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domenica 19 aprile 2015

Escursioni non per tutti 2: Rifugio Blessent da Cussalma per la gola del rio Fo.

E' venerdì sera quando Franco mi scrive : " domani io e Blin andiamo a fare un'esplorazione in zona Curlo, vieni ?" "Non so se riesco, perchè al mattino presto devo andare a ritirare uno sciame d'api a Caluso" "Guarda, se cambi idea scrivimi. Noi partiremo alle 8,00 da Cussalma". 
Effettivamente mi sarebbe dispiaciuto molto non partecipare ad un'escursione in progetto da tempo, almeno da quando gli amici Franco e Blin mi avevano parlato di aver trovato al Curlo un "sentiero" dal tracciato abbastanza ben evidente che si inoltrava sul fianco sx idrografico del vallone dell'Eugio, ma che avevano rinunciato alla salita per la presenza di ghiaccio e neve, che rendevano il percorso pericoloso. 
Puntina quota 1481.
Incuriosito da quella "scoperta", mi era poi venuto in mente che un esperto conoscitore della zona mi aveva spesso parlato di "una roggia più in alto di quella di Montepiano", "un altro passaggio per andare su",  senza però mai specificare bene come e dove trovare questo passaggio, nè dove conducesse.  Così domenica scorsa ero partito, in solitaria, per andare a fare un giro da quelle parti. Salito da Cussalma al Bric di Scialva  ( itinerario già descritto su Gulliver proprio dall'amico Franco ),  sono quindi andato al Curlo dove quasi subito ho trovato il famoso "sentiero", le cui vistose opere murarie di sostegno non lasciavano dubbi: il sentiero  altro non è che la "roggia più in alto".  La percorro quindi senza indugio, ma arrivato ad un certo punto anch'io decido di rinunciare per via della presenza di neve residua e per il fatto di essere da solo: meglio tornare più avanti ed in compagnia, quindi faccio dietrofront e mi accontento di raggiungere l'assolata e panoramica puntina quota 1481. 
Così ieri mattina sono partito di buon mattino per Caluso, con la segreta speranza di riuscire ad unire l'utile al dilettevole, cioè ritirare le api, posarle e raggiungere Franco e Blin in tempo per la partenza. Arrivato a Caluso, telefono per capire bene il luogo del ritiro e, sorpresa, per via di un disguido non ero stato avvertito che lo sciame non era ancora arrivato. Passato l'iniziale momento di delusione penso: "sono da poco passate le 7,00, posso farcela!", ed immediatamente scrivo a Franco di aspettarmi direttamente a Cussalma.
Franco e Blin al Bric di Scialva
Pronti, partenza, via! Da Cussalma (650 m ) saliamo ad attraversare l'Eugio alla passerella di quota 741 m  ( localmente chiamato "punt pera dla gorge" o "dal gorge") ed imbocchiamo la mulattiera che porta alla borgata Trucca 860 m ca , dalla quale parte il sentiero, inizialmente più evidente per poi scomparire quasi del tutto, che porta al Bric di Scialva 1139 m , localmente chiamato "Basetta" o "Bassetta", per via del profilo arrotondato che mostra osservandolo da Cussalma.
Curlo 1275 m
Dal Bric proseguiamo per tracce di sentiero fino alla borgata Curlo 1275 m, dove ci concediamo una breve pausa per fare uno spuntino in vista del prossimo tratto dell'escursione, che sappiamo essere impegnativo. 
Dal Curlo prendiamo quindi il sentiero - roggia. E' un sentiero, è una roggia? L'esperto Blin dissipa immediatamente i nostri dubbi sulla questione: "le rogge avevano comunque bisogno di manutenzione, per cui è normale che molto spesso ad una roggia di questo tipo fosse affiancato, anche solo a tratti, un sentiero". Proseguendo ci rendiamo conto che le cose stanno esattamente così. Si tratta di un percorso davvero avvincente, con tratti molto esposti e che provoca in noi l'ammirazione per l'ingegno umano, che ha saputo ricavare tra cenge e pareti a strapiombo un sistema di canalizzazione dell'acqua ed un sentiero abbastanza agevole per il passaggio dell'uomo, seppur facendo molta attenzione per via dei tratti esposti e degli strapiombi a cui accennavo poco sopra.
La roggia.
Una piccola scalinata
La roggia costeggia la gola
La gola del rio Fo
Arriviamo così ad affacciarci nella profonda gola incisa dal Rio Fo: da qui si vede chiaramente come la roggia la costeggi con un fedele quanto obbligato semicerchio, fino a raggiungere il rio dal quale evidentemente era alimentata. Osservando l'opera dell'uomo da questo punto, oltre all'ammirazione per l'ingegno umano sorge in noi  il profondo rispetto per l'inimmaginabile fatica che il realizzare tutte quelle opere a secco in un luogo così impervio deve aver comportato per gli abitanti del luogo. Inoltre vediamo subito come, una volta superata la gola del rio Fo, ci aspetti una salita mica da ridere su un pendio ripidissimo e che si presenta parecchio roccioso. Percorrendo in parte la roggia (  poichè in alcuni tratti è franata ) ed in parte il sentiero, la cui traccia rimane comunque sempre piuttosto evidente , arriviamo quindi al rio Fo, che dobbiamo attraversare per proseguire la salita. Prima di continuare la descrizione dell'itinerario è doveroso un pensiero, una dedica ad una persona che conosceva questi luoghi come le sue tasche e proprio in questo tratto del percorso, per una disgrazia, è andato avanti. La nostra escursione la dedichiamo alla sua memoria. Comincia quindi il tratto più duro del percorso: dapprima molto roccioso ed a tratti un po' umido, per cui occorre ancora mantenere la massima concentrazione , poi più facile ma sempre ripidissimo, fino ad incrociare la mulattiera che appena più in basso dell'Alpe Pian del Prete ( localmente chiamata "Fo sut" ) attraversa a mezza costa per raggiungere l'alpe Forcetta, ed in particolare le due costruzioni che si trovano nei pressi del colletto 1469 m dove passa la mulattiera che sale da Barelli passando per  Scialva. Questo tratto di salita, dall'attraversamento del rio Fo al Pian del Prete , si svolge in un ambiente davvero selvaggio ed affascinante ( non che prima non lo fosse altrettanto: ma la presenza della roggia e del sentiero, opere dell'uomo, in qualche modo contribuiva a mitigarlo), tanto che mi viene da pensare come fosse possibile la presenza di un luogo così selvaggio e roccioso ad una quota di appena 1400 m.   Arrivati al "Fo sut", l'escursione diventa più facile e da qui fino al Rifugio Blessent si svolge sulla panoramica dorsale pascoliva culminante con il Monte Arzola.  Dalle alpi  "Fo Sut" saliamo direttamente  prima all'alpe Fo Superiore 1745 m , poi   all'alpe Dreja 1816 m  ( dove troviamo un'ottima fontana con una discreta portata) e quindi da questa cominciamo a salire traversando verso destra in direzione del pian Camusol o Chermisù, dal quale in pochi minuti si raggiungono il rifugio e la statua del Redentore 1965 m , lasciando in alto a sinistra l'alpe Force 1980 m.
Attraversato il Rio Fo, ci aspetta una ripida salita.


Mentre saliamo, la dorsale si trasforma in un grande luna park per camosci: camosci, camosci ovunque, in alto,in basso,  a destra , a sinistra. Io ne ho contati almeno una cinquantina e vi assicuro che è una somma per difetto! In lontananza osserviamo anche la folle corsa di un paio di enormi cinghiali, sopra di noi comincia a volteggiare un'aquila, qua e là spuntano marmotte ed il loro richiamo.  Quasi quasi si potrebbe organizzare in zona un bel safari alpino!
Camosci, camosci

Pian Camusol
Consumato il nostro pranzo presso il rifugio Blessent, cominciamo la discesa, che effettueremo per il sentiero normale, cioè passando per il Bric del Fo e scendendo a Barelli lungo la mulattiera. Tocchiamo così l'alpe La Croce  1803 m, il rudere quota 1690 , lasciamo alla nostra sinistra il  Fo inferiore  1672 m, per poi salire un momento  sul Bric a dare un'occhiata al panorama.  Molto bella è anche la "muraglia cinese", come la chiama Franco, cioè il lungo sistema di muri a secco ed ometti di pietra che delimitano il confine sud della dorsale pascoliva, eretti  per evitare che il bestiame al pascolo si recasse nella sottostante zona ( in cui la morfologia del terreno cambia radicalmente diventando un'alternarsi di cenge e strapiombi) mettendo a rischio la propria incolumità. Tale complesso di costruzioni a secco è inoltre la testimonianza del certosino lavoro di spietramento effettuato dai montanari per guadagnare quanti più metri quadri di superficie pascoliva possibile. Se poi pensiamo che l'opera di spietramento, vista la bassa quota  ( ci troviamo qui sotto i 1800 m ) , è stata necessariamente preceduto dall'abbattimento dei boschi  ( con tanto di sradicamento dei ceppi - e chi ha avuto a che fare con la legna sa che cosa vuol dire in termini di tempo e fatica) e\o dello sradicamento dei cespuglieti e delle formazioni arbustive originariamente presenti, l'osservazione degli effetti dell'abbandono e\o sottoutilizzo di queste superfici non può che lasciarci la triste impressione di un immane lavoro fatto da molti in un remoto passato e che noi stiamo sprecando, disprezzando. 
La "grande muraglia".
Per carità, è un bene che molti appezzamenti più o meno piccoli e posti su terreni impervi e sfavorevoli tornino alla naturale evoluzione, ma vedere superfici pascolive così estese e potenzialmente pingui abbandonate all'invasione arbustiva ed al ritorno del bosco è un vero peccato.   Dall'etimologia dei luoghi e dall'osservazione delle zone circostanti  possiamo immaginare che un tempo fossero presenti boschi di faggio e, più in alto, boschi di larice ed abete rosso. Salutati da un capriolo , arriviamo quindi al colletto di quota 1469 m, ormai nel bosco di faggi, dal quale in pochi minuti andiamo a visitare le due vicine costruzioni facenti verosimilmente parte del complesso dell'alpe Forcetta 1438 m , posta pochi metri più in basso sul versante Orco. 
Mmm.. mi hanno visto. Ciao!
Continuando la discesa nella faggeta, ora su buona mulattiera, e scongiurato l'investimento di Blin da parte di un grande cinghiale che,  lanciato a folle corsa , travolgeva tronchi ed arbusti stile Ferrari con ruspa, arriviamo alla borgata Scialva 1201 m. Blin osserva come questa mulattiera, vista la presenza di così numerosi alpeggi più in alto, dovesse letteralmente brulicare di vita almeno fino agli anni 50 del secolo scorso, essere il luogo di un continuo viavai quotidiano tra chi scendeva a valle a portare burro e formaggio a vendere, chi saliva  tornando all'alpeggio e chi scendeva per fare fieno da qualche parte.  Da Scialva la mulattiera continua a scendere decisamente attraverso il bosco di castagni e roverelle fino  a Barelli 885 m,  da cui per la strada asfaltata scendiamo ancora un poco fino a raggiungere la pista carrozzabile per la Trucca, raggiunta la quale riprendiamo il sentiero del mattino facendo ritorno a Cussalma. E' stata davvero una bella avventura, ricca di soddisfazioni, ma non me la sento di consigliarvela. Parafrasando lo slogan del wrestling dedicato alla sicurezza, "don't try this at home", nel senso che se volete salire all'Arzola da Cussalma o da Barelli, passate dalla mulattiera.Dico questo senza alcuna presunzione ma semplicemente animato dalla consapevolezza che per intraprendere certi percorsi, dove spesso il sentiero è un'opinione, in ambiente impervio dove non si può sbagliare percorso a pena di rimanere bloccati in qualche cengia o canale senza saper più nè salire nè scendere, spesso con qualche passaggio non banale qua e là è necessario avere una notevole dimestichezza con percorsi di questo tipo, conoscere bene il territorio ed essere in compagnia di persone esperte. Ed in questo caso, essendo  in compagnia di Franco e Blin, io sono andato sul sicuro! Arrivederci a presto con le "Storie di Montagna! 

mercoledì 15 aprile 2015

Pesto all'aglio orsino delle Tiere

Sul web si trovano numerose ricette, ma a tutte ( o quasi) manca un punto fondamentale, il primo punto: dove e quando raccogliere l'aglio orsino. Con questo pezzo ovvieremo finalmente a questa fastidiosa mancanza. 
Vi ricordate che cosa si era detto nell'ultimo post (quello della ciaspolata al Der del Munt ) ? Si, esatto: in primavera i prati ed i boschi delle Tiere si riempiono di aglio ursino, Allium ursinum L., con il quale si può fare un ottimo pesto. Così ho immediatamente raccolto l'invito dell'amico Carlo ( "domenica pomeriggio vado a raccogliere l'aglio dei boschi" ) e mi sono così aggregato ad una simpatica comitiva che comprendeva addirittura un signore belga ed una coppia valdostana, della Valtournenche. Vi rendete conto? Per raccogliere l'aglio orsino a Locana arriva gente anche dall'estero, e noi che viviamo a due passi dovremmo starcene con le mani in mano ? Oltretutto il grande chef di casa Savoia Guidobaldo Carli del Sasso, che seguiva la corte sabauda in quel di Ceresole Reale ( To), nel suo celebre "Ricettario del pastorello  sorridente " ( dato alle stampe nel 1848 ) , citava espressamente l'aglio delle Tiere di Locana come il "migliore" presente nel Regno di Sardegna.
Raggiungo quindi in auto le Praie, frazione del comune di Locana ( To) posta sulla destra idrografica del torrente Orco e, lasciata l'auto nei pressi di una piccola piazzetta, imbocco la mulattiera che tosto attraversa il rio Fassabella su una passerella di ferro e sale con numerose svolte fino alla borgata Tiere 817 m , raggiungibile in mezz'oretta di piacevole cammino tra i boschi. 
La salita è allietata dalla presenza di numerosi bei fiori primaverili: pulmonarie, ranuncoli , sassifraghe, primule. cardamini, epatiche...
Pulmonaria officinalis

Ranunculus ficaria



Saxifraga cuneifolia

Primula vulgaris

Primula veris

Cardamine heptaphilla


Ma, soprattutto, i prati ed i boschi delle vicinanze sono pieni di foglione verdi: sembra quasi un mare d'aglio ( ursino), non ancora fiorito ! Direi che abbiamo pienamente azzeccato tempo e luogo!

Alle Tiere, distese di aglio orsino

Ciascuno estrae dunque ora il suo coltellino e si comincia la raccolta. L'amico Carlo mi spiega immediatamente un trucco per raccogliere più agevolmente la maggior parte della pianta (l'aglio orsino è infatti interamente commestibile ed utilizzabile per la nostra ricetta, con un sentore di aglio man mano più forte , dalle foglie scendendo fino al bulbo): raccoglierla sotto copertura boschiva. Il terreno è qui infatti più soffice e meno compattato e la pianta può essere estratta praticamente senza rimasugli di terra o quasi, il che agevolerà notevolmente le successive operazioni di lavaggio. 

Aglio orsino fiorito

Riempiti i nostri cestini , torniamo alle auto e l'allegra comitiva  dei raccoglitori si divide e ciascuno torna a casa per  cominciare a lavorare alla ricetta: io ho preso spunto dalla ricetta dello  chef sabaudo Guidobaldo Carli del Sasso, del cui ricettario mi pregio di avere una copia, originale autografa, in biblioteca, permettendomi di modificarla con alcune integrazioni. 
Oltrechè come condimento, il pesto di aglio orsino è anche ottimo per le bruschette e da mangiare spalmato sul pane con un pò di burro.
Ps: se proprio non volete venire alle Tiere, cercate l'aglio ursino in " boschi di latifoglie, luoghi ombrosi ed umidi, e particolarmente nelle vallecole umide in colonie numerose su terreni fertili e ricchi di humus, dal piano fino alla fascia submontanda, da 0 a 1500 mt" ( http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/viewtopic.php?t=358 ) , preferendo quindi i versanti con esposizione nord nel periodo aprile - maggio. Il risultato sarà comunque ottimo! 

PESTO ALL'AGLIO ORSINO DELLE TIERE

Ingredienti :

Aglio orsino delle Tiere
Olio di oliva
Frutta secca ( noci, mandorle, pinoli)
1 cucchiaino di sale fino

Procedimento :

1) Andate alle Tiere in primavera e raccogliere l'aglio orsino. Se desiderate ottenere un pesto meno forte, raccogliete più parti fogliose e meno fusti; se invece volete un condimento più forte cercate di raccogliere anche la maggior parte dei fusti od addirittura i bulbi.  Per una buona conservazione del raccolto fino a casa utilizzare cesti di vimini o buste di carta. 

2) Selezionate l'aglio e lavatelo in acqua fredda corrente al fine di rimuovere ogni residuo di terra e\o di altri vegetali raccolti accidentalmente. Lasciate quindi scolare per tutta la notte. 

3) Utilizzando uno scolainsalate, completare l'asciugamento dell'aglio. E' consigliabile fin d'ora separare foglie e fusti, spezzando eventualmente quelli molto lunghi. 

4) Utilizzando un frullatore a bicchiere, mettete nel bicchiere la frutta secca nelle proporzioni preferite, riempite di olio fino a coprire le lame e mettete un cucchiaino di sale fino.

5) Cominciate quindi a frullare l'aglio, aggiungendolo via via fino alla capacità massima del frullatore. Ne deve risultare un composto omogeneo.



6) Versate il pesto così ottenuto in un vasetto di vetro  per sott'oli e conserve, senza riempirlo. Aggiungetegli quindi sopra altro olio d'oliva sino a colmarlo. Il vostro pesto è pronto per l'utilizzo e la conservazione, in cantina fresca o frigorifero. 


martedì 27 gennaio 2015

Escursioni non per tutti 1 : ciaspolata al Der del Munt.

"E così optai per la montagna... e così un giorno  uscii da casa, me ne andai alle Praie e con Franco e Michele partii per il Der del Munt. Che cosa andassimo a fare lassù non l'ho mai capito. Quella mattina ho fatto di tutto: sono caduto, ho sudato,  fotografato cervi... sono stato preso a palle di neve dagli alberi".
Non so perchè per cominciare questo pezzo ho scelto di parafrasare il mitico arch. Manuel Fantoni (http://www.manuelfantoni.it/ ), personaggio di culto del celebre film del 1982 di Carlo Verdone "Borotalco"  https://www.youtube.com/watch?v=6Q8pEcBH2uU: comunque sia, una volta giunti alle Praie, frazione del comune di Locana posta sulla dx idrografica del torrente Orco,  e lasciata l'auto nei pressi di una piccola piazzetta, si attraversa il rio Fassabella su una passerella di ferro e comincia il nostro itinerario.
Praie vista dall'alto
In questa prima parte del percorso le ciaspole le portiamo a spalle: non c'è molta neve, per cui scarponi e ghette sono più che sufficienti per la progressione. Su buona mulattiera arriviamo alla borgata Tiere, località un tempo abitata tutto l'anno, dove recentemente una baita è stata ristrutturata. Osservando bene il luogo si intuisce come un tempo dovesse essere un vero e proprio giardino. In primavera i prati delle Tiere si riempiono di  aglio orsino, Allium ursinum L., con il quale si può fare un ottimo pesto. 
Tiere
Oltrepassate le Tiere la mulattiera raggiunge le località  Verdeis e quindi Fassabella di Praie, per poi uscire dal bosco di faggi negli ampi        prati\pascoli di Fassabella, alpeggio caratterizzato dalla presenza di numerose costruzioni, a testimonianza del fatto che questi terreni un tempo erano utilizzati da più nuclei di proprietari\affittuari. 
I prati di Fassabella in estate
Uno dei gruppi di costruzioni di Fassabella
Finalmente si calzano le ciaspole!
Queste medie montagne, "mese muntagne"  come le chiamiamo qui, erano un tempo utilizzate non solo per il pascolo dei pochi bovini che ciascun nucleo famigliare possedeva: durante la stagione estiva, quando molte famiglie tenevano con sè solo una vacca giusto per avere il latte ed affidavano le altre ai margari ( che le conducevano in alpeggio pagando una sorta di affitto, pagato a volte  in denaro, a volte  in burro e formaggio) ,  in questi terreni  si faceva il fieno per avere di che alimentare le vacche durante l'inverno.  L'importanza dell'alpe Fassabella è dimostrata dal fatto che essa è servita da ben due mulattiere:una con partenza da Praie, oggetto del nostro percorso, ed una che parte da Chironio superiore. Il passato utilizzo a prato sfalciato e concimato di questo terreno è ben evidente in estate, quando le spighe di phleum pratense,"la coda di topo" ,dominano la verdeggiante scena. Ora c'è abbastanza neve e possiamo finalmente calzare le ciaspole. Oltrepassate le costruzioni di Fassabella continuiamo il percorso, ora su traccia di sentiero, che ci porta a raggiungere la dorsale spartiacque Fassabella\Vallungo,  dove comincia il bosco di conifere. Ed ecco che, meraviglia,  un bagliore illumina il monte Cimeron. Ma cosa sono? Nuvole, piante o che altro ? Sono piante! E' uno spettacolo magnifico ai nostri occhi!
Il sole si affaccia dal Cimeron
Man mano che proseguiamo la progressione si fa più faticosa: aumenta la neve ed aumenta anche la pendenza del terreno: il tratto nel bosco è davvero duro, ma noi siamo fortunati perchè davanti abbiamo Franco che ci fa la traccia e sulla neve va come un treno.
Tronchi sciabolati 
Ogni tanto qualche ramo di abete decide di scaricare benevolmente su di me il suo carico di neve fresca, ed è in quest'ultimo tratto, dove le nostre menti si concentrano maggiormente sullo sforzo fisico, che ci rendiamo conto della perfetta solitudine in cui ci muoviamo: ed il nostro pensiero va alla dorsale della Cialma, che come ogni fine settimana innevato sarà popolata dalla solita processione di ciaspolatori e sci-alpinisti provenienti da ogni dove per mantenersi in forma e godersi il panorama. Da parte nostra però non c'è nessuna invidia: preferiamo di gran lunga trovarci qui, in questo posto poco frequentato, ad ammirare la forza della neve, così soffice ed al tempo stesso così forte da modellare i tronchi degli alberi.
Sul der, in vetta!
Ormai siamo vicini alla meta: il bosco si apre nuovamente e possiamo ammirare panorami bellissimi, dal gruppo del Gran Paradiso, al Moncimour, al Colombo e fino alla Quinzeina da una parte, dal Tovo fino a Cima Mares dall'altra: che spettacolo!
Il Granpa visto dal Der del Munt
Cervi !
Ed infine ecco che arriviamo in vetta: il nome "Der del Munt" è pienamente giustificato: in cima a questa verde montagna c'è un grosso der, sul quale noi dobbiamo salire per conquistare la "vetta", sempre sotto lo sguardo benevolo del monte Cimeron.
Fassabella
Dalla vetta il panorama si amplia ulteriormente... Poi Michele tira fuori il binocolo, scandaglia l'orizzonte... ed ecco che alla nostra sinistra, lungo il rio del Lupo, possiamo osservare numerosi cervi, femmine e maschi dai palchi bellissimi.Io ne approfitto per testare lo zoom della macchina fotografica, con alterni risultati: diciamo che devo ancora affinare le mie capacità di fotoreporter dilettante.
Dopo aver goduto per bene del panorama e dell'osservazione della fauna selvatica, riprendiamo la discesa. Un ultimo saluto alla prima baita di Fassabella, ancora utilizzata fino a pochi anni fa da un pastore di Chironio , a Fassabella dle Praie  via le ciaspole ed in breve eccoci di ritorno alle auto, ancora in tempo per pranzare a casa: è' stata davvero un'escursione molto appagante e fatta in ottima compagnia. Ed anche per voi, cari amici che avete letto le mie umili righe sin qui,è giunto il tempo del commiato. Non vi tedierò con inutili inviti a provare questo itinerario ( tanto non lo farete mai): voi continuate pure ad andare alla Cialma. I cervi del rio del Lupo non sentiranno di certo la vostra mancanza!



martedì 2 dicembre 2014

Vita di montagna e socialità: una "cunta" dla val...

Da sempre il ritmo della vita rurale viene scandito dall'orologio delle stagioni e delle condizioni meteorologiche: pioggia, vento, sole, temperature,  giornate più o meno lunghe determinano il calendario dei lavori nei boschi, nei campi, nei prati e nei pascoli. Non faceva quindi eccezione la dura vita di chi svolgeva tali attività nelle zone di montagna, quell'eterna lotta per ottenere da un piccolo fazzoletto di terra il necessario per sopravvivere, per sè e per la propria famiglia. 
Il tema del "tempo libero" non era dunque, per usare un eufemismo, molto "sentito": eppure un minimo di tempo di riposo e socialità era essenziale riuscire a ritagliarselo anche allora, per rinfrancare il corpo, la mente e lo spirito dalle dure fatiche giornaliere. 
In quel di Locana, con le sue numerose frazioni abitate tutto l'anno ed ubicate spesso anche a notevoli distanze dalla "Villa", cioè dal nucleo centrale del paese, i principali momenti di socialità erano sostanzialmente quattro : la sera dopo cena,  il mercoledì (giorno di mercato) , il sabato sera ( soprattutto  per i giovani) , la domenica mattina con la messa. 
In questo post voglio analizzare la prima tipologia di socialità: la sera dopo cena. 
La sera dopo cena, nelle modeste abitazioni rurali delle borgate, non erano presenti radio, televisioni, computer, internet: allora una o più famiglie si radunavano davanti al camino o nella stalla, al caldo, e si raccontavano storie e leggende, "le cunte" per l'appunto. Questi racconti, che avevano una spiccata funzione educativa per i bambini, costituivano un passatempo anche per gli adulti: gli argomenti trattati variavano dalla narrazione di vicende ed episodi legati alla vita ed alla storia famigliare a racconti di streghe, folletti, spiriti maligni, che venivano così tramandati, per via orale, di generazione in generazione. Tali racconti, a differenza delle "fiabe" e delle "leggende", non rimandavano a luoghi esotici od immaginari, ma si svolgevano interamente in luoghi reali e conosciuti, più o meno vicini al luogo di abitazione.
Esaurita questa premessa, non credo ci sia nulla di meglio che riportare una cunta "dla val", che spesso raccontava mia nonna paterna, sperando che la memoria mi non tradisca troppo e che la parola scritta riesca a trasmettervi parte delle emozioni che il racconto orale e la comunicazione non verbale, perfezionati da anni e anni di pratica, erano in grado di dare a me da bambino. Nello scriverla cerchrò il più possibile di rimanere fedele alla versione orale, benchè tradotta in italiano, mantendendo fede al suo linguaggio essenziale ma efficace.  Un'ultima cosa: a Locana "la val" comprende tutte le frazioni da Fornolosa in poi fino al confine con il comune di Noasca, dove viene parlato anche un dialetto completamente diverso rispetto a quello di Locana e della altre frazioni, più simile alle parlate francoprovenzali ed in particolare alla "parlata" di Noasca. Il racconto che segue è proprio ambientato in quelle frazioni.

"Vivevano una volta a Piada [1] due fratelli, che d'estate salivano con le bestie ai Giua[2]. Dall'alpeggio scendevano una volta a settimana, a turno, al mercato di Locana per portare il burro e le tome a vendere e tornavano a sera. Un mercoledì mattina  uno dei due fratelli, a cui toccava scendere al mercato, disse all'altro: "questo pomeriggio passando da casa a Piada mi fermo a vedere se tutto è in ordine ed a tagliare un pò d'erba, torno poi su domani mattina appena fa luce".
"Benissimo"-  rispose l'altro - " per un giorno ce la faccio anche da solo con le bestie".
Quindi i due fratelli ebbero finito di caricare il mulo con le tome ed il burro, si salutarono e quello che scendeva disse all'altro: "mi raccomando, siccome sei da solo non rimanere fuori di notte, sai che il prete a messa ha detto che di notte ci sono gli spiriti maligni, non si sa mai! Appena scende la sera chiuditi in casa e non aprire a nessuno, per nessun motivo!"
" Spiriti maligni? Ma va' , sono tutte storie e poi io non ho mica paura !".
Partito per il mercato il fratello, quello rimasto sull'alpe fece tutti i lavori: munse le vacche, le capre e le pecore, le portò al pascolo in un pezzo vicino e quindi tornò per pulire la stalla e fare il burro ed i formaggi. Finiti questi lavori vide che la legna da bruciare era quasi finita, solo che non era proprio la giornata giusta per mettersi a fare quel lavoro dato che era da solo e doveva portare le bestie più in alto, visto che era una bella giornata: avrebbe cercato di tornare un pò prima per scendere più in baso a tagliare un pò di codre[3].  Si mise quindi un pezzo di pane vecchio ed un pezzo di toma nel sacco, prese le bestie e si incominciò verso "l'nghiairi" [4]. A mezzogiorno, come usavano fare lui e suo fratello, immerse il pezzo di pane secco nel piccolo ruscello e, accompagnandolo con il pezzo di toma, consumò il proprio pranzo. Non passò molto tempo che, vuoi per il caldo, vuoi per la stanchezza, si addormentò, svegliandosi soltanto a pomeriggio inoltrato. Dato uno sguardo al sole capì che se voleva fare un po’ di legna era meglio tornare giù subito, in fin dei conti oggi le bestie avevano mangiato  bene e così fece più presto che poteva contato che aveva assieme le bestie.
Messe le bestie nella stalla e finito di mungere, prese la roncola e scese giù di corsa a tagliare un po’ di codre, ne fece un grosso fascio e se lo mise a spalle: tornò su che era carico peggio di un mulo, quando ormai cominciava a fare notte. Nonostante la stanchezza e lo stomaco che protestava perché era poi già ora di mangiare, decise di fare ancora a pezzi i piccoli tronchi: “così domani ho un lavoro in meno, tanto ormai ho solo più da mangiare qualcosa e mettermi a dormire che non ce la faccio più”. Così portò fuori dalla casa la candela ed andò avanti con la roncola per una buona mezz’ora. Finito il lavoro si chiuse in casa, sprangò la porta e mise a scaldare l’acqua per farsi appena di minestra, non aveva granchè da metterci dentro ma il burro per condirla non mancava, e neanche il formaggio per accompagnarla.
Stava ormai per mettersi sul paglione quando sentì un colpo fortissimo, la porta che veniva scossa con forza sovrumana ed una voce tremenda che urlava: “Apri la porta, o ti ammazzo. Apri la porta o ti butto giù la casa”.
Il poverino rispose: “chi sei? Cosa vuoi? Mi dispiace ma io non apro di notte agli sconosciuti!”.
Da fuori continuavano a battere sulla porta, a scuoterla ed ad urlare: “Apri la porta, o ti ammazzo. Apri la porta o ti butto giù la casa”.
Quando vide muoversi anche le lose del tetto, alla fine terrorizzato aprì la porta e si trovò davanti a sé una specie di diavolo, alto, enorme e rosso come il fuoco che gli disse: “Perché non credi agli spiriti maligni?Perchè sei rimasto fuori a lavorare di notte? Non lo sai che è pericoloso" ? .
Lui rispose a mezza voce, piangendo per la disperazione: “avevo bisogno di fare legna…si è fatto tardi…”.
A questo punto lo spirito maligno disse: “brucia la legna, se no brucio te!”
Il povero pastore rimase pietrificato. “Brucia la legna, se no brucio te!”. Ripresosi dallo spavento cominciò a bruciare tutta la legna rimasta nella stufa, mentre lo spirito maligno incessante continuava ad urlare: “brucia la legna, se no brucio te!”. La cosa andò avanti fin quasi all’alba, quando lo spirito maligno disse: “per questa volta non ti ammazzo. Ma ricordati che gli spiriti maligni esistono”e scomparve di colpo. L’uomo era  talmente sconvolto per la paura e per la stanchezza che tremava tutto e non riusciva quasi più a muoversi od a parlare. Poco dopo che era venuta la luce, fece ritorno il fratello andato al mercato che, vedendolo in quello stato, gli chiese: “ ma che cosa ti è successo”? .  L’altro gli raccontò per filo e per segno tutto quello che era accaduto durante la notte ed il fratello lo rimproverò :” ecco! Io ti avevo avvertito! La prossima volta che rimani da solo fai più attenzione!”.
Ed è per questo che, alla fine di ogni messa, il prete dice: “Jesus defendit spirit maligni”.

Spero che la "cunta" sia stata di vostro gradimento. A presto con le Storie di Montagna.






[1] Borgata sopra a Fey, nel comune di Locana, posta tra Mesonette e Meinardi.
[2] Importante alpeggio nei cui pressi  si trova il casotto dei guardaparco del Parco Nazionale del Gran Paradiso delle Fontane Fredde.
[3] Noccioli nella parlata “dla val”
[4] Zona denominata “Langiosser” sulle cartine, con omonimo rio affluente del torrente Piantonetto



lunedì 1 dicembre 2014

Quale colonna sonora per uno slideshow?

Scegliere la "giusta" colonna sonora per uno slideshow non è sempre così facile: a volte hai già in mente il brano musicale da inserire, a volte no. 
In prima battuta avevo pensato di inserire "Mayden Voyage", pezzo di Herbie Hancock nella versione dei Toto, tratto dall'album "Through the looking glass" uscito nel 2002: sonorità  "calde" con pianoforti elettrici, chitarre "liquide" .
 
https://www.youtube.com/watch?v=E2NkBYNc5Rg

Indubbiamente un bel brano, ma un pò troppo lungo ( 7:33) e poi forse per delle foto di montagna meglio qualcosa di più "ambient", più "onirico", perfino "epico".  Mi sono venuti in  mente i francesi Air, ma scorrendo la loro discografia non ho trovato un pezzo che mi soddisfasse in pieno: grandi atmosfere, ma senza quel pathos un pò epico che andavo cercando.

https://www.youtube.com/watch?v=9fmMK0lfv80

Allora sono andato sul classico dei classici: sua maestà Jean Michel Jarre, "le roi des synthetiseurs". Ed Oxygene VII era proprio il pezzo che faceva al caso mio. Ecco il risultato: buona visione e buon ascolto.

https://www.youtube.com/watch?v=Y7u-2-HTntc

E' vero, è l'ennesimo slideshow, ma, dico, potete rilassarvi per 3:54 e sognare ad occhi aperti?

giovedì 13 novembre 2014

La valle più bella del mondo.

La più bella valle del mondo? E' circondata da cime di scarso interesse alpinistico ( non ci sono 4000, non ci sono pareti con passaggi da 9b+ , non ci sono da affrontare ripidi e crepacciati ghiacciai); è completamente disabitata, benchè il suo gradiente altimetrico spazi dai 640 ai 3270 m di quota;  non ci si possono organizzare trail con 20000 m di dislivello al giorno su 300 km perchè i sentieri o non ci sono o sono in pessime condizioni ( dura andar su con le scarpette da ballo!). 
Ci troviamo di fronte a quella che è a tutti gli effetti una valle "slow", un luogo per intenditori  ove riaffermare una sorta di "diritto all'ozio": andare in montagna per il semplice gusto di andarci, da soli od in compagnia (  pochi ma buoni), non a caccia di record sportivi ma alla ricerca del proprio "ben essere". Vogliamo approfondire la questione? 
Partiamo allora dal fondo, che in questo caso sono le cime. Da fondo a valle. Che ve ne pare di questo campo da calcio a 3100 m di quota circa, con le sue spettacolari forme dovute all'esarazione glaciale denominate "patterned ground" ?
Scendendo più a valle incontreremo rocce montonate, splendidi laghi glaciali ed alpeggi solitari...



Anche in questi luoghi selvaggi può capitare, in estate, di fare incontri più "famigliari" e, soprendentemente , tracce di azioni dell'uomo discretamente impattanti quanto ancor oggi  redditizie:


Fino agli anni 50 del secolo scorso l'uomo è riuscito a ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza: c'erano perfino una piccola chiesa ed una scuola elementare con due sedi, manufatti nascosti dal verde di fitti boschi. Come scriveva Sartre ne "La Nausea": "la Vegetazione ha strisciato per chilometri verso le città. Attende. Quando la città sarà morta essa l'invaderà, s'arrampicherà sulle pietre, le imprigionerà, le rovisterà, le farà scoppiare con le sue lunghe pinze nere, ne accecherà i buchi e lascerà pendere dappertutto delle zampe verdi. Bisogna restare nelle città fintanto che son vive, non bisogna penetrare da soli in questa grande chioma che è alle loro porte: bisogna lasciarla ondeggiare e crollare senza testimoni.". 

Pare che le cose siano andate proprio così: il progresso ha sconfitto le piccole economie di sussistenza montane, nessuno ha scelto di rimanere a vivere in una borgata morta.




Però la Vegetazione ha vinto, e questo è un pensiero confortante, specialmente quando i boschi si accendono con i colori dell'autunno, regalando emozioni.


Ancora più in basso si trovano i "castlet", di cui abbiamo già parlato nel maggio di quest'anno...


Le profonde gole della parte bassa della "valle più bella del mondo" celano splendide perle di oro blu, dove ( molto raramente per la verità) è possibile incontrare qualche appassionato di canyoning intento a fare tuffi, calate e scivolate lungo i "toboga" naturali.
Insomma, volevo raccontarvi una "storia"ma è venuto fuori   un fotoromanzo. Penso che abbiate ormai tutti capito di quale valle sto parlando, ma nel caso non l'aveste intuito ve lo scrivo qui di seguito: è la valle dell'Eugio, in provincia di Torino. Se invece è il giudizio estetico che non condividete, vi rispondo con l'antico adagio: "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace" e, incurante del vostro disaccordo, vi lascio con la citazione di un ex-ministro dall'inglese scintillante: "visit our site, but please visit Eugio valley". 
A presto con le storie.