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domenica 2 agosto 2020

L'incompiuta ( Balmarossa - bocchetta Gran Croux ovest )

Tanta voglia di Noaschetta

Alpe La Motta
Testa di Valnontey, Testa della Tribolazione, Testa Gran Croux, Becca di Noaschetta, Tresenta, Deir Vert ... da quanto tempo queste mete sono nei miei progetti, ogni anno rimandate ?  Ma quest'anno non più: è ora di provarne qualcuna! Inoltre siamo a luglio ed i tempi sono maturi per andare come di consueto a visitare la parte alta dell'amato vallone.
Del vallone di Noaschetta su questo blog abbiamo già parlato in lungo ed in largo: per questo nel presente racconto ci soffermeremo unicamente sulla parte più alta dell'escursione, cioè  l'estremità nord del vallone sopra il bivacco Ivrea. Per una descrizione più dettagliata delle altre parti vi rimandiamo quindi ai vecchi articoli.
Questa gita e questo racconto sono dedicati ad un caro amico che ci ha lasciati da poco! Un saluto al cielo!

Un itinerario rococò


Elaborazione M. Varda su base ctr Regione Piemonte
Cartina della parte alta dell'itinerario ( elaborazione M. Varda su Ctr Regione Piemonte)

Le previsioni meteorologiche non erano certo quelle ideali per  itinerari così lunghi ed impegnativi; eppure , a leggere bene il sempre ottimo bollettino di Nimbus, uno spiraglio c'era eccome! Era infatti previsto un deciso miglioramento del tempo verso le ore centrali della giornata, dopo un inizio caratterizzato dalla possibilità di modeste precipitazioni: dunque perchè non tentare la sorte ?
L'ipotesi di trovarsi nella parte alta del percorso con il bel tempo ( ed il panorama) era più che allettante , così come quella di dover rinunciare alla meta non terrificante: il vallone di Noaschetta vale sempre e comunque il prezzo del biglietto, qualunque sia il finale della commedia! 
La raffinatezza delle previsioni consente a volte barocche pianificazioni , per itinerari... rococò!
Vista sul pianoro dell'alpe Bruna inferiore, salendo tra sprazzi di sole e brevi piovvigini


La meta? In tempo reale...

Pian di Goi

Sono le 5 del mattino quando lasciata l'auto a Balmarossa superiore, cominciamo a camminare lungo il sentiero che conduce nel vallone di Noaschetta:la nostra pianificazione dell'itinerario è così barocca che ancora non abbiamo deciso dove andare , anche se la notte ha portato consiglio, restringendo la rosa delle mete "candidate" a 3 ipotesi: Deir Vert, Tresenta e Testa Gran Croux, insomma le più facili, da scegliere in base all'evoluzione delle condizioni meteo.
Camminando di buon passo, nell'alternarsi tra spiragli di sole e brevi pioviggini, arriviamo al bivacco Ivrea, dove occorre decidere il da farsi, mentre grigie nubi continuano ad andare e venire sullo spartiacque Noasca-Cogne .  Scartata  la meta più lontana ( Tresenta)  e quella di interesse "locale"( Deir Vert), non ci rimane che la Testa Gran Croux...
A sx il Deir Vert; a dx Punta Ceresole

Il vallone di Gay

Salendo  verso il vasto ripiano glaciale
Nei pianori sottostanti il bivacco, il vallone del gias della Losa (  così chiamato per via della presenza del ghiacciaio della Losa, oggi trasformato in uno splendido lago) riceve da nord le acque provenienti dal bacino un tempo occupato  dal ghiacciaio di Gay, oggi ridotto a due stretti lembi al piede della becca di Gay e nei pressi del col Valnontey.
Dal dosso erboso sul quale è posta la costruzione del bivacco, si scende ad attraversare il torrente glaciale ( non sempre agevole da attraversare nelle ore centrali ) , per risalire sull'altro versante fino ad accedere ad un vasto ripiano glaciale.
Le condizioni di salita al colle Gran Croux non sono ottimali...


Da qui in poi la copertura nevosa si fa continua ed occorre calzare i ramponi; si prosegue salendo  in direzione nord, mantenendosi a debita distanza sia dalla dorsale che partendo dalla Becca di Gay va a dividere i bacini di Gay e della Losa,  sia dalla zona  occupata dal rio glaciale sepolto nella neve. 
La pendenza del terreno si fa man mano crescente; arriviamo  così ai piedi del colle Gran Croux, ma un rapido sguardo alle condizioni di salita ( il pendio di salita al colle, ormai completamente sgombro dalla neve, è molto ripido e caratterizzato dalla presenza di sfasciumi instabili e placche rocciose oggi ancora bagnati)    ci fa subito scartare l'ipotesi di raggiungerlo. 



Salendo verso il ripiano glaciale superiore, bel colpo d'occhio sulla becca di Gay


Proseguiamo dunque a salire, compiendo un semicerchio verso ovest ai piedi della Testa Gran Croux  in direzione del colle q. 3378 m. Da lì, per cresta o su versante Cogne, dovremmo raggiungere in breve la vetta !
Ironicamente constatiamo come in teoria la nostra meta sarebbe ora perfettamente aggredibile quasi in ogni punto con facili passi di arrampicata , ma in pratica , essendo la roccia bagnata, questo non è possibile!
Il ripiano glaciale superiore

Affrontando un traverso nel ripido,giungiamo nei pressi  ripiano glaciale superiore, posto ai piedi del colle Valnontey . Il  frastuono delle acque di fusione ci invita a tenerci a debita distanza dal ripiano: la morte può avere anche il suono dell'acqua in certi luoghi ed in certe stagioni.
Nei pressi del ripiano glaciale superiore: a sx Testa della Tribolazione, col Valnontey e Testa di Valnontey

Il canale adducente al col Valnontey, ormai sgombro dalla neve per una buona metà , ci segnala che se avessimo voluto tentare la coppia Testa della Tribolazione\Testa di Valnontey, saremmo stati già in ritardo!
Un bel punto di vista sul Becco Meridionale della Tribolazione

Quando siamo ormai in vista dell'ultimo pendio nevoso, ecco che la pioggerellina che da qualche tempo aveva ripreso a solleticarci e costretto ad indossare nuovamente la giacca da pioggia, si trasforma in una pioggia battente , che ci accompagnerà fino alla q.3378.
La neve, nonostante il maltempo, è già molle poichè il cielo è rimasto coperto  e vi è stato poco raffreddamento notturno, tanto che a volte sembra davvero liquefarsi sotto i ramponi, specie nei traversi più ripidi!
In vista della bocchetta q.3378 m

La bocchetta quota 3378 m

Ai piedi della bocchetta q. 3378 m


Per raggiungere la bocchetta è necessario superare un piccolo salto di roccia: visto e considerato che è tutto bagnato e che sul versante Cogne insistono nubi basse che con ogni probabilità toglieranno qualunque visuale panoramica, io comincio a pensare che sia inutile issarsi su quella stretta fenditura.
La pioggia battente continua a sferzarci...
Ma la mia socia non la pensa allo stesso modo, ed ecco che rompendo gli indugi si issa sulla bocchetta, immediatamente cacciando un urlo: a sorpresa ( per noi incauti "esploratori dell'inutile", naturalmente) la cresta in quel punto è affilatissima e strapiombante ( ed il giorno seguente, recandomi al bivacco Money proprio in quel di Cogne, potrò rendermene bene conto).
Scesa la mia socia, anch'io mi tiro su per guardare dall'altra parte, mentre una fitta pioggia continua a sferzarci: ormai non ci resta che rinunciare alla meta!
Certamente dispiace farlo quando mancano 70 m di dislivello alla vetta, ma avventurarsi su un cresta bagnata, affilata ed esposta con scarsa visibilità sarebbe davvero un gesto folle e sconsiderato!
Meglio quindi scendere subito, cioè prima che il tempo migliori, le temperature aumentino e la neve ( già molle) lo diventi ancora di più!


Il lago di Gay ancora semighiacciato


Verso il sole ( la discesa) 

Scendiamo dunque rapidamente e con molta attenzione per lasciarci in fretta alle spalle i  due delicati traversi sulla neve ripida, mentre il miglioramento tarda a palesarsi...
Giunti in vista del primo ripiano glaciale, decidiamo che è d'obbligo andare a vedere il bel lago di Gay o di Deir Vert e qui sostare per consumare il pranzo al sacco. Ed ecco arrivare anche il sole, schiudendo le porte ad un magnifico pomeriggio! 
Dal lago di Gay decidiamo di tornare al bivacco Ivrea scendendo più direttamente,cioè più a ovest rispetto alla salita, affrontando un ripido pendio morenico. Da qui in poi sarà tutta una delizia per gli occhi: lasceremo quindi che siano le foto a "parlare"!
Da sx verso dx: Becca della Losa, Becchi della Tribolazione, colle dei Becchi, Blanc Giuir 

Becca di Gay e ghiacciaio orientale di Gay


Ginestrini fioriti, con sullo sfondo da sx Gran Paradiso e punta Ceresole

Al centro l'elegante piramide della Becca di Noaschetta


Bivacco Ivrea


I pianori della Bruna con il versante sud del Gran Paradiso
Le Torri del Blanc Giuir ornate da Arnica e Nigritella fiorite 

Le limose acque che scendono dal pian di Goi

Alpe La Motta con Becchi: sempre nel cuore!

Amici di sempre

Conclusione 

Che altro aggiungere dopo tutte queste foto ? Andate nel vallone di Noaschetta, nel vallone del Gran Paradiso! Davvero ne vale la pena! E per quanto riguarda la Testa Gran Croux ? Un'altra volta, forse... Arrivederci ed a presto con le Storie!

martedì 10 maggio 2016

Ciaspolate alternative - anello invernale della Valfredda.

INTRODUZIONE

E' un grigio venerdì di febbraio, ed è dalla tarda mattinata che sta debolmente nevicando su Locana. Soltanto un paio di giorni prima mi aveva scritto l'amico Francesco, fotografo di Clickalps: si parlava da tempo di fare un'escursione assieme e così decidiamo di organizzare una ciaspolata ( finalmente!)  per l'indomani mattina, tempo permettendo.  Non resta che decidere dove andare: cosa non facile visto che in inverno le possibilità di scelta si restringono, ma rimane inalterato l'imbarazzo nel decidere per questo o quell'itinerario.
La valle Orco offre un discreto numero di itinerari invernali non particolarmente impegnativi ed abbastanza sicuri dal punto di vista del rischio valanghe: Punta Cia, Lago Dres, rifugio Jervis, Cà Bianca e lago Serrù sono di norma i più gettonati ( se andate a fare un giro su Gulliver potete trovare numerose relazioni di gite che, durante la "stagione bianca", sono letteralmente "aggiornate in tempo reale" dai numerosi utenti del sito).
Esempio di bollettino valanghe Arpa...
Ecco, appunto: il rischio valanghe, questo sconosciuto,  lo definisco "sconosciuto" perché  da quando la frequentazione della montagna invernale si è estesa oltre i tradizionali confini dei Cai e dello scialpinismo tradizionale, la percentuale di chi lo legge si è drasticamente abbassata. Alzi la mano e scagli la prima palla di neve chi non annovera tra amici e conoscenti dei "neofiti" che del bollettino valanghe , emesso periodicamente per il Piemonte dall'Arpa, non conoscono l'esistenza né tantomeno la fondamentale utilità per evitare incidenti che possono essere anche molto gravi. Vi prometto che, data l'importanza dell'argomento, sul  bollettino valanghe e sulla sua corretta lettura ed interpretazione torneremo in un prossimo futuro con un post dedicato: per il momento mi limito ad invitare tutti coloro che leggono queste righe e frequentano la montagna invernale ma non il bollettino valanghe a farlo sempre prima di ogni escursione, sia essa con gli sci o con le ciaspole, poiché il rischio è identico.
Ma ora torniamo a noi: dopo aver consultato il bollettino valanghe ed aver verificato che il rischio per quanto riguarda la nostra zona è 3 per quanto riguarda il settore "Alpi Graie di Confine" e 2 per il settore "Alpi Graie" ( spero di avervi messo in testa un pò di curiosità), consultato il meteo e constatato che per l'indomani è previsto vento in quota , decidiamo che, vista anche la sicura presenza di neve fresca, non sarebbe male optare per una gita a bassa quota, in una zona un pò riparata.
Esclusa quindi la zona di Ceresole e rimandata ad un'altra volta la partecipazione al consueto pellegrinaggio del weekend a Punta Cia, ecco che immediatamente  mi viene l'idea: perché non andare a fare due passi nella Valfredda, magari fino all'alpe Ussel e poi si vedrà? E' bella in primavera, in estate, in autunno... ma anche d'inverno! Oltretutto poco più di un anno prima ci si era molto divertiti da quelle parti ! Francesco accetta immediatamente la proposta, essendo stato da poco al sentiero dei ponti romanici nella parte bassa del vallone ed essendosene invaghito, così io provo ad invitare l'esperto Franco: anche lui sarà dei nostri, proponendo immediatamente, da par suo, l'integrazione perfetta per l'itinerario da me abbozzato, e cioè di proseguire dall'alpe Ussel fino al Der del Munt e da qui scendere prima a Fassabella e quindi a Chironio per poi chiudere l'anello. Un giretto mica male!

PRIMA PARTE 

Il sabato mattina ci ritroviamo tutti e tre in piazza a Locana e saliamo sull'auto di Franco, con la quale raggiungiamo Balmella inferiore, 899 m.s.l.m. La quantità di neve presente al suolo è ancora poca, per cui decidiamo di calzare unicamente le ghette, lasciando per il momento le ciaspole appese allo zaino,  ed imbocchiamo l'imbiancato sentiero della Valfredda.
Franco si mette all'asciutto - Alpe Ussel
Attraversato il ponticello sul rio Leitosa si arriva, con un percorso quasi rettilineo e sempre in leggera salita, alle case di  Medan 1085 m; fino a questo punto il percorso è piuttosto evidente nonostante la copertura del manto nevoso, trattandosi di una mulattiera; di lì in poi , anche per via della rada segnaletica e della riduzione del percorso a sentiero, il bel tempo e la buona conoscenza del percorso risultano molto utili per raggiungere l'alpe Pian del Pari prima e l'alpe Casette poi. Avendo compiuto questa seconda parte dell'itinerario praticamente "a memoria" -  data la mia assidua frequentazione di questi luoghi - mi trovo paradossalmente in difficoltà a fornire delle indicazioni invernali utili, anche se , oltre a consigliarvi di seguire fedelmente per quanto possibile il percorso indicato sulla cartografia, un paio di "dritte" mi sento in grado di darvele:

  • arrivati al Medan il percorso attraversa dapprima il pianoro per poi alzarsi al limite del bosco una volta superate due baite non diroccate (ed ancora utilizzate durante la bella stagione) ;
  • poco prima di arrivare sul dosso erboso su cui è posto il Pian del Pari il sentiero svolta bruscamente  a destra ed in salita in corrispondenza di un piccolo impluvio posto immediatamente alla sinistra del suddetto alpeggio, per poi attraversarlo una volta giunti al livello delle baite;
  • dal Pian del Pari il sentiero prosegue a destra ed in salita senza raggiungere le baite e, dopo un breve tratto in leggera salita al limite del bosco, si porta  all'interno di un bel bosco di faggi dove prosegue, con pendenze leggermente accentuate,  fino alle Casette.
Dalle Casette il sentiero, tenendosi sempre in alto rispetto alle case, entra tosto in una zona di rododendri e radi larici, per poi scendere quasi subito ad attraversare il rio Vallungo in corrispondenza del sentiero per l'alpe Ussel , abbandonando la traccia che prosegue lungo l'asta valliva principale in direzione dell'alpe Muanda.
Dopo pochi metri di ripida salita si entra in  un bello ed ombroso ceduo invecchiato di faggio; arrivati a questo punto occorre trascurare la traccia che si dirige in piano verso sinistra, diretta ai ruderi dell'alpe Montà, e fare attenzione ai segni rossi sulle piante che, con  una brusca svolta in salita verso destra, ci portano sulla sommità della piccola dorsale boscosa che divide la conca dell'alpe Ussel dal vallone principale.
Ancora un'ultimo strappo sulla dorsale ed eccoci di fronte alla conca dell'alpe Ussel , le cui costruzioni si trovano al culmine della zona erbosa circostante; qui decidiamo di fare una pausa ristoratrice, durante la quale decidiamo che  è arrivato il momento di calzare le ciaspole, visti i centimetri di neve fresca presenti.
Laggiù l'alpe Ussel
Arrivati a questo punto  occorre specificare che, per quanto ci riguarda, il percorso con le ciaspole sin qui descritto ( cioè  fino all'alpe Ussel ) è tecnicamente abbastanza facile ed alla portata di tutti, facendo però molta attenzione al fatto che,  trattandosi di un itinerario poco o per nulla frequentato (e di conseguenza non battuto e poco  segnalato), è molto facile smarrire il giusto percorso se non si conosce bene la zona od in condizioni di scarsa visibilità.
Il percorso descritto nella seconda parte presenta invece difficoltà tecniche a tratti anche notevoli, ragion per cui ciascun escursionista dovrà fare le proprie valutazioni.

SECONDA PARTE


Dopo aver dato un ultimo sguardo alle belle ( ed ancora in discrete condizioni ) costruzioni dell'alpeggio, ci dirigiamo verso l'alpe Tola,  posta immediatamente a monte ed a sinistra dell'Ussel , su una panoramica spalletta  che raggiungiamo non senza qualche difficoltà nell'interpretazione del percorso, tant'è che dopo aver smarrito in mezzo alla boscaglia la traccia di sentiero, la raggiungiamo percorrendo i resti di una roggia posta immediatamente a monte della traccia. Caratteristica di questo alpeggio è  la presenza di un grande faggio bitorzoluto, forse lasciato lì per fare ombra, foglia o per motivi estetici ( difficile stabilirlo ). Piccola nota personale: la facciata dell'Alpe Tola è rivolta proprio in direzione della... facciata della mia casa in frazione Casetti, dalla quale posso distinguere bene ad occhio nudo sia la baita che il grande faggio.
Abbraccio prospettico per Franco e Francesco all'Alpe Tola
Appena al di sotto della baita una labile traccia di sentiero prosegue in direzione Sparone , diretta ad una piccola ma evidente insellatura, localmente chiamata Bocchetta del Fo , sita lungo uno dei contrafforti discendenti dal monte Cimeron. La suddetta traccia, già scarsamente visibile durante la bella stagione, è resa ancora più incerta dalla presenza del manto nevoso: a fare da segnavia in queste condizioni contribuiscono i rigogliosi arbusteti di sorbo degli uccellatori in mezzo ai quali essa è ricavata.
Questa parte del percorso è parecchio ostica: si tratta di un traverso lungo ripidi pendii, durante il quale è necessario anche attraversare un canalino in parte roccioso ( occorre fare molta attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio) e molto disturbato dagli arbusti, tanto che in molti punti non si riesce letteralmente a tenere una ciaspola vicino all'altra.
Una volta attraversato il canalino, con un'ultima salita si arriva alla bocchetta del Fo; da qui la traccia continua verso un'evidente spalla boscosa, posta lungo il contrafforte che dal Cimeron prosegue con il Der del Munt a separare la Valfredda dal vallone inciso dal rio Fassabella, spalla boscosa che si raggiunge senza troppe difficoltà, almeno dopo aver superato il tratto precedente.
Laggiù la Bocchetta dla Crava
Ed  è proprio quando pensi che il peggio sia alle spalle che viene il bello, la parte più "divertente" del percorso: sia sul versante Fassabella che in direzione dell'ormai vicino Der del Munt l'ambiente si mostra parecchio ripido e dirupato. E noi dalla spalla appena raggiunta dobbiamo scendere per raggiungere quella che localmente viene chiamata Bocchetta dla Crava ( ed ad osservarla da qui non stentiamo a capire la logica che sta dietro all'etimologia del nome) : senza la neve non sarebbe un problema, ma con la neve e con le ciaspole si.
Mentre ragioniamo sul da farsi ( io ad esempio propongo di scendere in mezzo ai sorbi sul versante Fassabella per poi risalire appena possibile alla bocchetta dla Crava) , ecco che Franco nota un inequivocabile segno rosso sul tronco di una betulla posta lungo la cresta al limite inferiore della spalla: il "sentiero" ( parola enorme in questo caso) scende ripidissimo lungo la cresta, sembra quasi verticale.
Francesco a fine discesone
Valutata la situazione, decidiamo che il discesone è superabile grazie alla presenza di numerosi alberi ed arbusti a cui appigliarsi, a patto di togliere momentaneamente le ciaspole, tant'è che l'esperto Franco sentenzia: "se non ci fossero le piante, con la neve non sarei mai sceso".  Una sentenza quantomai giusta, sia secondo me che secondo Francesco, che nonostante la numerosa ed ingombrante attrezzatura è arrivato sin qui senza fare una piega e senza dubitare della salute mentale mia e\o di quella di Franco ( ma più avanti ci stupirà ancora).
Quindi togliamo le ciaspole, ed aggrappandoci ad alberi ed arbusti scendiamo incolumi fino all'agognata bocchetta, dalla quale in breve raggiungiamo il Der del Munt, cima Coppi di giornata.
Dopo una breve pausa ed un'occhiata al panorama, pensiamo che sia meglio scendere fino alle alpi di Fassabella prima di fare la pausa pranzo.  Comincia così la terza parte del percorso, la cui difficoltà è intermedia rispetto a quella delle prime due parti ( ma più vicina alla prima che alla seconda).


TERZA PARTE


Sotto la sicura guida di Franco cominciamo dunque a scendere lungo la dorsale boscosa, nel bel bosco misto di larici ed abeti, in direzione delle alpi Fassabella di sopra , che tuttavia non raggiungiamo lasciandole alla nostra destra, giungendo invece presso un altro gruppo di rustici, che offre alla nostra vista uno spettacolo meraviglioso, assolutamente da immortalare in una fotografia fatta come si deve, cioè fatta da Francesco.
Panorama dalle alpi Fassabella
Da questo gruppo di baite giungiamo alle alpi Fassabella, dove effettuiamo la preventivata pausa pranzo. Scartata l'idea di scendere direttamente a Balmella per via del percorso non così evidente, decidiamo di prendere la mulattiera che scende a Chironio, passando per la borgata Picca, attraverso magnifici boschi di faggio e di castagno.
Al termine della discesa attraversiamo il rio Vallungo sul bellissimo ponte romanico e raggiungiamo le case di Chironio; da Chironio proseguiamo lungo un sentiero nel bosco di castagni fino a raggiungere l'auto a Balmella inferiore.
Ed ecco che una volta giunti alla meta, Francesco decide di stupirci, chiedendoci di provare a dare un peso al suo zaino ed all'attrezzatura a tracolla: secondo me saranno di sicuro più di 15 kg, ragion per cui non possiamo che fargli i complimenti per l'allenamento e la resistenza degni della sua arte fotografica. Come sempre l'ambiente invernale e la neve fresca ci hanno dato grandi soddisfazioni ed abbiamo avuto fortuna nel trovare un itinerario di questo tipo in condizioni ideali.


CONCLUSIONE


Ci consigli di fare questa escursione? Ni. La prima parte e la terza parte possono essere percorse abbastanza agevolmente ( salendo rispettivamente da Balmella all'alpe Ussel e da Chironio al Der del Munt), ragion per cui mi sento assolutamente di consigliarle come gite indipendenti; l'aggiunta della seconda parte (  per realizzare l'anello o per raggiungere il Der del Munt da Balmella inferiore), come ho già scritto sopra, va subordinata ad un'adeguata   autovalutazione delle proprie capacità tecniche ed ad un discreto allenamento. Penso di avervi detto proprio tutto: a presto con le Storie!







martedì 28 aprile 2015

E' bello camminare in una valle verde

Circa a metà aprile iniziano a comparire, sulle montagne intorno a Locana,   ampie strisce continue di un bel verde chiaro:è la fogliazione primaverile dei boschi di faggio.  Tale fogliazione precede quella del castagno più in basso e quella di larici ed arbusti più in alto, come la stella del mattino che accarezza il cielo all'alba mentre l'oscurità progressivamente scompare, come il nastro su un pacco regalo. 
Balmella inferiore
Ammirando il paesaggio circostante ho pensato che, parafrasando un vecchio slogan pubblicitario, sarebbe stato molto bello camminare in una valle verde, magari a due passi da casa. E qual è la zona più verde e più densa di boschi di faggio nelle vicinanze? Ma la "Valfredda", naturalmente! Bisogna assolutamente andarci e subito: contatto l'amico Guido ed organizziamo l'uscita. 
La "Valfredda" è un'importante vallata laterale, posta sulla sponda destra idrografica del torrente Orco, all'interno del territorio del comune di Locana, che si estende lungo il corso del Rio Vallungo, dalle Foere fino alle pendici del Monte Croass, al confine con la Valgrande di Lanzo toccando importanti borgate quali Chironio e Balmella. Forse non è la valle più bella del mondo , ma nella mia classifica personale di certo se la gioca per il podio o per una medaglia di legno, che non ho mai capito perchè un quarto posto faccia poi così tanto schifo rispetto al terzo. Ma non divaghiamo.
valle verde
 Alle 8,30 di una mattinata limpida e serena lasciamo l'automobile a Balmella ed imbocchiamo la buona mulattiera che sale  sulla sinistra idrografica del vallone, conducendoci prima ad attraversare il rio Leitosa su una passerella di legno, poi in breve alle alpi Medan  1085 m. 
Il toponimo "Medan" significa appunto località posta "nel mezzo", ovvero la "terra di mezzo" posta tra  la Valfredda ed il vallone del Rio Leitosa, suo principale affluente, proprio laddove comincia la cresta spartiacque tra i due bacini. 
Tutte le nostre aspettative sono soddisfatte: due ali di  faggete delimitano il nostro percorso, che la primavera ha cosparso di fiori di ogni colore e di verdi velluti d'erba sui quali posare i nostri scarponi. Siamo forse degli imperatori? Questo non lo so, ma di certo siamo in una valle verde. Ma non divaghiamo. 
La parte media ed alta della "Valfredda" è ricca di verdi pascoli, punteggiati da numerosi rustici, stalle ed abitazioni ;  alcune decine di anni fa ne era addirittura ricchissima. Ma le vestigia degli antichi fasti, per nostra fortuna, sono ancora ben presenti, così che noi possiamo ammirarle. Certo, perchè a queste quote la vegetazione naturale sarebbe costituita da boschi e, se continuerà l'attuale dinamica di abbandono del territorio alpino, certamente avranno la loro rivincita sull'opera dell'uomo.
salita nella faggeta
 Proseguendo oltre il Medan, sempre su ottima traccia, raggiungiamo un altro importante alpeggio: il Pian del Pari 1188 m. E' qui che il Vallungo riceve altri due affluenti minori: il rio del Pari sulla sinistra ed il rio del Lupo sulla destra. Di fronte a noi ora sono ben visibili il Monte Cimeron e la testata del vallone . Ancora un tratto di salita nel bosco, ed eccoci all'alpe Casette 1300 m. Arrivati a questo punto abbandoniamo il percorso principale per addentrarci nel bosco di faggi. Ora la traccia è più incerta, il terreno più ripido ma l'ambiente è sempre affascinante, come sanno esserlo i boschi di faggio, ma noi sappiamo bene dov'è la nostra meta. E' lo Sprot. 
Guido, alla  prima uscita stagionale dopo il suo ritorno in Canavese, non sembra così convinto di abbandonare il buon sentiero dalle dolci pendenze, ma la promessa di panoramiche vedute e di un percorso tutto sommato facile lo convincono a fidarsi del Varda.
Lo Sprot, toponimo che deriva molto probabilmente dal cognome "Perotti", molto diffuso  nel comune di Locana, è un curioso alpeggio posto a cavalcioni tra la Valfredda ed il Vallone del Rio Leitosa, in una posizione al contempo molto panoramica  e molto "coraggiosa". 
finalmente lo Sprot
Saliamo così sulla destra idrografica del rio del Pari, risalendo la dorsale boscosa che ne delimita l'impluvio. Il colore dei faggi addolcisce l'erto percorso, ma allo stesso tempo lo rende misterioso, impedendoci di capire dove sia la spartiacque Valfredda-Leitosa e di vedere "in anteprima" il luogo d'arrivo.
 "Ecco che i faggi si diradano, forse ci siamo!". E invece no. "Ecco ormai la cresta è lì". No. Infine alla cresta ci arriviamo, ma non allo Sprot: in questo punto è costellata da tante paretine rocciose, come i biscotti che a volte mettono per guarnire i gelati artigianali.  Ma non divaghiamo.
Dove siamo? Fuori la cartina: stiamo andando bene, ma dobbiamo spostarci più a sinistra prendendo ancora un pò di quota: e così tosto usciamo dalla faggeta e vediamo la nostra meta. 
nella stalla con volta piena in pietra c'è ancora una gomma per l'acqua
Peccato che per raggiungerla sia necessario attraversare una zona ormai prevalentemente arbustiva , ma più che altro ripida e con al suolo ancora quel buon mezzo metro di neve marcia di fine stagione. Occorre quindi calzare le ghette per non bagnarsi e procedere con calma e concentrazione, saggiando bene la neve per evitare di finire in qualche buco ( anche se a prima vista pare che non dovrebbero essercene, visto che siamo ormai nella zona dell'alpeggio). 
Primula a fiore rosso allo Sprot
Così con un ultimo sforzo raggiungiamo i ruderi dell'Alpe Sprot: una stalla, un'abitazione ed un crutin, posti in corrispondenza di una caratteristica zona rocciosa della cresta che sembra farle da scudo. Qui la vegetazione è ancora indietro: ci sono fiori di crocus, genziane e veratri che cominciano a spuntare e, sul versante Leitosa, proprio sulla zona rocciosa, delle bellissime primule a fiore rosso. Un magnifico regalo che ci compensa di un'escursione non così ricca di incontri animali come pensavamo: si ok, 4 caprioli, 1 cervo e qualche camoscio, ma è una zona che può dare molte soddisfazioni in più.
Sprot - costruzione in cresta.
 Il panorama che da qui si gode è davvero vasto, e va dal Gran Paradiso alla Quinzeina, mentre davanti a noi la vista è chiusa dal monte Cimeron. Da qui possiamo vedere bene, sull'altra sponda della valle, anche l'Alpe Ussel e l'Alpe Quart, poste lungo il sentiero che raggiunge il col Croce d'Intror, dove passa l'Alta Via Canavesana. Anche la vista sul vallone di Leitosa è davvero ottima e possiamo ammirare le alpi Gaschi, Leitosa, Pian Marmotte, Cialma ( non quella, un'altra) e Colla...
In corrispondenza del "crottino di cresta" parte inoltre il sentiero ( ormai inesistente) che scende verso Piandemma andando a raggiungere l'alpe Carel. 
Svizzera? No, Valfredda!
Soddisfatti del buon pranzo al sacco, cominciamo la discesa, questa volta però optando per la zona sgombra da neve ( che poi è anche quella dove arriva la traccia di sentiero ), incontrando poi la traccia  proveniente direttamente dal Medan, che scegliamo di prendere perchè ci sembra più battuta. Come   a volte succede, seguire la traccia in discesa è più facile che in salita e, fatto salvo qualche tratto più "imboscato", la discesa nella faggeta è piacevolissima, quando mi rendo conto di trovarmi in un posto conosciuto. Siamo certamente sopra l'Alpe Pian del Pari: perchè non scendere direttamente lì e riprendere la mulattiera del primo pezzo di escursione? E così facciamo. Dopo un tratto più ripido, sbuchiamo infine nei pascoli alti del Pari. La vista sulla Valfredda in questo punto ed in questo periodo dell'anno mi fa venire alla mentre un altro vecchio slogan pubblicitario: "Svizzera?" "No. Novi". No, Valfredda, io direi. Dopo una breve sosta per godere della bella vista, riprendiamo la mulattiera ed in breve arriviamo all'auto lasciata a Balmella inferiore al mattino. E' un caldo ed assolato primo pomeriggio, e Guido approva l'escursione. E' bello camminare in una valle verde!
















martedì 2 dicembre 2014

Vita di montagna e socialità: una "cunta" dla val...

Da sempre il ritmo della vita rurale viene scandito dall'orologio delle stagioni e delle condizioni meteorologiche: pioggia, vento, sole, temperature,  giornate più o meno lunghe determinano il calendario dei lavori nei boschi, nei campi, nei prati e nei pascoli. Non faceva quindi eccezione la dura vita di chi svolgeva tali attività nelle zone di montagna, quell'eterna lotta per ottenere da un piccolo fazzoletto di terra il necessario per sopravvivere, per sè e per la propria famiglia. 
Il tema del "tempo libero" non era dunque, per usare un eufemismo, molto "sentito": eppure un minimo di tempo di riposo e socialità era essenziale riuscire a ritagliarselo anche allora, per rinfrancare il corpo, la mente e lo spirito dalle dure fatiche giornaliere. 
In quel di Locana, con le sue numerose frazioni abitate tutto l'anno ed ubicate spesso anche a notevoli distanze dalla "Villa", cioè dal nucleo centrale del paese, i principali momenti di socialità erano sostanzialmente quattro : la sera dopo cena,  il mercoledì (giorno di mercato) , il sabato sera ( soprattutto  per i giovani) , la domenica mattina con la messa. 
In questo post voglio analizzare la prima tipologia di socialità: la sera dopo cena. 
La sera dopo cena, nelle modeste abitazioni rurali delle borgate, non erano presenti radio, televisioni, computer, internet: allora una o più famiglie si radunavano davanti al camino o nella stalla, al caldo, e si raccontavano storie e leggende, "le cunte" per l'appunto. Questi racconti, che avevano una spiccata funzione educativa per i bambini, costituivano un passatempo anche per gli adulti: gli argomenti trattati variavano dalla narrazione di vicende ed episodi legati alla vita ed alla storia famigliare a racconti di streghe, folletti, spiriti maligni, che venivano così tramandati, per via orale, di generazione in generazione. Tali racconti, a differenza delle "fiabe" e delle "leggende", non rimandavano a luoghi esotici od immaginari, ma si svolgevano interamente in luoghi reali e conosciuti, più o meno vicini al luogo di abitazione.
Esaurita questa premessa, non credo ci sia nulla di meglio che riportare una cunta "dla val", che spesso raccontava mia nonna paterna, sperando che la memoria mi non tradisca troppo e che la parola scritta riesca a trasmettervi parte delle emozioni che il racconto orale e la comunicazione non verbale, perfezionati da anni e anni di pratica, erano in grado di dare a me da bambino. Nello scriverla cerchrò il più possibile di rimanere fedele alla versione orale, benchè tradotta in italiano, mantendendo fede al suo linguaggio essenziale ma efficace.  Un'ultima cosa: a Locana "la val" comprende tutte le frazioni da Fornolosa in poi fino al confine con il comune di Noasca, dove viene parlato anche un dialetto completamente diverso rispetto a quello di Locana e della altre frazioni, più simile alle parlate francoprovenzali ed in particolare alla "parlata" di Noasca. Il racconto che segue è proprio ambientato in quelle frazioni.

"Vivevano una volta a Piada [1] due fratelli, che d'estate salivano con le bestie ai Giua[2]. Dall'alpeggio scendevano una volta a settimana, a turno, al mercato di Locana per portare il burro e le tome a vendere e tornavano a sera. Un mercoledì mattina  uno dei due fratelli, a cui toccava scendere al mercato, disse all'altro: "questo pomeriggio passando da casa a Piada mi fermo a vedere se tutto è in ordine ed a tagliare un pò d'erba, torno poi su domani mattina appena fa luce".
"Benissimo"-  rispose l'altro - " per un giorno ce la faccio anche da solo con le bestie".
Quindi i due fratelli ebbero finito di caricare il mulo con le tome ed il burro, si salutarono e quello che scendeva disse all'altro: "mi raccomando, siccome sei da solo non rimanere fuori di notte, sai che il prete a messa ha detto che di notte ci sono gli spiriti maligni, non si sa mai! Appena scende la sera chiuditi in casa e non aprire a nessuno, per nessun motivo!"
" Spiriti maligni? Ma va' , sono tutte storie e poi io non ho mica paura !".
Partito per il mercato il fratello, quello rimasto sull'alpe fece tutti i lavori: munse le vacche, le capre e le pecore, le portò al pascolo in un pezzo vicino e quindi tornò per pulire la stalla e fare il burro ed i formaggi. Finiti questi lavori vide che la legna da bruciare era quasi finita, solo che non era proprio la giornata giusta per mettersi a fare quel lavoro dato che era da solo e doveva portare le bestie più in alto, visto che era una bella giornata: avrebbe cercato di tornare un pò prima per scendere più in baso a tagliare un pò di codre[3].  Si mise quindi un pezzo di pane vecchio ed un pezzo di toma nel sacco, prese le bestie e si incominciò verso "l'nghiairi" [4]. A mezzogiorno, come usavano fare lui e suo fratello, immerse il pezzo di pane secco nel piccolo ruscello e, accompagnandolo con il pezzo di toma, consumò il proprio pranzo. Non passò molto tempo che, vuoi per il caldo, vuoi per la stanchezza, si addormentò, svegliandosi soltanto a pomeriggio inoltrato. Dato uno sguardo al sole capì che se voleva fare un po’ di legna era meglio tornare giù subito, in fin dei conti oggi le bestie avevano mangiato  bene e così fece più presto che poteva contato che aveva assieme le bestie.
Messe le bestie nella stalla e finito di mungere, prese la roncola e scese giù di corsa a tagliare un po’ di codre, ne fece un grosso fascio e se lo mise a spalle: tornò su che era carico peggio di un mulo, quando ormai cominciava a fare notte. Nonostante la stanchezza e lo stomaco che protestava perché era poi già ora di mangiare, decise di fare ancora a pezzi i piccoli tronchi: “così domani ho un lavoro in meno, tanto ormai ho solo più da mangiare qualcosa e mettermi a dormire che non ce la faccio più”. Così portò fuori dalla casa la candela ed andò avanti con la roncola per una buona mezz’ora. Finito il lavoro si chiuse in casa, sprangò la porta e mise a scaldare l’acqua per farsi appena di minestra, non aveva granchè da metterci dentro ma il burro per condirla non mancava, e neanche il formaggio per accompagnarla.
Stava ormai per mettersi sul paglione quando sentì un colpo fortissimo, la porta che veniva scossa con forza sovrumana ed una voce tremenda che urlava: “Apri la porta, o ti ammazzo. Apri la porta o ti butto giù la casa”.
Il poverino rispose: “chi sei? Cosa vuoi? Mi dispiace ma io non apro di notte agli sconosciuti!”.
Da fuori continuavano a battere sulla porta, a scuoterla ed ad urlare: “Apri la porta, o ti ammazzo. Apri la porta o ti butto giù la casa”.
Quando vide muoversi anche le lose del tetto, alla fine terrorizzato aprì la porta e si trovò davanti a sé una specie di diavolo, alto, enorme e rosso come il fuoco che gli disse: “Perché non credi agli spiriti maligni?Perchè sei rimasto fuori a lavorare di notte? Non lo sai che è pericoloso" ? .
Lui rispose a mezza voce, piangendo per la disperazione: “avevo bisogno di fare legna…si è fatto tardi…”.
A questo punto lo spirito maligno disse: “brucia la legna, se no brucio te!”
Il povero pastore rimase pietrificato. “Brucia la legna, se no brucio te!”. Ripresosi dallo spavento cominciò a bruciare tutta la legna rimasta nella stufa, mentre lo spirito maligno incessante continuava ad urlare: “brucia la legna, se no brucio te!”. La cosa andò avanti fin quasi all’alba, quando lo spirito maligno disse: “per questa volta non ti ammazzo. Ma ricordati che gli spiriti maligni esistono”e scomparve di colpo. L’uomo era  talmente sconvolto per la paura e per la stanchezza che tremava tutto e non riusciva quasi più a muoversi od a parlare. Poco dopo che era venuta la luce, fece ritorno il fratello andato al mercato che, vedendolo in quello stato, gli chiese: “ ma che cosa ti è successo”? .  L’altro gli raccontò per filo e per segno tutto quello che era accaduto durante la notte ed il fratello lo rimproverò :” ecco! Io ti avevo avvertito! La prossima volta che rimani da solo fai più attenzione!”.
Ed è per questo che, alla fine di ogni messa, il prete dice: “Jesus defendit spirit maligni”.

Spero che la "cunta" sia stata di vostro gradimento. A presto con le Storie di Montagna.






[1] Borgata sopra a Fey, nel comune di Locana, posta tra Mesonette e Meinardi.
[2] Importante alpeggio nei cui pressi  si trova il casotto dei guardaparco del Parco Nazionale del Gran Paradiso delle Fontane Fredde.
[3] Noccioli nella parlata “dla val”
[4] Zona denominata “Langiosser” sulle cartine, con omonimo rio affluente del torrente Piantonetto



lunedì 1 dicembre 2014

Quale colonna sonora per uno slideshow?

Scegliere la "giusta" colonna sonora per uno slideshow non è sempre così facile: a volte hai già in mente il brano musicale da inserire, a volte no. 
In prima battuta avevo pensato di inserire "Mayden Voyage", pezzo di Herbie Hancock nella versione dei Toto, tratto dall'album "Through the looking glass" uscito nel 2002: sonorità  "calde" con pianoforti elettrici, chitarre "liquide" .
 
https://www.youtube.com/watch?v=E2NkBYNc5Rg

Indubbiamente un bel brano, ma un pò troppo lungo ( 7:33) e poi forse per delle foto di montagna meglio qualcosa di più "ambient", più "onirico", perfino "epico".  Mi sono venuti in  mente i francesi Air, ma scorrendo la loro discografia non ho trovato un pezzo che mi soddisfasse in pieno: grandi atmosfere, ma senza quel pathos un pò epico che andavo cercando.

https://www.youtube.com/watch?v=9fmMK0lfv80

Allora sono andato sul classico dei classici: sua maestà Jean Michel Jarre, "le roi des synthetiseurs". Ed Oxygene VII era proprio il pezzo che faceva al caso mio. Ecco il risultato: buona visione e buon ascolto.

https://www.youtube.com/watch?v=Y7u-2-HTntc

E' vero, è l'ennesimo slideshow, ma, dico, potete rilassarvi per 3:54 e sognare ad occhi aperti?

giovedì 13 novembre 2014

La valle più bella del mondo.

La più bella valle del mondo? E' circondata da cime di scarso interesse alpinistico ( non ci sono 4000, non ci sono pareti con passaggi da 9b+ , non ci sono da affrontare ripidi e crepacciati ghiacciai); è completamente disabitata, benchè il suo gradiente altimetrico spazi dai 640 ai 3270 m di quota;  non ci si possono organizzare trail con 20000 m di dislivello al giorno su 300 km perchè i sentieri o non ci sono o sono in pessime condizioni ( dura andar su con le scarpette da ballo!). 
Ci troviamo di fronte a quella che è a tutti gli effetti una valle "slow", un luogo per intenditori  ove riaffermare una sorta di "diritto all'ozio": andare in montagna per il semplice gusto di andarci, da soli od in compagnia (  pochi ma buoni), non a caccia di record sportivi ma alla ricerca del proprio "ben essere". Vogliamo approfondire la questione? 
Partiamo allora dal fondo, che in questo caso sono le cime. Da fondo a valle. Che ve ne pare di questo campo da calcio a 3100 m di quota circa, con le sue spettacolari forme dovute all'esarazione glaciale denominate "patterned ground" ?
Scendendo più a valle incontreremo rocce montonate, splendidi laghi glaciali ed alpeggi solitari...



Anche in questi luoghi selvaggi può capitare, in estate, di fare incontri più "famigliari" e, soprendentemente , tracce di azioni dell'uomo discretamente impattanti quanto ancor oggi  redditizie:


Fino agli anni 50 del secolo scorso l'uomo è riuscito a ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza: c'erano perfino una piccola chiesa ed una scuola elementare con due sedi, manufatti nascosti dal verde di fitti boschi. Come scriveva Sartre ne "La Nausea": "la Vegetazione ha strisciato per chilometri verso le città. Attende. Quando la città sarà morta essa l'invaderà, s'arrampicherà sulle pietre, le imprigionerà, le rovisterà, le farà scoppiare con le sue lunghe pinze nere, ne accecherà i buchi e lascerà pendere dappertutto delle zampe verdi. Bisogna restare nelle città fintanto che son vive, non bisogna penetrare da soli in questa grande chioma che è alle loro porte: bisogna lasciarla ondeggiare e crollare senza testimoni.". 

Pare che le cose siano andate proprio così: il progresso ha sconfitto le piccole economie di sussistenza montane, nessuno ha scelto di rimanere a vivere in una borgata morta.




Però la Vegetazione ha vinto, e questo è un pensiero confortante, specialmente quando i boschi si accendono con i colori dell'autunno, regalando emozioni.


Ancora più in basso si trovano i "castlet", di cui abbiamo già parlato nel maggio di quest'anno...


Le profonde gole della parte bassa della "valle più bella del mondo" celano splendide perle di oro blu, dove ( molto raramente per la verità) è possibile incontrare qualche appassionato di canyoning intento a fare tuffi, calate e scivolate lungo i "toboga" naturali.
Insomma, volevo raccontarvi una "storia"ma è venuto fuori   un fotoromanzo. Penso che abbiate ormai tutti capito di quale valle sto parlando, ma nel caso non l'aveste intuito ve lo scrivo qui di seguito: è la valle dell'Eugio, in provincia di Torino. Se invece è il giudizio estetico che non condividete, vi rispondo con l'antico adagio: "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace" e, incurante del vostro disaccordo, vi lascio con la citazione di un ex-ministro dall'inglese scintillante: "visit our site, but please visit Eugio valley". 
A presto con le storie.