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venerdì 9 novembre 2018

I grandi classici - Uja di Ciamarella dal Pian della Mussa

Premessa

- "Tu sei allenato,   puoi farcela anche in giornata. Noi andiamo a dormire al rifugio Gastaldi, ci vediamo là al mattino. A che ora sarà meglio partire dal rifugio ? " 
-" Meglio partire all'alba, così siamo più sicuri che il tempo rimanga stabile".
-"Quindi alle 6,30 ? "
-"Ok, alle 6,30 al rifugio Gastaldi".

Salendo verso la Ciamarella ...
E così io ed Elisabetta fissiamo l'orario del ritrovo alle 2 in piazza a Locana. Tra tornare da lavoro, una riunione in serata e la preparazione dello zaino, mi va ancora bene : riesco a dormire un'ora.  Molti dicono che dormire un'ora serve a poco, ed invece serve moltissimo, specie se devi guidare ed evitare colpi di sonno!
Fortunatamente anche la strada aiuta, nel senso che salendo da Corio lungo la val Malone e  raggiungendo le valli di Lanzo dal colle della Forcola il percorso è vario e facilita il mantenimento della veglia; poco prima delle 4 giungiamo al Pian della Mussa, dove lasciamo l'auto...
Io sarò anche allenato, ma dal Pian della Mussa all'Uja di Ciamarella sono 1871 m di dislivello ( e forse anche qualcuno in più, visto che devo passare dal Rifugio Gastaldi) , e farli in giornata potendo riposare poco significa che quantomeno sarò un pò stanco quando tornerò a casa.
Però  la Ciamarella è la Ciamarella: con in suoi 3676 m è la montagna più alta delle valli di Lanzo ed una delle sue cime più frequentate, poichè presenta difficoltà contenute , ed è da tempo che desideravo andarci!

Dal Pian della Mussa al rifugio Gastaldi

Ladri di montagne, salgono di notte..
Devo ammetterlo: non ero mai stato prima al Pian della Mussa! In Val d'Ala mi ero fermato più in basso, a Mondrone, per salire alla punta del Rous
Sono più o meno le 4 quando cominciamo a camminare con la pila frontale ; fortunatamente il sentiero per il rifugio Gastaldi è largo, battuto e ben segnalato, ragion per cui non corriamo certo il pericolo di perderci.
Saliamo con calma e senza fretta, consapevoli che la nostra meta di giornata è ancora ben lontana; visitare per la prima volta una zona di notte mi dà quasi l'impressione di essere un ladro, di essere una persona costretta a sfruttare gli orari più impensabili per recarsi in montagna,  perdendo in questo modo la possibilità di osservare con calma il paesaggio ( come piace a me) . In realtà avrò a disposizione tutto il viaggio di ritorno per farlo, senza contare il fatto che osservare la nascita del giorno ad alta quota è uno spettacolo al quale non si assiste così frequentemente e quindi ho poco da lamentarmi!
Salendo con la pila frontale

Lasciato a destra il bivio per  Pian Gias , affrontiamo gli ultimi tornanti in salita ed alle 6:30 spaccate siamo al rifugio Gastaldi 2659 m, nella splendida conca del Crot del Ciaussinè , dominata dalle imponenti pareti della Bessanese . A dispetto del cartello "rifugio chiuso" visto al Pian della Mussa, il rifugio è ancora gestito (e piuttosto frequentato direi) anche in settimana (oggi  è martedì 11 )  a settembre. Fantastico !

Il rifugio Gastaldi al Crot del Ciaussinè

Al rifugio io ed Elisabetta decidiamo di soffermarci ancora il tempo necessario a consumare una colazione calda, approfittando del fatto  che hanno già incominciato a servirla ; qui troviamo , già pronti a partire, i nostri due compagni d'avventura:  Vito   e CesareAlla faccia dell'allenamento : quando spieghiamo a Cesare quanto tempo abbiamo impiegato a salire al rifugio, quasi non ci crede (  non è certo un tempo olimpico) , ma anche lui deve convenire con noi che le energie è meglio risparmiarle per la parte alta del percorso.
Quasi quasi mi viene voglia di fare appello alla mancanza di sonno, non fosse che  Vito oggi purtroppo non è al massimo della forma: niente di grave, ma sicuramente fare la Ciamarella in giornata dormendo poco è meglio.

Dal rifugio Gastaldi al ghiacciaio di Ciamarella

La Bessanese 
Dal rifugio Gastaldi prendiamo il sentiero che con un traverso in quota va a ricongiungersi con quello diretto al Pian Gias  e  mentre sulla val d'Ala comincia ad albeggiare, possiamo cominciare ad rimirare la nostra meta, l'Uja di Ciamarella. Per me è tutto nuovo, è tutto meraviglioso: mi sento felice come un bambino di fronte ai regali di Natale!
Vito è molto determinato, nonostante il piccolo disturbo, e stringe i denti; è costretto a fare qualche pausa in più, a faticare più del solito, ma man mano che saliamo le sue condizioni migliorano: mai sottovalutare il potere curativo di una bella giornata in montagna !
Si fa giorno sulla val d'Ala
Al Pian Gias, come ci spiega Vito,  grande conoscitore delle valli di Lanzo, era tutto ghiacciaio fino ad alcuni decenni fa, e  ciò che più preoccupa di questo fenomeno del ritiro dei ghiacciai alpini è  la sua sconvolgente rapidità, così come è rapido, stando a numerosi dati, il fenomeno del riscaldamento globale.  La storia della Terra è scandita da mutamenti climatici impressionanti : pensiamo soltanto alle glaciazioni od al prosciugamento del mar Mediterraneo , avvenuto tra i 5 ed i 6 milioni di anni fa, secondo alcuni  a causa della chiusura dello stretto di Gibilterra, secondo altri  a causa di un'imponente glaciazione che fece estendere le calotte polari sino a determinare un drastico abbassamento del livello del Mediterraneo;  anche la piccola era glaciale ,seguita all'optimum climatico romano-medioevale ( durante il quale secondo alcuni studiosi la temperatura media della Terra era più elevata rispetto ad oggi di addirittura due gradi centigradi)  e terminata a metà del XIX secolo ebbe ripercussioni notevoli sulla vita umana.
A destra l'Uja di Ciamarella, la nostra meta. Alla sua sinistra la piccola Ciamarella e la punta Chalanson
Ma in nessuna di queste epoche, a giudizio della maggior parte degli studiosi, i cambiamenti climatici furono così rapidi come nella nostra: di qui il rilevante peso attribuito all'attività antropica nel determinarli e le preoccupazioni circa i nostri modelli di produzione e sviluppo.
Di fatto il pian Gias oggi altro non è che una lunga distesa morenica in direzione del passo del Collerin , un tempo presumibilmente occupato dal ghiacciaio Collerin.
I due laghetti di origine glaciale situati nei pressi del ghiacciaio di Ciamarella
Salendo su ottima traccia  lungo le estese morene ,  giungiamo nei pressi di due bei laghetti di origine glaciale ; superando un'ultima bastionata rocciosa,  arriviamo infine al ghiacciaio della Ciamarella, il cui fronte è posto ad una quota di 3150 m circa.
Calzati i ramponi, cominciamo a percorrerne la superficie  quasi pianeggiante , compiendo un semicerchio verso destra in direzione del detritico versante sud-ovest  della Ciamarella.
Percorrendo il ghiacciaio di Ciamarella: da sx verso dx Croce Rossa, punta d'Arnas, punta Maria, Bessanese, pointe Charbonnel
Come mi aveva spiegato l'amico Paolo Ferrando , altro grande esperto della zona,  il ghiacciaio non presentava difficoltà particolari, salvo dei piccoli crepacci agevolmente superabili data la loro esigua larghezza; il tratto finale dell'ascensione poi, si svolgeva praticamente su sfasciumi non particolarmente instabili .
Giunti in vista della traccia, abbandoniamo il ghiacciaio e togliamo i ramponi. Per quanto tempo li avremo usati ? Poco o tanto, un ghiacciaio è sempre un ghiacciaio e va affrontato con le dovute precauzioni.

La salita finale 

La traccia ora risale  ripidamente il detritico versante sud-ovest  fin quasi in cresta , per poi svoltare a sinistra e raggiungere con un traverso in salita la cresta ovest, sempre con percorso molto evidente.
Traverso verso sx


Man mano che saliamo il panorama si fa sempre più spettacolare, fino ad "esplodere" al raggiungimento della cresta,  raggiunta la quale, nelle condizioni da noi trovate, si presentavano due possibilità:  percorrere un nevaio abbastanza ripido fin sulla vetta oppure proseguire per una cresta rocciosa.
Noi optiamo per la cresta rocciosa
Noi optiamo per la cresta, anche perchè per ottimizzare il peso degli zaini i ramponi li avevamo lasciati a fine ghiacciaio . Si tratta di un percorso  elementare e mai obbligato (  qualche volta c'è da mettere le mani...) , che in breve ci porta in vetta.


In vetta 
E' comunque doveroso specificare che l'aggettivo  "elementare" non significa certo banale o da sottovalutare , essendo riferito ad un terreno sostanzialmente alpinistico: nonostante le tracce di passaggio  presenti, è comunque richiesta una buona pratica di montagna per scegliere al meglio  i passaggi anche in condizioni normali. Figuriamoci in condizioni più difficili con presenza di neve e\o ghiaccio o scarsa visibilità!
Ma torniamo ora al grandioso panorama! Ecco, in direzione nord-est le Levanne con ai loro piedi il  Glacier de les sources de l'Arc e  dietro  la Grivola ed il Gran Paradiso ; in fondo a destra spunta il Cervino, la "Gran Becca" e in fondo a sinistra il massiccio del Gran Combin.
Panorama verso nord-est ( Levanne, Grivola, Gran Paradiso etc ) 
Guardando ancora più a est, ecco che spunta anche il massiccio del Monte Rosa...

Ecco il Rosa...


Guardando invece in direzione nord-ovest, ecco il massiccio del Monte Bianco...
ed il Bianco
In direzione sud-ovest, ancora uno sguardo alle vicine cime della testata delle valli di Lanzo...
Da sx verso dx Croce Rossa, punta Arnas e Bessanese
Dietro la Bessanese, ecco uno sguardo alle montagne interamente francesi ( a cui non so dare  ahimè alcun nome, salvo la punta Charbonnel ) ; in primo piano, a destra del ghiacciaio della Bessanese, ecco i denti ed il passo del Collerin...
Oltre la Bessanese ( a sx)  ecco le montagne interamente su suolo francese ( in evidenza la pointe Charbonnel) ; a dx della Bessanese, Denti e Passo del Collerin
Anche la visione d'insieme del ghiacciaio di Ciamarella appena attraversato è degna di nota...
Uno sguardo verso il ghiacciaio di Ciamarella appena attraversato
Particolarmente attrattivi risultano per me poi gli stretti canali che strapiombano sul ghiacciaio dell'Albaron di Sea   - ma non vorrei sbagliarmi, sono della valle Orco  . E se sbaglio per piacere correggetemi !
I ripidi canali che strapiombano sul ghiacciaio dell'Albaron di Sea ( od almeno credo) 


Ritorno al Pian della Mussa

Sotto un sole caldo e splendente ( come avrete intuito dalle foto precedenti, le condizioni meteorologiche erano perfette) cominciamo la lunga discesa in tutta calma.  
Ritrovati e ricalzati i ramponi, in un attimo riattraversiamo il ghiacciaio di Ciamarella; nei pressi dei laghetti glaciali ad esso sottostanti , una sosta contemplativa è d'obbligo. Una sottile nube arriva a rendere più affascinante e misterioso il paesaggio...
Laghetto di origine glaciale
Una volta superate le bastionate rocciose che sostengono il complesso glaciale, ecco che comincia la lunga discesa tra gli sfasciumi in direzione del Pian Gias.
La lunga discesa verso il Pian Gias
I torrenti glaciali, complici anche le elevate temperature, mostrano portate di tutto rispetto: fortunatamente al Pian Gias un ponticello in legno facilita l'attraversamento.
Gli impetuosi torrenti glaciali...

Dal Pian Gias non facciamo ritorno al rifugio, ma scendiamo direttamente verso il piano; io posso finalmente godermi il panorama che la partenza notturna mi aveva negato...
Scendendo verso il pian della Mussa / 1

Scendendo verso il pian della Mussa\2

Vista verso il pian Ciamarella  

Arrivati infine alle auto, siamo tutti molto soddisfatti per la buona riuscita dell'impresa. Per quanto mi riguarda, io dovrò assolutamente tornare da queste parti, visto che c'è parecchio da fare e la mia personale agenda dei sogni ha subito un notevole aggiornamento!
Arrivederci ed a presto con le Storie!

domenica 29 maggio 2016

Escursioni d'altri tempi - Lago di Pratofiorito da Locana ( anello integrale invernale).

PREMESSA

Per fare un'escursione:  "bisogna lasciare la macchina il più in alto possibile"; "non ha senso percorrere a piedi un tragitto che si potrebbe fare in macchina"; "piuttosto che risalire appena per ritrovare il sentiero preferisco scendere giù a dritto" .
Queste sono alcune delle idee-forza del Partito No al Dislivello ( Pnd) ,  largamente maggioritario tra gli escursionisti e bulgaro  tra i "merenderos tecnici".  Senza dubbio il fatto che siano state costruite nelle valli numerose strade carrozzabili, asfaltate e non, consentendo di raggiungere con l'automobile località che prima erano servite esclusivamente da mulattiere e sentieri ( ed accessibili affrontando dislivelli elevati e spostamenti degni di un trail corto) , è una cosa positiva, perché le ha rese fruibili da parte di un maggior numero di persone che prima non potevano farlo, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per mancanza di allenamento. 
Altra cosa positiva ( e complementare a quella di cui sopra) è certamente la diffusione dell'automobile grazie allo sviluppo economico ed al benessere verificatisi nel secondo dopoguerra.
Quanta differenza con i  pionieri dell'alpinismo locale, quelli che raggiungevano la base della salita in bicicletta ( e non con le specialissime e le mountain bike di oggi,  più leggere e dotate di cambi)  la sera precedente ed il giorno dopo compivano ascensione e discesa fino a casa, giusto in tempo per dormire qualche ora prima di cominciare il duro lavoro settimanale. Ma si tratta appunto di un'altra epoca e di altri uomini:  non potremo mai sapere come si sarebbero comportati in  condizioni analoghe a quelle odierne. 
Ovviamente ciascuno è libero di frequentare la montagna come meglio crede, non importa se per emulare le gesta dei pionieri o  per una breve passeggiata prima di gustarsi un'ottima polenta presso un accogliente rifugio sito in un luogo incantevole: sarà comunque tempo ben speso, utile a soddisfare il comune bisogno di bellezza, pace, serenità.
S.Antonio da Padova a Molera
A qualunque categoria di fruitori della montagna voi vi sentiate di appartenere, non vi è però alcun dubbio che le idee-forza del Pnd siano totalmente sbagliate. Pensiamo per esempio alla Valle Orco durante la bella stagione: per quale motivo sarebbe stupido andare a piedi dai Chiapili fino al Colle del Nivolet, data la presenza della strada asfaltata? Quella parte della valle Orco è forse brutta? No, è la più maestosa. Non c'è il sentiero e bisogna camminare sull'asfalto? No, c'è il bellissimo sentiero Chabod.  Ed ecco evidenziato uno dei lati negativi della viabilità stradale: aumentando la nostra velocità, non ci fa godere appieno della bellezza degli ambienti che attraversiamo, ce la ruba.
Ma noi possiamo facilmente riappropriarci di questa bellezza rubata : basta percorrere i vecchi sentieri, certo non ovunque, ma dove essi sono ancora ben conservati e poco o nullo è l'asfalto da calpestare ne vale la pena, specie se l'ambiente circostante merita (spesso è così). 
Ed è proprio secondo questi principi che da tempo un'idea mi frullava in testa , cioè quella di salire al lago di Pratofiorito direttamente da Locana, magari con la neve, giusto per rendere la cosa ancora più speciale. A dire il vero per quella domenica avevo organizzato una polentata con amici al rifugio alpino Santa Pulenta ; avevo in mente di fare una ciaspolata al mattino, ma nessuno dei miei soci sembrava ben disposto verso una sveglia domenicale anticipata, preferendo  l'idea di salire dopo pranzo fino al lago di Prafiorito. Così è stata musica per le mie orecchie quando l'amico Francesco Sisti di Clickalps mi ha contattato proponendomi un giro per la mattina! Tenuto conto dei miei impegni , avevo proposto  l'anello Gavie -Pratofiorito-Cambrelle, proposta subito accolta ma con un emendamento: "perchè non partiamo direttamente da Locana, tanto per fare un pò di dislivello in più?". Era una proposta che non potevo rifiutare, visto che coincideva con la mia idea di partenza e poi  in qualche modo sarei comunque arrivato al rifugio in tempo per il pranzo. Forse.

DESCRIZIONE DELL'ITINERARIO

Ci ritroviamo così con tutta calma  nel piazzale delle ex-Casermette, di fronte all'Ufficio Turistico, alle 8,30 del mattino; calzati gli scarponi ed appese le ciaspole allo zaino, attraversiamo l'Orco sul ponte per poi proseguire lungo la strada asfaltata fino alla frazione Fucina . Vicino alla chiesetta possiamo finalmente cominciare a percorrere l'antica mulattiera che sale verso le borgate del vallone di Cambrelle, mulattiera che si presenta assolutamente ben conservata e visibile, per lo meno in questo periodo dell'anno privo di vegetazione. Un soffice strato di neve fresca rende ancora più piacevole il nostro incedere. 
Il pilone votivo poco oltre l'alpe Bianetto
Arrivati nei pressi della località Gallenca , trascuriamo la diramazione di destra, che sale a raggiungere i Montigli , e continuiamo a salire nel bosco di castagni fino a raggiungere le case di Serlone. Eccezion fatta per un brevissimo tratto ( circa 100 m ) da percorrere sulla strada asfaltata ( ben segnato sulla carta della Mu Edizioni)  ed un paio di punti dove lo schianto di alcuni alberi e la presenza di arbusti ci costringono a particolari esercizi di ginnastica e\o a dover abbandonare temporaneamente il tracciato del sentiero, il percorso è facile e sicuramente  da ripetere in primavera, ad aprile- maggio!
Dal Serlone la mulattiera continua a salire, sempre all'ombra dei castagni, fino a raggiungere la frazione Gavie ( nome la cui etimologia pare sia da ricondurre al concetto di "bivio" - ed in effetti qui la strada si biforca, salendo da una parte verso l'alpe Carello ed il passo del Boiret, e dall'altra verso il col della Paglia lungo il vallone del rio Bianetto).
Noi, che siamo diretti al lago di Pratofiorito , dobbiamo seguire l'itinerario per il col della Paglia, che attraversa la frazione per poi scendere ad attraversare il rio Cambrelle o torrente Rimolerio  sopra un ponticello in cemento all'ombra del bosco. Sul versante opposto il sentiero sale in maniera dolce e regolare, quasi in falsopiano, fino a raggiungere la bella borgata di Molera, un tempo abitata tutto l'anno, con la chiesetta dedicata a Sant'Antonio da Padova. 
Baita sommersa nella neve...
Arrivati a questo punto lo spessore del manto nevoso, andato sempre via via aumentando, diventa tale da suggerirci di indossare le ciaspole: le condizioni sono fantastiche e, grazie alla neve fresca caduta nei due giorni precedenti ed alle temperature abbastanza basse, si ciaspola nella farina, certo con un pò di fatica aggiuntiva ma senza fastidiosi sprofondamenti ( spesso ricorrenti a quote così basse in stagione avanzata).
Poco dopo l'abitato di Molera si attraversa un ponticello sul rio Trucchetta; il percorso prosegue, sempre con salita regolare, fino a raggiungere gli alpeggi Alpet e Tiracul. Dall'alpe Tiracul il sentiero prosegue attraverso un bosco di betulle posto immediatamente alle sue spalle, toccando una prima baita e quindi un secondo gruppo di costruzioni , sempre in mezzo alla vegetazione arborea, abbandonando il vallone di Cambrelle per cominciare a percorrere il vallone di Bianetto, suo tributario . 
Dal secondo gruppo di costruzioni il sentiero esce in breve dal bosco, facendoci improvvisamente trovare faccia a faccia con la parte alta del vallone di Bianetto, resa ancora più elegante dal candido manto nevoso ( ma bellissima  anche quando è tinta di verde e di fiori durante la bella stagione). 
Lasciato alla nostra destra il bivio per le alpi Bianasso ( ponticello in basso a destra), il percorso prosegue sulla sponda dx idrografica del rio  Bianetto sino all'altezza della spalla erbosa su cui si trova l'alpe Bianetto ; lasciate a destra le baite, si gira a sinistra e si risale un dosso sul quale si trova un affascinante pilone votivo ed in breve arriviamo prima alle baite quota 1683  poi , salendo in direzione dell'ormai evidente tracciato della pista agro-silvo pastorale che da Porcili raggiunge Cambrelle ed il lago di Pratofiorito  raggiungiamo le baite quota 1746 , dove il percorso si biforca nuovamente. Ignorata la diramazione di sinistra, diretta al colle della Gavietta , continuiamo lungo il sentiero 507 fino all'alpe del lago, da cui tosto si giunge alla pista ed al lago di Pratofiorito, oggi completamente innevato e con la croce di ferro pure mezza coperta dalla neve.
Al lago manca poco...
Fatta una breve ma indispensabile pausa ristoratrice ( grazie Francesco per la cioccolata) , visto che il mio tempo stringe ( arriverò sicuramente in ritardo per il pranzo al rifugio e, nonostante sia riuscito ad avvisare del fatto gestore ed amici, ci tengo comunque a non fare troppo tardi per non creare inutili preoccupazioni ), torniamo sulla pista e la percorriamo in discesa, con percorso facile ed evidente, raggiungendo le alpi Bianasso di sopra e di sotto. Dall'alpe Bianasso di sotto in poi   si è fortunatamente conservata la pista battuta con la motoslitta dai gestori del rifugio, ragion per cui la nostra velocità di discesa raddoppia ed in breve arriviamo alla cappelletta Dejr  Ross, da cui si scende ad attraversare il rio Cambrelle sul guado. 
S. Vito a Cambrelle
Ecco, ancora pochi passi e compare finalmente il rifugio, posto di fronte alla chiesetta di San Vito! Ci togliamo ciaspole e ghette e, dopo una bella scrollata , saliamo la scala in legno ed entriamo nella sala da pranzo al primo piano.  Gestori ed amici (i quali sono  naturalmente già attovagliati) mi accolgono con 92 minuti di applausi, anzi no: devo ammettere di essere leggermente in ritardo ( circa un'ora e mezza - ecco cosa succede a partire "con calma" alle 8,30 ). A questo punto le nostre strade si dividono: Francesco riprende la discesa verso Locana , io mi fermo a gustare un lauto pranzo con gli amici. Sul pasto consumato c'è poco da dire: ottimi gli antipasti, ottima la polenta, ottimi  la selvaggina ed il merluzzo, fantastico il nebbiolo. 
Mentre io sto ancora mangiando ( l'appetito non mi manca),i miei amici se ne vanno: una parte prende l'attrezzatura e comincia a salire verso il lago di Pratofiorito; più tardi altri cominciano a scendere verso le auto parcheggiate ai Porcili. 
Finito di mangiare, decido di attendere gli amici più sportivi per poi scendere con loro;  arrivati alle auto, nonostante una debole resistenza iniziale, accetto un passaggio in auto fino a Locana, completando così il tradimento di Francesco, che invece dai Porcili ha completato  l'anello a piedi.
E' stata un'escursione davvero fantastica,  una giornata che resterà impressa  per sempre nei miei ricordi. Alla luce di tutto questo  posso ben dire, senza paura di essere smentito, che l'anello del lago di Prafiorito è una delle più belle escursioni di tutta la Valle Orco, ragion per cui consiglio, anzi esigo, che la proviate anche voi, con calma, quando volete: è buona in tutte le stagioni!
Un saluto ed a presto con le Storie.


martedì 10 maggio 2016

Ciaspolate alternative - anello invernale della Valfredda.

INTRODUZIONE

E' un grigio venerdì di febbraio, ed è dalla tarda mattinata che sta debolmente nevicando su Locana. Soltanto un paio di giorni prima mi aveva scritto l'amico Francesco, fotografo di Clickalps: si parlava da tempo di fare un'escursione assieme e così decidiamo di organizzare una ciaspolata ( finalmente!)  per l'indomani mattina, tempo permettendo.  Non resta che decidere dove andare: cosa non facile visto che in inverno le possibilità di scelta si restringono, ma rimane inalterato l'imbarazzo nel decidere per questo o quell'itinerario.
La valle Orco offre un discreto numero di itinerari invernali non particolarmente impegnativi ed abbastanza sicuri dal punto di vista del rischio valanghe: Punta Cia, Lago Dres, rifugio Jervis, Cà Bianca e lago Serrù sono di norma i più gettonati ( se andate a fare un giro su Gulliver potete trovare numerose relazioni di gite che, durante la "stagione bianca", sono letteralmente "aggiornate in tempo reale" dai numerosi utenti del sito).
Esempio di bollettino valanghe Arpa...
Ecco, appunto: il rischio valanghe, questo sconosciuto,  lo definisco "sconosciuto" perché  da quando la frequentazione della montagna invernale si è estesa oltre i tradizionali confini dei Cai e dello scialpinismo tradizionale, la percentuale di chi lo legge si è drasticamente abbassata. Alzi la mano e scagli la prima palla di neve chi non annovera tra amici e conoscenti dei "neofiti" che del bollettino valanghe , emesso periodicamente per il Piemonte dall'Arpa, non conoscono l'esistenza né tantomeno la fondamentale utilità per evitare incidenti che possono essere anche molto gravi. Vi prometto che, data l'importanza dell'argomento, sul  bollettino valanghe e sulla sua corretta lettura ed interpretazione torneremo in un prossimo futuro con un post dedicato: per il momento mi limito ad invitare tutti coloro che leggono queste righe e frequentano la montagna invernale ma non il bollettino valanghe a farlo sempre prima di ogni escursione, sia essa con gli sci o con le ciaspole, poiché il rischio è identico.
Ma ora torniamo a noi: dopo aver consultato il bollettino valanghe ed aver verificato che il rischio per quanto riguarda la nostra zona è 3 per quanto riguarda il settore "Alpi Graie di Confine" e 2 per il settore "Alpi Graie" ( spero di avervi messo in testa un pò di curiosità), consultato il meteo e constatato che per l'indomani è previsto vento in quota , decidiamo che, vista anche la sicura presenza di neve fresca, non sarebbe male optare per una gita a bassa quota, in una zona un pò riparata.
Esclusa quindi la zona di Ceresole e rimandata ad un'altra volta la partecipazione al consueto pellegrinaggio del weekend a Punta Cia, ecco che immediatamente  mi viene l'idea: perché non andare a fare due passi nella Valfredda, magari fino all'alpe Ussel e poi si vedrà? E' bella in primavera, in estate, in autunno... ma anche d'inverno! Oltretutto poco più di un anno prima ci si era molto divertiti da quelle parti ! Francesco accetta immediatamente la proposta, essendo stato da poco al sentiero dei ponti romanici nella parte bassa del vallone ed essendosene invaghito, così io provo ad invitare l'esperto Franco: anche lui sarà dei nostri, proponendo immediatamente, da par suo, l'integrazione perfetta per l'itinerario da me abbozzato, e cioè di proseguire dall'alpe Ussel fino al Der del Munt e da qui scendere prima a Fassabella e quindi a Chironio per poi chiudere l'anello. Un giretto mica male!

PRIMA PARTE 

Il sabato mattina ci ritroviamo tutti e tre in piazza a Locana e saliamo sull'auto di Franco, con la quale raggiungiamo Balmella inferiore, 899 m.s.l.m. La quantità di neve presente al suolo è ancora poca, per cui decidiamo di calzare unicamente le ghette, lasciando per il momento le ciaspole appese allo zaino,  ed imbocchiamo l'imbiancato sentiero della Valfredda.
Franco si mette all'asciutto - Alpe Ussel
Attraversato il ponticello sul rio Leitosa si arriva, con un percorso quasi rettilineo e sempre in leggera salita, alle case di  Medan 1085 m; fino a questo punto il percorso è piuttosto evidente nonostante la copertura del manto nevoso, trattandosi di una mulattiera; di lì in poi , anche per via della rada segnaletica e della riduzione del percorso a sentiero, il bel tempo e la buona conoscenza del percorso risultano molto utili per raggiungere l'alpe Pian del Pari prima e l'alpe Casette poi. Avendo compiuto questa seconda parte dell'itinerario praticamente "a memoria" -  data la mia assidua frequentazione di questi luoghi - mi trovo paradossalmente in difficoltà a fornire delle indicazioni invernali utili, anche se , oltre a consigliarvi di seguire fedelmente per quanto possibile il percorso indicato sulla cartografia, un paio di "dritte" mi sento in grado di darvele:

  • arrivati al Medan il percorso attraversa dapprima il pianoro per poi alzarsi al limite del bosco una volta superate due baite non diroccate (ed ancora utilizzate durante la bella stagione) ;
  • poco prima di arrivare sul dosso erboso su cui è posto il Pian del Pari il sentiero svolta bruscamente  a destra ed in salita in corrispondenza di un piccolo impluvio posto immediatamente alla sinistra del suddetto alpeggio, per poi attraversarlo una volta giunti al livello delle baite;
  • dal Pian del Pari il sentiero prosegue a destra ed in salita senza raggiungere le baite e, dopo un breve tratto in leggera salita al limite del bosco, si porta  all'interno di un bel bosco di faggi dove prosegue, con pendenze leggermente accentuate,  fino alle Casette.
Dalle Casette il sentiero, tenendosi sempre in alto rispetto alle case, entra tosto in una zona di rododendri e radi larici, per poi scendere quasi subito ad attraversare il rio Vallungo in corrispondenza del sentiero per l'alpe Ussel , abbandonando la traccia che prosegue lungo l'asta valliva principale in direzione dell'alpe Muanda.
Dopo pochi metri di ripida salita si entra in  un bello ed ombroso ceduo invecchiato di faggio; arrivati a questo punto occorre trascurare la traccia che si dirige in piano verso sinistra, diretta ai ruderi dell'alpe Montà, e fare attenzione ai segni rossi sulle piante che, con  una brusca svolta in salita verso destra, ci portano sulla sommità della piccola dorsale boscosa che divide la conca dell'alpe Ussel dal vallone principale.
Ancora un'ultimo strappo sulla dorsale ed eccoci di fronte alla conca dell'alpe Ussel , le cui costruzioni si trovano al culmine della zona erbosa circostante; qui decidiamo di fare una pausa ristoratrice, durante la quale decidiamo che  è arrivato il momento di calzare le ciaspole, visti i centimetri di neve fresca presenti.
Laggiù l'alpe Ussel
Arrivati a questo punto  occorre specificare che, per quanto ci riguarda, il percorso con le ciaspole sin qui descritto ( cioè  fino all'alpe Ussel ) è tecnicamente abbastanza facile ed alla portata di tutti, facendo però molta attenzione al fatto che,  trattandosi di un itinerario poco o per nulla frequentato (e di conseguenza non battuto e poco  segnalato), è molto facile smarrire il giusto percorso se non si conosce bene la zona od in condizioni di scarsa visibilità.
Il percorso descritto nella seconda parte presenta invece difficoltà tecniche a tratti anche notevoli, ragion per cui ciascun escursionista dovrà fare le proprie valutazioni.

SECONDA PARTE


Dopo aver dato un ultimo sguardo alle belle ( ed ancora in discrete condizioni ) costruzioni dell'alpeggio, ci dirigiamo verso l'alpe Tola,  posta immediatamente a monte ed a sinistra dell'Ussel , su una panoramica spalletta  che raggiungiamo non senza qualche difficoltà nell'interpretazione del percorso, tant'è che dopo aver smarrito in mezzo alla boscaglia la traccia di sentiero, la raggiungiamo percorrendo i resti di una roggia posta immediatamente a monte della traccia. Caratteristica di questo alpeggio è  la presenza di un grande faggio bitorzoluto, forse lasciato lì per fare ombra, foglia o per motivi estetici ( difficile stabilirlo ). Piccola nota personale: la facciata dell'Alpe Tola è rivolta proprio in direzione della... facciata della mia casa in frazione Casetti, dalla quale posso distinguere bene ad occhio nudo sia la baita che il grande faggio.
Abbraccio prospettico per Franco e Francesco all'Alpe Tola
Appena al di sotto della baita una labile traccia di sentiero prosegue in direzione Sparone , diretta ad una piccola ma evidente insellatura, localmente chiamata Bocchetta del Fo , sita lungo uno dei contrafforti discendenti dal monte Cimeron. La suddetta traccia, già scarsamente visibile durante la bella stagione, è resa ancora più incerta dalla presenza del manto nevoso: a fare da segnavia in queste condizioni contribuiscono i rigogliosi arbusteti di sorbo degli uccellatori in mezzo ai quali essa è ricavata.
Questa parte del percorso è parecchio ostica: si tratta di un traverso lungo ripidi pendii, durante il quale è necessario anche attraversare un canalino in parte roccioso ( occorre fare molta attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio) e molto disturbato dagli arbusti, tanto che in molti punti non si riesce letteralmente a tenere una ciaspola vicino all'altra.
Una volta attraversato il canalino, con un'ultima salita si arriva alla bocchetta del Fo; da qui la traccia continua verso un'evidente spalla boscosa, posta lungo il contrafforte che dal Cimeron prosegue con il Der del Munt a separare la Valfredda dal vallone inciso dal rio Fassabella, spalla boscosa che si raggiunge senza troppe difficoltà, almeno dopo aver superato il tratto precedente.
Laggiù la Bocchetta dla Crava
Ed  è proprio quando pensi che il peggio sia alle spalle che viene il bello, la parte più "divertente" del percorso: sia sul versante Fassabella che in direzione dell'ormai vicino Der del Munt l'ambiente si mostra parecchio ripido e dirupato. E noi dalla spalla appena raggiunta dobbiamo scendere per raggiungere quella che localmente viene chiamata Bocchetta dla Crava ( ed ad osservarla da qui non stentiamo a capire la logica che sta dietro all'etimologia del nome) : senza la neve non sarebbe un problema, ma con la neve e con le ciaspole si.
Mentre ragioniamo sul da farsi ( io ad esempio propongo di scendere in mezzo ai sorbi sul versante Fassabella per poi risalire appena possibile alla bocchetta dla Crava) , ecco che Franco nota un inequivocabile segno rosso sul tronco di una betulla posta lungo la cresta al limite inferiore della spalla: il "sentiero" ( parola enorme in questo caso) scende ripidissimo lungo la cresta, sembra quasi verticale.
Francesco a fine discesone
Valutata la situazione, decidiamo che il discesone è superabile grazie alla presenza di numerosi alberi ed arbusti a cui appigliarsi, a patto di togliere momentaneamente le ciaspole, tant'è che l'esperto Franco sentenzia: "se non ci fossero le piante, con la neve non sarei mai sceso".  Una sentenza quantomai giusta, sia secondo me che secondo Francesco, che nonostante la numerosa ed ingombrante attrezzatura è arrivato sin qui senza fare una piega e senza dubitare della salute mentale mia e\o di quella di Franco ( ma più avanti ci stupirà ancora).
Quindi togliamo le ciaspole, ed aggrappandoci ad alberi ed arbusti scendiamo incolumi fino all'agognata bocchetta, dalla quale in breve raggiungiamo il Der del Munt, cima Coppi di giornata.
Dopo una breve pausa ed un'occhiata al panorama, pensiamo che sia meglio scendere fino alle alpi di Fassabella prima di fare la pausa pranzo.  Comincia così la terza parte del percorso, la cui difficoltà è intermedia rispetto a quella delle prime due parti ( ma più vicina alla prima che alla seconda).


TERZA PARTE


Sotto la sicura guida di Franco cominciamo dunque a scendere lungo la dorsale boscosa, nel bel bosco misto di larici ed abeti, in direzione delle alpi Fassabella di sopra , che tuttavia non raggiungiamo lasciandole alla nostra destra, giungendo invece presso un altro gruppo di rustici, che offre alla nostra vista uno spettacolo meraviglioso, assolutamente da immortalare in una fotografia fatta come si deve, cioè fatta da Francesco.
Panorama dalle alpi Fassabella
Da questo gruppo di baite giungiamo alle alpi Fassabella, dove effettuiamo la preventivata pausa pranzo. Scartata l'idea di scendere direttamente a Balmella per via del percorso non così evidente, decidiamo di prendere la mulattiera che scende a Chironio, passando per la borgata Picca, attraverso magnifici boschi di faggio e di castagno.
Al termine della discesa attraversiamo il rio Vallungo sul bellissimo ponte romanico e raggiungiamo le case di Chironio; da Chironio proseguiamo lungo un sentiero nel bosco di castagni fino a raggiungere l'auto a Balmella inferiore.
Ed ecco che una volta giunti alla meta, Francesco decide di stupirci, chiedendoci di provare a dare un peso al suo zaino ed all'attrezzatura a tracolla: secondo me saranno di sicuro più di 15 kg, ragion per cui non possiamo che fargli i complimenti per l'allenamento e la resistenza degni della sua arte fotografica. Come sempre l'ambiente invernale e la neve fresca ci hanno dato grandi soddisfazioni ed abbiamo avuto fortuna nel trovare un itinerario di questo tipo in condizioni ideali.


CONCLUSIONE


Ci consigli di fare questa escursione? Ni. La prima parte e la terza parte possono essere percorse abbastanza agevolmente ( salendo rispettivamente da Balmella all'alpe Ussel e da Chironio al Der del Munt), ragion per cui mi sento assolutamente di consigliarle come gite indipendenti; l'aggiunta della seconda parte (  per realizzare l'anello o per raggiungere il Der del Munt da Balmella inferiore), come ho già scritto sopra, va subordinata ad un'adeguata   autovalutazione delle proprie capacità tecniche ed ad un discreto allenamento. Penso di avervi detto proprio tutto: a presto con le Storie!







martedì 28 aprile 2015

E' bello camminare in una valle verde

Circa a metà aprile iniziano a comparire, sulle montagne intorno a Locana,   ampie strisce continue di un bel verde chiaro:è la fogliazione primaverile dei boschi di faggio.  Tale fogliazione precede quella del castagno più in basso e quella di larici ed arbusti più in alto, come la stella del mattino che accarezza il cielo all'alba mentre l'oscurità progressivamente scompare, come il nastro su un pacco regalo. 
Balmella inferiore
Ammirando il paesaggio circostante ho pensato che, parafrasando un vecchio slogan pubblicitario, sarebbe stato molto bello camminare in una valle verde, magari a due passi da casa. E qual è la zona più verde e più densa di boschi di faggio nelle vicinanze? Ma la "Valfredda", naturalmente! Bisogna assolutamente andarci e subito: contatto l'amico Guido ed organizziamo l'uscita. 
La "Valfredda" è un'importante vallata laterale, posta sulla sponda destra idrografica del torrente Orco, all'interno del territorio del comune di Locana, che si estende lungo il corso del Rio Vallungo, dalle Foere fino alle pendici del Monte Croass, al confine con la Valgrande di Lanzo toccando importanti borgate quali Chironio e Balmella. Forse non è la valle più bella del mondo , ma nella mia classifica personale di certo se la gioca per il podio o per una medaglia di legno, che non ho mai capito perchè un quarto posto faccia poi così tanto schifo rispetto al terzo. Ma non divaghiamo.
valle verde
 Alle 8,30 di una mattinata limpida e serena lasciamo l'automobile a Balmella ed imbocchiamo la buona mulattiera che sale  sulla sinistra idrografica del vallone, conducendoci prima ad attraversare il rio Leitosa su una passerella di legno, poi in breve alle alpi Medan  1085 m. 
Il toponimo "Medan" significa appunto località posta "nel mezzo", ovvero la "terra di mezzo" posta tra  la Valfredda ed il vallone del Rio Leitosa, suo principale affluente, proprio laddove comincia la cresta spartiacque tra i due bacini. 
Tutte le nostre aspettative sono soddisfatte: due ali di  faggete delimitano il nostro percorso, che la primavera ha cosparso di fiori di ogni colore e di verdi velluti d'erba sui quali posare i nostri scarponi. Siamo forse degli imperatori? Questo non lo so, ma di certo siamo in una valle verde. Ma non divaghiamo. 
La parte media ed alta della "Valfredda" è ricca di verdi pascoli, punteggiati da numerosi rustici, stalle ed abitazioni ;  alcune decine di anni fa ne era addirittura ricchissima. Ma le vestigia degli antichi fasti, per nostra fortuna, sono ancora ben presenti, così che noi possiamo ammirarle. Certo, perchè a queste quote la vegetazione naturale sarebbe costituita da boschi e, se continuerà l'attuale dinamica di abbandono del territorio alpino, certamente avranno la loro rivincita sull'opera dell'uomo.
salita nella faggeta
 Proseguendo oltre il Medan, sempre su ottima traccia, raggiungiamo un altro importante alpeggio: il Pian del Pari 1188 m. E' qui che il Vallungo riceve altri due affluenti minori: il rio del Pari sulla sinistra ed il rio del Lupo sulla destra. Di fronte a noi ora sono ben visibili il Monte Cimeron e la testata del vallone . Ancora un tratto di salita nel bosco, ed eccoci all'alpe Casette 1300 m. Arrivati a questo punto abbandoniamo il percorso principale per addentrarci nel bosco di faggi. Ora la traccia è più incerta, il terreno più ripido ma l'ambiente è sempre affascinante, come sanno esserlo i boschi di faggio, ma noi sappiamo bene dov'è la nostra meta. E' lo Sprot. 
Guido, alla  prima uscita stagionale dopo il suo ritorno in Canavese, non sembra così convinto di abbandonare il buon sentiero dalle dolci pendenze, ma la promessa di panoramiche vedute e di un percorso tutto sommato facile lo convincono a fidarsi del Varda.
Lo Sprot, toponimo che deriva molto probabilmente dal cognome "Perotti", molto diffuso  nel comune di Locana, è un curioso alpeggio posto a cavalcioni tra la Valfredda ed il Vallone del Rio Leitosa, in una posizione al contempo molto panoramica  e molto "coraggiosa". 
finalmente lo Sprot
Saliamo così sulla destra idrografica del rio del Pari, risalendo la dorsale boscosa che ne delimita l'impluvio. Il colore dei faggi addolcisce l'erto percorso, ma allo stesso tempo lo rende misterioso, impedendoci di capire dove sia la spartiacque Valfredda-Leitosa e di vedere "in anteprima" il luogo d'arrivo.
 "Ecco che i faggi si diradano, forse ci siamo!". E invece no. "Ecco ormai la cresta è lì". No. Infine alla cresta ci arriviamo, ma non allo Sprot: in questo punto è costellata da tante paretine rocciose, come i biscotti che a volte mettono per guarnire i gelati artigianali.  Ma non divaghiamo.
Dove siamo? Fuori la cartina: stiamo andando bene, ma dobbiamo spostarci più a sinistra prendendo ancora un pò di quota: e così tosto usciamo dalla faggeta e vediamo la nostra meta. 
nella stalla con volta piena in pietra c'è ancora una gomma per l'acqua
Peccato che per raggiungerla sia necessario attraversare una zona ormai prevalentemente arbustiva , ma più che altro ripida e con al suolo ancora quel buon mezzo metro di neve marcia di fine stagione. Occorre quindi calzare le ghette per non bagnarsi e procedere con calma e concentrazione, saggiando bene la neve per evitare di finire in qualche buco ( anche se a prima vista pare che non dovrebbero essercene, visto che siamo ormai nella zona dell'alpeggio). 
Primula a fiore rosso allo Sprot
Così con un ultimo sforzo raggiungiamo i ruderi dell'Alpe Sprot: una stalla, un'abitazione ed un crutin, posti in corrispondenza di una caratteristica zona rocciosa della cresta che sembra farle da scudo. Qui la vegetazione è ancora indietro: ci sono fiori di crocus, genziane e veratri che cominciano a spuntare e, sul versante Leitosa, proprio sulla zona rocciosa, delle bellissime primule a fiore rosso. Un magnifico regalo che ci compensa di un'escursione non così ricca di incontri animali come pensavamo: si ok, 4 caprioli, 1 cervo e qualche camoscio, ma è una zona che può dare molte soddisfazioni in più.
Sprot - costruzione in cresta.
 Il panorama che da qui si gode è davvero vasto, e va dal Gran Paradiso alla Quinzeina, mentre davanti a noi la vista è chiusa dal monte Cimeron. Da qui possiamo vedere bene, sull'altra sponda della valle, anche l'Alpe Ussel e l'Alpe Quart, poste lungo il sentiero che raggiunge il col Croce d'Intror, dove passa l'Alta Via Canavesana. Anche la vista sul vallone di Leitosa è davvero ottima e possiamo ammirare le alpi Gaschi, Leitosa, Pian Marmotte, Cialma ( non quella, un'altra) e Colla...
In corrispondenza del "crottino di cresta" parte inoltre il sentiero ( ormai inesistente) che scende verso Piandemma andando a raggiungere l'alpe Carel. 
Svizzera? No, Valfredda!
Soddisfatti del buon pranzo al sacco, cominciamo la discesa, questa volta però optando per la zona sgombra da neve ( che poi è anche quella dove arriva la traccia di sentiero ), incontrando poi la traccia  proveniente direttamente dal Medan, che scegliamo di prendere perchè ci sembra più battuta. Come   a volte succede, seguire la traccia in discesa è più facile che in salita e, fatto salvo qualche tratto più "imboscato", la discesa nella faggeta è piacevolissima, quando mi rendo conto di trovarmi in un posto conosciuto. Siamo certamente sopra l'Alpe Pian del Pari: perchè non scendere direttamente lì e riprendere la mulattiera del primo pezzo di escursione? E così facciamo. Dopo un tratto più ripido, sbuchiamo infine nei pascoli alti del Pari. La vista sulla Valfredda in questo punto ed in questo periodo dell'anno mi fa venire alla mentre un altro vecchio slogan pubblicitario: "Svizzera?" "No. Novi". No, Valfredda, io direi. Dopo una breve sosta per godere della bella vista, riprendiamo la mulattiera ed in breve arriviamo all'auto lasciata a Balmella inferiore al mattino. E' un caldo ed assolato primo pomeriggio, e Guido approva l'escursione. E' bello camminare in una valle verde!
















domenica 19 aprile 2015

Escursioni non per tutti 2: Rifugio Blessent da Cussalma per la gola del rio Fo.

E' venerdì sera quando Franco mi scrive : " domani io e Blin andiamo a fare un'esplorazione in zona Curlo, vieni ?" "Non so se riesco, perchè al mattino presto devo andare a ritirare uno sciame d'api a Caluso" "Guarda, se cambi idea scrivimi. Noi partiremo alle 8,00 da Cussalma". 
Effettivamente mi sarebbe dispiaciuto molto non partecipare ad un'escursione in progetto da tempo, almeno da quando gli amici Franco e Blin mi avevano parlato di aver trovato al Curlo un "sentiero" dal tracciato abbastanza ben evidente che si inoltrava sul fianco sx idrografico del vallone dell'Eugio, ma che avevano rinunciato alla salita per la presenza di ghiaccio e neve, che rendevano il percorso pericoloso. 
Puntina quota 1481.
Incuriosito da quella "scoperta", mi era poi venuto in mente che un esperto conoscitore della zona mi aveva spesso parlato di "una roggia più in alto di quella di Montepiano", "un altro passaggio per andare su",  senza però mai specificare bene come e dove trovare questo passaggio, nè dove conducesse.  Così domenica scorsa ero partito, in solitaria, per andare a fare un giro da quelle parti. Salito da Cussalma al Bric di Scialva  ( itinerario già descritto su Gulliver proprio dall'amico Franco ),  sono quindi andato al Curlo dove quasi subito ho trovato il famoso "sentiero", le cui vistose opere murarie di sostegno non lasciavano dubbi: il sentiero  altro non è che la "roggia più in alto".  La percorro quindi senza indugio, ma arrivato ad un certo punto anch'io decido di rinunciare per via della presenza di neve residua e per il fatto di essere da solo: meglio tornare più avanti ed in compagnia, quindi faccio dietrofront e mi accontento di raggiungere l'assolata e panoramica puntina quota 1481. 
Così ieri mattina sono partito di buon mattino per Caluso, con la segreta speranza di riuscire ad unire l'utile al dilettevole, cioè ritirare le api, posarle e raggiungere Franco e Blin in tempo per la partenza. Arrivato a Caluso, telefono per capire bene il luogo del ritiro e, sorpresa, per via di un disguido non ero stato avvertito che lo sciame non era ancora arrivato. Passato l'iniziale momento di delusione penso: "sono da poco passate le 7,00, posso farcela!", ed immediatamente scrivo a Franco di aspettarmi direttamente a Cussalma.
Franco e Blin al Bric di Scialva
Pronti, partenza, via! Da Cussalma (650 m ) saliamo ad attraversare l'Eugio alla passerella di quota 741 m  ( localmente chiamato "punt pera dla gorge" o "dal gorge") ed imbocchiamo la mulattiera che porta alla borgata Trucca 860 m ca , dalla quale parte il sentiero, inizialmente più evidente per poi scomparire quasi del tutto, che porta al Bric di Scialva 1139 m , localmente chiamato "Basetta" o "Bassetta", per via del profilo arrotondato che mostra osservandolo da Cussalma.
Curlo 1275 m
Dal Bric proseguiamo per tracce di sentiero fino alla borgata Curlo 1275 m, dove ci concediamo una breve pausa per fare uno spuntino in vista del prossimo tratto dell'escursione, che sappiamo essere impegnativo. 
Dal Curlo prendiamo quindi il sentiero - roggia. E' un sentiero, è una roggia? L'esperto Blin dissipa immediatamente i nostri dubbi sulla questione: "le rogge avevano comunque bisogno di manutenzione, per cui è normale che molto spesso ad una roggia di questo tipo fosse affiancato, anche solo a tratti, un sentiero". Proseguendo ci rendiamo conto che le cose stanno esattamente così. Si tratta di un percorso davvero avvincente, con tratti molto esposti e che provoca in noi l'ammirazione per l'ingegno umano, che ha saputo ricavare tra cenge e pareti a strapiombo un sistema di canalizzazione dell'acqua ed un sentiero abbastanza agevole per il passaggio dell'uomo, seppur facendo molta attenzione per via dei tratti esposti e degli strapiombi a cui accennavo poco sopra.
La roggia.
Una piccola scalinata
La roggia costeggia la gola
La gola del rio Fo
Arriviamo così ad affacciarci nella profonda gola incisa dal Rio Fo: da qui si vede chiaramente come la roggia la costeggi con un fedele quanto obbligato semicerchio, fino a raggiungere il rio dal quale evidentemente era alimentata. Osservando l'opera dell'uomo da questo punto, oltre all'ammirazione per l'ingegno umano sorge in noi  il profondo rispetto per l'inimmaginabile fatica che il realizzare tutte quelle opere a secco in un luogo così impervio deve aver comportato per gli abitanti del luogo. Inoltre vediamo subito come, una volta superata la gola del rio Fo, ci aspetti una salita mica da ridere su un pendio ripidissimo e che si presenta parecchio roccioso. Percorrendo in parte la roggia (  poichè in alcuni tratti è franata ) ed in parte il sentiero, la cui traccia rimane comunque sempre piuttosto evidente , arriviamo quindi al rio Fo, che dobbiamo attraversare per proseguire la salita. Prima di continuare la descrizione dell'itinerario è doveroso un pensiero, una dedica ad una persona che conosceva questi luoghi come le sue tasche e proprio in questo tratto del percorso, per una disgrazia, è andato avanti. La nostra escursione la dedichiamo alla sua memoria. Comincia quindi il tratto più duro del percorso: dapprima molto roccioso ed a tratti un po' umido, per cui occorre ancora mantenere la massima concentrazione , poi più facile ma sempre ripidissimo, fino ad incrociare la mulattiera che appena più in basso dell'Alpe Pian del Prete ( localmente chiamata "Fo sut" ) attraversa a mezza costa per raggiungere l'alpe Forcetta, ed in particolare le due costruzioni che si trovano nei pressi del colletto 1469 m dove passa la mulattiera che sale da Barelli passando per  Scialva. Questo tratto di salita, dall'attraversamento del rio Fo al Pian del Prete , si svolge in un ambiente davvero selvaggio ed affascinante ( non che prima non lo fosse altrettanto: ma la presenza della roggia e del sentiero, opere dell'uomo, in qualche modo contribuiva a mitigarlo), tanto che mi viene da pensare come fosse possibile la presenza di un luogo così selvaggio e roccioso ad una quota di appena 1400 m.   Arrivati al "Fo sut", l'escursione diventa più facile e da qui fino al Rifugio Blessent si svolge sulla panoramica dorsale pascoliva culminante con il Monte Arzola.  Dalle alpi  "Fo Sut" saliamo direttamente  prima all'alpe Fo Superiore 1745 m , poi   all'alpe Dreja 1816 m  ( dove troviamo un'ottima fontana con una discreta portata) e quindi da questa cominciamo a salire traversando verso destra in direzione del pian Camusol o Chermisù, dal quale in pochi minuti si raggiungono il rifugio e la statua del Redentore 1965 m , lasciando in alto a sinistra l'alpe Force 1980 m.
Attraversato il Rio Fo, ci aspetta una ripida salita.


Mentre saliamo, la dorsale si trasforma in un grande luna park per camosci: camosci, camosci ovunque, in alto,in basso,  a destra , a sinistra. Io ne ho contati almeno una cinquantina e vi assicuro che è una somma per difetto! In lontananza osserviamo anche la folle corsa di un paio di enormi cinghiali, sopra di noi comincia a volteggiare un'aquila, qua e là spuntano marmotte ed il loro richiamo.  Quasi quasi si potrebbe organizzare in zona un bel safari alpino!
Camosci, camosci

Pian Camusol
Consumato il nostro pranzo presso il rifugio Blessent, cominciamo la discesa, che effettueremo per il sentiero normale, cioè passando per il Bric del Fo e scendendo a Barelli lungo la mulattiera. Tocchiamo così l'alpe La Croce  1803 m, il rudere quota 1690 , lasciamo alla nostra sinistra il  Fo inferiore  1672 m, per poi salire un momento  sul Bric a dare un'occhiata al panorama.  Molto bella è anche la "muraglia cinese", come la chiama Franco, cioè il lungo sistema di muri a secco ed ometti di pietra che delimitano il confine sud della dorsale pascoliva, eretti  per evitare che il bestiame al pascolo si recasse nella sottostante zona ( in cui la morfologia del terreno cambia radicalmente diventando un'alternarsi di cenge e strapiombi) mettendo a rischio la propria incolumità. Tale complesso di costruzioni a secco è inoltre la testimonianza del certosino lavoro di spietramento effettuato dai montanari per guadagnare quanti più metri quadri di superficie pascoliva possibile. Se poi pensiamo che l'opera di spietramento, vista la bassa quota  ( ci troviamo qui sotto i 1800 m ) , è stata necessariamente preceduto dall'abbattimento dei boschi  ( con tanto di sradicamento dei ceppi - e chi ha avuto a che fare con la legna sa che cosa vuol dire in termini di tempo e fatica) e\o dello sradicamento dei cespuglieti e delle formazioni arbustive originariamente presenti, l'osservazione degli effetti dell'abbandono e\o sottoutilizzo di queste superfici non può che lasciarci la triste impressione di un immane lavoro fatto da molti in un remoto passato e che noi stiamo sprecando, disprezzando. 
La "grande muraglia".
Per carità, è un bene che molti appezzamenti più o meno piccoli e posti su terreni impervi e sfavorevoli tornino alla naturale evoluzione, ma vedere superfici pascolive così estese e potenzialmente pingui abbandonate all'invasione arbustiva ed al ritorno del bosco è un vero peccato.   Dall'etimologia dei luoghi e dall'osservazione delle zone circostanti  possiamo immaginare che un tempo fossero presenti boschi di faggio e, più in alto, boschi di larice ed abete rosso. Salutati da un capriolo , arriviamo quindi al colletto di quota 1469 m, ormai nel bosco di faggi, dal quale in pochi minuti andiamo a visitare le due vicine costruzioni facenti verosimilmente parte del complesso dell'alpe Forcetta 1438 m , posta pochi metri più in basso sul versante Orco. 
Mmm.. mi hanno visto. Ciao!
Continuando la discesa nella faggeta, ora su buona mulattiera, e scongiurato l'investimento di Blin da parte di un grande cinghiale che,  lanciato a folle corsa , travolgeva tronchi ed arbusti stile Ferrari con ruspa, arriviamo alla borgata Scialva 1201 m. Blin osserva come questa mulattiera, vista la presenza di così numerosi alpeggi più in alto, dovesse letteralmente brulicare di vita almeno fino agli anni 50 del secolo scorso, essere il luogo di un continuo viavai quotidiano tra chi scendeva a valle a portare burro e formaggio a vendere, chi saliva  tornando all'alpeggio e chi scendeva per fare fieno da qualche parte.  Da Scialva la mulattiera continua a scendere decisamente attraverso il bosco di castagni e roverelle fino  a Barelli 885 m,  da cui per la strada asfaltata scendiamo ancora un poco fino a raggiungere la pista carrozzabile per la Trucca, raggiunta la quale riprendiamo il sentiero del mattino facendo ritorno a Cussalma. E' stata davvero una bella avventura, ricca di soddisfazioni, ma non me la sento di consigliarvela. Parafrasando lo slogan del wrestling dedicato alla sicurezza, "don't try this at home", nel senso che se volete salire all'Arzola da Cussalma o da Barelli, passate dalla mulattiera.Dico questo senza alcuna presunzione ma semplicemente animato dalla consapevolezza che per intraprendere certi percorsi, dove spesso il sentiero è un'opinione, in ambiente impervio dove non si può sbagliare percorso a pena di rimanere bloccati in qualche cengia o canale senza saper più nè salire nè scendere, spesso con qualche passaggio non banale qua e là è necessario avere una notevole dimestichezza con percorsi di questo tipo, conoscere bene il territorio ed essere in compagnia di persone esperte. Ed in questo caso, essendo  in compagnia di Franco e Blin, io sono andato sul sicuro! Arrivederci a presto con le "Storie di Montagna!