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sabato 15 agosto 2020

Il morbo del ravanatore ( o dell'esploratore ? ) - Cima del Cavallo da Forzo

 

Forzo,  il vallone che impegna...

- " Andiamo alla Torre Lavina ? "
-"Perchè non andiamo invece alla cima del Cavallo? "
Come rifiutare la proposta dell'amico Carlo ? Si torna sempre con piacere nel vallone di Forzo, quel pezzo di Gran Paradiso   in val Soana, della quale ospita le cime più alte e maestose, l'unico ghiacciaio ,  le borgate alpine meglio conservate, le pareti di arrampicata più rinomate...
Ad inizio estate ero stato alla Cima Fer, i cui contrafforti dividono la valle principale dal vallone di Forzo ad ovest e da quello di Campiglia a Nord; dopo tale elevazione, la spartiacque Forzo - Campiglia prosegue in direzione nord-ovest con punta Tressi e quindi con la cresta del  Cavallo, cui segue la Torre Lavina, senza dubbio la montagna più celebre della val Soana , grazie all'inconfondibile forma piramidale ben visibile dalla  pianura torinese.
La cresta del Cavallo vista salendo alla bocchetta Vallotta

Anche la cresta del Cavallo è altrettanto ben visibile dalla pianura :  posta immediatamente a destra della Torre Lavina,  è composta in tutto da sei elevazioni , delle quali la Cima del Cavallo 2846 m , quella a cui noi siamo diretti, è quella  più ad est.
Cartina 1:25.000 , elaborazione su base Ctr Regione Piemonte

Un'altra importante qualità del vallone di Forzo , che prima abbiamo dimenticato di elencare, è che si possono realizzare numerosi e bellissimi giri ad anello, certamente tutti abbastanza impegnativi, "da guadagnare", ma comunque bellissimi! Ed ecco che , pour parler, cominciamo ad ipotizzarne qualcuno...
- " Una volta tornati al Giavino si potrebbe poi proseguire fino al colle di Bardoney..."
- "Oppure andare al Davito e fare la finestra Valletta, o semplicemente andare al Davito e tornare indietro.."
- "Decideremo sul posto!"

Da Forzo a Boschietto

Lasciata l'auto nel parcheggio posto davanti alla frazione Forzo, ci si incammina attraversandola seguendo le indicazioni del sentiero n°608; oltrepassato il nucleo abitato, la mulattiera prosegue seguendo il corso del torrente Forzo, fino ad attraversarlo su di una passerella posta a 1350 m di quota circa. 
Madonna della Neve a Boschietto
Da qui ci si riconnette alla mulattiera che sale da Tressi, pervenendo in breve ad un  bivio, dove la si abbandona per il  sentiero n° 610 , arrivando in breve alla bella borgata di  Boschietto 1451 m, al cui inizio è posta la bellissima chiesetta dedicata alla Madonna della Neve.
Le borgate di Boschietto e Boschiettiera, splendidamente conservate a dispetto del mancato accesso stradale, meritano assolutamente una visita dedicata, magari in occasione della "festa del pane" od inverno con le ciaspole, sulla neve.

Da Boschietto all'alpe Giavino

Casotto Pngp all'alpe Giavino


A destra del nucleo abitato di Boschietto, il sentiero sale ora ripido sul versante sinistro idrografico del vallone, nel bosco di larici ed abeti, per poi "sbucare" fuori verso i 1800 m di quota e toccare le grange Sengia, Biestan ed infine arrivare al panoramico pianoro dell'alpe Giavino, sede di un casotto del personale di sorveglianza del Pngp.


Uomo di pietra all'alpe Giavino

Alla bocchetta Vallotta - la cartina in testa.

- Ma tu hai portato la cartina? "
- "No!"
- "Io neanche !Però penso che l'abbiamo guardata e studiata tanta di quelle volte che ormai ce l'abbiamo stampata in testa!"
-" Altrochè!"
Naturalmente Orco Trekking si dissocia da questo tipo di comportamento e vi invita caldamente a munirvi di una buona mappa, specialmente quando si affrontano itinerari come questo!

Pianoro a 2400 m circa; in alto la cresta del Cavallo a sx; a dx il canale che sale alla Vallotta

Dall'alpe Giavino si prosegue verso nord per tracce di sentiero fino a raggiungere un piccolo pianoro  a circa 2400 m di quota, quindi si comincia a salire lungo il canale ( è possibile farlo sia a destra che a sinistra) adducente all'evidente depressione della bocchetta.
Da sx verso dx: Piata di Lazin; Punta Gialin; Grande Uja di Ciardonei; Punta delle Sengie;
Roccia Azzurra e Monveso di Forzo


Da qui in poi le tracce di sentiero finiscono e si comincia a salire per erba, placche di roccia e pietraie; alcuni ometti qua e là possono tornare utili in caso di scarsa visibilità. Il panorama sulle cime della destra idrografica del vallone è meraviglioso!
L'ampia depressione della bocchetta Vallotta, che mette in comunicazione con il vallone di Campiglia, è un luogo che merita una pausa meditativa! Proprio di fronte alla depressione si erge la Rosa dei Banchi,  montagna seconda soltanto alla Torre Lavina per notorietà ( forse) !

Alla bocchetta Vallotta , guardando la Rosa dei Banchi

Proprio a sinistra della bocchetta comincia la cresta del Cavallo, mentre a destra si snoda la lunga cresta nord-ovest della punta Tressi ( localmente chiamata "Gran Losa") , sinuosa ed affascinante, perfino invitante,  ma ad occhio e croce caratterizzata dalla presenza di difficoltà alpinistiche rilevanti!
La sinuosa ed affascinante cresta NO di Punta Tressi

Come detto poco sopra, la bocchetta Vallotta è un luogo che spinge alla meditazione; gli esiti della meditazione però non sono mai scontati... 


L'attacco del morbo del ravanatore


Che cos'è il "morbo del ravanatore" ? E' come il morso di un ragno, la puntura di un insetto: ti può cogliere ovunque , senza preavviso; nessun escursionista del "nostro tipo" ( che non saprei come diavolo definirci ) si può dire al sicuro dal "contagio" e dalle sue conseguenze.

Anche da lì si può passare !La cresta sud della cima del Cavallo

Seguendo l'itinerario "normale", dalla bocchetta Vallotta occorre spostarsi in direzione nord-ovest verso l'evidente canalino che divide la cima del Cavallo dalla punta n°5 ( sempre stando alla numerazione della "Guida dei Monti d'Italia del Cai-Tci, volume "Gran Paradiso"), risalirlo e poi per cresta raggiungere il triangolino di vetta. Su Gulliver tale itinerario viene classificato EE\F come livello di difficoltà: ciò significa che si tratta di un percorso che presenta qualche passaggio alpinistico facile.
Durante la "meditazione" però, osservando attentamente la cima,  il sottoscritto viene colto da un attacco del morbo del ravanatore!
Salendo a sx della placconata\1

 - "Guarda la ! "- esclamo - "Secondo me si può salire anche direttamente dalla bocchetta, senza star lì a raggiungere il canalino! Oltretutto mi sembra anche più comodo! Saliamo lì in mezzo, poi aggiriamo sulla destra quello spuntone di roccia e..." 
- " Si, mi pare di aver letto da qualche parte che qualcuno è sceso da lì! "
- "Eh beh, se qualcuno è sceso, di sicuro noi riusciremo a salire!"
Insomma non è stato difficile convincere il mio socio! 

Come complicarsi la vita ( ed essere felici) 

Ogni tanto qualche gradone di roccia aiuta...

Cominciamo quindi a salire nello stretto e ripido canalino erboso posto immediatamente a sinistra della lunga placconata con cui termina la cresta sud della cima del Cavallo; si tratta naturalmente di un terreno misto, tra erba "olina" e gradoni di roccia.
Superato un tratto di placca, si prosegue con elementare arrampicata tra erba e roccette...

In cima alla placconata

Per sbucare in cima alla placconata di cui sopra occorre tuttavia percorrerne un tratto, per poi raggiungerne la sommità con elementare arrampicata tra erba e roccette.
Potentilla grammopetala nel suo habitat

Ma la montagna è generosa ed i nostri sacrifici vengono subito ripagati: la placconata ci fa  infatti un bel dono botanico, facendo mostra tra  le sue fessure di  numerosi esemplari di Potentilla grammopetala  , specie esclusiva delle rupi silicee ( qui siamo infatti su solido gneiss ) ed endemica delle Alpi ,all'interno delle quali il suo  areale è ristretto alle zone montuose di Piemonte, Valle d'Aosta e Lombardia, con stazioni anche densamente popolate ma molto disperse.La rigogliosità dei suoi cespi è davvero notevole, specie se rapportata all'austero habitat!
Si continua allora ad arrampicare tra roccette ed erba ( foto Carlo)



Bene! Ora non ci resta che aggirare sulla destra le ultime asperità rocciose e...niente, come non detto
Contrariamente alle aspettative, sulla destra tutta una serie di paretine rocciose e strapiombi sbarrano il passo: o si prosegue sul filo, o si torna indietro!
Dato che io ho qualche titubanza , è Carlo ad andare in avanscoperta; e visto il suo parere positivo sul prosieguo dell'itinierario, lo seguo, arrampicando tra roccette ed erba, fino a raggiungere l'ostacolo finale: cioè un torrioncino di modesta elevazione ma esposto da ambo i lati, conformato a placca a nord e gradinato a sud.
Nel dritto ( foto Carlo) 


Naturalmente noi optiamo per il versante gradinato; a questo punto occorre anche riporre i bastoncini da trekking, che fin qui ci siamo un pò goffamente trascinati dietro, appoggiandoli e riprendendoli qua e là per avere all'occorrenza le mani libere!
Certo che  guardare verso il basso in questo punto fa un pò impressione: se mai disgraziatamente uno volasse giù sarebbe , come dire, per sempre!
Per superare l'ultimo torrioncino... ( foto Carlo) 


In realtà il torrioncino presenta sul lato sud ottimi e comodi appigli per le mani e posti dove mettere i piedi: per quale motivo una persona dovrebbe mettere male le mani ed i piedi proprio in questo punto?  
meglio riporre i bastoncini da trekking! (foto Carlo) 

Nessuno!E cosi arriviamo di fatto ad una sorta di antecima, 100 m più in basso della vetta, che in breve raggiungiamo con un ultima salita sul ripido...
Nonostante oggi il panorama sia un pò limitato da alcune nubi che vanno e vengono ( il Monte Rosa e la Torre Lavina si mostreranno solo per qualche attimo), la visibilità locale rimarrà sempre buona, consentendoci interessanti osservazioni, specialmente sul versante Campiglia.


L'ultima salita

L'ometto di vetta in primo piano ; in secondo il prosieguo della Cresta del Cavallo e la Lavina

Per la discesa naturalmente optiamo per la via "normale": per quanto riguarda il lato "avventura", oggi direi che abbiamo già dato!
Interessanti osservazioni sul lato Campiglia
Quale grado di difficoltà  avremo mai affrontato? Dato che di gradazioni alpinistiche non ci capisco nulla, non posso che affidarmi al giudizio allo stesso tempo ex-ante ( rispetto alla data nostra gita) ed ex-post ( rispetto alla consultazione del sito Gulliver, avvenuta da parte nostra dopo la gita) dell'esperto gulliveriano Enzo 51, che aveva avuto la medesima nostra idea alcuni anni fa: : "difficoltà max III grado". E quindi ?
La Torre Lavina si scopre soltanto per un istante

Una tranquilla discesa

Dall'ometto di vetta occorre raggiungere la stretta depressione tra la cima del Cavallo e l'elevazione n°5 della cresta , il che si può fare molto agevolmente tenendosi leggermente sotto cresta in versante Forzo ( ciò che noi scegliamo di fare); proseguendo sul filo invece vi sono altre asperità da superare!
Proseguendo in cresta si trovano altre asperità...

La stretta depressione...

si intuisce la ripidezza...

Giunti alla depressione, ci accoglie una bella fioritura di Leucanthemopsis alpina, che interpretiamo come segnale di buon auspicio. Guardando verso valle ( versante Forzo) , si intuisce subito l'imminente brusco cambio di pendenza che ci aspetta...
Occorre infatti ora scendere il ripido canalino di sfasciumi fino al fondo; gli sfasciumi sono sfasciumi ma insomma, abbiamo visto ben di peggio! 
Dopo aver sceso alcuni metri il canalino è interrotto da due masse rocciose, che si aggirano sulla sinistra con qualche divertente e facile passo d'arrampicata.
Due masse rocciose occludono il canalino...

Arrivati al fondo , decidiamo di raggiungere un "uomo di pietra" che sembra posto in posizione davvero panoramica e qui ci dividiamo: io infatti devo per forza tornare alla bocchetta Vallotta, dove ho lasciato una maglietta ad asciugare, mentre Carlo vuole provare a scendere da un'altra parte.
L'appuntamento è al casotto Pngp dell'alpe Giavino...
Alla fin fine anch'io devierò un pò dal percorso di salita, andando a raggiungere una simpatica mandria di bovine di razza piemontese al pascolo in una pianeggiante conca posta a circa 2320 m  di quota. E qui vedo Carlo scendere dall'altra parte e mandarmi una voce, alla quale rispondo.
Nella conca, attiro la mandria!

Pur non avendo capito un accidenti di quanto detto, ipotizzando che Carlo mi avesse  voluto dire di aspettarlo  mi accomodo su una grande pietra piana, attirando inevitabilmente in questo modo la curiosita delle bovine, forse desiderose di un'integrazione salina che ahimè io non posso dargli!
Tempo di rilassarmi un attimo, ed ecco che Carlo è scomparso dalla mia vista: "Che tipo! Avrà proseguito!" - penso.
E così riprendo la discesa, fino a ritrovarlo nei pressi del casotto, intento ad un pediluvio in un ruscello:
- "Che fine avevi fatto?  "
-"Ah, ma eri tu quello lassù? Non ti avevo riconosciuto!"
Eh si, perchè di solito molte persone girano da queste parti...

Ritorno a Forzo

E' ora venuto il momento di decidere se realizzare uno di quei giri ad anello ipotizzati il giorno prima al telefono, ma entrambi siamo concordi sul fatto che per oggi può bastare e così, dopo aver fatto rifornimento d'acqua , in men che non si dica facciamo ritorno a Boschietto ed infine a Forzo, dove all'Osteria delle Alpi ci concediamo una meritata bevanda fresca.
Che bello vedere le nostre borgate piene di gente, financo di automobili parcheggiate ovunque! Che bello vederle tornare a vivere, anche se soltanto per 2-3 settimane l'anno!

Conclusione- ravanatori od esploratori ( dell'inutile) ? 

E noi che cosa crediamo di aver fatto? Siamo dei ravanatori ? Personalmente comincio a provare un pò di fastidio verso questa  definizione! Il termine "ravanatori" infatti mi dà l'idea di persone che non sanno dove vanno oppure lo sanno ma  hanno più o meno coscientemente scelto un percorso completamente scomparso e\o occluso a causa della vegetazione!
Nel nostro caso, noi sapevamo dove andavamo e sicuramente non eravamo diretti nella giungla !  Abbiamo semplicemente scelto, lì per lì, di fare una piccola variante, seguendo l'ispirazione del momento !
Aver deciso  un itinerario poco battuto, non  alpinistico  ma neanche semplicemente escursionistico non basta certo a far di noi dei ravanatori: io preferisco immaginarci come degli "esploratori dell'inutile".
"Conquistare l'inutile è l'apparente dichiarazione di un fallimento, che in realtà nasconde il gesto nobile di un agire gratuito, lontano dalle logiche quotidiane". Andare in montagna per il semplice gusto di farlo, seguendo le proprie preferenze ed inclinazioni, senza o con pochi compromessi, "conquistando" ogni volta mete che gli altri giudicheranno superflue, ma mai lo saranno per te ! Che altro ? 
Perchè ciascuno di noi ha la sua strada, il suo filo invisibile che lo guida nel compimento del proprio destino!
Arrivederci ed a presto con le Storie!








lunedì 25 novembre 2019

Selvaggio Verde ( Bocchetta Furchia da Arcando - anello da Alpetta )

Una pianificazione sub-ottimale dell'itinerario


Approfittando di un sabato libero, che intendevo "spendere" in valle Soana, ho di buon grado aderito alla proposta dell'amico Carlo di percorrere il sentiero Arcando- Cugnone, recentemente risistemato e segnalato. Strada facendo avremmo poi deciso come proseguire il giro, sfruttando le numerose alternative sentieristiche disponibili. Unica incognita, le precipitazioni occorse nelle due giornate precedenti, poichè sapevamo che il percorso stabilito presentava numerosi tratti rocciosi e\o ripidi ed esposti: "al massimo torniamo indietro!"

Un importante nucleo abitato


Puntagliera 

Il cantone di Arcando è  composto da più nuclei abitati  ( Quandin, Puntagliera , Sauderi ) e si trova sulla sx idrografica  del vallone di Forzo , nel comune di Ronco Canavese.  Le dimensioni dei tre nuclei abitati paiono oggi davvero sproporzionate in rapporto alla superficie agricola disponibile , eccezion fatta per lo stretto fondovalle ed i dintorni delle borgate: sulla dx idrografica del torrente i bellissimi prati che "circondano" la frazione Convento sono infatti ormai un ricordo , bruscamente interrotti dalle pendici del monte German , che introducono una zona impervia e rocciosa; allo stesso modo, sul versante sx idrografico, appena superate le borgate le pendenze si impennano letteralmente, in un contesto anche  qui contrassegnato dalla presenza di numerose pareti rocciose.
I terrazzamenti colonizzati dai noccioli; a  sx l'Ancesieu

Ma si tratta di un'illusione ottica: non appena imbocchiamo il sentiero  Arcando - Gr. Cugnone,  sulla destra del parcheggio della frazione , ci rendiamo conto dei numerosi terrazzamenti un tempo adibiti al pascolo ed allo sfalcio ed oggi colonizzati da una fitta vegetazione di nocciolo ( essenza dominante ), accompagnato da acero di monte, ciliegi e betulle. Il tempo ha reso parte dell'essenziale ( per vivere) quasi "invisibile agli occhi".

Da Arcando alle Grange Cugnone

Alla partenza del percorso, un cartello segnaletico in legno  avverte il passante: "percorso per escursionisti esperti" ( e con le condizioni odierne del terreno, forse anche qualcosa di più).  Il sentiero si dirige verso est in falsopiano e va ad attraversare un rio , la cui sponda ovest è protetta da una pregevole arginatura in pietra a secco.

Pregevole arginatura in pietra a secco
 Ci troviamo sempre all'interno di noccioleti che hanno invaso gli ex-coltivi terrazzati che un tempo contribuivano al sostentamento dei numerosi abitanti delle borgate vicine .  Anche noi, che passiamo qui per puro diletto, siamo un pò dei "noccioli umani", cioè non stiamo contribuendo al sostentamento di alcuno..
Il sentiero attraversa il rio...
A dire il vero le tacche rosse  e la traccia di sentiero non sono sempre così facilmente visibili\intuibili , ma si tratta di un problema contingente, dato che non appena le "pendenze si impennano" ( cioè quasi subito)  anche la natura del percorso cambia radicalmente : ripide ascese si alternano ad arditi traversi su terreno roccioso ed a volte esposto, tutta una serie di "passaggi obbligati", sovente attrezzati con corde, dove è praticamente impossibile sbagliare, vuoi per via della segnaletica, vuoi per via dell'attrezzatura o semplicemente per via del fatto che non sapremmo dove altro passare! 
Percorso avvincente, ma oggi più impegnativo che divertente!
Senza dubbio si tratta di un percorso divertente ed avvincente  (almeno per chi non soffre di vertigini);   oggi però risulta unicamente avvincente, a causa del terreno bagnato che rende la nostra progressione più impegnativa che divertente! 
Ripide ascese e...

...arditi traversi 
I resti di passate sistemazioni del percorso ( come si vede ad esempio nella foto soprastante) testimoniano la relativa importanza che questo doveva avere nel passato.  Un percorso sovente utilizzato dunque: ma per quali motivi ? Perchè andare ad infilarsi su per queste "sengie" , "nel brutto"?  Io direi per almeno tre motivi:
Lungo il sentiero , vista verso l'alto vallone di Forzo

  1. una volta questi passaggi non erano così "brutti" ( dove brutto è sinonimo di "pericoloso" ) , poichè nei tratti oggi attrezzati con funi metalliche o canapi , vi erano senza dubbio muretti a secco, scalini e tavole di legname per rendere più agevole la progressione, ed inoltre i percorsi venivano mantenuti puliti dalla vegetazione! Il fatto è che oggi gran parte di questi muretti a secco sono crollati , e con essi gli scalini; non parliamo poi delle tavole di legno ,che saranno marcite ancor prima , o della vegetazione invadente, che talvolta restringe o rende più esposti passaggi un tempo più comodi!
  2. molte di  queste "sengie" venivano regolarmente falciate per ricavarne qualche "fiarol" di magro fieno ad integrazione delle sempre scarse risorse famigliari, ed ecco allora l'importanza di realizzare tutte le sistemazioni di cui sopra: qui si viaggiava sempre carichi o quasi. Si tendevano ad evitare  viaggi a vuoto  poichè costituivano uno spreco di tempo ed energie ( e come siamo fortunati noi che abbiamo tempo ed energie da sprecare... od almeno crediamo di poterlo fare).
  3. erano delle scorciatoie,la cui importanza oggi siamo portati a sottovalutare poichè non abbiamo la percezione di quanto densamente fosse abitata ed utilizzata la zona allora e soprattutto di che cosa significasse lo spostarsi prevalentemente a piedi.
Ad un certo punto del percorso, iniziano a comparire nuovamente piccoli terrazzamenti e resti di curiosi manufatti, come ad esempio un grande "uomo di pietra" posto sull'orlo di un precipizio, dal quale sembra di intuire la partenza in discesa di una minuscola ed ardita traccia, quasi verticale, magari un tempo utilizzata per raggiungere qualche cengia sottostante . O forse si tratta soltanto di una traccia di camosci e "l'uomo di pietra" fungeva unicamente da "segnalatore" di pericolo dovuto al vicino precipizio ?

Un grande "uomo di pietra"
sull'orlo del precipizio
e che precipizio!
In questo tratto la densa copertura di nocciolo, betulla e sorbo montano (  di questa ultima specie  abbiamo potuto osservare magnifici esemplari di notevole altezza) penalizza oggettivamente la panoramicità del percorso, che  fa capolino solo ogni tanto, ma regalandoci bellissimi scorci e la consapevolezza della nostra posizione , letteralmente "a picco" sul fondovalle! 

A picco su Puntagliera

Anche guardando verso la parte alta del vallone di Forzo, non si può non rimanere impressionati dalla natura del terreno: tutto un susseguirsi di pendii ripidissimi, sovente occupati da una fitta vegetazione  arborea ed arbustiva ( i soliti nocciolo e betulla) ,  esili cenge erbose e salti di roccia. 

I noccioleti primari e secondari

tutto un susseguirsi di pendii ripidissimi , cenge erbose e salti di roccia...
Sui versanti alpini rocciosi ed esposti a sud tutte le superfici "agibili" venivano sfruttate dagli esseri umani nel periodo di maggior pressione antropica  ( grosso modo da fine ottocento fino al primo dopoguerra), per ricavarne una magra fienagione.  
Nel caso della sx idrografica del basso vallone di Forzo la natura del terreno  però è a volte così rocciosa ed impervia ed i suoli talmente poveri e superficiali da rendere impossibile qualunque tipo di utilizzo: non a caso tali superfici sono estesamente coperte da noccioleti "primari", cioè associazioni vegetali che costituiscono la vegetazione naturale per quel tipo di ambiente; ai noccioli si accompagnano con maggiore frequenza sorbo montano, salicone e betulla. Era tuttavia diffusa tra le popolazioni locali  la raccolta delle nocciole selvatiche , sia a scopo alimentare che di scambio e di vendita. 
Per quota ed esposizione tali noccioleti dovrebbero evolvere verso un bosco misto di faggi ed abeti rossi, ma la difficile natura del terreno rende queste formazioni stabili, impedendone l'evoluzione.
Vicino ad Arcando, sulle superfici un tempo coltivate abbiamo invece dei noccioleti secondari , la cui composizione specifica è  variabile e condizionata dai precedenti utilizzi del terreno: assieme al nocciolo compaiono infatti specie più esigenti quali acero di monte, faggio e ciliegio. Anche in questo caso l'evoluzione verso la vegetazione potenziale sarà molto lenta, data la fitta copertura esercitata dal nocciolo, che però è anche una specie miglioratrice del terreno, producendo una lettiera ricca di sostanza organica: potremmo quindi dire che "non c'è fretta". 
Qualche lembo di ex-coltivo secondario lungo il percorso ...
Come dicevamo, proseguendo la ripida salita in versante Forzo,i segni della presenza umana si fanno nuovamente più evidenti, con presenza di terrazzamenti ( ed ecco che subito abbiamo dei noccioleti secondari d'invasione ) ; nei pressi di un piccolo rio, sotto una parete di roccia, ecco che compaiono i resti di un muro a secco  (  le pietre crollate intorno sembrano indicare la passata presenza di un piccolo edificio ) .
sempre in territorio impervio



... i resti di un piccolo edificio ? 


Superata la piccola zona terrazzata, il  tratto successivo del percorso Arcando- Cugnone va a raggiungere la dorsale spartiacque Soana-Forzo ad una quota di circa 1400 m tramite un susseguirsi di ripide salite e spettacolari traversi attraversando  canali strapiombanti :  davvero un percorso emozionante . del quale lasciamo la descrizione alle foto.
Si attraversano vari canali





con percorso emozionante...

su qualche corda ancora un pò di ghiaccio


Talvolta...

... a picco ... 

sul vallone di Forzo 

Aggiungi didascalia
Un ultimo traverso su una stretta cengia erbosa ci porta infine sulla dorsale Soana- Forzo, dove il noccioleto finisce e comincia un magnifico bosco di faggio ed abete rosso. Ora il terreno è decisamente meno  roccioso , meno esposto e  meno ripido  ( rispetto a prima , naturalmente: il "piano" è un'altra cosa).
Un magnifico bosco di abeti rossi 
Dopo aver risalito in direzione ovest la boscosa dorsale, con un traverso verso nord  il percorso segnato raggiunge infine le grange Cugnone; sui muri del fabbricato una scritta rossa con freccia indica la direzione per Arcando
Carlo osserva giustamente che "per fortuna sono poche le persone che vengono qui a Cugnone, altrimenti quella scritta e quella freccia potrebbero invogliarli ad intraprendere il percorso, ignari della sua natura e delle sue difficoltà"
Direzione Arcando
Volgendo lo sguardo verso la boscosa dorsale Forzo/Soana ci rendiamo anche conto di aver percorso un bel tratto di strada fino a qui. Sullo sfondo, da sx, ecco che si vedono bene anche le cime della spartiacque Forzo/ Ribordone: Cima Rosta, Punta del Vallone, Punta Sili, Punta Manda o Piatta di Perra. 

La boscosa dorsale e le vicine cime sullo sfondo

Dalle grange Cugnone a Nivolastro

Un bellissimo bosco di faggi

Il rudere sopra  Grange Cugnone

Arrivati a questo punto, ecco che Carlo mi propone un'alternativa, per la quale subito optiamo : anzichè proseguire direttamente per Nivolastro, risaliamo la dorsale boscosa alle spalle delle grange Cugnone , in un magnifico bosco di faggi, fino ad un rudere, e di qui  lungo una vecchia roggia ( presumiamo ) fino ad una spettacolare zona di grandi massi, affacciata direttamente sui ripidi pendii che scendono dalla zona della bocchetta Furchia.
Una spettacolare zona di grandi massi 
In questo luogo ameno, una pausa è d'obbligo per assaporarne il carattere selvaggio, testimoniato dalle lisce e lunghe placconate di roccia, dai  ripidi canaloni, da pareti e paretine, dai grandi massi, dal terreno accidentato: anche le specie arboree, abeti rossi e larici, sembrano dover lottare per ricavarsi uno spazio vitale sufficiente. 
Ma mentre gli esponenti del regno vegetale sono in grado di popolare stabilmente questo luogo, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l'essere umano: è infatti in questa zona, nei pressi di un ripido canale, ora asciutto, che termina la supposta roggia di cui sopra, ultimo segno indiretto di presenza dell'homo sapiens-sapiens.
Esemplari di bosso alle Grange Zalairee 

Il bosso delle Grange Zalaire

Finita la pausa, facciamo dietrofront;   dopo esserci abbassati leggermente traversiamo in direzione est verso le Grange Zalaire  , dove è presente un'interessante colonia di bosso, pianta che si presenta solitamente in forma di arbusto, più raramente di alberello, molto utilizzata come specie ornamentale e per le siepi. 
Da un punto di vista altitudinale, ci troviamo infatti ad una quota decisamente superiore rispetto  a quella massima di solito raggiunta  naturalmente dal bosso, ma qui ci troviamo in un versante con ottima esposizione ( guardiamo ad est) ,  ragion per cui può darsi che esemplari di bosso un tempo piantati qui per scopi ornamentali si siano "naturalizzati" e riprodotti con successo in loco.

Le grandi-piccole opere ( l'inghiottitoio delle Zalaire)  

1 - la luce del terrazzamento con la pozza
Vicino al rustico delle Grange Zalaire posto lungo il sentiero per Nivolastro, sulla sinistra dell'unità principale, Carlo mi fa notare una curiosa sistemazione del terreno ( una vera e propria sistemazione idraulico - forestale) , della quale mi permetto di darvi la mia interpretazione .
La prima cosa che si nota è una luce all'interno di un terrazzamento, con al piede  una fossa di raccolta delle acque ( 1); al fondo della fossa un'altra luce ( 2) che immette in un canale di scolo sotterraneo, cui corrisponde al fondo del pianoro, un'ulteriore luce di scarico (3) che immette in un canale di scolo a cielo aperto con fondo cunettato con pietrame ( 4)


2 - luce al fondo della fossa 
Già che c'erano, sul limite sinistro del pianoro ospitante la fossa, hanno realizzato anche un bel crutin!
3- ulteriore luce di scarico con vista generale dell'opera
4 - cunetta di scolo
 5 - Crutin
 A cosa servisse l'opera è chiaro, e cioè a canalizzare un ruscello\ fontana , secco al momento del nostro passaggio ma senza dubbio in grado di trasportare stagionalmente ed in caso di precipitazioni intense notevoli quantità d'acqua, tali da rendere suscettibili di impaludamento ed erosione tutte le superfici attigue alla grangia. Può anche darsi che un piccolo ruscello fosse deviato presso quest'opera per servire le grange... 
La luce del terrazzamento ( 1) poteva utilmente fungere anche da "rubinetto" per prelevare acqua, così come la fossa sottostante poteva venire impiegata come abbeveratoio per gli animali o come vasca. Non escluderei che la fossa avesse una piccola chiusa ( sempre realizzata in pietra a secco naturalmente ) per dirottare una maggiore quantità d'acqua verso il crutin. 
Una domanda sorge spontanea: perchè non lasciare il canale a cielo aperto , invece di interrarlo ?  Teniamo conto del fatto che anche a monte della luce ( 1) da cui l'acqua sgorga vi è un altro tratto interrato e non sappiamo fin dove prosegua verso monte l'opera di canalizzazione. 

La risposta, a mio modesto avviso, è  semplice: si è interrato il canale per avere qualche metro quadro in più di superficie pianeggiante agevolmente lavorabile oppure, se vogliamo vedere il bicchiere dall'altro lato, già che avevano fatto un buon lavoro, hanno deciso di fare trentuno e di farlo ottimo
I lavori fatti bene sono quelli che durano nel tempo; figuriamoci quelli fatti in maniera ottima!  Che ne sarà della stabilità dei versanti, quando tutte queste piccole grandi opere, magari realizzate a livello comunitario o di nucleo famigliare, non saranno più funzionali ?


I magnifici boschi che circondano Nivolastro 
Dalle Grange Zalaire, con un traverso nel bosco, in breve raggiungiamo l'abitato di Nivolastro, frazione un tempo abitata tutto l'anno ( dove era presente anche una scuola elementare) e circondata da grandi prati.

Vista verso il vallone di Servino
La nostra vista oggi è tuttavia maggiormente catturata dal panorama circostante: i magnifici boschi che circondano Nivolastro; il vallone di Servino, nostro dirimpettaio.

Da Nivolastro alla Bocchetta Furchia

Proprio a monte dell'abitato di Nivolastro, dove i prati lasciano il posto nuovamente  ai boschi, una traccia con bollini rossi , segnalata dal corpo di sorveglianza del Pngp, risale ripida nel bosco di abete rosso e, dopo aver toccato le Grange Pasco 1622 m, esce dalla copertura boschiva a  raggiungere la bocchetta Furchia 1820 m, luogo di rara bellezza.
A picco su Nivolastro 
 Volgendo lo sguardo verso il percorso di salita, sono spettacolari la vista a picco su Nivolastro e sul vallone di Servino; l'imponente parete rocciosa che si trova sulla nostra sinistra, dà l'impressione di essere delle sentinelle appostate sulla cima di un'alta torre, da cui si domina la valle, con lo sguardo puntato verso la civiltà alpina del passato, .
...sulla cima della torre..
Voltandosi dall'altra lo scenario cambia radicalmente: si aprono dinanzi a noi dei  ripidi versanti e canaloni erbosi punteggiati da imponenti affioramenti rocciosi , dove osserviamo numerosi camosci ( i primi di oggi, a dire il vero).
Dall'altra parte niente civiltà, neanche del passato.
Da qui i segni rossi continuano in direzione della famosa Grangia Malpensata, della quale abbiamo parlato diffusamente qui. Abbassandosi invece verso sx, lungo un ripidissimo pendio erboso, sembra quasi di poter raggiungere la zona di grandi massi nella quale ci eravamo soffermati al mattino.Occorrerebbe tornare per verificare...

Discesa su Alpetta

Per la discesa, essendo naturalmente folle  l'idea di ripercorrere il sentiero attrezzato fatto al mattino in queste condizioni, decidiamo di tornare a Nivolastro per poi  scendere ad Alpetta e di qui fare ritorno ad Arcando.
Ad Alpetta ci si prepara per l'inverno
Da Nivolastro torniamo dunque alle Grange Cugnone , da cui imbocchiamo il sentiero che scende ripido verso Alpetta, grande nucleo abitato del comune di Ronco Canavese, che attraversiamo in discesa lungo le caratteristiche viuzze per andare a prendere il sentiero che raggiunge il cimitero e la strada provinciale
Ad Alpetta fervono i preparativi per affrontare l'inverno imminente; il sentiero che porta al cimitero era , anzi è un percorso dotato di cartellonistica, benchè oggi un pò dimenticato ( o così almeno ci è parso). Un pannello ci invita ad "ascoltare il bosco": è tutto il giorno che lo facciamo!
Cartelli informativi
 Arrivati nei pressi del ponte sul torrente Forzo, imbocchiamo la pista sterrata che sulla sx idrografica risale il vallone, pista che ci riserva nella sua prima parte un'ultima dimostrazione dell'esuberanza della vegetazione, dapprima con giovani piante di abete rosso impegnate nella "riconquista" del territorio, poi con rigogliosi macchioni di rovo.

Giovani abeti alla riscossa
Finita la pista proseguiamo lungo la strada asfaltata per poi ,  con un ultimo tratto di mulattiera ottimamente conservata, arrivare a Puntagliera quando ormai è buio. E' bello vedere luci accese e comignoli fumanti ! E con questa immagine di buon auspicio (  cioè che luci accese e comignoli fumanti possano aumentare nei nostri comuni montani) vi invitiamo una volta di più a visitare la selvaggia Val Soana! Arrivederci ed a presto con le Storie!