}
Visualizzazione post con etichetta nimbus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nimbus. Mostra tutti i post

domenica 3 novembre 2019

Un pezzo di Gran Paradiso in Val Soana ( Bivacco Revelli- Viano da Pezzetto - escursioni obbligatorie n° 3)

Premessa

La penultima settimana di ottobre 2019 si è caratterizzata sia per le temperature miti che per una perturbazione che ha colpito il nord-ovest, con quota neve sempre piuttosto elevata. L'ultima parte della settimana ha visto il ritorno del bel tempo, con temperature sempre sopra la media di stagione: quale migliore occasione per andare ancora una volta in quota ed ammirare la bellezza della montagna in veste autunnale, arricchita dalla recente "spolverata" di neve in quota
Il... continua a leggere per scoprirlo ;) !

Il vallone di Forzo - appunti di geografia locale...

L'autunno è una stagione speciale in Val Soana, di cui il vallone di Forzo rappresenta senza dubbio l'angolo dall'aspetto più selvaggio e di carattere prettamente alpino, con le cime più alte e con l'unico ghiacciaio, il Ciardonei, da tempo oggetto di studio e monitoraggio  da parte della Società Meteorologica Italiana   . 
Per provare a rendere l'idea , ecco una foto scattata il 5 febbraio 2016 , durante una splendida giornata invernale, da quel fantastico punto panoramico che è l'Ancesieu , foto sulla quale mi ero divertito a "segnare" il nome delle varie punte...
Le cime del vallone di Forzo
Il vallone di Forzo , interamente ricadente nel territorio del comune di Ronco Canavese è solcato dall'omonimo torrente,  che confluisce nel Soana in località Fucina. I suoi affluenti principali sono il rio Lazin  ( da cui gli omonimi vallone e lago ) , con confluenza presso la borgata Lasinetto, il rio Forzo ( chiamato così sulla carta Igm 1:25.000), con confluenza presso Molino di Forzo, ed  il rio Pisone  , le cui acque raggiungono quelle del torrente principale poco a valle della frazione Boschiettiera.   
Il vallone di Forzo presenta una conformazione del rilievo particolare  e complessa, risultato delle vicende glaciali e post-glaciali, che vale la pena di descrivere in maniera sintetica.
Nei pressi di Molino di Forzo, posta sul conoide alluvionale ubicato alla confluenza del rio Forzo nel torrente Forzo, ecco che il vallone si divide in due parti, con il vallone principale  che prosegue in direzione del colle di Bardoney , ed un  vallone secondario che si apre a sx dell'abitato di Molino, delimitato a nord-ovest  dal monte e dalla costa Colombino, a nord dal terrazzo glaciale sulla sommità del quale si trova la casa di caccia "Vittoria" del Vasinetto e dal Meal, ad ovest dalla Piata di Lazin ed a sud dalla modesta elevazione della Gucia.
Ortofotocarta 3d: 1 Vallone di Lazin; 2 Lago Lazin; 3 Costa Vargnei; 4 Piata di Lazin; 5 Monte Colombino; 6 Vallone Umbrias; 7 Passo Lago Gelato; 8 Lago Gelato; 9 Costa Umbrias o Braias; 10 Punta Gialin; 11 Comba Meialet; 12 Gole Rio Pisone; 13 V.ne Ciardonei; 14 V.ne Lavina; 15 Punta Rossa di Forzo; 16 Finestra Valletta;  17 Monveso di Forzo; 18 zona periglaciale Ciardonei; 19 Torre Lavina; 20 Cime del Cavallo; 21 Punta Tressi; 22 Cima Fer 
A Nord di questo terrazzo glaciale scorre, incassato in una profonda gola, il rio Pisone , caratterizzato da rapide e grandi cascate; alla confluenza del rio Pisone nel torrente Forzo, il vallone principale si divide nuovamente in vallone di Lavina ( direzione Bardoney) e vallone di  Ciardonei.  Ma è nei pressi delle grange Vasinetto , poste appena a  nord ed a valle della casa di caccia omonima, che   il vallone di Ciardonei diventa tale,   riacquistando una morfologia più aperta. Qui il rio Pisone, a monte della confluenza con il rio discendente dal vallone di Umbrias , diventa infine Rio Geri.

Cartina del percorso in scala 1:20.000

La meta di giornata prescelta è il bivacco Revelli, posto a 2610 m di quota  sulla sommità di uno spalto roccioso che domina il pian delle Mule a sud ed il pian Valletta a nord-est. Infatti, a voler essere pignoli, il bacino solcato dal rio Geri si divide nei pressi dell'alpe Pian delle Mule in un bacino principale proveniente dal pian Valletta ed un bacino secondario proveniente dal Pian delle Mule; entrambi  "nascono" però dal ghiacciaio di Ciardonei.

Nel cuore del Gran Paradiso 

Le forme del territorio  con le quali si presenta l'odierno vallone di Forzo sono il risultato dell'incrocio tra complesse vicende geologiche e climatologiche. Da un punto di vista geologico il territorio del vallone fa  parte del massiccio cristallino del Gran Paradiso , costituito da gneiss occhiadini, solide rocce molto adatte per ricavare "lose" , ma non così facilmente alterabili dagli agenti atmosferici.
L'intrusione scistosa ( quadrati verdi ) nel massiccio del Gran Paradiso
E' proprio  questa difficile alterabilità del substrato roccioso la causa dei versanti ripidi e rocciosi che caratterizzano il vallone, ad esclusione dello stretto fondovalle e delle principali conoidi alluvionali ( per esempio quelle dove sorgono Lasinetto e Forzo ) , "riempiti" nel corso dei millenni dai depositi glaciali ed alluvionali e dai movimenti franosi. Fa eccezione anche la parte centrale dell'alto vallone di Ciardonei, caratterizzata dalla presenza di estesi pianori glaciali : essi infatti insistono su rocce scistose  più "tenere" di diversa origine, non facenti parte del massiccio del Gran Paradiso, che sono state più facilmente alterate dall'azione dei ghiacciai, delle acque e degli agenti atmosferici. Tale "infiltrazione"  di scisti  più teneri ,  come si vede bene nella cartina,  arriva grosso modo fino allo spalto roccioso ove è ubicato il Bivacco, che in questo punto del vallone segna il confine con la zona degli gneiss occhiadini. Nel determinare la morfologia di questa parte del vallone di Ciardonei, nella quale si trovano non a caso  anche gli alpeggi più grandi, ha  sicuramente giocato un ruolo fondamentale anche la tipica azione glaciale, con i suoi arretramenti ed avanzamenti uniti ad intensità di erosione differenziate sul territorio,  spesso nel giro di poche centinaia di metri

La "Vi Viei"  


La "Vi Viei"
Questa volta, anzichè partire da Forzo, decidiamo di lasciare l'auto  poco più in basso , a Pezzetto, per percorrere la suggestiva "Vi Viei", ovvero l'antica mulattiera che collegava Pezzetto a Molino di Forzo, oggi arricchita dalle opere d'arte di alcuni abitanti, già protagonisti della realizzazione dei famosi presepi che vengono annualmente esposti tra l' Immacolata e l'Epifania: vi invitiamo caldamente a venire a visitare questa "galleria d'arte" a cielo aperto.
L'idea di una partita a scacchi in riva al torrente mi attira ogni volta che passo di qui , ma il tempo è sempre tiranno !
Da Molino di Forzo, ove si trovano i locali della Società Operaia e l'Osteria delle Alpi ( unico esercizio pubblico del vallone di Forzo che fa anche da rivendita di alimentari) , lungo la strada asfaltata in breve raggiungiamo Forzo. 

Da Forzo al Vasinetto

Il sentiero per il Vasinetto costeggia a sinistra la frazione per addentrarsi nel "vallone" ( forse sarebbe più corretto denominarlo "comba" ) inciso dal "rio Forzo":  denominazione adottata dall'Igm che corrisponde al "rio Tumelet"  nella più recente carta Mu della Valle Soana. 
L'impetuoso torrente che percorre questo ampio quanto breve fondovalle laterale,  caratterizzato dalla presenza di una discreta superficie prato-pascoliva,   è il risultato dell'apporto di tutta una serie di rii minori. Alcuni  capi bovini di razza piemontese stanno ancora pascolando nei dintorni...
Bovine al pascolo nei pascoli adiacenti Forzo

Le  superfici subpianeggianti  e terrazzate lasciano però spazio, nel giro di poche centinaia di metri, a  versanti con pendenze via via crescenti e molto accentuate, con  insediamenti umani temporanei sparuti e poveri, specialmente ad est ed a sud , in direzione della comba del Meialet .
Salendo al Vasinetto: il monte Colombino 2470 m  ( al sole)  e la costa Vargnei ( in ombra) delimitano la selvaggia comba
Le cose vanno un pò meglio in direzione nord, dove il versante sx idrografico è costellato da numerosi alpeggi, e dove una bella mulattiera risale ripida all'interno del bel bosco di larici  passando nei pressi di diversi alpeggi ( Prariond, Betassa, Surinà, Combi), fino a raggiungere la sommità del versante, ove è posta la casa di caccia Vittoria , di proprietà privata, con magnifica vista sulla Torre Lavina e sull'alpe Gran Fumà, posta sull'altro versante della profonda gola incisa dal rio Pisone.
Magnifica vista sulla Torre Lavina

Oltre alla bellezza della struttura, è sempre magnifico il colpo d'occhio di cui si gode da questa balconata naturale, in special modo sulle vette circostanti, oggi di bianco vestite, con il primo abito nevoso della stagione, tra le quali svetta l'elegante piramide della Grande Uja di Ciardonei.
Dalla casa di caccia, vista sulle cime circostanti. In fondo a sx l'elegante sagoma della Grande Uja.

La casa di caccia

Dal Vasinetto all'alpe Pian delle Mule

Guardando verso valle, zone in ombra ed assolate
Dalla casa di Caccia, passando nei pressi delle costruzioni delle grange Vasinetto, il sentiero costeggia il rio Geri; lasciato a sx il bivio per il passo del lago Gelato ed a dx un ponticello in legno con le indicazioni per l'alpe Muanda,  prosegue lungo il fondovalle ancora non completamente illuminato dal sole. 
Alpe Pian delle Mule; sullo sfondo a dx Roccia Azzurra e Monveso di Forzo
Dove il sole non è ancora arrivato, le pietre sono ancora avvolte da una sottile pellicola di ghiaccio, ragion per cui occorre fare attenzione a non scivolare onde evitare "legnate", e si sente che siamo a fine ottobre ad oltre 2000 m di quota. 
Fortunatamente il percorso segnato molto presto si alza in direzione dell'alpe Pian delle Mule, dove il sole splende e le temperature sono decisamente gradevoli.
Il paesaggio circostante l'alpe Pian delle Mule 2285 m è dominato dalla Roccia Azzurra 3305 m e dal Monveso di Forzo 3319 m , ma  sono le costruzioni dell'alpeggio a catturare la nostra attenzione ed a spingerci ad un approfondimento!
La prima cosa che notiamo è la luce sopra la stalla, con porta, che indica la presenza di una mansarda ad uso abitazione ; non si nota però nessuna scala di accesso. 

E' caduto il letto!
Una veloce ispezione conferma la nostra impressione: nella stalla possiamo osservare la rete metallica di un letto, ormai  caduta sul pavimento al pari delle assi di legno che costituivano il tavolato della mansarda! Anche la copertura in lose, a giudicare dalla grande quantità di luce che vi filtra, non sembra destinata a sopravvivere a lungo; in compenso però la luce ci consente di ammirare l'orditura del tetto, realizzata in legno di larice con struttura portante a capriata.
Travi e pali appaiono perlopiù in buone condizioni, a testimonianza della grande durabilità di questa essenza legnosa: "basterebbe" intervenire al più presto mettendo a posto le "lose".

Ed anche il soffitto!
Al fondo della stalla , un muro divisorio separa un altro locale da quello destinato al ricovero degli animali. Qui viene  anche risolto in parte l'enigma dell'accesso al piano mansardato: una scalinata in pietre e cemento ne garantiva l'accesso dall'interno! Ma un accesso doveva esservi pure dall'esterno: altrimenti come spiegare la presenza di una porta ? Sarebbe bastata una finestra od un piccolo lucernario!
Vano d'accesso interno al piano mansardato
 A che cosa serviva quest'altro locale ? Con ogni probabilità era destinato alla caseificazione ! A nord della stalla, nei pressi di una roggia, ecco i resti di un "crutin" ( o così almeno presumiamo)...
Resti di un "crutin" ?
Ed ecco che chiudendo gli occhi sembra di veder nuovamente scorrere la vita umana in questo luogo: il suono dei campanacci, il calpestio ed i muggiti dei bovini che rompono il silenzio della notte, "cullando" il sonno dei pastori;  la fioca luce di una lampada a petrolio che scalfisce il buio della notte con grande parsimonia; il tepore animale che riscalda l'ambiente, a sostituzione della stufa; i secchi di latte versati nel grande paiolo di rame, margari e garzoni impegnati a pulire la stalla, a spandere il letame, ad andare o ritornare dal pascolo.
Sembra anche di sentire l'odore di letame ed urina proveniente dal piano terreno, magari non insopportabile ma inevitabile bolletta da pagare , più o meno salata, per godere del  tepore bovino...

Dall'alpe Pian delle Mule al bivacco Revelli

Laghetto q.2290 m
Nei pressi dell'alpeggio, un bel laghetto è situato immediatamente a valle della spalla erbosa sopra la quale si trova l'ormai vicino Pian delle Mule. Quando giungiamo nei pressi della sommità di tale spalla, ecco che comincia la presenza di neve al suolo, dapprima discontinua e poi via via più consistente fino a divenire continua dal pian delle Mule in poi. 
E qui cominciano anche le nostre maggiori fatiche, dato che pur essendo lo spessore della neve di pochi centimetri, a causa del caldo la sua consistenza si presenta molle e sfondosa, ma anche le maggiori soddisfazioni: anche noi dobbiamo pagare la nostra bolletta alla stagione!
Grande Uja allo specchio
Giunti nei pressi del Pian delle Mule, ecco lo spettacolo della Grande Uja che si specchia in una piccola pozza d'acqua. Che dire allora del Pian delle Mule? 
Pian delle Mule
E del lago omonimo , vero e proprio "tesoro blu" oggi rivestito d'argento ? Oggi è tutto semplicemente perfetto, meraviglioso: qualunque parola ora mi sembra superflua, "può solo fare danni", parafrasando i Depeche Mode...
Lago Pian delle Mule

Parafrasando invece gli Aerosmith,  penso che vorrei rimanere sospeso in queste emozioni per sempre, se solo si potesse fermare il tempo ! Ma il tempo non si può fermare, ed allora occorre far tesoro di ogni attimo di felicità, cogliere ogni respiro della montagna, sentirsi tutt'uno con la Terra, godersi questi assaggi di paradiso. Certamente la fotografia ci viene in aiuto nel fissare dei ricordi,  che sono però dei pallidi ricordi, poichè le emozioni ( grazie a Dio) non si possono ancora fissare su un rullino o su una sd card: esse sono autentiche! Autentiche come le nostre montagne : non farei mai a cambio con Cervinia, Gressoney o Courmayeur, nonostante il Cervino ed i massicci del Rosa e del Bianco siano indubitabilmente paesaggi molto più grandiosi, maestosi.
Tornando al sodo, ecco che da qui cominciamo a scorgere in lontananza il bivacco Revelli: esso si trova in cima allo spalto roccioso posto oltre il lago, al fondo del pianoro glaciale, ossia proprio dove ci si aspetterebbe di trovarlo. A dispetto della posizione però, esso non è così facilmente individuabile, specialmente in caso di nebbia o maltempo!
L'ultimo tratto del percorso è il più duro, poichè sovente la neve marcia sulla quale camminiamo ricopre un terreno pietroso con i relativi buchi, oltre a coprire i più che mai preziosi ( in questo caso) segni biancorossi:ecco che  il costo della bolletta sale ulteriormente!


Il bivacco Revelli

Il bivacco Revelli- Viano 

Il bivacco , di proprietà della sottosezione Geat del Cai di Torino, dispone di 4+1 posti letto ed è dedicato alla memoria dell'accademico Luigi ( Gino) Revelli , caduto il 3 luglio 1955 nel canalone di Lorousa nelle Alpi Marittime, insieme alla ventenne Maria Celeste Viano.  
Da qui si domina la valle e si ha anche un'ottima visuale sulle montagne circostanti; le temperature sono davvero gradevoli, tanto gradevoli che come dessert posso addirittura permettermi il lusso di pucciare un krumiro nella cioccolata calda !
Cioccolata calda e krumiri al bivacco

Panorama verso la Torre di Lavina


Roccia Azzurra e Monveso
Proseguendo oltre il bivacco in direzione nord-ovest è possibile raggiungere il ghiacciaio di Ciardonei, l'ultimo ed unico ghiacciaio della valle Soana, ma non è oggi il giorno adatto per farlo.

Il pian della Valletta


Poco sotto lo spalto del bivacco si trova il bivio tra il sentiero proveniente dal Vasinetto,da noi percorso in salita,  e quello proveniente dall'alpe Muanda, dal quale scenderemo. Complici la neve e la scarsa visibilità dei segni dovuta alla bianca presenza, scendiamo al pian della Valletta alla meglio, anche se davvero non possiamo sbagliare perchè c'è visibilità ed il lungo pianoro glaciale si trova proprio sotto di noi ! 
Che lo si guardi verso monte o verso valle, l'ambiente è davvero mozzafiato: ricollegandoci alle riflessioni di cui al Pian delle Mule, lasciamo dunque la parola ai ricordi fotografici...
Vista verso monte

vista verso valle 
Giunti quasi al fondo del lungo pianoro, incontriamo le indicazioni per la Finestra Valletta, valico che mette in collegamento con l'adiacente vallone di Lavina. Bisogna riconoscere che in questi anni  il comune di Ronco Canavese sta davvero svolgendo un egregio lavoro sulla sua rete sentieristica: pulizia periodica, segnali, cartellonistica. Complimenti e grazie a chi amministra il comune!
bivio per la Finestra Valletta


Giochi di luci al fondo del piano

L'alpe Muanda e la Gran Fumà

Ma le attrattive di giornata non finiscono qui: abbandonato il Pian Valletta, con discesa ora più veloce raggiungiamo l'alpe Muanda, ove si trova un casotto di sorveglianza del Pngp e dove un tempo si trovava il "rifugio Forzo" ( ancora segnato sulla cartina Igm riportata nell'articolo). 
Casotto Pngp Muanda
Ignorata la diramazione  che a destra va verso il Vasinetto, continuiamo la discesa raggiungendo l'alpe Gran Fumà, recentemente oggetto di una magnifica opera di ristrutturazione da parte dei proprietari. Qui si che ne venivano ospitate di vacche, durante la stagione estiva! Un alpeggio nobile, oserei dire! Quando lo raggiungiamo il sole se ne è già andato, ma non dalle vicine vette, dando così vita ad un bel contrasto di luci e colori..
Gran Fumà e Torre Lavina

Boschiettiera 

Abbandonati i pianori dell'alpe Gran Fumà, il sentiero, dopo essere passato nei pressi delle diroccate Grange Vellerei, entra nel bosco di larici ed incomincia a scendere ripido verso Boschiettiera, borgata un tempo abitata tutto l'anno, al pari della vicina Boschietto.
Si scende nel bosco di larici...
Attraversato il torrente Forzo su di un sontuoso ponticello in legno di recente costruzione, ecco che arriviamo nella bella Boschiettiera, che per quelli che sono gli standard della nostra zona rappresenta la realizzazione materiale di un sogno: una borgata in buone condizioni generali , con diverse abitazioni ristrutturate in maniera eccellente  pur non essendo raggiunta da alcuna pista o strada ( nella maggior parte dei casi per vari motivi  non si riesce a ristrutturare anche se i fondi sono serviti da piste) . E lo stesso discorso potrebbe essere fatto per la vicina  Boschietto .  Praticamente un miracolo, anzi due: sarà merito della protezione della Madonna della Neve, cui è intitolata la cappella di Boschietto ?
Un sontuoso ponticello in legno

Boschiettiera, un sogno realizzato ? 

 E per finire...

Mentre riprendiamo a scendere verso Forzo, penso che se Boschietto e Boschiettiera fossero abitate tutto l'anno sarebbe il massimo : ma chi può davvero permettersi di vivere qui tutto l'anno ? Sono sicuro che molti vorrebbero anche farlo, ma non possono! Famiglia, lavoro etc etc 
Un saluto alla Punta Rossa di Forzo
Abbandonata la mulattiera che scende a Tressi, attraversiamo su un ponte il torrente Forzo, che qui si mostra in tutta la sua esuberanza e bellezza, con le sue spumeggianti rapide e le pozze cristalline , fino a raggiungere l'omonima borgata. 
Arrivati a Molino vediamo che c'è parecchio movimento: alcuni sono intenti a fare le caldarroste ed anche  l'Osteria delle Alpi è animata! Perchè non prenderci qualcosa di caldo prima di tornare a Pezzetto
Tanti anni fa - forse una ventina, non avevo ancora la patente - ero venuto ad assistere al concerto di alcuni amici che avevano suonato proprio qui ed avevo perso il telefono cellulare, prontamente ritrovato dai gestori di quel tempo: così il giorno dopo, accompagnato da mio padre , andai a riprenderlo. Entrambi facemmo una consumazione, per piacere e per riconoscenza. Ricordo che io presi un rabarbaro caldo con zucchero, dato che non avevo digerito bene...
All'interno del locale si respirano un'atmosfera famigliare ed un bel caldo di stufa a legna; gli avventori mostrano una rilassante vivacità, chiacchierando con gusto.
Rinfrancati nel corpo e nello spirito, riprendiamo la Vi Viei a sera, per far ritorno alla macchina, con la quale facciamo  un'ultima puntata a Ronco capoluogo per fare shopping di tome locali ed ammirare l'arrivo del nuovo Postamat ( finalmente anche la Valle Soana ha nuovamente un punto di prelievo del contante ) prima di fare ritorno a casa. La valle Soana ha molto da offire!

Conclusione

Bene, per la prima volta su questo blog ci siamo occupati  del vallone di Forzo. Ma le sue attrattive non finiscono qui : senza dubbio torneremo a parlarne in futuro! Nell'attesa, vi ricordo che trattasi di escursione obbligatoria e dunque la prossima estate dovrete necessariamente recarvi al bivacco Revelli. Specialmente se avete avuto il gusto ed il coraggio di arrivare fino al fondo di questo articolo! Arrivederci ed a presto con le storie!

venerdì 13 luglio 2018

Traversata nel Deserta

Premessa

- "E se andassimo a Deserta? "
-"Si. E questa volta arriviamo in cima".
Può sembrare incredibile, ma in tanti anni che vado a Deserta  ( magari anche un paio di volte l'anno!) non sono mai andato sulla cima di  Deserta o monte Giaset 2471 m, tondeggiante cima ben evidente a chi da Locana sale verso Noasca lungo la provinciale sp46.

Il vallone di Deserta

Vallone di Deserta  ( scorri verso dx) - cartina 3D su base Igm 1:25.000 ( fonte: Portale Cartografico Nazionale) 
Il vallone di Deserta, inciso dall'omonimo rio, affluente della dx idrografica del torrente Orco ( nel quale confluisce a valle della frazione Cater di Noasca) è caratterizzato da una prima parte  molto ripida, stretta ed incisa, praticamente un susseguirsi di ripidi salti che incidono il versante ( e che danno vita a spettacolari cascate) : in poche parole, un "arian", "l'arian n'Diserta", come viene chiamato localmente.
Le portate del rio Deserta però non sono assolutamente comparabili con quelle di tutti gli altri "arian"  presenti in  questa parte della valle Orco, caratterizzata da versanti ripidi e rocciosi: sono molto maggiori, ed è uno spettacolo osservarlo dalla provinciale quando, in tarda primavera\inizio estate o dopo un periodo di piogge , scende impetuoso a valle.
L'impetuoso rio Deserta ( foto d'archivio -2010 ) 
Questo corso d'acqua sottende infatti un bacino idrografico tutt'altro che trascurabile, delimitato ad ovest dalla cresta spartiacque Punta Pelousa- Monte Unghiasse, a sud ed a sud est dal Monte Unghiasse , dal Monte Bessun e  dalle loro propaggini , a nord dalla cima di Deserta.
Nella seconda parte del vallone ( dove comincia ad esserci una conformazione valliva vera e propria), in corrispondenza delle case Moda ( loc. "la Modda")  e dell'alpe Belguardo ( loc. Belvart o n'Belvart)  , le pendenze diminuiscono significativamente, benchè il rio continui a scorrere profondamente incassato tra le pareti della cima di Deserta e le estreme propaggini del monte Bessun. Questa parte del vallone è caratterizzata dalla presenza di bellissimi e  grandi boschi di larice e di larice ed abete rosso, mentre qua e là, specialmente nei pressi delle case Fumà , comincia a fare ritorno anche il faggio.
Nella terza ed ultima parte del vallone, ecco la "sorpresa": al termine di un ultimo grande salto d'acqua, posto nelle vicinanze di un alpeggio non nominato sulle carte , ecco che compare un' ampia conca pascoliva, caratterizzata da dolci pendenze ed estesi pianori , nei quali  il rio Deserta scorre placido, dando vita ad un bellissimo paesaggio alpino. Penso che la cartina 3d renda abbastanza l'idea ! Il nome "Deserta" pare derivi dall'aspetto "pelato" con il quale si presenta la cima di Deserta ...Ma ora veniamo alla "traversata nel Deserta" !

Da Prà al Chersun

-"Qui piove. Sei sicuro di voler salire ? "
- "Si. Il tempo migliorerà"
Anche se il cielo è nuvoloso, ripongo notevole fiducia nelle previsioni meteorologiche di Nimbus, solitamente molto accurate per quanto riguarda la nostra zona, per la quale sono previste schiarite e nessuna precipitazione nel pomeriggio.
Per salire nel vallone di Deserta da Noasca si può partire o dai Cater 1000 m oppure da Prà 890 m, con un sensibile risparmio di distanza nel primo caso  , al prezzo però di un tratto iniziale di salita più ripido  ( il sentiero che parte dai Cater va a congiungersi a quello che arriva da Prà). Io oggi mi sento "integralista" ed allora scelgo per la partenza dal fondovalle, cioè da Prà. 
Lasciata l'auto lungo la strada provinciale o nella vicina frazione Grusiner , si attraversa il ponte sull'Orco seguendo una pista sterrata che conduce all'imbocco del sentiero ( cartello in legno con la scritta "Deserta").
Rudere alle Case Fumà
La "strada delle vacche", nella sua parte iniziale, passa attraverso un magnifico ed ombroso bosco di castagni, ricco di testimonianze dell'ampia diffusione della castanicoltura da frutto in zona.  Usciti dal bosco di castagni, il sentiero comincia a risalire a lato di un canalone di valanga per poi attraversarlo e ricevere il sentiero proveniente dai Cater; indi con ripide e regolari svolte arriva dapprima nei pressi delle case Fumà  , poi  delle case Moda ( i cui ruderi sono ormai quasi indistinguibili, avvolti come sono dalla vegetazione).
Costruzione nei pressi della cascata

e cascata ( sorry per la pessima foto ) 
Lasciate in basso a destra le case Moda, il sentiero, ottimamente ripristinato qualche anno fa, prosegue deciso nel bel bosco misto di larici ed abeti rossi , fino ad arrivare in prossimità di quello che un tempo senza dubbio era stato un grande pascolo ed  attraversare un piccolo rio su un ponticello di legno, per poi tornare a salire fin nei pressi di una caratteristica baita posta nei pressi di una bella cascata.
Ancora pochi metri di salita ed ecco che finalmente usciamo definitivamente dal bosco a raggiungere i pianori sottostanti l'alpe Chersun . Sull'altra riva del torrente noto in lontananza una massiccia fioritura gialla: di quale specie botanica si tratterà? Sfortunatamente non ho con me il binocolo, ad allora stabiliamo di andare a controllare eventualmente al ritorno, se ci sarà tempo. Io un'idea ce l'ho ma voglio esserne sicuro...
L'alpe Chersun deve presumibilmente il suo nome alla sua posizione, posta sulla sommità di una piccola elevazione erbosa.











Una massiccia fioritura gialla? Che cosa sarà? 




Dal Chersun alla cima di Deserta

Il Chersun
Senza raggiungere le baite del Chersun, attraversiamo il rio Deserta sfruttando un accumulo di materiale vegetale ed arriviamo alla Brengi, da cui una traccia ormai appena visibile conduce fino all'alpe Testa di Deserta, posta appena 100 m sopra.
La Brengi

Alpe Testa di Deserta
Superata la seconda costruzione dell'alpe Testa, una labile traccia sale lungo le pendici della cima di Deserta fino a raggiungere l'ultimo "tramuto", quello in cui venivano portate le manze, chiamato "Pian Percet",  ed una fontana.
I ruderi dell'ultimo "tramuto" dell'alpe Testa


Oltre la fontana la traccia praticamente scompare e saliamo a vista, tra magnifiche fioriture, con il tempo in rapido miglioramento ( ecco le schiarite!) ed un panorama che via via si fa sempre più eccezionale!

Fontana e relativa opera di captazione  - sullo sfondo le imponenti pareti del monte Unghiasse

Ottima anche la vista sul versante nord del vallone, quello sotto il monte Unghiasse, dove si scorgono chiaramente sia il grande masso denominato "mela spaccata" sulla carta Mu Valle Orco, sia , più a sinistra, un piccolo laghetto di origine glaciale, posti ai piedi delle selvagge pareti del monte Unghiasse. Il pianoro ove si trova la "mela spaccata"  , non nominato sulle carte, viene localmente chiamato "Pian Patulla".
La "mela spaccata"
Il piccolo laghetto

Il miglior alpeggio che ci sia (alcune note storiche)...

Il mio bisnonno paterno Varda Giacomo ( meglio noto con il soprannome di "Giacu Buarat" - la cui etimologia resta un mistero) , dopo aver lavorato 23 anni in Colorado negli Stati Uniti come operaio agricolo, era tornato a casa con un discreto gruzzoletto che aveva deciso di investire nella terra, che ai tempi era il bene più prezioso, acquistando numerosi alpeggi ed altri terreni agricoli ( che oggi naturalmente non valgono più nulla), tra i quali gli alpeggi Brengi, Loserai, Pian Dietro  e Testa nel vallone di Deserta, .
Circa l'acquisto di Deserta, corrono alcune voci secondo le quali il passaggio di proprietà sarebbe avvenuto in maniera un pò rocambolesca: pare cioè che il "Buarat", con il suo gruzzoletto,prestasse somme di denaro in cambio di un interesse o terreni in garanzia, come nel caso dell'antico proprietario della Testa, della Brengi, del Pian Dietro e del Loserai.
Un campanaccio dimenticato...
Secondo la leggenda, a scadenza del prestito il mio bisnonno, che ambiva più alla terra che ai soldi -  a maggior ragione in questo  caso, vista la considerazione di cui godeva Deserta (  come ripeteva spesso mia nonna, "n'Diserta"  è l'alp pi bun ca i es" - "Deserta è il miglior alpeggio che ci sia") - non si fece trovare dal debitore che pure voleva restituirgli la somma, e così ottenne gli alpeggi, dove subito si mise a fare il margaro.
La  vera storia , narratami dal mio prozio Sola Paolo, dice che si, il "Buarat" aveva prestato dei soldi all'antico proprietario di Deserta ( Giacu d'Tin di Grusiner ) ,  ma non aveva alcun interesse ad avere Deserta perchè aveva appena acquistato le  Casette e le alpi Drosa nel vallone di Piantonetto: così, a 3 o 4 anni dalla scadenza del debito, si recò da Giacu d'Tin assieme all'altro mio bisnonno paterno Sola Pietro, padre di Paolo, nonchè suo cugino di primo grado ed a quei tempi suo "socio in affari" ( facevano i margari assieme) per reclamare la restituzione dei soldi, ottenendone in tutta risposta delle sonore bastonate sulla schiena.  Di fronte al cortese ma fermo rifiuto opposto dal Giacu d'Tin , il "Buarat" intraprese le vie legali e si prese i terreni dati in garanzia. 
Effettivamente in valle Orco è difficile trovare una conca pascoliva  così ampia, con modeste pendenze, poco pietrosa e ricca d'acqua come Deserta, e le dimensioni della "margaria" del mio bisnonno lo dimostrerebbero :30 vacche da latte più circa altrettante manze, asciutte e vitelli, alcune decine di pecore e capre ( 30 vacche da mungere all'epoca - stiamo parlando dell'immediato secondo dopoguerra - erano moltissime!). Le capre tuttavia non erano molto gradite perchè salivano sui tetti delle cavanne mettendone a rischiando le coperture spostando le lose... Nella parte alta della valle saliva inoltre un margaro della famiglia Aimonino, proprietaria del  Chersun e della Muanda: questo significa che dal 15 giugno al 15 settembre nel vallone di Deserta potevano essere presenti circa 50-60 vacche da latte, più circa altrettante tra manze, asciutte e vitelli ed un centinaio di capi ovicaprini.
Vista sul vallone di Noaschetta - in primo piano splendida fioritura di rododendri
Il signor Luciano Tomasi Deio, che era stato in quegli alpeggi da ragazzino ( suo padre aveva affittato dal "Buarat" subito dopo il ritiro del mio bisnonno dall'attività di margaro) , mi raccontava che tra Loserai, Testa, Pian Dietro e Brengi c'erano 42 "soji" ,  nome dialettale che possiamo tradurre con "pasti" e che sta a significare la disponibilità di una quantità d'erba sufficiente a  mantenere 42 vacche in mungitura durante la stagione estiva, con un passaggio su ciascun alpeggio . I 42 "pasti" ovviamente non tengono conto delle superfici ove venivano mandati al pascolo gli ovicaprini ed i capi bovini non in produzione, ed a giudicare da quel che si vede ora erano basati esclusivamente su ottime specie foraggere.  
Le manze venivano pascolate al "Pian Percet" e venivano ricoverate all'interno della stalla per ricavarne prezioso concime da utilizzare a favore delle superfici pascolate dalle vacche in produzione. 
Pecore e capre venivano portate dai Tomasi Deio nella parte alta del "Valun" di Ceresole: secondo quanto riferitomi dal sig. Luciano, tra la Testa ed il Pian Percet vi era un sentiero che aggirando a dx le pendici del monte Deserta raggiungeva appunto tale vallone, mentre il "Buarat" le conduceva al Pian Patulla, di sua proprietà, pianoro ove si trova la "mela spaccata".
Tale cifra non era però effettiva poichè , essendo gli alpeggi del bisnonno posti tutti più o meno alla stessa quota, in alcuni punti non si arrivava in tempo a consumare l 'erba fresca e così, in particolare alla Testa ed alla Brengi, gli alpeggi con la migliore esposizione al sole, si faceva fieno, che veniva utilizzato come scorta per quando faceva brutto e le vacche non venivano condotte al pascolo.  
L'ordine di utilizzo dei vari alpeggi durante la stagione era il seguente: Brengi, Testa, Loserai , Pian Drè. Durante l'utilizzo della Brengi veniva inoltre pascolato anche il Pian Riner , pianoro non nominato sulle carte  posto sulla sponda sx idrografica del rio Deserta , praticamente di fronte al "fondo" del Chersun ed ai piedi della dorsalina rocciosa percorsa dal sentiero per l'alpe Loserai. Ai margini di questo pianoro sono ancora visibili i resti di una costruzione, probabilmente una stalla.
Nel ricordo di mio padre, che a fare fieno a Deserta ci è andato  da bambino, si saliva su al mattino presto e poi, dopo aver consumato una colazione energetica a base di zabajone, cominciava il lavoro,  che durava tutta la giornata. 

Dalla cima di Deserta alla Punta Pelousa e la grotta di Deserta

Splendida vista sulle Levanne 
Racconta il sig. Luciano Tomasi Deio che nei pressi della cima di Deserta c'era una grotta, una grossa cavità dove lui e suo fratello, allora ragazzini, andavano ad avventurarsi per divertimento nel tempo libero . Non siamo riusciti ad individuarla con certezza, ma qualcosa di simile ad una cavità lo abbiamo rinvenuto sul versante sud della cima, in direzione dell'alpe Muanda , nei pressi della vetta.
La grotta di Deserta ? Al centro la bocchetta Fiora, a dx la punta Pelousa

La vista sul gruppo del Gran Paradiso è  oggi un pò coperta da nuvole che vanno e vengono. Sulla cresta, un maschio di pernice si invola al nostro passaggio e noi, consumato il pranzo al sacco, decidiamo di proseguire in cresta per poi scendere verso l'alpe Muanda.
Mentre proseguiamo più o meno in cresta, cercando il primo punto "utile" per cominciare la discesa verso il fondo del vallone, possiamo ammirare le splendide fioriture di Primula latifolia  ( anche loro sembrano ammirare il panorama)...

Primule che guardano il panorama


un altare ornato di rododendri...

Memore di un rocambolesco arrivo  di "alcuni" anni fa - in effetti saranno passati più di  quindi 15 anni -   in compagnia di mio padre all'alpe Loserai ( stavamo facendo la traversata da Ceresole per i laghetti Bellagarda e la bocchetta Fioria, ma in corrispondenza dell'alpe Muanda avevamo perso la traccia), tra pietraie e macchioni di rododendri ( avevo perfino visto due vipere aspis "nere" - melanotiche -  lì in mezzo ) , penso che la cosa migliore sia raggiungere la bocchetta Fioria ( od almeno quella chiamata così sulle cartine, ma che gli esperti del luogo chiamano bocchetta Pelousa)  e scendere dal sentiero segnato ( 15 anni fa non era ben tracciato come adesso) .
Vista su Levanne e lago di Ceresole da Punta Pelousa
E una volta che sei quasi lì, tantovale salire fino alla Punta Pelousa no ?
E salire alla Punta di Pelousa vale davvero tanto, perchè il panorama è fantastico...

Dalla bocchetta Fioria alla Muanda e al Loserai

Dopo esserci goduti per bene il panorama dalla punta, ecco che con una breve discesa su ripidi pendii di "ulinna" si arriva alla bocchetta Fioria. Il percorso che scende nel vallone di Deserta, recentemente pulito e risegnato, ormai si vede anche da lontano, per fortuna! 



Scendendo verso la bocchetta Fioria
Il primo alpeggio che incontriamo scendendo è la Muanda , toponimo che indica un luogo di passaggio , di trasferimento delle mandrie, ed era in effetti l'alpeggio più alto dove venivano portati i capi di bestiame della famiglia Aimonino durante la stagione estiva.
Alpe Muanda
Dopo tale alpeggio, che si compone di due nuclei di costruzioni posti a breve distanza l'uno dall'altro , il sentiero comincia  a scendere  in maniera decisa, passando attraverso un rado bosco di larici ( con ottima vista  sull'alpe Pian Dietro), per poi sbucare all'alpe Loserai .
Alpe Pian Dietro

Se potessimo confrontare le foto di oggi con foto scattate 30-40 anni fa, fabbricati a parte, noteremmo senza dubbio quanto l'area occupata dai pascoli fosse allora più estesa, laddove oggi invece è stata in larga parte ricolonizzata dalla vegetazione arbustiva ( rododendri, mirtilli, ginepri) ed arborea ( larici) ; noteremmo inoltre come anche l'altezza dell'erba, a causa del minor apporto di concimazioni animali dovuto all'insufficiente pressione di pascolo ed alla cessazione delle pratiche di fertirrigazione ( spandimento di letame e liquami tramite acqua e fossatelli), si sia ridotta di almeno la metà.
Alpe Loserai - cavanna e crutin

L'eterna lotta contro la natura

Tale processo di rinaturalizzazione , combattuto e contrastato per secoli , cioè a partire da quando i terreni di questa parte del vallone vennero progressivamente disboscati e spietrati per ottenere superfici di pascolo, è oggi diventato irreversibile, poichè la pratica del pascolo semibrado non è in grado di mantenere una situazione stabile.  Questo avviene principalmente a causa dell'insufficiente pressione di pascolo, che la libertà di movimento del bestiame amplifica: noi stessi abbiamo potuto osservare come le bovine si siano spostate durante il giorno di appezzamento in appezzamento andando alla ricerca delle erbe migliori, che in questo modo vengono continuamente brucate e sfavorite rispetto alle altre meno appetite, lasciando campo libero all'avanzata degli arbusti.
A questo proposito basti pensare che quando il mio bisnonno rilevò la proprietà di questi alpeggi, ingaggiò due operai per sradicare alberelli ed arbusti...
Se si potesse poi confrontare la vegetazione esistente con quella presente all'epoca, senza dubbio salterebbero subito all'occhio una minore densità della cotica erbosa ed una diversa composizione specifica, meno ricca di specie buone foraggere.
Retro del locale di caseificazione dell'alpe Loserai, con una vecchia falce infilata nel muro
L'evoluzione naturale condurrà fatalmente queste superfici al ritorno della vegetazione "climax", cioè del bosco, presumibilmente un bosco misto di larice ed abete rosso; e anche se da un punto di vista strettamente naturalistico non possiamo avere nulla a che ridire circa il ritorno alla situazione di maggior stabilità ed efficienza ecologica per l'area data, non possiamo che rammaricarci per l'inevitabile perdità di biodiversità a livello vegetale e per l'impoverimento della zona da un punto di vista paesaggistico e floristico , con la perdita del mosaico dato da aree a pascolo ed aree boscate.
"Contro natura" sono possibili soltanto vittorie parziali, temporanee , legate a cicli storici, poichè i meccanismi che stanno alla base dell'evoluzione naturale sono così straordinariamente forti e complessi  da risultare non controllabili nè dominabili da parte dell'uomo.
E questa in fondo è una cosa positiva: quante volte facciamo del male pur animati dalla convinzione di stare facendo del bene ? Chi può dirsi in grado di stabilire ciò che è bene e ciò che è male di fronte alla complessità della Terra, dell'Universo ? A mio avviso, nessuno!
L'altro grande rammarico non può che essere nei confronti dell'immane fatica compiuta da coloro che resero utilizzabili ai fini agricoli queste superfici e da coloro che questa utilità hanno mantenuto nel corso dei secoli con grande sforzo.

Dal Loserai alla Brengi e ritorno a valle

Al Loserai, nel retro del locale di caseificazione ,troviamo anche una vecchia falce infilata nel muro, falce che non serviva soltanto a fare fieno ma anche a tagliare la vegetazione indesiderata, come ad esempio tutto quel Rumex alpinus che vedete nelle foto precedenti ( e che cresce in zone con eccesso di fertilità - concimazione da parte delle deiezioni bovine) : il "bun marghè" (  "buon margaro") infatti provvedeva a sfalciarlo ed a rimuoverlo in quanto specie non appetita e pericolosa per i capi bovini  ( causa di osteoporosi) per contenerne la diffusione, cosa che invece i "marghè faus" ( "cattivi-falsi margari") si guardavano bene dal fare.  Oggi però, con l'aumento delle dimensioni medie delle aziende zootecniche transumanti ed il conseguente l'aumento del carico animale e dei carichi di lavoro dei conduttori rendono,  sono diventate più difficili sia la gestione delle restituzioni animali , sia la prosecuzione delle "buone pratiche" del passato ( fertirrigazione , sfalcio delle specie indesiderate, sfalcio delle porzioni di pascolo mature per fare scorte di fieno, sradicamento degli arbusti , ricovero in stalle di tutti i capi etc etc ), per cui la distinzione di cui sopra non può più essere applicata "tout court".Cerchiamo di  capire il perchè...

Il concetto di "margaro" nella storia

Il concetto di pastore o margaro ha senza dubbio conosciuto una profonda evoluzione nel corso dei secoli : dai singoli nuclei famigliari che praticavano la transumanza su scala molto più modesta rispetto a quella odierna,  cioè con i loro pochi capi  su zone di "media montagna" strappate al bosco, si è passati agli estesi pascoli comuni medioevali (p.es la zona di cima Mares in Canavese ) ed all'utilizzo costante delle praterie naturali alpine d'alta quota da parte di pastori professionisti ,il cui lavoro era quello di condurre in estate mandrie e greggi costituite dai capi di bestiame a loro affidati dai rispettivi proprietari.
Bovine al pascolo allo stato semibrado
Era infatti necessario, per questi ultimi ( localmente detti "particolari" in riferimento al fatto che non svolgevano prevalentemente l'attività di allevatori ) ,   economizzare le scarse risorse foraggere a loro  disposizione in modo da poter garantire ai loro capi ( solitamente 1 o 2 vacche per nucleo famigliare) cibo per tutto l'anno facendo scorte di fieno durante la bella stagione: di qui la necessità di mandare più in alto almeno una delle due vacche di proprietà.
Così la maggior parte dei margari durante l'estate conduceva mandrie di cui facevano parte molti  capi presi "in fida" da altri proprietari, solitamente in cambio di una forma di toma e di una certa quantità di burro ; nel secondo dopoguerra, con il tramonto dell'economia rurale di sussistenza , si assiste progressivamente al cambio di attività dei "particolari", impiegati in maniera più remunerativa e meno faticosa in altri settori (industria, energia, servizi etc ) ed all'aumento delle dimensioni aziendali sia delle "margarie" , sia delle altre aziende, parzialmente o totalmente stanziali, principalmente per motivi di redditività. 
Le più grandi aziende zootecniche praticanti la transumanza oggi contano circa un centinaio di bovine in produzione, delle  quali  una parte viene condotta in alpeggio per produrre burro e formaggio, mentre l'altra parte rimane stanziale a fondovalle per garantire  continuità nella produzione di latte, essenziale per mantenere la clientela  costituita da caseifici industriali e centrali del latte; altre aziende transumanti, di dimensioni  rilevanti ma minori rispetto alle precedenti,  hanno mantenuto la prevalente vocazione per la produzione di latticini.
Altre aziende sono invece diventate parzialmente stanziali: soltanto i capi non produttivi "salgono" in alpeggio durante la bella stagione; resistono inoltre alcune aziende transumanti "tradizionali"  di piccole dimensioni,  le quali nonostante tutto sembrano garantire ai loro titolari una sufficiente redditività.

Ponte di recente costruzione

Dal Loserai, non prima di aver fatto un breve giro al Pian Drè, seguendo il sentiero segnalato si va ad attraversare  il rio Deserta nei pressi di una passerella in legno di recente costruzione, arrivando nei pascoli dell'alpe Chersun. Prima di buttarci a valle però abbiamo una massiva fioritura da analizzare ( ricordate? ): così riattraversiamo il torrente per raggiungere nuovamente  i paraggi dell'alpe Brengi e, di qui, scendendo più o meno costeggiando il rio Deserta, raggiungiamo il punto localizzato salendo.
Vegeta negli ambienti erbosi e pietrosi umidi
Si tratta di una spettacolare fioritura di Hugueninia tanacetifolia , specie appartenente alla famiglia delle Brassicaceae il cui nome fa riferimento alle foglie, simili a quelle "dell'arquebuse", Tanacetum vulgare.  Si tratta di una specie endemica delle Alpi occidentali , cioè presente esclusivamente in quest'area geografica, dove è comune  ma localizzata negli ambienti erbosi e pietrosi umidi. Non avevo mai incontrato prima una stazione così estesa e così densamente popolata dalla suddetta specie!




L'area su cui insiste tale popolazione è infatti una zona erbosa caratterizzata da elevata pietrosità ed umidità ( siamo nei pressi dell'alveo del rio Deserta), ed anche da una buona fertilità ( siamo nelle pertinenze dell'alpe Brengi ) . Sono presenti infatti altre specie tipiche di queste zone umide: l'imperatoria ( Peucedanum ostruthium ), la felce maschio  ( Dryopteris filix-mas), il Thalictrum aquilegifolium   ; altre specie, come il Geranium pratense  ed il Rumex alpinus sono invece indicatrici di fertilità.
Hugueninia tanacetifolia

 Risolto il caso della fioritura riattraversiamo il rio e cominciamo a scendere decisi verso valle , che la discesa fino a Prà non è poi così' corta. E se vi  abbiamo incuriosito, fatevi un giro nel vallone di Deserta!
Arrivederci ed a presto con le Storie!