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mercoledì 8 agosto 2018

Circumnavigando il Paradiso ( Colle del Gran Paradiso dal Gran Piano)

I musicanti del Gran Paradiso


C'era una volta (l'anno scorso) un asino che aveva deciso di   andare al colle del Gran Paradiso, via vallone di Goi , pernottando al Rifugio Gran Piano. A lui si aggiunsero un cane, un gatto, un gallo ed altri  5 animali , contraddistinti da una grande voglia di scoprire ed esplorare. 


Arrivati un sabato sera al rifugio, si trovarono così bene che il mattino seguente partirono troppo tardi. Non raggiunsero mai il colle, ma  erano felici lo stesso: in effetti la loro più grande  scoperta in quei due giorni fu quella di rendersi conto che del raggiungimento della meta, alla fine della fiera, non gliene importava poi così tanto. Osservare la fauna selvatica, ammirare il maestoso paesaggio, trascorrere ore piacevoli condividendo una grande passione con il medesimo spirito era stato per loro più che sufficiente.
Alcuni riferiscono di averli visti prendere il sole all'alpe la Bruna od a godersi il panorama all'alpe La Motta; altri raccontano che durante le notti stellate è possibile, nei pressi del rifugio,  udire le loro voci ragliare, abbaiare, miagolare, cantare etc etc 
Per scoprire se ciò che si raccontava fosse vero, abbiamo deciso di andare a controllare di persona ( quest'anno) .

Festa all'alpe Gran Prà

In un torrido pomeriggio di inizio agosto, imbocchiamo il sentiero che dalla frazione Balmarossa superiore di Noasca porta alla borgata Varda, e di qui all'alpe Gran Prà, dove oggi si è tenuta una festa con tanto di polenta, spezzatino e prova di mungitura...
Al Gran Prà
Per nostra fortuna il primo tratto del percorso si svolge all'ombra del bosco e quando ne usciamo il cielo si copre, concedendoci un pò di refrigerio. Quando arriviamo all'alpeggio comincia a piovigginare, ma Marco e Sabrina molto gentilmente ci fanno entrare nella loro casa, dove ci offrono anche una bella merenda a base di toma, salame, vino e bibite varie...
Finita la debole precipitazione e rinfrancato lo spirito ed il corpo, veniamo al sodo: qui abbiamo ordinato mezzo kg di burro, 1,5 kg di toma e spezzatino per 8 persone; Sabrina ci chiede se vogliamo anche un paio di tomini freschi di capra e insomma, hanno un aspetto molto invitante: venduti!
Salendo verso il rifugio
Prima dell'alpeggio abbiamo anche raccolto due sacchi di spinaci selvatici: ormai dovrebbe essere facile indovinare il menù della nostra cena al rifugio, che raggiungiamo sul far della sera...


Cena e pernottamento al rifugio


Antipasto: pane, salame, tomini freschi, miele
Primo: polenta concia
Secondo: spezzatino
Contorno: spinaci selvatici
Dolce: a scelta
Vino: barbera, bonarda


Buon appetito!

Anche noi, come i musicanti del Gran Paradiso, ci siamo trovati davvero bene ed il convivio si protrarrà fino alle due del mattino, per i più nottambuli.
Quest'anno però l'asino, il cane ed il gatto almeno una possibilità di raggiungere il colle vogliono concedersela, senza contare che hanno appuntamento con il gallo alle 9,00 del mattino dopo all'alpe la Bruna, nel vallone di Noaschetta: la sveglia è dunque prevista per le ore 5 del mattino.
Oltretutto quest'anno il percorso sarà più lungo, perchè le condizioni dell'innevamento residuo non consentono di poter risalire in sicurezza il vallone di Goi e quindi bisognerà tentare la salita dal vallone del Gias della Losa, cioè dal bivacco Ivrea. Un doveroso ringraziamento va quindi a Roberto, membro del corpo di sorveglianza del Pngp, per averci tenuti aggiornati sulle condizioni del percorso.
Il triangolo d'estate con Deneb ( costellazione del Cigno), Vega ( Lyra) ed Altair ( Aquila)

Il cielo nel frattempo si rasserena, concedendoci una bella "stellata": fotografando a caso, l'asino riesce ad immortalare il triangolo d'estate, evidentemente alto nel cielo in quel momento, semplicemente utilizzando uno dei tavoli esterni come cavalletto. Un segno del destino ?
Comunque sia,l'accoglienza del rifugio colpisce ancora: alcuni animali preferiscono non seguire l'asino e ritornare direttamente a valle il giorno seguente!
Cartina in scala 1:20.000 ( elaborazione su Igm 1:25.000; fonte: portale cartografico nazionale) . Scorrere per navigare.

Dal Gran Piano alla bocchetta del Ges

Quando partiamo dal rifugio,proseguendo sulla mulattiera reale di caccia che risale il vallone di Ciamosseretto, sono circa le 6,20 e si è da poco fatto giorno; arrivati al bivio prendiamo la diramazione per la bocchetta del Ges. Camminare con queste temperature, immersi in questo silenzio è davvero piacevole: il mattino ha l'oro in bocca !
Arrivati alla bocchetta del Ges

Con regolari svolte, che man mano si restringono, raggiungiamo il valico, che mette in comunicazione il vallone di Ciamosseretto con quello di Noaschetta, senza troppa fatica. Il panorama, come sempre è mozzafiato, e basta scendere di qualche passo perchè si apra a tutto il versante sud del Gran Paradiso ed alle cime limitrofe...
- "Ma quello è il Gran Paradiso? "
- "Eh si, questa è la "faccia" che vediamo dalla pianura, solo molto più ravvicinata"
Il versante sud del Gran Paradiso: da sx verso dx Becca di Moncorvè, Roc del Gran Paradiso, Gran Paradiso, Cresta Gastaldi, Punta Ceresole, Testa della Tribolazione

Anche la discesa si svolge su percorso dolce e regolare, fino ai pianori dell'alpe Bruna inferiore, dove il gallo è già lì che ci aspetta. 
Lungo il percorso qualche esemplare di fauna selvatica si fa vedere in attività; al termine della mulattiera deposito un bottiglione di vino semivuoto (residuato della cena della sera precedente) ed il sacco a pelo, onde alleggerire lo zaino...
Femmina e capretto di stambecco

Dall'alpe La Bruna al Bivacco Ivrea

Dall'alpe La Bruna inferiore la mulattiera reale prosegue sulla dx idrografica del vallone di Noaschetta fino ai pianori dell'alpe Bruna superiore, dove occorre guadare il torrente. Il guado non sempre è agevole in piena estate, specialmente nelle ore centrali, per via del regime glaciale del Rio Noaschetta  , ma questa mattina è presto e non è un grosso problema.
I pianori della Bruna


Dalla Bruna in breve si raggiunge il lungo pian di Goi, dove  la mulattiera si biforca: a sinistra risale il vallone di Goi, costeggiando tutto il lungo pianoro, a destra risale a raggiungere il vallone del Gias della Losa : noi svoltiamo a destra.  In piena estate lo spettacolo degli eriofori al pian di Goi è davvero eccezionale...
Il lungo pian di Goi ed il bianco degli eriofori...
Dal pian di Goi, sempre con ottimo e facile percorso, raggiungiamo l'alpe La Motta e la sua inconfondibile cartolina con i Becchi della Tribolazione ; la mulattiera ora svolta a sinistra ed entra nel vallone del Gias della Losa, dove sulla destra idrografica sale dolcemente fino a raggiungere una conca acquitrinosa. Anche qui in piena estate può essere problematico guadare  senza  togliere scarponi e calze, ma oggi non lo è, e così in breve perveniamo alla spalla erbosa su cui è posto il bivacco Ivrea, dove ci concediamo una meritata pausa-merenda. 
Eriofori

Nel piano acquitrinoso tuttavia non possiamo fare a meno di immortalare una fioritura di Eriophorum scheuzcheri particolarmente fitta ...
Alpe La Motta con becchi...una cartolina che i frequentatori di questo blog dovrebbero conoscere bene...

L'Eriophorum scheuzcheri, una specie "rifugiata"...

Tundra alpina
L'erioforo è una specie la cui distribuzione è artico\alpina, ossia è presente sia nelle zone artiche che lungo la catena alpina all'interno delle fasce vegetazionali più alte per via delle condizioni climatiche simili; le sue infiorescenze di aspetto lanoso sono inconfondibili. Naturalmente sono numerose altre le specie presenti sia nel bioma della tundra artica che nella vegetazione alpina d'alta quota, che non a caso viene talvolta chiamata tundra alpina
Si ipotizza che tali specie siano giunte sulla nostra penisola durante il periodo glaciale, per poi rifugiarsi sulla catena alpina alla fine dell'ultima glaciazione wurmiana, cioè laddove hanno trovato condizioni di vita idonee.
Il cambiamento climatico in atto spinge tali specie artico\alpine a colonizzare quote sempre più elevate; tuttavia specie come l'erioforo risultano maggiormente vulnerabili, poichè la loro presenza è legata non soltanto al clima ed alle temperature ma anche alla presenza di zone umide, che costituiscono il suo habitat naturale: in altre parole, all'erioforo non basta spingersi più in alto per sopravvivere.

Dalla Capanna Ivrea al ghiacciaio di Noaschetta

La mulattiera reale sale  in direzione del ripiano glaciale e del Deir Vert
Dalla Capanna Ivrea seguiamo la mulattiera reale di caccia, che sale verso sinistra  in direzione del Deir Vert e della  morena sottostante il ripiano glaciale un tempo occupato completamente dal ghiacciaio di Noaschetta , oggi non più costituente un corpo unico ma  diviso in orientale ed occidentale.
La dorsale morenica vista dall'alto; sullo sfondo il colle dei Becchi;  in direzione del colle si intravede la costruzione gialla del bivacco.
Giunti in corrispondenza di un'obliqua dorsale morenica  ( ometti),  abbandoniamo la mulattiera e seguiamo il filo della suddetta dorsale, che con pendenze non eccessive  ci porta in direzione del  ripiano glaciale superiore, che si guadagna infine superando prima una sistema di piccole cenge e poi una lingua nevosa in pendenza.
Una lingua nevosa in pendenza.
Ci troviamo ora sul ghiacciaio orientale di Noaschetta, a breve distanza dalle immani pareti del gruppo del Gran Paradiso, dove cominciamo il traverso in direzione del ghiacciaio occidentale e del colle. 
- "Il colle sarà lì ?" 
- "Oh, per carità! Noi siamo appena sotto la Testa della Tribolazione e dobbiamo proseguire fin oltre il Gran Paradiso!"
Sul ghiacciaio orientale di Noaschetta "Il colle sarà lì?" 

Il ghiacciaio di Noaschetta

Sebbene ormai diviso in due settori , il ghiacciaio di Noaschetta rimane il più grande apparato glaciale della valle Orco dopo quello di Nel.
La superficie di questo ghiacciaio è pianeggiante,   normalmente priva di crepacci e coperta di nevato ; occorre però fare attenzione ai rii ed alle pozze glaciali che si formano per effetto dello scioglimento stagionale.
Il ghiacciaio orientale coperto da detrito
Citiamo estesamente dall'articolo del membro del corpo di sorveglianza del Pngp Valerio Bertoglio, "I ghiacciai nella valle Orco": "La fronte del settore orientale è uniformemente coperta da detrito, con una grande colata centrale; già nel 1986 veniva descritta sommersa da morena. Nella parte superiore il ghiacciaio forma un vasto ripiano che si presenta quasi uniformemente ricoperto da detriti fini e grossolani. Su questo pianalto che può essere ormai percorso senza l’utilizzo di ramponi sono osservabili i più significativi indicatori della deglaciazione: numerosi funghi glaciali, grandi bédières, fori crioconitici, presenza di limo glaciale"
Una bédière o rio glaciale
Prima dell'eventuale scomparsa infatti le masse glaciali vengono ricoperte dal detrito trasportato dal movimento del ghiacciaio o precipitato dalle pareti montuose circostanti. 
I funghi glaciali sono enormi massi trasportati verso valle dal ghiacciaio in movimento; proteggendo il ghiaccio sottostante dall'ablazione solare danno un'idea dello scioglimento e della riduzione in volume del ghiacciaio.
Le bédières sono torrenti  che scorrono sulla superficie del ghiacciaio , alimentati dalla fusione dello stesso e dalle precipitazioni; la loro profondità e portata può variare notevolmente.
I fori crioconitici  sono vaschette contenenti acqua di fusione con il fondo ricoperto da sedimento limoso nerastro ; il materiale scuro assorbe energia fondendo il ghiaccio adiacente.
Laghetto effimero 
Nel ghiacciaio occidentale di Noaschetta è presente anche un bel laghetto effimero...

Dal ghiacciaio di Noaschetta al colle del Gran Paradiso


Costeggiamo ora in direzione ovest le pareti del gruppo del Gran Paradiso, in direzione della Tresenta, che sta proprio di fronte a noi. Se dalla Valsavarenche queste montagne si salgono, dal lato Orco si toccano!  
Di fronte a noi la Tresenta 
E la tentazione di toccarle è tanta, ma il pericolo di caduta pietre (  ne cadono, ne cadono...) ci costringe a mantenere una minima distanza di rispetto per evitare incidenti. In realtà tali montagne si salgono anche dal nostro versante: forse è dall'altro che non si possono toccare allo stesso modo!
Vista sul laghetto effimero...
Sulle pareti della Tresenta, ecco un altro "rifugiato", e cioè il ghiacciaio di Goi, ormai ritiratosi da anni su quel versante. Oggi stiamo letteralmente "circumnavigando il paradiso": dopo essere passati sotto la Becca di Noaschetta, eccoci "sfilare" in sequenza sotto la Testa della Tribolazione, la Punta Ceresole, la Cresta Gastaldi, il Gran Paradiso, il Roc, la Becca di Moncorvè...
La "fine" del ghiacciaio occidentale di Noaschetta

Giunti al termine del ghiacciaio occidentale di Noaschetta, con bella vista sul laghetto effimero, ecco che dobbiamo fare un ultimo saliscendi per guadagnare la dorsale morenica che dal bacino del Goi raggiunge praticamente il colle del Gran Paradiso.
Vista su Tresenta e Ciarforon
Il tempo sta cambiando, con nuvole che cominciano ad insistere sui vicini rilievi, ma siamo comunque fortunati poichè oggi ci viene concessa la splendida vista sulla calotta glaciale del Ciarforon di cui si gode dal colle. Il Ciarforon, la cui sommità è appena 300 m più alta del punto in cui ci troviamo, sembra a portata di mano: ma quante cose ci sono in quei 300 m? Quante maggiori difficoltà da affrontare ? 
Un furbo gracchio
Noi siamo giunti fin qui camminando, su un percorso lungo ma di lusso: prima su ottima mulattiera, poi su morene mai troppo ripide od instabili, ed infine su una comoda superficie glaciale! 
Mentre ci godiamo un meritato spuntino, che si è fatta l'ora, un furbo gracchio viene subito a trovarci per vedere se per caso gli lasciamo qualcosa da beccare...

La discesa infinita

Non possiamo indugiare troppo, poichè nel pomeriggio sono previsti temporali ed il tempo sta cambiando: trovare nebbia od attività elettrica in questo punto sarebbe pericoloso! Meglio raggiungere al più presto la mulattiera reale ed il bivacco Ivrea ! 
La discesa ci dà comunque modo di apprezzare ancora meglio la nostra "circumnavigazione" del Paradiso, ripetendola! 
Sotto il Gran Paradiso


Sotto le pareti del Gran Paradiso, del Roc e della Becca di Moncorvè, ecco che rinveniamo una principessa finita sul ghiacciaio...
- "Che cosa ci fa qui, signorina, a pochi metri dalle pareti del Gran Paradiso? Non vede che razza di enormi pietroni cadono da lassù? "
- " Volavo alta nel cielo, quando una raffica di vento mi ha scaraventato sul ghiacciaio sottostante. Poi una pietra mi ha ferito, e non son stata più in grado di volare" 
-"Complimenti! Noi siamo arrivati appena al colle, altro che volare ! Se vuole, possiamo accompagnarla a valle..." -
" No grazie, se non mi potete far volare, almeno lasciatemi quassù in alto, al fresco. E' il destino che mi ha fatta atterrare sul ghiacciaio: non vorrete contrariarlo! "
- " Come vuole signorina, buon pomeriggio e arrivederci!"
Sotto la Cresta Gastaldi e la Punta Ceresole ( si intravede l' omonimo ghiacciaio) 


La Becca di Noaschetta

Il lago di Gay o di Deir Vert, con alle spalle la Becca della Losa e la bocchetta di Gay, che la divide dall'omonima Becca ; sullo sfondo i Becchi della Tribolazione


 Riguadagnato il bivacco Ivrea, integriamo lo spuntino del colle e poi continuiamo la discesa, con il tempo in deciso peggioramento: speriamo di non prenderne troppa oggi!
Giunti al pianoro sottostante il bivacco, notiamo che il percorso segnalato prevede un tratto a nuoto...
Proseguire a nuoto

Proseguendo verso l'alpe La Motta notiamo come un tempo ci dovesse essere una vera e propria passerella ad attraversare il rio del Gias della Losa: se ne intuiscono ancora le opere di basamento in pietra!
Qui forse c'era una passerella
All'alpe la Motta comincia a piovigginare; giunti nei pressi del pian di Goi cominciamo a sentire i primi tuoni, senza tuttavia osservare lampi: il temporale dev'essere ancora lontano!
Sotto il pian di Goi, ecco che cominciamo a vedere i primi fulmini...

A che distanza è il temporale ? 

Fulmine! Conta i secondi: 1,2,3,4,5,6,7,8,9... tuono, Stop! Dividi per tre : l'epicentro del temporale è a  circa 3 km di distanza. Da che parte è arrivato il suono ? Da sinistra! Dal vallone di Piantonetto! Guarda come è nero il cielo da quella parte... 
Questo stratagemma sarà pure empirico ma è molto utile per decidere come comportarsi in caso di temporali.
Quando la distanza dall'epicentro dell'attività elettrica diventa minima, la cosa migliore è quella di cercare un riparo idoneo, se presente: una costruzione non cadente, una "balma" sufficientemente profonda e con le pareti asciutte, un bosco ( evitandone il margine e di sostare sotto gli alberi più alti ) nel quale i rami non tocchino terra;  evitare di fermarsi in posizioni di versante od in prossimità di dorsali, creste o dossi; allontanarsi immediatamente dall'acqua. Assolutamente da evitare alberi isolati o spuntoni di roccia !
In assenza di ripari e sotto intensa attività elettrica la cosa migliore è quella di sistemarsi in posizione "a uovo" sullo zaino, cercando di diminuire al massimo i punti di contatto con il terreno: potremmo infatti anche essere colpiti infatti da scariche secondarie, veicolate dal terreno dopo l'impatto di quella principale; sempre per lo stesso motivo occorre mantenere almeno 10 m di distanza dai compagni di escursione.
Va inoltre evitato il contatto con qualunque oggetto metallico: telefonini , bastoncini da trekking, collane, anelli (da togliere per evitare bruciature in caso di impatto con il fulmine).
Come regola generale, occorre  pianificare l'escursione in modo da evitare il temporale o comunque facendo in modo di trovarsi in posizioni sicure o poco esposte nel periodo della giornata in cui sono previsti i temporali.
Piove all'alpe La Bruna....

Fulmine, conta i secondi... proseguo in questo modo fino all'alpe La Bruna inferiore, raggiunta la quale la precipitazione diminuisce d'intensità e l'attività elettrica sembra nuovamente allontanarsi. 
Verso la pianura è bello: meglio scendere immediatamente prima di prendere altra acqua! Andiamo verso il bel tempo!

Gli "arian" belli ingrossati...
Scendendo ora in direzione del casotto Pngp dell'Arculà possiamo vedere gli "arian" belli ingrossati e le pareti rocciose che grondano acqua. Evidentemente in questo punto del vallone l'intensità della precipitazione è stata maggiore...
Raggiunto il casotto del Pngp troviamo anche uno dei suoi abitanti, cioè Roberto, il quale molto gentilmente ci offre qualcosa di caldo e ci fa riposare un attimo all'asciutto. 
- "Tu porti i temporali!" - mi dice ad un certo punto
-".." - io non capisco immediatamente, forse sarà la stanchezza...
-"Non ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Sei passato dal casotto e poi al pomeriggio è venuto giù un bel temporale!"
-"Vero! E fortunatamente ci ha presi  proprio mentre stavamo scendendo nei pressi del casotto, così ci siamo potuti riparare!"
-" Qui oggi ha tirato giù il mondo... arriva sempre da Piantonetto e qui ne prende!"
-" E si vede!"
"Colano" le pareti del Monte Castello
Sarà vero che porto i temporali quando sono nel vallone di Noaschetta , ma è anche vero che ogni volta l'epicentro rimane nell'adiacente vallone di Piantonetto, quindi non mi posso lamentare in fin dei conti. Non lo stesso ovviamente può dire il guardaparco, perchè evidentemente quella zona del vallone è più soggetta di altre a "sconfinamenti"...
Salutato il guardaparco, riprendiamo a scendere; poco dopo il  rifugio Noaschetta ( che non tocchiamo)  scegliamo il sentiero "lungo" ( che altro non è che un pezzo della mulattiera reale di Caccia del Gran Piano) - quello corto sarebbe pericoloso con le rocce bagnate - ed arriviamo infine alle macchine a Balmarossa.
Nella foto, l'asino
Al colle del Gran Paradiso  siamo arrivati,  l'asino, il gatto, il cane ed il gallo;  ma siccome nella banda municipale erano al completo, siamo dovuti tornare indietro. Riproveremo a fare domanda d'ammissione l'anno prossimo!
Arrivederci ed a presto con le Storie!

domenica 2 ottobre 2016

Escursioni d'altri tempi - traversata da Noasca al Rifugio Vittorio Emanuele II per il colle del Gran Paradiso dal vallone di Goui o di Goi

Premessa

Non ero mai stato sul Gran Paradiso prima: vuoi perché sono un semplice escursionista , vuoi perché l'idea di trovarmi in cima assieme a molte altre persone non mi esaltava, vuoi per una sorta di timore reverenziale verso l'unico 4000 completamente in territorio italiano, che sarebbe stato a tutti gli effetti il mio primo 4000.
La mitica guida del Cai-Tci
Tuttavia l'idea dell'amico Luca  ( che sul Grampa c'era già stato) di tornarci passando dalla nostra parte ( valle Orco) a settembre , magari partendo da Noasca, mi ha trovato immediatamente concorde. Ovviamente la sua proposta non era quella di affrontare la mitica via Vaccarone ( decisamente al di sopra delle mie capacità), ma di fare  il primo giorno la traversata al rifugio Vittorio Emanuele per il colle del Gran Paradiso, ed il secondo giorno salire in cima. Era infatti da tempo che avevo nel mirino di salire al colle del Gran Paradiso, se non altro per salire fino in fondo all'amato vallone di Noaschetta: era decisamente un'offerta che non si poteva rifiutare.
Nella storica guida del Cai-Tci il colle del Gran Paradiso viene descritto come "facile e frequentatissimo valico" ma, come avremo modo di raccontare, le condizioni odierne sono molto diverse rispetto a quei tempi e la zona non è esattamente "frequentatissima".
In questo articolo descriverò la traversata, senza dilungarmi eccessivamente sulla descrizione del vallone di Noaschetta, del quale ho già parlato diffusamente qui  , per concentrarmi sulla descrizione dell'itinerario ( riportando in corsivo quello già caricato - sempre dal sottoscritto - su Gulliver ) e delle nostre sensazioni. Oltre a me e Luca, alla spedizione ( termine davvero non esagerato ) ha preso parte anche l'amico Michele mentre Stefano, per motivi di lavoro, ci ha raggiunti direttamente al rifugio Vittorio Emanuele II.


L'itinerario

Sono circa le sei e un quarto del mattino quando, raggiunta  in auto  Balmarossa superiore ( frazione di Noasca),  parcheggiamo l'auto ed indossiamo zaino e pila frontale. Gli zaini sono abbastanza pesanti poiché,  oltre alla necessaria quantità di cibo, bevande, vestiario, materiale di primo soccorso per sopravvivere due giorni in montagna,  abbiamo con noi anche tutta l'attrezzatura  necessaria per la salita al Gran Paradiso prevista per il giorno successivo: casco, imbragatura, piccozza, ramponi, moschettoni, cordino da ghiaccio; Luca ha inoltre con sé una corda da 20 metri ( che non si sa mai), mentre quella da 60 metri, che peserà almeno tre kg, l'abbiamo affidata a Stefano, che ci raggiungerà la sera al Vittorio Emanuele. Anche la corda da 20 metri pesa comunque un bel chilo, ed ogni chilo in più lo senti quando devi camminare per tanti km  ( non sappiamo di preciso, ma saranno sicuramente più di  20) con quelli che sulla carta sono 1945 metri di dislivello positivo, ma Luca la trasporterà stoicamente per tutta la giornata senza lamentarsi e rifiutando gentilmente qualunque proposta di cambio.

"Dalla piazzetta alla fine della strada asfaltata scendere a destra (indicazioni per il rifugio Noaschetta) ed attraversare il torrente Ciamosseretto su di una passerella in legno; il sentiero sale ora in un bosco di conifere, fino ad immettersi nel sentiero che da Noasca sale al Gran Piano (bivio, prendere la diramazione in salita)."

La borgata Sassa di notte
E' sempre emozionante cominciare a camminare anticipando l'alba; questa poi è una notte serena, la temperatura è ottima e siamo tutti molto "presi bene" al pensiero della splendida due giorni che ci aspetta, ragion per cui saliamo in allegria, con intenso chiacchiericcio ma con passo regolare: dobbiamo dosare le energie, perché si, oggi è la giornata più lunga, ma domani c'è la quota, e quella non perdona e sappiamo bene che una stanchezza eccessiva può favorire l'insorgere dei sintomi del mal di montagna anche in soggetti che normalmente non ne soffrono.

"Al bivio successivo scendere a destra per imboccare il sentiero attrezzato "corto" ( facile) per il rifugio Noaschetta il quale, superando tramite cenge alcune pareti rocciose, conduce in breve nei pressi di un piccolo bosco di betulle visibile alla vostra destra; senza raggiungerlo continuare a salire ignorando la diramazione di destra per il rifugio."

Le Levanne all'alba

A dirla tutta abbiamo un altro ottimo motivo per dosare le energie, e cioè l'idea di salire, in caso condizioni di visibilità ed orologio lo consentano, dal colle del Gran Paradiso fino alla Tresenta per la cresta NNE, per poi scendere dal versante nord direttamente sul rifugio Vittorio Emanuele .  Quando mai ci ricapiterà di averla così a tiro? Questa è anche la ragione per la quale abbiamo scelto di raggiungere il colle non passando dal bivacco Ivrea e dunque dal vallone del Gias della Losa ( itinerario relativamente più frequentato)  ma dal vallone di Goui, in quanto percorso più veloce e diretto e ghiotta occasione, almeno per il sottoscritto, di ficcare il naso in un angolo ancora sconosciuto.
Il giorno appare e la notte scompare mentre percorriamo il sentiero attrezzato, reso oggi davvero facile grazie al grande lavoro di manutenzione e miglioria portato avanti negli anni dal Cai di Rivarolo Canavese.

"Dopo aver superato una pietraia, il sentiero va a congiungersi con la mulattiera per l'alpe Bruna ( indicazioni per il Bivacco Ivrea) che passa al di sopra del rifugio Noaschetta, raggiungendo dapprima il casotto Pngp dell'alpe Arculà, poi i pianori dell'alpe Bruna e dell'alpe Bruna superiore fino ad arrivare ai bordi del lungo pian di Goi."

Il sole spunta dalla bocchetta di Drosa

Mentre saliamo verso l'Arculà il sole, come sempre, comincia  a fare capolino dalla bocchetta di Drosa e Luca, che ha un pò il "mal della pietra" ( nel senso che è appassionato di arrampicata), non può fare a meno di notare le imponenti pareti del Monte Castello; quando poi dal casotto Pngp, dopo una breve pausa ristoratrice e di rifornimento idrico, proseguiamo verso la Bruna, saranno le rossastre ed imponenti Torri del Blanc Giuir a catturare la sua attenzione. Purtroppo, prima sfortuna di giornata, non facciamo in tempo ad arrivare in vista dei pianori della Bruna, laddove comincia lo spettacolo dello splendido colpo d'occhio offerto dal versante sud del gruppo del Gran Paradiso,  che delle nuvole basse lo coprono, privandoci del piacere e del sollievo che ne derivano ( quando c'è un bel panorama si cammina più volentieri e si sente meno la fatica...forse).
Le Torri del Blanc Giuir incombono sui pianori della Bruna inferiore

"Arrivati a questo punto occorre abbandonare la traccia per il bivacco Ivrea e costeggiare il lungo pianoro sulla destra idrografica percorrendo i resti della mulattiera reale di caccia.
Verso la fine del pianoro la mulattiera comincia a salire verso destra arrivando con alcune svolte nella conca del piccolo laghetto di Goi.
Senza raggiungere il lago ( che lascia alla sua destra), la mulattiera attraversa un piccolo torrente e comincia a risalire la morena frontale del ghiacciaio di Goi, sul versante destro idrografico del vallone, dove si perde."

Il lungo pian di Goi in versione tardoestiva
Come quando Sam nel Signore degli Anelli si ferma e dice a Frodo, più o meno, " non sono mai stato così lontano da casa", così io dico agli altri : " non sono mai stato oltre il lago di Goi". In me però, a differenza del co-protagonista del celebre romanzo,  non vi è alcuna traccia di tristezza o paura,anzi: mi sento come un bambino che hanno portato al negozio di giocattoli! Va detto però che gli Hobbit avevano alle calcagna i  Nazgul e chissà quali altre oscure creature che li volevano catturare \ uccidere e noi no.
La conca ove  si trova il piccolo lago di Goi
E' proprio nei pressi del piccolo lago di Goi che ci concediamo un'altra breve pausa ristoratrice, consapevoli del fatto che da qui in poi non ci sarà più alcuna traccia da seguire, forse solo qualche raro ometto. Risaliti i resti della mulattiera reale fino al suo termine, salutiamo gli ultimi lembi di "verde" per proseguire fino alla sommità della morena frontale del ghiacciaio di Goi, dove troveremo un ometto, che sarà anche l'ultimo sul versante piemontese. Qui il paesaggio cambia radicalmente: ci troviamo ora in un ambiente prettamente roccioso, punteggiato qua e là dalla massiccia fioritura di Adenostyles leucophylla, volgarmente detta cavolaccio lanoso e dalla presenza di altre specie vegetali del piano nivale, ormai in grado di colonizzare queste superfici  da decenni abbandonate dal ghiacciaio di Goi, che un tempo le occupava completamente ,  risultando di fatto senza soluzioni di continuità rispetto al soprastante ghiacciaio di Noaschetta.
L'ambiente cambia. In primo piano: fioritura di Adenostyles leucophylla
Il vallone in questo punto si restringe decisamente,  chiuso alla nostra sinistra dalle imponenti pareti della cresta divisoria Noaschetta -Ciamousseretto, che origina dalla Tresenta, ed alla nostra destra dalla spartiacque Goui-Gias della Losa. che origina dalla Punta Ceresole
Man mano che saliamo, ad intermittenza le nubi lasciano intravedere più o meno completamente la forma triangolare della Tresenta, sempre più vicina, mentre ancora non è visibile il colle, decisamente più spostato sulla destra. 
La vegetazione scompare, mentre sulla nostra sinistra diventano visibili i resti del ghiacciaio di Goi, oggi ridotto ad una stretta lingua a ridosso dello spartiacque Noaschetta-Ciamosseretto; qua è là sono presenti nevai di varie dimensioni e non è raro constatare la presenza, al di sotto di pietre e massi, di vero e proprio ghiaccio nero, mentre al centro del vallone continua a scorrere impetuoso il torrente principale.
L'assenza di ometti e di qualunque traccia di passaggio,  l'aspetto severo e primordiale dell'ambiente circostante, sono la prova inconfutabile che ormai da queste parti raramente l'uomo mette piede ( salvo forse i guardaparco dell'Arculà). 
Le nubi basse  vanno e vengono   e, come in un gioco di prestigio, ci mostrano e ci nascondono l'azzurro intenso del cielo e le cime circostanti, riducendo la visibilità ed aumentando l'alone di mistero e di incognito che sembrano pervadere tutto ciò che ci circonda.
La consapevolezza di procedere in un ambiente dimenticato e profondamente mutato rispetto alle vecchie relazioni alpinistiche che lo descrivevano è particolarmente stimolante e ci fa sentire come degli esploratori di fronte ad un territorio vergine , completamente liberi di scegliere la nostra strada e, onori ed oneri, pienamente responsabili della riuscita della traversata
La vegetazione scompare e la Tresenta ad intermittenza

"Continuare a salire sulla sx idrografica del vallone di Goi fino ad una quota di 3050 m circa; arrivati a questo punto occorre attraversare il rio centrale per superare con alcune svolte, prima a destra, poi a sinistra, infine di nuovo verso destra e sempre sulla dx idrografica del vallone un sistema di piccole pareti rocciose che sembra sbarrare il passo (la traccia segnata sulla cartina MU in questo tratto è approssimativa - errata a giudizio di chi scrive). Anche la traccia indicata sulla vecchia cartina 1:25.000 dell'Igm, con ogni probabilità retaggio del tempo in cui queste superfici erano occupate dal ghiacciaio, è poco verosimile nelle condizioni odierne."


Ci siamo solo noi e la montagna, ed ecco che la montagna ci mette per la prima volta seriamente alla prova: arrivati ad una quota di 3050 m circa ci troviamo di fronte ad un bel rebus: a sinistra come a destra pareti di roccia di varia altezza sembrano sbarrare il passo, e l'unica possibilità di salita sembra essere quella di costeggiare ripidamente le pareti della divisoria Noaschetta-Ciamosseretto per  poi raggiungere i resti del ghiacciaio di Goi. Si tratta tuttavia di una soluzione che scartiamo subito, e questo per almeno tre motivi: il pericolo di caduta pietre, la ripidezza del percorso e la più che probabile presenza di ghiaccio nero nascosto.
Un bel rebus...

















A questo punto Luca, che come abbiamo detto soffre di "mal della pietra" , propone di andare ad osservare più da vicino le pareti rocciose poste in alto sulla nostra destra, che paiono di roccia migliore e potrebbero essere una via d'uscita nel caso fossero superabili con elementare arrampicata. Arrivati ai piedi delle suddette pareti, mentre studiamo il da farsi, ecco che rivolgendo nuovamente lo sguardo sulla dx idrografica del vallone diventa chiaramente visibile la soluzione del rebus , a dimostrazione del fatto che  in montagna è sempre molto utile poter osservare le cose dell'alto.
Ritorniamo così sui nostri passi e intraprendiamo esattamente il percorso appena individuato a distanza con successo...

La soluzione del rebus

"Giunti al ripiano superiore, continuare a salire per pietre e sfasciumi a modesta pendenza in direzione dell'evidente depressione occupata dal colle, ai piedi della becca di Moncorvè, lasciando in basso a destra il piccolo ghiacciaio occidentale di Noaschetta, al cui bordo meridionale è presente un piccolo lago di fusione."

Il ghiacciaio occidentale di Noaschetta con il piccolo lago di fusione

Finalmente al colle del Gran Paradiso
E così siamo arrivati a metà del lavoro: abbiamo raggiunto il colle del Gran Paradiso, 3345 m , dominato ad ovest dalla Tresenta ed ad est dalle pareti della becca di Moncorvè. Orologio e visibilità non ci consentono di salire  la Tresenta, ragion per cui decidiamo di pranzare con calma sul colle, onde poter meglio affrontare la discesa che sappiamo essere non banale, come ci aveva spiegato la guida alpina Stefano dalla Gasperina. Dal colle si gode davvero di un ottimo panorama ( benché oggi si presenti disturbato dalle nuvole)  sulle montagne circostanti, ed in particolare su quelle della Valsavarenche e della Val di Rhemes; e  riconoscere tra queste il Taou Blanc, il ghiacciaio dell'Aouille la Basei, la cime d'Entrelor  e via discorrendo, a noi così famigliari , è un vero piacere, è quasi come sentirci al Nivolet, a due passi da casa.
Panorama dal colle verso Valsavarenche e Val di Rhemes
Mentre mangiamo cominciamo ad osservare la discesa che ci aspetta ed i primi metri sembrano incoraggianti: ripidi ma solcati dagli stretti tornanti di una traccia ( "incredibile, una traccia! evidentemente dal versante valdostano il colle è più frequentato") . Peccato che appena più in basso il pendio "scompaia": di sicuro ci sarà un cambio di pendenza od un piccolo salto, ma se c'è una traccia siamo a cavallo. In ogni caso è inutile fasciarsi la testa anzitempo, visto che da lì dovremo pur scendere in qualche modo: "non basta guardare, bisogna andare" !

"Dal colle scendere direttamente per ripidi sfasciumi lungo una piccola traccia che dopo pochi metri di dislivello ed alcune svolte si perde in corrispondenza di un marcato cambio di pendenza, dove inizia la parte più delicata del percorso, circa 40 metri di dislivello di sfasciumi ripidissimi ed instabili.
Per superare questo tratto occorre scendere con estrema attenzione, sfruttando gli affioramenti rocciosi presenti ed i massi stabili; questo tratto è soggetto a continuo rimaneggiamento a causa della caduta di terra e pietre; valutare la possibilità di fare una calata."

In questa foto sono ben evidenti il cambio di pendenza ed i resti del ghiacciaio di Moncorvè

E così, dopo alcune svolte, eccolo lì servito il "cambio di pendenza": un muro quasi verticale di sfasciumi instabili, che cominciamo a scendere con la massima cautela, procedendo molto lentamente e saggiando attentamente ogni tratto del percorso, ogni masso, spostandoci ora verso destra, ora verso sinistra, in qualche caso anche costretti a tornare sui nostri passi per cambiare il percorso di discesa.
Continuiamo ad essere soli, noi e la montagna: solo una femmina di stambecco ci osserva incuriosita dalla cresta della Tresenta , mentre per la seconda volta le nostre capacità saranno messe a dura prova.
Arrivato agli ultimi metri del muro mi blocco, non riesco a trovare un punto nel quale scendere sentendomi sicuro: provo a sinistra, a destra ed al centro ma ogni volta faccio dietrofront tornando al precedente punto di "sosta".  E' davvero sconfortante trovarsi in una simile impasse quando ormai manca poco all'obiettivo!
Per fortuna Luca riesce a trovare una soluzione, una chiave ed arriva al termine del "muro" ma io, ancora un pò suggestionato dai precedenti fallimenti, non riesco immediatamente a seguire le sue orme e lascio passare prima Michele, che scende senza particolari problemi, dopodiché anch'io riesco finalmente a convincermi che quello è il percorso più semplice ed a lasciarmi un pò andare.
Non facciamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ci ritroviamo di fronte ad una terza prova, sempre soli, noi e la montagna.

"Pochi metri più in basso si raggiungono i resti del ghiacciaio di Moncorvè, che a fine stagione richiedono l'utilizzo di ramponi e piccozza, seppur per un breve tratto."
Salve, Ciarforon!

L'asettica descrizione che ho messo su Gulliver non rende bene l'idea delle particolari condizioni che abbiamo trovato quel giorno:  ghiaccio nero durissimo,  con tanto di crepaccia terminale impossibile  da valutare a distanza. 
E così ci tocca calzare i ramponi; io e Michele, a differenza di Luca,  per maggior sicurezza decidiamo di usare anche la piccozza, ma sarà una sicurezza più psicologica che altro, visto che il ghiaccio è talmente duro che soltanto i ramponi tengono , mentre la picca non si riesce assolutamente a piantare!
In fondo a destra, in direzione becca di Moncorvè, la crepaccia terminale si restringe fin quasi a scomparire, ragion per cui Luca inizia un traverso in quella direzione sui resti del ghiacciaio e noi lo seguiamo a ruota. Si tratta di un traverso breve ma faticosissimo, con i muscoli delle gambe tesi allo spasmo per mantenere l'equilibrio, legato alla piccola presa che i ramponi riescono ad avere sul durissimo ghiaccio. Procedendo con estrema attenzione ed avendo cura di evitare i punti più ripidi e\o dove il ghiaccio è praticamente vetro , riusciamo infine a portarci nella morena sottostante i resti del ghiacciaio. Ormai è fatta:  non ci resta che scendere fino a raccordarci alla traccia che sale dal rifugio Vittorio alla Tresenta lungo la frequentata parete N, la via normale.

"Togliere i ramponi e scendere lungo il vallone fino ad incrociare la traccia della normale della Tresenta e seguirla fino al rifugio Vittorio Emanuele seguendo i numerosi ometti".

Salve, Becca di Monciair! 
E così noi facciamo. Mentre scendiamo, ormai passeggiando, ometto per ometto, io emetto una drastica sentenza per quel che  mi riguarda: "In montagna si va per divertirsi, non per patire le pene dell'inferno. L'alpinismo non fa per me: lunedì vendo tutta l'attrezzatura".
Quando ormai manca poco al rifugio si schiude davanti a noi lo spettacolo del Ciarforon e della Becca di Monciair e dei Denti del Broglio, poi finalmente arriviamo, giusto 5 minuti prima di Stefano, salito nel pomeriggio da Pont Valsavarenche: "siete arrivati solo adesso ?" "Si" "Miseria!". Eh si, perché alla fine il gps è chiaro: 23 km e 2300 m di dislivello, di cui almeno 700-800 assolutamente non banali, almeno non a fine stagione.
Finalmente il rifugio Vittorio Emanuele II
Così, ancor prima di posare l'attrezzatura e di prendere possesso della stanza, ci gustiamo 4 meritate birre bionde ( medie, naturalmente) nel "dehor" del rifugio. Mentre ricostruiamo a mente fredda gli eventi della giornata, a Stefano sorgono spontanei alcuni interrogativi : "Luca, la rifaresti? " "mmm non so"  " Michele? " "mmm ,," "Marco ? " " mmm non so... si... cioè Luca, se me lo chiedi tu torno altre cento volte, è stata davvero una bella esperienza" " Ma Luca non te lo chiederà, quindi..." " E chi lo sa...magari in un'altra stagione, con un pò di neve a scendere dal colle".
E giocoforza mi viene chiesto conto della mia precedente, drastica sentenza: "allora, vendi l'attrezzatura? " " Mmm, mah ,aspettiamo domani al Gran Paradiso a vedere come va" "Aaaah !"
Si  è ormai  fatta ora di cena, ragion per cui andiamo a posare l'attrezzatura ed a prendere possesso della stanza: domani mattina ci aspetta il Gran Paradiso.
Ma di questo parleremo  in una prossima puntata! Arrivederci ed a presto con le Storie!