione, visiva e sonora, con altri "der canterin"  posti su versanti dirimpettai od anche sullo stesso versante ma in posizione diversa lungo l'asta valliva. 
Che cosa accadeva su questi "der"? I racconti locali dicono che nelle lunghe serate primaverili ed estive , gruppi di uomini e donne delle borgate vicine  si radunavano nei pressi  di  queste rocce per cantare, ora alternandosi, ora cantando in coro, un pò come la banda di Pont Canavese durante i famosi "Concert dla Rua", nei quali i musicisti suonano sui balconi che si affacciano in  via Destefanis, solo che in questo caso la sinfonia era eseguita da una parte all'altra della valle!
E se questo è uno dei "der canterin", dove saranno ubicati gli altri ? Forse nella zona della borgata "La Rocca"? A Bertodasco, a Costa Bugni? 
Può darsi  che questi "der" fossero anche punti di belvedere posti lungo o nelle vicinanze dei principali  sentieri ed utilizzati per scambiarsi informazioni con appositi segnali. Provo allora a lanciare una voce per sentire se qualcuno mi risponde o se c'è un eco particolare, ma non ottengo riscontri per cui decido di proseguire: ormai manca poco alla meta. 
Un ultimo ripido tratto di sentiero scalinato,  ora tra i faggi, e poi si prende a sinistra la deviazione per il Fuet, lasciando la traccia precedente che continua a salire ripida verso la borgata Pianfè.
Con qualche piccolo saliscendi ed in pochi minuti si arriva in vista della chiesa "dla Pessa", che secondo la tradizione locale aveva tre intitolazioni: San Bernardo , San Domenico ( a cui era intitolata  la chiesa della sottostante frazione Casetti) e la Madonna del Carmine ( cui dicono fosse dedicata una chiesetta in località Cussalma, poi distrutta per far passare la vecchia strada carrozzabile). 
Il motivo di queste molteplici intitolazioni è probabilmente da ricercarsi nel fatto che molti tra gli abitanti delle borgate, un tempo abitate tutto l'anno, trascorressero l'inverno a fondovalle nelle vicine frazioni di Casetti, Cussalma e Castignè. 
Spunta il Fuet
A breve distanza dal Fuet si incrocia anche la mulattiera ( oggi in cattive condizioni) che saliva alla borgata direttamente dal fondovalle, partendo dalla località Castignè, un tempo classificata come "strada comunale". Un rapido saluto ai ruderi e riprendo il percorso a ritroso, mentre comincia a piovigginare, ed in quattro salti sono di nuovo a Cussalma: quando  la salita è ripida, se non altro la discesa è più veloce. Una mezza giornata ben spesa e ricca di spunti per il futuro.
Ah ecco, dimenticavo la parte più importante, il collaudo del sentiero: direi che è stato fatto un ottimo lavoro, per cui vi consiglio di farvi un giro da quelle parti prima che faccia troppo caldo ( siamo in piena esposizione sud). A presto con le "Storie di Montagna".