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mercoledì 27 aprile 2016

Anello dei valloni 2.0 ( Roc - Ciamousseretto -Noaschetta)

Premessa

Ci eravamo lasciati con la "Guida turistica del vallone del Roc" , l'escursione obbligatoria , ve lo ricordate? Bene. Sul versante sinistro idrografico del comune di Noasca e confinanti con il vallone del Roc ci sono però anche altri due valloni, anche loro stupendi: il vallone di Noaschetta e quello di Ciamousseretto. Senza dubbio anche loro saranno oggetto, in futuro, di una "guida turistica" dedicata; oggi invece voglio affrontare la questione da un punto di vista pratico: se tutti e tre i "valloni di Noasca" sono bellissimi e , per di più, sono vicini e confinanti, perché non visitarli tutti in una volta sola, visto che il tempo libero è sempre poco e tiranno ? Questo articolo ha precisamente lo scopo di consigliarvi in tal senso. Buona lettura!

La lampadina si accende


Il mio turno di riposo questa volta è caduto intorno al 25 Aprile , ma tra i preparativi per la festa ( faccio parte dell'Anpi , Associazione Nazionale Partigiani d'Italia)  e la semina delle patate, non mi resta che un giorno libero, la domenica 24. Così ho contattato l'amico Francesco Sisti, fotografo di Clickalps , con il quale ci eravamo già divertiti nella neve  con due belle ciaspolate ( la cui descrizione è in arrivo ), che fortunatamente è libero anche lui . A seguito di un sintetico scambio di opinioni prevale l'idea di fare un'escursione "animaloso-fotografosa", evitando di portarsi dietro le ciaspole. Ed in primavera, quale posto può essere più animaloso -fotografoso dei tre valloni di Noasca , pullulanti come sono di stambecchi, camosci, marmotte, aquile, gipeti e chi più ne ha più ne metta, ai piedi del maestoso ( ed ancora innevato) versante piemontese del massiccio del Gran Paradiso
E ancora, per essere sicuri di vedere il maggior numero di animali possibile, perché non visitare tutti e tre i valloni in un'unica soluzione?  Il mio cervello comincia quindi a caricare la cartina della Valle Orco ( quante ore passate su quegli "scarabocchi"! ) ed ad elaborare il percorso : caricamento completato, salva con nome: "Anello dei valloni 2.0".

Descrizione dell'itinerario







Parte prima: il vallone di Noaschetta

Il rio Noaschetta affluisce nel torrente Orco proprio nei pressi del centro di Noasca, con una spettacolare cascata con salto di circa 40 metri: si tratta infatti di una tipica "valle sospesa" di origine glaciale. 
Le Levanne 
Arrivati in piazza a Noasca,  girate a sinistra ed attraversate  il ponte  per raggiungere il parcheggio posto sulla sponda opposta del torrente Orco ( nella piazza è stato messo un disco orario) , dove si lascia l'auto.
Tornati sulla piazza, attraversate la strada provinciale e salite alla chiesa parrocchiale, dietro la quale si imbocca il sentiero "Renato e Ada Minetti", che con ripide svolte ci porta a superare la bastionata rocciosa che sovrasta il concentrico di Noasca ( da ignorare la svolta a dx che conduce all'attacco delle famose pareti della "Torre di Aimonin" (nome volgare) . Il sentiero, sempre ben pulito e segnato, continua sulla sponda sx idrografica del vallone di Noaschetta toccando prima le case Sengie , quindi  l'alpe Scialier per poi giungere nella verdeggiante conca occupata dall'Alpe Lavassai 1550 m ca e dominata dalle pareti del vicino Monte Castello. Sulla sinistra vi sono la camera di carico e l'opera di presa della Noaschetta bassa, facenti parte dell'impianto di produzione idroelettrica dell'Iren Ceresole-Rosone: percorretene il grigliato attraversando così il rio e raggiungendo l'ex casa di guardiania, in cui oggi si trova il Rifugio Noaschetta, gestito dal Cai di Rivarolo. Camosci.
Dal rifugio Noaschetta occorre salire leggermente verso sinistra sul sentiero che va a raggiungere la mulattiera principale (che risale la sponda dx idrografica del vallone in direzione delle alpi Arculà - ove si trova un casotto del Pngp - e Bruna , in corrispondenza della quale confluisce nel sistema delle mulattiere reali) ed imboccarla in direzione Noasca, fino a raggiungere con un lungo traverso la mulattiera reale del Gran Piano ( bivio segnalato).

Parte seconda: il vallone di Ciamousseretto


Ci troviamo ora nel più aperto e panoramico vallone di Ciamousseretto ( magnifica la vista sulle Levanne): non ci resta che percorrere la mulattiera reale che con pendenza dolce e regolare ( ed infinite svolte) ci conduce sino alla conca ove è posta la Casa di Caccia del Gran Piano di Noasca 2222 m,  dominata dal Ciarforon 3642 m. Tanti camosci e qualche stambecco.
Il Ciarforon


Dalla casa di caccia del Gran Piano, raggiungere il vicino ponticello di legno sul torrente Ciamousseretto ( posto appena più in basso) ed attraversarlo.

Anello primaverile: 

Ignorata a destra la mulattiera reale per il vallone del Roc,  scendere  a raggiungere la sottostante conca pascoliva, ove vi sono i ruderi dell'alpe Pian Levà 2131 m; proseguire ora in leggera discesa verso sinistra, quindi risalire leggermente  verso destra fino ai ruderi dell'alpe Balme Rosse ( fantastica la lunga stalla con volta interamente in pietra), posti in posizione leggermente sopraelevata accanto ad una caratteristica parete rocciosa.
Alpe Balme Rosse
Dall'alpe Balme Rosse seguire i resti della mulattiera in direzione della bella cascata formata dal torrente Ciamousseretto fino a raggiungere gli ampi pianori sovrastanti l'alpe Gran Prà, che si può raggiungere in due modi: o seguendo il sentiero segnato verso sx, oppure più direttamente attraversando il corso d'acqua secondario  posto di fronte a noi e puntando ai resti del sistema di canalizzazione delle acque che serviva il suddetto alpeggio ( attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio ed alle rocce bagnate) .
Arrivati all'alpe Gran Prà, proseguire la discesa leggermente verso destra sino all'alpe Fortuna ( altro bellissimo esempio di architettura tradizionale alpina) e quindi a vista, sempre verso destra, fino ai ruderi dell'Alpe Lavassai 1933 m. Camosci ovunque.


Anello estivo o completo:

Alpe Gran Prà
Durante la bella stagione od in assenza di neve, oltrepassato il ponticello in legno proseguire sulla mulattiera reale per il vallone del Roc. 

Parte terza: il vallone del Roc

Anello primaverile: ( discesa diretta Lavassai- Capelle) 

Da questo punto in poi il percorso primaverile dell'anello fatto da me e Francesco diventa molto tecnico ed espostolo descriverò unicamente a futura memoria  e volutamente senza dovizia di particolari perché non voglio che nessuno, magari privo della necessaria esperienza,  vada a mettersi nei guai. Erano almeno 3 anni che mi frullava in testa l'idea di salire direttamente dalle Capelle al Gran Piano ed ora che finalmente ero in zona con un socio giusto come Francesco , non potevo perdere l'occasione di togliermi questa soddisfazione, anche se... in discesa. Una scelta sicuramente discutibile, lo ammetto!
Per percorrere questo tratto è indispensabile  essere dotati di un bastone \ canna \ bastoncino con punta di ferro  e saperlo utilizzare secondo la tecnica tradizionale , oppure di una piccozzaChi volesse maggiori informazioni può scrivermi in privato al seguente indirizzo mail: vardamarco@gmail.com. Anche un tratto di corda potrebbe non essere di troppo in caso di paura\errori. 
Camosci ovunque
Dall'alpe Lavassai cominciare a scendere leggermente verso dx traversando i ripidi pendii sottostanti sino ad oltrepassare l'incisione del rio Mola. Giunti nei pressi delle bastionate rocciose soprastanti i piani del Roc, dirigersi verso il suddetto rio e, senza mai attraversarlo, scendere per i ripidissimi pendii di erba olina posti alla sua destra; aggirando i  numerosi salti di roccia ( prestare la massima attenzione a non scivolare ed a non rimanere bloccati su qualche cengia) e disarrampicando in un paio di punti , si giunge infine ad un ultimo ripido canalino erboso\roccioso, con percorso quasi sempre obbligato. Superati gli ultimi due saltini, si sbuca infine nei verdi pendii retrostanti la borgata Capelle.
Là in fondo, i piani del Roc...
Senza dubbio questo passaggio o "trasen"  ( nome in dialetto noaschino che significa più o meno "passaggio obbligato" o "cengia")  , veniva un tempo sfruttato per raccogliere le oline poste nelle cenge soprastanti; raccontano gli anziani del posto che per svolgere in maggiore sicurezza questo particolare tipo di fienagione ( non dimentichiamo che il ritorno veniva fatto con il carico d'erba) si era soliti portarsi dietro un piccone per scalinare il terreno ove possibile e necessario, ragion per cui un tempo vi erano sicuramente delle vere e proprie tracce; oggi si rinviene soltanto qualche discontinua traccia di camosci i quali, nei punti più ripidi ed esposti optano per la più sicura ( almeno per loro) roccia

Anello primaverile - percorso consigliato:

Una volta raggiunta l'alpe Fortuna,  proseguire in direzione dell'alpe Ramaiot e delle alpi Muracci di sopra e di sotto lungo il sentiero segnalato con le tacche  bianco-rosse , raggiungendo così agevolmente la borgata Varda , dalla quale con una breve risalita si raggiungono i piani e le cascate del Roc.

Alpe Fortuna

Anello estivo o completo: 

Seguire la mulattiera reale per il vallone del Roc fin nei pressi dell'alpe Foges e abbandonatela per scendere lungo il sentiero ( non sempre così evidente quando l'erba è alta) toccando in sequenza l'alpe Truna, le alpi Pianes e l'alpe Roc; Dall'alpe Roc il sentiero comincia a scendere più decisamente fino a portarsi nella suggestiva e verdeggiante conca delle cascate del Roc, e di qui in breve alle varie frazioni: Potes, Capelle, Maison, Varda.


Parte quarta: la chiusura dell'anello

Scendere lungo la mulattiera del vallone del Roc fino alla strada asfaltata; seguire quindi le indicazioni per il sentiero "Renato e Ada Minetti" in direzione Noasca e seguirlo fino a sbucare sulla sp46 (  in corrispondenza dell'inizio della mulattiera per il Gran Piano) e  percorrerla in discesa fino alla piazza di Noasca e quindi alla propria auto, chiudendo così l'anello. 

Conclusione

Non vi resta che provare l'anello descritto: se vi è piaciuto, fatemelo sapere. A presto con le Storie.



sabato 30 gennaio 2016

Escursioni obbligatorie 1 - Guida turistica del Vallone del Roc


Premessa 

Anno nuovo, rubrica  nuova: accanto alle "escursioni non per tutti", il cui intento è quello di sfidare il lettore, stuzzicandone la fantasia e la voglia di avventure, descrivendo percorsi  insoliti e sconosciuti ai più, ecco arrivare le"escursioni obbligatorie".  Di che cosa si tratta? 
Si tratta di percorsi che si svolgono in ambienti di rara bellezza, mediamente facili ed  alla portata di tutti, per cui è obbligatorio  recarvisi almeno una volta nella vita e fare un sacco di foto oppure, se ci si è già stati, portare gli amici. Avete capito tutto? Bene, allora possiamo cominciare.

Inquadramento geografico-storico

Il vallone del Roc ,  tributario della Valle Orco  posto sul fianco sinistro idrografico, è solcato dal torrente omonimo, che confluisce nel torrente Orco nei pressi della frazione Pianchette, all'interno del  comune di Noasca ( To) . L'intero vallone fa parte del Parco Nazionale del Gran Paradiso , del quale è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi sotto molteplici punti di vista: naturalistico, paesaggistico ed architettonico.
Salendo nel vallone, spunta il Courmaon
Da un punto di vista altimetrico  il vallone del Roc si estende dai 1130 m ca di Pianchette fino ai 3642 m del Ciarforon, la vetta più elevata. Essendo però tale elevazione visibile unicamente nella parte terminale del vallone, nonché meno imponente rispetto a come appare vista dal  vicino vallone di Ciamousserretto,  le montagne simbolo  del vallone dal punto di vista paesaggistico sono certamente la Cima di Courmaon 3162 m e la relativa cresta che prosegue con la Cuccagna 3175 m per finire al Colle della Porta 3002 m e, naturalmente, i Denti del Broglio 3454 m e la Becca di Monciair 3544 m, che fin dalla parte mediana del vallone si stagliano a coronare il panorama.
Da quando la via d'accesso stradale per Ceresole Reale ha "abbandonato" Pianchette, da cui passava la vecchia statale, a favore della nuova galleria, la zona è diventata molto solitaria: difficile intuire la presenza del vallone passando sotto la montagna...
Trattoria commestibili "La Cascata"
A Pianchette, prima della chiusura della vecchia statale, era presente anche la "Trattoria della Cascata", bar\ristorante con annesso negozietto di vendita commestibili. Ho un ricordo da bambino del locale già chiuso, ma con ancora visibili attraverso i vetri il bancone e la macchina per fare il caffè. Non so di preciso in che anno l'esercizio abbia chiuso ( mi pare a seguito dell'entrata in funzione della galleria), ma sicuramente non sarebbe potuto andare avanti molto dopo essere stato tagliato fuori dal "passaggio" delle auto dei turisti; ciò che è sicuro è che oggi lo stabile è cadente e privo del tetto. Archeologia industriale della ristorazione?  Oggi nella frazione è presente il bed and breakfast - spa "Il Maiolandro".
Ad ogni modo voglio svelarvi una piccola nota biografica: nel vallone del Roc è avvenuta la mia prima  vera escursione in montagna. Certo tante e tante volte mi ero già recato a passeggiare nei boschi dietro la casa di Cussalma a Locana, con il nonno, lo zio etc, ma mai mi ero trovato in una situazione "organizzata" per andare a camminare in un altro posto, sconosciuto, con tanto di pranzo al sacco! Sicuramente ero già stato anche a Ceresole ed al Colle del Nivolet, ma se non indossi gli scarponi e non pranzi al sacco, non è un'escursione, non è la stessa emozione. Potrei raccontarvi tutta la storia di quella giornata, ma rischierei di tediarvi, per cui facciamo così: chiudo questa parentesi personale e, se sarà opportuno, mi limiterò ad aprire qualche piccolo flashback storico lungo il pezzo.
I  tre valloni di Noasca - ortofotocarta 2006
Il fatto che il vallone del Roc sia diventato così solitario è paradossale:  dei tre valloni di Noasca posti sulla sx idrografica ( gli altri due sono il già citato Ciamousserretto e quello di Noaschetta) esso era quello più popoloso, con grandi borgate abitate tutto l'anno. 
Le ragioni di questa particolarità sono legate a vari fattori: l'esposizione solatia, i versanti meno acclivi e più facilmente coltivabili e, soprattutto, la presenza stessa di una parte medio-bassa utilizzabile, al contrario del vallone di Noaschetta ( che termina con un salto, la famosa cascatona sopra il centro di Noasca)  e di quello di Ciamousseretto ( anch'esso praticamente ridotto ad uno stretto solco vallivo nella sua parte finale) , i quali condividevano un'unica borgata veramente notevole ed abitata tutto l'anno: la Sassa,  mentre il resto del vallone era costituito unicamente da alpeggi ,utilizzati solo durante la stagione estiva.

Il basso vallone del Roc

Al vallone del Roc si può accedere sia da Pianchette, passando per la bellissima faggeta e la borgata Fregai, che da Balmarossa superiore, lungo la mulattiera principale, che passando per le borgate di Fragno, Varda, Maison, Mola, Capelle e Potes, giunge agli splendidi piani del Roc, chiusi da una bastionata rocciosa sulla quale il torrente Roc forma una bellissima cascata. 
Alla Varda, dove oggi arriva una piccola pista agrosilvopastorale che, dobbiamo riconoscerlo, ha preservato quasi integralmente la vecchia mulattiera e causato un impatto paesaggistico trascurabile rispetto ad altre opere analoghe, vi è anche un casotto dei guardiaparco ed alcuni altri stabili ristrutturati ed altri in ristrutturazione.  A sinistra del  nucleo della borgata, in direzione della Valle Orco, abbiamo un buon punto panoramico, da cui si domina la valle sottostante, da cui probabilmente il toponimo del luogo, da "guardia" o "sguardo, vista"; a destra i resti del forno per la panificazione.


Particolare della mulattiera: si noti  il muro di sostegno verso valle realizzato mediante conci più grandi e regolarmente squadrati e lo riempimento verso monte, realizzato con terra e pietrame, reso necessario dalla pendenza del versante; sotto lo strato superficiale di terra ed erba si intravede ancora la selciatura originaria.
E' giusto sottolineare come nelle tipiche borgate alpine alcuni servizi essenziali erano di gestione e di proprietà comune: il forno , il lavatoio, la fontana o le fontane che garantivano l'approvvigionamento idrico, le rogge e le mulattiere principali, cioè quelle che collegavano borgate ed alpeggi. A volte, ove presente, era di proprietà comune anche il mulino; altre volte, specialmente nelle realtà più popolose, esso era affidato ad un privato, in proprietà od in gestione, solitamente povero quanto se non più dei valligiani cui forniva il servizio: "macinava la farina degli altri ma sovente non aveva neanche il pane per lui", diceva mio nonno a proposito del mugnaio della frazione Castignè di Locana...
Dalla Varda parte anche il ripido sentiero che , attraversando i vari alpeggi posti sul versante sx idrografico del vallone, raggiunge il vallone di Ciamosseretto e la conca del Gran Piano di Noasca.
Oltre la Varda la mulattiera prosegue in falsopiano andando a raggiungere le successive borgate: Maison, dove era presenta la scuola , visitabile e mantenuta in buone condizioni, corredata di cattedra e banchi in legno,  Mola, Capelle ( con la casa affrescata e la splendida vasca in pietra) e Potes, ricche di testimonianze dell'architettura tradizionale alpina. Appena più in basso di Maison. verso il torrente, si trova un'altra grossa borgata , Frandin. Se nel primo tratto di percorso avevamo potuto ammirare il selciato e gli eleganti e regolari gradini, in questo tratto risultano ben evidenti i lavori di terrazzamento e riempimento al fine di creare un fondo regolare alla strada, evidentissimi in un punto nel quale una parte della mulattiera è crollata ( vedi foto sopra).
Borgata Capelle
E' proprio in questo tratto di mulattiera che, durante la mia prima escursione, avvenne anche il mio primo incontro ravvicinato con una vipera ( che fortuna, direte voi!) : ricordo benissimo quella specie di  strano oggetto grigio e nero che sporgeva dal muretto a secco, sembrava fosse appeso. Lo "strano oggetto grigio e nero"  catturò subito la mia attenzione di bambino , già edotto sui rischi   legati al morso della vipera ( "bisogna guardare dove si mettono le mani ed i piedi" " non ci si sdraia nell'erba o su un masso senza prima aver battuto il bastone") ed anche sulla prevenzione ( "bisogna dargli una botta sulla schiena e poi schiacciargli la testa per ammazzarla"), ma che non l'aveva mai vista "dal vivo" in precedenza. Fu così che mi avvicinai all'animale puntando il dito ( si trovava giusto all'altezza della mia infantile spalla): "guarda zio" e poi lo zio che subito mi tira indietro e mi spiega che era una vipera e non bisognava avvicinarsi troppo o toccarla. Naturalmente nessuno dei gitanti uccise l'animale, vuoi perchè specie protetta, vuoi perchè ci trovavamo nel Parco!
Traversa IREN sul torrente Roc e passerella in legno.
Nei piani del Roc è presente una presa dell'Iren, che deriva le acque del torrente Roc nella galleria Ceresole-Rosone per la produzione di energia idroelettrica; attraversando una passerella in legno posta poco oltre si può attraversare il torrente e risalire il poggio sul quale è posto il nucleo di abitazioni di Borgovecchio, caratterizzato dalla presenza di una chiesetta e di un alpeggio di ristrutturazione più recente. L'itinerario che conduce fino ai piani del Roc è percorribile tutto l'anno, ed è particolarmente piacevole come gita invernale, data la buona esposizione del percorso che garantisce temperature piacevoli anche in giornate fredde. La parte bassa del vallone è anche  molto interessante in primavera, quando i branchi di stambecchi scendono a valle. A Borgovecchio arriva il sentiero che sale da Pianchette e prosegue la traccia del Gta che, attraverso bei boschi di abeti e larici, si riporta sul versante sx idrografico della valle Orco per raggiungere l'alpe Prà del Cres e da questa il Colle Sià, principale valico di collegamento tra Ceresole Reale e l'alto vallone del Roc.
Chiesetta a Borgovecchio.
I piani del Roc con l'imponente cascata

















Il sentiero che risale il vallone ora passa attraverso i verdeggianti piani del Roc, fino a giungere quasi ai piedi dell'imponente cascata e di una bastionata rocciosa che sembra sbarrare il passo, ma che la traccia accortamente aggira sulla destra rimontando dapprima direttamente un ripido versante erboso e poi passando attraverso una larga cengia erbosa, sino a giungere nei pressi dell'alpe Roc 1853 m. Arrivati a questo punto è doveroso uno sguardo all'indietro per ammirare la bellezza lasciata alle spalle e prepararsi a quella che ci aspetta nella parte alta del vallone.
Vista d'insieme sui piani del Roc
Arrivando all'alpe Roc

L'alto vallone del Roc

Lasciata  alla nostra sinistra l'alpe Roc, si sale verso destra fino ai ruderi dell'alpe Pianes: da questo punto ci sono due possibilità per continuare la salita: o rimontare direttamente il versante sx idrografico fino a raggiungere la mulattiera reale di caccia e tramite questa raggiungere la splendida Alpe del Broglio oppure, purchè ci siano condizioni di buona visibilità, risalire alla suddetta alpe lungo il fondovalle, attraverso l'alpe Truna e l'alpe Foges. In questo tratto il vallone si presenta molto aspro e selvaggio, e cominciano a comparire le caratteristiche rocce montonate e lastronate rocciose che ne caratterizzeranno la parte alta. Dall'alpe Foges, dirigendosi verso sinistra, è possibile attraversare il torrente Roc toccando così la splendida Alpe Breuillet prima e le Alpi Loserai di sotto e di sopra poi, fino a raggiungere il Colle Sià 2274; continuando sulla destra si raggiunge invece l'alpe del Broglio.
Alpe Breuillet
Presenza abituale di questa parte del vallone, oltre agli immancabili camosci, è il gipeto , il più grande uccello europeo, con un'apertura alare che arriva a sfiorare i 3 m, che può costituire un'ottima cattura fotografica.  
Che dire dell'Alpe del Broglio? E' un luogo stupendo, da vedere: ogni parola spesa per descriverlo potrebbe essere superflua, non all'altezza, per cui contentatevi di una foto.
Alpe di Breuil nella nebbia.
Sia nell'alpe di Breuil ( Broglio) che nella sottostante alpe Breuillet torna uno dei leit-motif del vallone del Roc, cioè il verde pianoro delimitato dall'imponente bastionata rocciosa con cascata.

Il sistema di alpeggio nell'alto vallone del Roc e le miniere della Cuccagna.

Alpe Loserai
Prima di continuare la salita, è doveroso soffermarsi ancora un attimo sul versante dx idrografico di questa parte del vallone, poichè le Alpi Loserai di sopra e di sotto costituiscono un perfetto esempio delle tipologie costruttive delle malghe alpine di alta quota e dell'organizzazione tecnica del lavoro in alpeggio . Accanto alle costruzioni a secco ( stalle, abitazioni , locali di caseificazione e crutin), possiamo notare i cumuli di pietre legati ai notevoli lavori di spietramento effettuati nel passato sui terreni circostanti per avere più erba e superfici più facilmente lavorabili. Ho parlato di "superfici lavorabili" perchè "una volta" non si sprecava nulla: dove non arrivavano in tempo le mandrie a pascolare l'erba fresca prima che questa diventasse troppo vecchia e "secca", arrivava la mano dell'uomo, con la "sessa" o, nelle zone più impervie, con la "falce musoira" o "musuera" a fare preziose scorte di fieno, fondamentali in caso di maltempo prolungato per poter alimentare le bovine

Particolare della roggia
che non si erano potuto accompagnare al pascolo. Tutto questo era valido specialmente per i capi produttivi: per i margari  era impensabile esporre al freddo ed alle intemperie le bovine che fornivano loro il latte, la preziosa materia prima indispensabile per produrre burro e toma, poichè esporle a condizioni climatiche difficili o lasciarle in stalla a patire la fame significava andare incontro a significative perdite di produzione, non recuperabili dall'oggi al domani. 
Appena a monte delle costruzioni, in direzione della Cuccagna, possiamo ammirare la grande roggia che, intercettata l'acqua dal torrente Roc ad una quota di 2600 m, con imponenti manufatti e superando salti e pietraie la portava agli alpeggi sottostanti e proseguiva fino al Colle Sià. L'acqua derivata dalla roggia serviva sia per l'irrigazione delle superfici pascolive, sia per la fertirrigazione, cioè per lo spandimento di liquami e deiezioni bovine per concimare il terreno ( anche le "buse" ed il "pisinass" non venivano sprecati).

Entrambe le tecniche erano finalizzate ad incrementare la produzione e la qualità dell'erba e , di conseguenza, del latte, ragion per cui venivano effettuate regolarmente secondo razionali modelli di gestione. Non dobbiamo dimenticare infatti che numerosi documenti storici attestano l'utilizzo di questi alpeggi ( Loserai, Breuillet, Breuil) già a partire dall'epoca medioevale: a pastori "professionisti" venivano affidate, durante la bella stagione, le mandrie formate dai capi bovini, ovini e caprini destinati alla monticazione e di proprietà del feudatario a cui erano state assegnate quelle terre e dei nuclei famigliari ad esso infeudati. In realtà, trattandosi di praterie alpine naturali, l'utilizzo di queste superfici è sicuramente ancora più antico, risalente per lo meno all'epoca dei Celti e dei Romani.
 Dall'epoca Celto-romana fino a dopo il 1800 sono state coltivate le miniere della Cuccagna, dalle quali si estraeva minerale ferroso. i cui cunicoli si trovano sul fianco della montagna, sopra la roggia ad una quota di 2730 m circa. 


Riprendiamo il cammino...

Arrivati all'alpe di Breuil ci troviamo di fronte ad un altro bivio molto importante: aggirando sulla destra in salita la bastionata rocciosa si prosegue in direzione del Bivacco Giraudo 2630 m, punto d'appoggio per l'ascensione alle cime circostanti, e del vicino Lago della Piatta; proseguendo verso il fondo del pianoro si continua invece sulla mulattiera reale, che sale fino al Colle della Porta 3002 m.
Bivacco Giraudo ( foto: Aldo Costa) 
Dal Bivacco Giraudo, con percorso leggermente più impegnativo, si può proseguire fino al
Colle della Torre 3185 , che mette in comunicazione con il vallone di Ciamousserretto, ed in particolare con la conca dove si trova il lago di Ciamousserretto superiore, nonchè agevolmente riportarsi  sulla mulattiera reale.  Il signore incontrastato di questa parte alta del vallone è certamente l'animale simbolo del Parco, lo stambecco: è difficile passare di qui in piena estate senza osservarne qualche esemplare, sia esso un maschio solitario od un branco di femmine, piccoli e giovani maschi.
Il vallone è finito: scendete in pace, amen. A presto con le storie di Montagna!

martedì 29 dicembre 2015

Lago d'Eugio dalla Pezza - via del cinghiale ( Escursioni non per tutti 5).

Raggiungere il lago d'Eugio da Locana, cioè lungo l'omonimo vallone, è ormai da molto tempo una di quelle escursioni "misteriose" che pochi osano affrontare, a causa della sinistra fama che circonda il percorso, fama dovuta al "sentiero sporco e poco visibile"  ed a numerose piccole disavventure occorse a gruppi di intrepidi frequentatori negli anni passati.  
Ciononostante il lago d'Eugio da Locana continua ad essere una meta  molto ambita ed agognata , almeno a livello locale, vuoi per l'alone di mistero che circonda la valle più bella del mondo ,vuoi perchè il pensiero che uno sbarramento artificiale sia così difficilmente raggiungibile costituisce certamente un divertente paradosso. 
Per completezza d'informazione, mi sembra doveroso fornire una precisazione storico-naturalistica: il serbatoio dell'Eugio, avente una capacità di 4,95 milioni di mc, è entrato in servizio nel 1959; prima della costruzione dell'invaso era  presente un lago naturale di dimensioni più ridotte, nei cui pressi si trovava l'Alpe del lago, oggi sommersa e visibile costeggiando il fianco sinistro idrografico del bacino quando vi è poca acqua ( maggiori informazioni sul sito di Iren energia).
Diga Eugio 23-12-2015
A causa della "sinistra fama" di cui parlavamo poco sopra, il lago d'Eugio viene di preferenza raggiunto sul percorso della Gta , quindi partendo dalla borgata Posio attraverso il monte Arzola nel comune di Ribordone  oppure dalla frazione Valsoani di Locana passando per il vallone di Praghetta e l'alpe Colla, sede di un panoramico casotto del Pngp, il che è un vero peccato visto che per risolvere la cosa basterebbe pulire un pò di più il sentiero. Purtroppo, parafrasando  Cosimo de' Medici, i sentieri non si puliscono "con i paternostri".
Elaborazione M.Varda su  cartografia IGM 1:25.000 
Alcuni anni fa avevo descritto la "via normale" da Locana su Gulliver, una descrizione ancora perfettamente valida ma che  necessiterebbe di qualche aggiornamento ( cui spero di poter provvedere al più presto); il mantenimento del sentiero, specialmente per quanto riguarda la parte finale ( cioè dall'Alpe I  Pis fino alla carrozzabile pozzo-diga) , è dovuta all'opera di pulizia svolta dall'allevatore che tutte le estati porta manze ed asciutte a pascolare nel vallone, negli alpeggi  di proprietà della sua famiglia. E' quindi una buona idea, se volete raggiungere il lago d'Eugio da Locana, provare a farlo dopo il passaggio della mandria, ricordandovi di ringraziare, dal più profondo del cuore, chi vi ha fatto strada a vostra insaputa.
Comunque, e dovreste saperlo bene, tutte le strade portano all'Eugio, per cui sono numerosi i percorsi che lo storicamente lo raggiungono\ raggiungevano lungo l'omonimo vallone, variamente intersecati tra loro: 
  • la vera "via normale", descritta sulla mitica guida del Cai\Tci,  che passava dall'Alpe Fioria, posta sul versante sinistro idrografico anzichè dall'alpe I Pis;
  • la "scorciatoia" dal ponte di Uget, con il ripidissimo sentierino che conduceva al rudere di quota 1535 ed il successivo traverso all'alpe Fioria;
  • il sentiero che dalla Pezza saliva alle alpi Montagnè;
  • la mulattiera che dal ponte di Uget raggiungeva Pianfè;
  • il sentiero che dalla Pezza raggiungeva i Pis passando per il Cudrai.
E l'elenco potrebbe continuare!
Inizio del sentiero Pezza dal Bros - Pis
Così, alle porte del Natale , il giorno 23 dicembre 2016, ho deciso di concedermi il gusto di un'esplorazione in solitaria lungo percorsi da tempo abbandonati , approfittando anche di questa strana stagione con assenza di neve e temperature sopra la media. L'obiettivo era quello di salire al lago d'Eugio passando per il sentiero Pezza-Pis, per poi scendere dall'Alpe Fioria.
Vasca acquedotto
Partito da casa non di buon'ora ( ho infatti il privilegio di vivere praticamente alla confluenza dell'Eugio nell'Orco) , dopo aver raggiunto la borgata  Balmetta ho imboccato la  comoda e panoramica mulattiera per la Pezza, oggetto di un ottimo lavoro di ripulitura la scorsa primavera, che ho percorso per intero fino alla località Cappella, lasciando poco prima alla mia sinistra il percorso segnalato che in breve conduce alla frazione Fuet, sede della chiesa dedicata a San Bernardo, San Domenico ed alla Madonna del Carmine e, più indietro nel tempo, sede di una scuola elementare dapprima autonoma e stabile, poi condivisa con quella di Veso ( gli alunni frequentavano metà anno scolastico al Fuet e metà a Veso), infine chiusa, complice la struttura fatiscente e la diminuzione degli alunni, a favore della sede di Veso.  A questo punto occorre fare un'ulteriore precisazione di tipo storico\geografico spicciolo: localmente con il termine "Pezza" vengono indicate tutta una serie di borgate ed alpeggi posti a cavallo tra la valle dell'Orco ed il vallone dell'Eugio; serie nella  quale alcuni includono anche le frazioni Veso e Balmetta ( ma non c'è unanimità al riguardo).
Cappella è una piccolissima borgata ( due case di numero), caratterizzata dalla presenza di una piccola edicola votiva in pietra, ormai ridotta a rudere ( sarebbe interessante riuscire a ricostruirne l'intitolazione), posta al punto di raccordo tra la mulattiera proveniente da Balmetta e la mulattiera che collega tutte le borgate della Pezza poste lungo lo spartiacque Eugio-Orco, e cioè Pianfé, Cappella, Suc e la Pezza "dal Bros", dove "Bros" sta ad indicare il cognome Perucca, localmente molto diffuso.
Tutto in ordine
 Da Cappella, passando per Suc si raggiunge quindi in breve la Pezza "dal Bros"; in questo tratto il percorso è decisamente più "sporco" e facile a smarrirsi, ma arrivare a destinazione non è poi così difficile: basta ricordarsi di seguire la spartiacque Eugio-Orco. 
Un bel bosco di faggi...
Dietro i ruderi della Pezza "dal Bros", una traccia appena visibile ma contrassegnata da bolli rossi si addentra verso destra nel vallone dell'Eugio, sotto la densa copertura di un fitto bosco di abeti: è il sentiero che collega la Pezza ai Pis. I segni rossi ed i muretti a secco che contornano quella che doveva essere una vera e propria mulattiera sono fondamentali per non smarrire la giusta direzione, visto che la mulattiera risulta quasi sempre impercorribile perché invasa dalla vegetazione arbustiva.
Con un po' di attenzione si giunge così in breve alla vasca dell'acquedotto, ancora perfettamente funzionante, come si deduce dal  dal regolare rumore dello scorrimento dell'acqua al suo interno; ciò che non è più funzionante è la tubazione che portava l'acqua alle varie borgate della "Pezza" (affiorante sulla superficie in più parti del percorso ) , ormai rotta in più punti e non più attaccata al rubinetto della vasca.  Anche il quadro che si dipinge di fronte ai miei occhi è estremamente contraddittorio: la porta in ferro della vasca giace a terra, divelta, svelando all'interno della costruzione in cemento la presenza di un rotolo di rete metallica verde e di tubi arancioni in Pvc in ottime condizioni, che nessuno ( per fortuna) si è ancora portato via; la recinzione che circondava la vasca è anch'essa finita in terra lungo quasi tutti i lati, ma la rete verde sembra recente, non arrugginita.
Il percorso si fa più ostico
Chiedendomi se la vasca abbia ancora o no un utilizzo pratico effettivo, riprendo il percorso, ora senza più segni rossi , in direzione dei Pis, sempre sotto una folta copertura boschiva che copre la vista sul vallone, rendendo difficile l'orientamento. Poco oltre la vasca, per fortuna, continuano ad essere visibili per larghi tratti le vestigia di quella che scoprirò poi essere la roggia che dal torrente Eugio portava l'acqua alla Pezza. 
Purtroppo  la roggia continua ad essere impercorribile perché occupata dagli arbusti,  per cui occorre cercare di seguirla alla bell'e meglio districandosi con numerosi saliscendi tra la folta vegetazione. E' affascinante  osservare con quanta cura quest'opera di derivazione assecondi le forme della montagna, mantenendo regolare la sua debole pendenza, attraversando numerosi avvallamenti, salti di roccia e\o grossi massi; purtroppo in corrispondenza di molti di questi punti la struttura è crollata.
Finalmente si torna a godere di una bella vista
Ecco il Cudrai
Un primo saltino di roccia lo si aggira portandosi sulla sua sommità boscosa ( sempre sotto copertura di abeti) ; quindi, superato un primo macchione di noccioli in modalità cinghiale, si giunge in un bel bosco di faggi , dove la progressione si fa più facile e si può rifiatare. Finita la striscia dei faggi infatti,comincia il tratto più infame del percorso, un traverso dove si è costretti a procedere carponi con continui saliscendi per poter riuscire a passare senza perdere di vista le tracce della roggia, con tanto di passaggio obbligato finale ( cengia abbastanza larga tra grandi placconate di roccia liscia).
Usciti dal passaggio finalmente si torna a godere di una bella vista, in particolare sul versante opposto del vallone, per cui mi concedo una meritata pausa per binocolare e, cartina alla mano, studiare il previsto percorso di discesa dall'Alpe Fioria. Dal lago d'Eugio all'alpe Fioria - dove vedo stazionare 5 camosci -  non dovrebbero esserci problemi ( discesa a vista); dall'alpe Fioria all'incrocio con il sentiero proveniente da Uget  sarà necessario prima traversare quasi in piano verso il fondo del vallone fino a guadare i due torrentelli laterali segnati sulla carta della MU edizioni, quindi scendere direttamente fino ad un rado boschetto di betulle ( abbassarsi prima di quel punto sarebbe rischioso per la presenza di numerosi salti di roccia). 
Nella balma-stalla una bella posta semicircolare in pietra

Crottino al Cudrai
Superata la zona delle placche rocciose, si sbuca in una pietraia e si continua il traverso fino a giungere in vista dei ruderi di Cudrai, che sbucano sopra la mia testa all'improvviso. Non era assolutamente scontato, data la fitta vegetazione, riuscire a passare da questo piccolo alpeggio, ragion per cui posso essere più che soddisfatto! Raggiunti i ruderi dell'abitazione, del crutin ( con tanto di "monolite" di copertura) e della stalla ( ricavata sotto una balma, con tanto di posta in pietra a semicerchio), si rinviene nelle vicinanze di quest'ultima costruzione il prosieguo della roggia che, dopo un ultimo tratto "cinghialoso", attraversa una pietraia ( notevole il lavoro di sistemazione delle pietre in questo punto) per poi uscire ( finalmente) dalla zona arbustiva. Arrivati a questo punto occorre percorrere la roggia ( ora è possibile), fino ad incrociare il sentiero nei pressi di un rudere dell'Alpe i Pis posto vicino ad una paretina di roccia liscia. 
Si continua nella roggia
La diga nella nebbia
A proposito degli alpeggi del vallone mi ricordo di un divertente aneddoto capitato ad una famiglia con origini "dla Pessa", credo negli anni 70/80 del secolo scorso. Tale famiglia viveva ormai stabilmente a Locana capoluogo ed  era a quei tempi rappresentata da tre fratelli, di cui uno sposato ( il più assennato) e due da sposare ( un pò meno assennati). Ora accadde  un giorno che  i due fratelli da sposare si recassero all'alpeggio di famiglia, senza fare ritorno a sera, così che il giorno seguente una squadra di persone, tra cui il fratello assennato, partì alla loro ricerca. Mentre risalivano il vallone dell'Eugio incontrarono due escursionisti che stavano scendendo, ai quali chiesero se per caso avessero visto i due uomini. Essi risposero di aver visto due esseri umani, sporchi di terra e ricoperti di foglie, uscire da una balma, e di aver provato a parlargli, ma i due sembravano non capire l'italiano. Il fratello assennato esclamo soltanto: "a sen lur! (sono loro!)" e, una volta rintracciati, fece loro una bella ramanzina. Che cos'era accaduto ai due fratelli? Semplicemente erano stati sorpresi dall'oscurità, per cui si erano acconciati a passare la notte all'addiaccio come meglio potevano.
Da qui arrivare al lago d'Eugio è un gioco da ragazzi e mi sembra quasi di volare, nonostante la ripidezza del percorso, tanto è stato faticoso il tratto precedente! Dopo un breve saluto ai colleghi guardiani in servizio ,  considerata l'ora, decido di posticipare il momento del pranzo al sacco al raggiungimento dell'alpe Fioria, che in montagna non si sa mai come va a finire quando si percorrono nuove "antiche" strade! Vorrei tornare a casa ad un'ora decente, cioè prima che venga buio per non fare la fine di quei due fratelli di cui sopra, visto che anche io sono "da sposare". 
Si scende verso l'alpe Fioria
Una balma...
Imboccata la scalinata in cemento che scende ai piedi della diga mi porto  sul versante sx idrografico del vallone e, abbandonato il percorso del Gta diretto all'Arzola,  comincio a scendere traversando verso sinistra prima per tracce di sentiero, quindi per tracce di camosci , fino a che raggiungo i resti di una balma. Devo dire che sono fortunato: la traccia dei camosci è davvero ottima, una delle migliori e meglio battute che mi sia mai capitato di incontrare, a dimostrazione del fatto che la frequentazione dell'Alpe Fioria osservata poco prima è tutt'altro che casuale e che anche i camosci, se possibile, cercano di passare in punti abbastanza comodi ( chissà, magari proprio su ciò che resta del vecchio sentiero di collegamento Fioria-Eugio). 
Dopo aver attraversato in leggera discesa alcuni valloncelli, raggiungo finalmente i ruderi di questo alpeggio che, almeno a giudicare dal toponimo, un tempo avrebbe dovuto essere un vero spettacolo da osservare nella bella stagione! Anche l'osservazione della roggia della Pezza, della quale dall'Alpe Fioria si può godere uno sguardo d'insieme, lascia pieni d'ammirazione per il duro ed ottimo lavoro svolto dai costruttori "montanari" al fine di realizzare un'infrastruttura essenziale per ricavare di che vivere in queste terre alte, ripide ed avare.
Alpe Fioria
 Non bisogna dimenticare infatti che le borgate  della Pezza un tempo erano abitate tutto l'anno e che i suoi prati ed i suoi  pascoli occupavano superfici molto ampie, che l'abbandono repentino (e, a differenza di altre zone della vallata, definitivo) di questi luoghi nel secondo dopoguerra ha fatto scomparire pressochè totalmente.. Per farvi un'idea della  situazione attuale, e di come essa evolva velocemente a queste quote, pensate che ancora soltanto negli anni 70-80 del secolo scorso chi si recava nella zona in primavera riferiva, nonostante il visibile "imboschimento" , di splendide fioriture di Orchis sambucina , mentre oggi tutto è coperto da estesi ed intricati noccioleti e le fioriture di Orchis sono solo un ricordo.  I prati e pascoli di cui parlavamo erano soggetti, durante la bella stagione ,  quando le poche vacche di ciascuna famiglia venivano date in affido ai margari che si recavano sui pascoli alti, a fienagione. Ed il fatto che la fienagione avvenisse su superfici tutt'altro che trascurabili lo confermano le numerose testimonianze orali di donne locanesi che, da giovani, si recavano a fare il fieno alla Pezza. 
Uno sguardo alla roggia della Pezza...
Di norma esse venivano ospitate all'interno delle stalle e dei fienili, dove dormivano tutte assieme sopra i classici paglioni imbottiti di foglie secche di faggio. La loro paga consisteva appunto nell'alloggio ( e che alloggio, come abbiamo visto) , nel vitto ( una tazza di latte al mattino ed alla sera, una pagnotta a mezzogiorno - oltre a quel  poco che ciascuna poteva portarsi con sè da casa) ed in un sacco di fieno per ogni giornata di lavoro. Solitamente il "soggiorno" durava almeno una settimana, ed il fieno veniva trasportato a valle tramite fili a sbalzo.  Che le condizioni d'ingaggio fossero dure ce lo dicono le stesse fonti quando affermano che "era meglio andare alle fragole" ( la raccolta delle fragole, nda ), "almeno lì se proprio si aveva fame si poteva rubarne di nascosto qualcuna".
Discesa verso il boschetto di betulle
Mangiato il meritato pranzo al sacco e ringraziata la buona sorte per aver evitato a me ed a  quelli della mia generazione di  dover lavorare in condizioni difficili, inizio il percorso di discesa stabilito durante il binocolamento del mattino e, complici l'assenza di arbusti e l'erba ,bassa in questa stagione, raggiungo in breve e senza problemi il sentiero "normale", lungo il quale faccio ritorno a casa.  
E' stata un'esplorazione divertente, di grande interesse e, almeno nella parte in discesa, più agevole del previsto, ragion per cui ho deciso di descriverla a futura memoria ( compresa la mia), benchè del sentiero Pezza- Pis abbia trovato solo poche tracce iniziali. Se mai un domani qualcuno volesse tentare questo percorso alternativo, due avvertenze sono d'obbligo: 
  1. va fatto quando alberi ed arbusti sono privi di foglie, in assenza di neve e\o ghiaccio
  2. se non siete in grado di trasformarvi alla bisogna in cinghiali, lasciate perdere.
Un caro saluto a tutti ed a presto con le storie.
Ps: mi scuso per la scarsa qualità delle foto. Purtroppo alla nulla capacità del fotografo si è aggiunta la dimenticanza della sd card, per cui mi sono arrangiato con il telefonino.
Ps2: si declina ogni responsabilità circa l'uso della cartina da me elaborata e pubblicata in questo post. I percorsi dei sentieri, i punti delle località indicate sono puramente indicativi ed hanno il solo scopo di far comprendere meglio l'assetto geografico\sentieristico del vallone dell'Eugio così come descritto all'inizio dell'articolo.




domenica 15 novembre 2015

Escursioni non per tutti 4 - Punta del Bech da Fenoglia o "via del fol".

Passerella sul torrente Soana
Il vallone di Codebiollo o Verdassa é  diviso amministrativamente tra i comuni di Ingria  e Frassinetto,  da cui derivano  le due diverse denominazioni ( Codebiollo ad Ingria e Verdassa a Frassinetto); dal punto di vista geografico il suo territorio è compreso tra la Valle Sacra, la Valchiusella e la Val Soana. L'unica via di accesso stradale è sfruttando la pista interpoderale che dalla frazione Berchiotto di Frassinetto si addentra nel parte mediana del vallone. Il rio Verdassa è un affluente del torrente Soana, nel quale confluisce nei pressi della frazione Frailino, situata nel comune di Pont Canavese; "Verdassa" è anche il nome con il quale veniva identificata localmente la Quinzeina.
Nascosto alla vista della zona pedemontana dalle elevazioni della Quinzeina e del Verzel, tale vallone risulta difficilmente intuibile anche risalendo la Val Soana, poiché la sua parte bassa è molto stretta ed incassata tra ripidi pendii boscosi e scarpate rocciose; la parte mediana, più aperta, è invece caratterizzata dalla presenza di numerose e caratteristiche borgate alpine, mentre le parti media ed alta sono costellate da numerosi alpeggi, a testimoniare la forte presenza dell'uomo in questa zona.
Mulattiera verso Betassa
A dispetto della sua localizzazione appartata, la parte medio-alta del vallone è infatti caratterizzata da versanti solatii e ben esposti, ideali per  gli insediamenti legati all'economia rurale alpina di un tempo. In questa bella estate di San Martino quale meta migliore di questo vallone per una bella escursione "d'altri tempi" -  cioè lunga ed in ambiente selvaggio ed austero?
La meta scelta è la Cima Carpior, sulla cresta spartiacque tra la val Verdassa ed il vallone di Canaussa, con partenza da Ingria per percorrere il vallone da cima a fondo o quasi.
Lasciata l'auto nei pressi del bar-ristoro "Pont Viei" - dove tra l'altro si mangia anche piuttosto bene - ridiscendo per un tratto la carrozzabile della val Soana fino ad incontrare la mulattiera che scende ad attraversare il rio Soana su una passerella a quota 636 m, per poi cominciare la risalita sul versante dx idrografico del vallone di Codebiollo, sempre su ottima mulattiera, sino a raggiungere la borgata Betassa. Sull'altro lato del vallone fa bella mostra di sé la frazione Fraschietto, raggiungibile in auto da Frassinetto.
Macchina da cucire
Da Betassa in poi proseguo  sulla pista sterrata che con leggera pendenza porta fino alla borgata Beirasso, ove si trova una bella chiesetta, quindi nuovamente su mulattiera raggiungo i ruderi di Fenoglia. dove qualcuno ha dimenticato una macchina da cucire. 
Saranno i ruderi, sarà la macchina da cucire, sarà il sole ormai arrivato, sta di fatto che proprio qui a Fenoglia, cartina alla mano, inizio a pormi i primi interrogativi. Innanzitutto mi rendo conto che la Cima Carpior è ancora piuttosto lontana ed io per il momento ho fatto tanto spostamento ma poco dislivello e, soprattutto, ho iniziato a camminare alle 8.15, cioè troppo tardi visto l'accorciarsi delle giornate.  Questi pensieri - associati al timore di non riuscire a raggiungere la meta designata -  mi rendono piuttosto nervoso ed inquieto; la consapevolezza poi di dover ancora percorrere un buon tratto in falsopiano - fino a Querio passando per Monteu ( dov'era presente una scuola elementare) -  mi manda letteralmente in bestia: è ora di prendere quota!
Salendo lungo la cresta
Mi affretto ad uscire dai ruderi di  Fenoglia ed ecco che, come per magia, non riesco più a trovare il sentiero per Monteu. Nonostante la facilità e banalità del percorso, pur perdendo altri 3 preziosi minuti nell'osservazione dei paraggi, inspiegabilmente la traccia continua a rimanere celata ai miei occhi. Questo è un incantesimo o, forse, un inequivocabile segno del destino: non posso raggiungere Cima Carpior per la normale via di salita da Querio; dovrò farlo risalendo direttamente la cresta da Fenoglia,  raggiungendo prima la punta del Bech e proseguendo lungo lo spartiacque Verdassa- Canaussa fino alla meta designata. 
Appena oltrepassati i ruderi della frazione attacco quindi l'evidente e ripida cresta  che sale verso la punta del Bech, che in questo primo tratto è ricoperta da un bel bosco di faggi, interrotto qua e là da qualche piccola asperità rocciosa facilmente aggirabile ed in alcuni casi direttamente superabile.
Un traverso mica da ridere
Finito il bosco di faggi la cresta prosegue in una zona di noccioli e betulle;  le asperità della cresta diventano via via più importanti, costringendomi ad un primo deciso traverso verso destra fino ad un colletto ( dove faccio volare un gheppio - evidentemente disturbato dall'arrivo di un umano cinghialoide), superato il quale riprendo a salire direttamente, ora su pendio erboso\arbustivo, fino ad un'ulteriore elevazione rocciosa, posta al termine di pendio molto ripido, che mi costringe ad una pausa di studio e riflessione. 
Superare direttamente l'ostacolo non è possibile senza attrezzatura : anche se si trattasse di una facile arrampicata, ci si potrebbe ritrovare bloccati in seguito e costretti a scendere, operazione un po' difficile senza almeno una corda.  Anche il semplice aggiramento non è un'ipotesi praticabile poiché in questo punto la cresta si affila e si restringe. Non mi resta che un'ultima possibilità: raggiungere un colletto erboso posto alla mia destra ed affacciarmici, sperando che da quel punto sia possibile proseguire oltre; in caso contrario sarò costretto a scendere lungo la via di salita e rinunciare alla meta. 
Uno sguardo all'ambiente di salita
Effettuando un traverso mica da ridere ( qui il terreno è davvero ripido ) raggiungo il colletto, posto ad una quota di 1700 m circa,mi affaccio e...evvai! Da questa parte si entra in un valloncello più ampio e  non ci sono più ostacoli di sorta: potrò senz'altro raggiungere la spartiacque Verdassa-Canaussa. 
La salita è ora sempre ripida ma decisamente più agevole e soprattutto panoramica, finalmente commisurata alla bellezza "meteorologica" della giornata: così raggiungo in breve ma non troppo l'alpe Bech.
Alpe Canaveia
Sotto l'alpe del Bech si vedo chiaramente i resti della mulattiera che un tempo saliva qui da Querio; appena sopra di essa si rinviene un'altra traccia di sentiero che, con un lungo traverso in quota, raggiungeva a sx l'alpe Canaveia ( nel l'adiacente vallone di Canaussa) e a  dx  l'alpe Charlemont.   Quando arrivo a punta del Bech è ormai passata la mezza, ed a occhio e croce per arrivare a Cima Carpior ci andrà almeno un'altra ora abbondante, per cui meglio fare tappa qui, mangiare il panino e tornare a valle, senza contare che il mancato raggiungimento della meta prevista è la miglior scusa per tornare a ficcare il naso da queste parti.
Torre Lavina
Il panorama è davvero splendido, dal Monviso alle montagne circostanti. Non sono purtroppo visibili i laghi di Canaussa, la cui conca rimane celata da questo punto di osservazione (  sono invece visibili dalla Cima Carpior) .

Bene, mangiato il panino non resta che prendere la cartina e vedere da che parte effettuare la discesa: ci sono molte possibilità di scelta.

  1. discesa per l'itinerario di salita: no grazie,  ho già dato.
  2. traverso fino a Charlemont e discesa su Querio : no,  allungherei molto il percorso, a quel punto tanto varrebbe andare fino alla Carpior.
  3. discesa diretta su Querio: si potrebbe tentare ma sotto i 1700 m di quota ci sono parecchi salti e di qui non si intravede una via che di sicuro raggiunga il fondovalle senza ulteriori intoppi. No.
  4. discesa dal vallone di Canaussa: il sindaco di Ingria potrebbe disporre un TSO per il sottoscritto e non avrebbe torto. Per il momento è no.
  5. discesa per la dorsale che scende fino al Monte Betassa: già salendo si vedeva che era fattibile, senza contare che dovrebbe farmi risparmiare parecchio tempo. Assolutamente si.
Dorsale verso il monte Betassa
L'aiuto da casa - il solito Carlo - suggerisce e conferma, suggerendomi inoltre, una volta arrivato intorno ai 1300 m di quota  (Pian della Poiana) , di abbandonare la dorsale e scendere sulla borgata Arcavut. Sulla mia cartina il Pian della Poiana non compare, ma grazie all'indicazione della quota, difficile sbagliare.
Camosci pazzi d'amore
Scendo quindi dalla punta e vado ad imboccare l'ampia e panoramica dorsale spartiacque Verdassa - Canaussa; lungo il percorso due camosci pazzi  a più riprese si dirigono verso di me, avvicinandosi ansimanti a pochi metri di distanza per poi fuggire. Stupefacente, anzi no: come mi spiegherà in seguito un amico molto esperto, è un comportamento molto diffuso tra i maschi in amore quello di rincorrere qualunque cosa si muova lungo una cresta od un pendio, salvo poi scappare a gambe levate scoprendo che si tratta del temibile homo sapiens sapiens. Per cui il mio stupore del momento non aveva alcuna ragione di esistere
Torniamo ora all'itinerario di discesa: come già detto in precedenza il toponimo "Pian della Poiana" non compare sulla mia cartina, per cui decido di basarmi sul raggiungimento dell'alpe ( o borgata? ) Bolli , posta sopra ad Arcavut e visibile sulla mia cartografia di giornata. Senza troppe difficoltà arrivo al confine tra la copertura erbacea e quella  arborea, dove si vedono i ruderi di un alpeggio.
Ruderi al limitare del bosco
Masso panoramico.
 Un grosso masso, posto al fondo di quello che doveva essere un signor prato, è il luogo ideale per una piccola sosta "panoramica". Sembra anche il luogo ideale per una postazione di caccia...ed infatti che cosa trovo proprio vicino al masso? Un bell'ometto di pietra: sicuramente segnala qualche passaggio, ma per dove? Tracce di passaggio evidenti non ce ne sono: tocca allora ragionare per decifrare il percorso.  In realtà non c'è neanche da scervellarsi troppo , perchè il l'ometto si trova  sulla sinistra della dorsale, ragion per cui è evidente che non indica di continuare a scendere lungo la dorsale ( altrimenti l'avrebbero costruito in posizione più centrale) e prima del masso, per cui è ovvio che stia ad indicare un bivio verso sinistra, cioè direzione Codebiollo. Ricomincio  quindi a scendere secondo gli ordini dell'uomo di pietra, cercando di traversare in direzione Ingria per accorciare ulteriormente il percorso. Ecco che dopo alcuni metri di discesa inizia a comparire una traccia, che via via si fa più evidente, fino a raggiungere un vasto noccioleto dove si vedono chiaramente qua e là i segni dell'azione di una roncola ed anche sporadici segni rossi. Bingo! Sono su una traccia dei cacciatori: ora è sufficiente non smarrirla e da qualche parte si arriva.
Ed infatti non la smarrisco, grazie ad un pò di intuito e di fortuna nei numerosi punti "dubbi", e dopo aver attraversato un bel bosco di faggi arrivo ai Bolli, dove tra i ruderi vedo nascondersi... una martora!
Dai Bolli in breve arrivo ad Arcavut e quindi a Bettassa, dove trovo due signori intenti a raccogliere castagne lungo la mulattiera. Un salto a visitare la bella chiesetta di Santa Libera e poi di corsa fino alla passerella sul Soana, dove mi aspetta una simpatica risalita fino alla carrozzabile.
Per ingannare la salita provo a contare gli scalini, se non ricordo male sono circa 500 ( sempre che io abbia contato giusto sul momento); raggiunta la provinciale ancora una breve risalita ed arrivo alla macchina. Anche oggi mi sono fatto un bel giretto, non c'è che dire.
La montagna è un pò come la musica jazz: è bello improvvisare, creando nuove melodie, nuove strade. Ma se improvvisi senza criterio, produrrai soltanto stonature: a buon intenditor, poche parole!