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martedì 8 novembre 2016

Escursioni non per tutti 6 - Monte Canaussa da Ronco Canavese per Tiglietto, Cima Tavorna, Punta delle Gheule e ritorno per i laghi di Canaussa

Premessa

L'anno scorso, durante una bellissima giornata di fine ottobre,  ero salito da Ronco a Tiglietto per la mulattiera, e di qui avevo proseguito in cresta fino a Cima Tavorna ed alla Punta delle Gheule. Naturalmente l'idea di continuare lungo l'invitante cresta fino al monte Canaussa mi aveva immediatamente sfiorato ma, complice la presenza di neve ed il fatto di essere in solitaria, avevo poi deciso di fare un anello, ritornando a cima Tavorna e  scendendo prima a Pianronc ,poi a Cernisio e quindi raggiungendo Ronco lungo la mulattiera posta sulla sx idrografica del torrente Soana. Quale premio di consolazione per la rinuncia, avevo potuto ammirare i meravigliosi colori  dei boschi in autunno, in particolare quelli di faggio , scattando anche numerose e bellissime fotografie grazie alla perfetta luce delle ore più calde .
Cartina del percorso ( clicca per ingrandire) - elaborazione su Igm 1:25.000 - Portale Cartografico Nazionale
Così qualche giorno fa,  quando  mi ha telefonato l'amico Giuseppe Guglielmetti per chiedermi dove avessi scattato le foto che aveva visto sulla pagina fb Orco Trekking e se riuscivamo a combinare un giro da quelle parti , ci siamo messi subito d'accordo su giorno ed ora, tempo permettendo, per la settimana seguente. Il  programma "minimo" era quello di replicare il giro dell'anno scorso, magari questa volta scendendo dal  vallone di Servino lungo la dorsale che porta al Tor anzichè a Pianronc, per fare delle foto; il programma "massimo" quello di percorrere tutta la cresta fino al monte Canaussa nel caso ci fossero le condizioni giuste. Dal punto di vista della difficoltà questo itinerario va classificato come EE;  il primo tratto da Ronco a Tiglietto può  invece essere classificato come "E" , svolgendosi interamente su ottimo percorso, ed è alla portata di tutti. Da Tiglietto in poi le difficoltà aumentano progressivamente ( EE) , con il sentiero che diventa via via una labile traccia fino a scomparire quasi del tutto dopo la punta delle Gheule; il tratto di cresta per arrivare all'Uja di Tiglietto è molto ripido e richiede particolare attenzione e, se si segue fedelmente il filo di cresta , richiede qualche elementare passo di arrampicata. La discesa lungo il vallone di Canaussa richiede un pò d'attenzione per non smarrire il sentiero, specialmente nella parte iniziale fuori dal bosco.

L'itinerario

Lasciata l'auto in piazza Mistral a Ronco Canavese alle 8,30 del mattino, attraversiamo il ponte in legno sul torrente Soana ed imbocchiamo verso destra l'ampia mulattiera proveniente da Cernisio.
La mulattiera sale nella grande faggeta
Dopo un primo breve tratto nel quale si costeggia il torrente, la mulattiera comincia a salire dolcemente a mezza costa,  sotto la copertura di un'ombrosa pecceta; poi,  assecondando le forme della montagna,  svolta a sinistra, sbucando all'interno della grande faggeta che in questo punto copre senza soluzioni di continuità tutto il versante sx idrografico della valle fino alla frazione Tiglietto ed a Cima Tavorna.  Lungo il percorso si incontrano alcune cappelle votive, che purtroppo non si presentano in buono stato di conservazione. Anche sotto la debole luce del mattino, le sfumature dei colori delle foglie di faggio sono davvero fantastiche. Dopo aver ignorato sulla sinistra la scalinata in pietra con cui ha inizio la Vi dle Guardie , un sentiero un tempo utilizzato dalle guardie forestali per spostarsi più velocemente in quota, si raggiunge con un ultimo tratto in salita la borgata Tiglietto 1275, sbucando fuori dal bosco  nei pressi della chiesa dedicata alla Madonna del Colmetto. Senza raggiungere l'abitato, un sentiero, segnato con tacche rosse un pò sbiadite,  comincia a salire a sinistra della chiesa, re - inoltrandosi immediatamente nel bosco di faggi , seguendo più o meno esattamente la dorsale spartiacque Soana-Canaussa.  Il sentiero prosegue nel bosco fino ad uscirne nei pressi di un traliccio dell'elettrodotto Super-Fènis , posto appena al di sotto della sommità di Cima Tavorna e sopra i pascoli dell'omonimo alpeggio, aprendo alla nostra vista un bellissimo panorama sulle cime circostanti.
Il traliccio posto nei pressi di Cima Tavorna
In particolare è davvero spettacolare osservare alla nostra destra il "mare" di nubi basse che copre la pianura torinese e canavesana, arrivando a lambire l'Arbella e quindi Pont Canavese. Peccato che il traliccio, certamente una grande realizzazione umana dal punto di vista tecnico e del progresso, rovini sotto diverse angolazioni il panorama ( praticamente un pugno in un occhio, diciamocelo).
Da Cima Tavorna la traccia di sentiero, ora più incerta, prosegue più o meno  lungo la cresta ( alcuni affioramenti rocciosi si evitano sul versante Soana ) fin a nei pressi di Punta delle Gheule, giunti al di sotto della quale ci si sposta in versante Soana per aggirare un ultimo tratto più accidentato. Con un' ultima salita su ripido pendio erboso si riguadagna la cresta, da cui in breve  si tocca la croce di vetta, posta sul piccolo torrione che ne costituisce il punto sommitale.  Da questo punto  è finalmente visibile tutta la cresta  e dobbiamo decidere il da farsi: scendere sul vallone di Servino, realizzando un anello e facendo delle bellissime foto alle faggete oppure allungare l'escursione proseguendo fino al Monte Canaussa.  La dorsale appare quasi completamente sgombra da neve , eccezion fatta per l'ultimo tratto, che oltre ad essere un pò imbiancato è  anche decisamente più ripido e roccioso. Dando uno sguardo con il binocolo appare evidente come l'ultimo tratto possa comunque essere evitato sulla destra per un ripido pendio erboso, nel caso si presentasse davvero  ostico, ragion per cui decidiamo di allungare l'escursione.
Panorama da punta delle Gheule

Una traccia di camosci\cacciatori riprende ora fedelmente il filo di cresta , sempre evitando le asperità sul versante Soana\Servino , fino a raggiungere la quota 2259, ove è posto un piccolo ometto in pietra ed è presente quella che ha tutto l'aspetto d'essere una vecchia postazione di caccia. Il panorama da qui in poi si fa ancora più grandioso e si arricchisce con la presenza della "Gran Becca", cioè il Cervino! Pensando alla via del ritorno incominciamo a fare varie ipotesi: scendere su Servino dalla Bora Freida ( ci ero passato un paio di anni prima di ritorno dal Monte del Prà )  , scendere dal vallone di Canaussa...
A quota 2259: 
i resti di una postazione di caccia...
Spunta il Cervino...
Dalla quota 2259 si prosegue, sempre lungo la cresta, fino alla quota 2400 m, posta alla base della prima elevazione del monte Canaussa, che scoprirò poi il giorno seguente da Franco e Blin  che localmente viene chiamata Uja di Tiglietto ( at Tiei), 2423 m. Eh si perché per uno strano caso del destino abbiamo effettuato lo stesso itinerario in giorni diversi ( il venerdì ed il sabato) , quasi come se anche quando non andiamo assieme avessimo sviluppato una sorta di telepatia nel decidere le mete delle nostre escursioni.
Dall'Uja at Tiei uno sguardo alla cresta di salita ( ben visibili la q.2259, Punta delle Gheule e Cima Tavorna

Il grande ometto di quota 2444, più avanti la vetta del Monte Canaussa

"Selfie con triangolino" per Giuseppe in cima al Monte Canaussa
Dalla quota 2400 alla cima dell'Uja at Tiei si affronta la parte più ripida e difficile del percorso, per compiere il quale ci sono due alternative: lungo il filo di cresta per rocce rotte ( necessario ogni tanto aiutarsi con le mani per compiere qualche facile passo d'arrampicata) , oppure aggirandolo sulla destra per un ripido canale erboso; noi abbiamo scelto la prima alternativa in quanto ritenuta più sicura. Dall'Uja at Tiei poi, per larga e comoda cresta sia raggiunge prima la quota 2444, dove è presente un grande ometto di pietre, quindi in breve la sommità del Monte Canaussa 2492 m.
Panorama sul primo, secondo e terzo lago di Canaussa. Sullo sfondo la Quinzeina.

Dalla sommità del monte Canaussa si ritorna per qualche metro sui propri passi, quindi per ripidi pendii erbosi si scende fino a toccare il terzo lago di Canaussa, quota 2216 m ,  dal quale, lungo il sentiero che scende lungo il vallone , poco evidente ma segnalato qua e là da tacche rosse ed ometti, si toccano i primi due laghi e l'alpe Canaussa ( 2117 m ) .  La parte alta del vallone di Canaussa è davvero  selvaggia e magnifica in questa splendida giornata di fine ottobre!
Comunicazione di servizio: appena al di sotto dei primi due laghi abbiamo trovato un sacco a pelo, che abbiamo lasciato in un punto preciso e riparato, poco distante dal luogo di ritrovamento ( se il proprietario\a ci stesse leggendo mi scriva per maggiori informazioni).
Per quanto riguarda il sentiero che risale il vallone di Canaussa , va detto che si tratta di un percorso tradizionalmente difficile da mantenere in ordine: secondo alcuni racconti a me pervenuti già negli anni 60-70 la parte bassa del percorso, fino all'alpe Canaveia , era considerata impraticabile per via della folta vegetazione che vi era cresciuta. Il sentiero è poi stato ripristinato negli anni 90'  ed in seguito sottoposto a periodiche opere di pulizia, ragion per cui oggi risulta praticabile, anche se occorre fare molta attenzione a non smarrire l'esile traccia.
Alpe Canaveia
La discesa continua ora fino all'alpe Canaveia 1874 m , poi più ripidamente, sempre sulla sx idrografica del vallone , fino ai ruderi dell'alpe Revedone 1498 m , dove si attraversa il rio Canaussa e si prosegue a perdere quota toccando altri magnifici boschi di faggio ( fare attenzione a non smarrire la giusta traccia : ad un certo punto infatti si incrocia un traccia  che scende alla frazione Crotto , che occorre ignorare per proseguire in leggera discesa ed a mezzacosta per Tiglietto).
Raggiunte e superate le case di Tiglietto, si imbocca nei pressi della chiesa la mulattiera che scende a Ronco e la si percorre lungo l'itinerario di salita fino a piazza Mistral. Noi ci arriviamo intorno alle 18,30 ( 18,38 per la precisione) , quando comincia a diventare buio e le luci dell'illuminazione pubblica sono già accese: che rabbia pensare che un paese bello come Ronco Canavese d'inverno sia abitato da così poche persone finito il periodo di villeggiatura estivo!
La petite ville Lumière
Ed in futuro chi lo sa ? La scomparsa delle comunità alpine non è un destino ineluttabile: presidio e difesa del territorio dal dissesto idrogeologico, valorizzazione delle attività tradizionali ( selvicoltura, agricoltura, allevamento), telelavoro ( così come l'insegnamento a distanza) , turismo, miglior qualità della vita sono concrete opportunità sulle quali occorre continuare ad investire con convinzione. La Storia, quella con la "S" maiuscola, non finisce con l'attuale ordinamento socio-economico. Arrivederci ed a presto con le Storie!


domenica 30 ottobre 2016

I grandi classici - Gran Paradiso dal rifugio Vittorio Emanuele II

Dove eravamo rimasti ? Al rifugio Vittorio Emanuele II, all'ora di cena : consumato il buono ed abbondante pasto, mentre gustiamo il classico genepy , cominciamo a definire gli ultimi dettagli per il giorno successivo. Il gestore del rifugio ci aveva informato che la via normale dal Vittorio era "chiusa" per via dei crepacci e del ghiaccio duro, ed anche il raccordo con la via del rifugio Chabod era da percorrere con molta attenzione, sempre per via dei crepacci, per cui era consigliabile salire fin nei pressi della schiena d'asino sfruttando la facile via ferrata di recente realizzazione, consiglio a cui abbiamo immediatamente deciso di aderire visto che eravamo tutti dotati della necessaria attrezzatura individuale ( ovvero casco, imbragatura , due moschettoni, cordino - anche se privo di dissipatore di energia). Per parte mia, avendo saputo dal gestore che un gruppo intendeva salire alla Tresenta passando dal colle del Gran Paradiso, mi sono permesso di sconsigliare assolutamente di percorrere quella via in discesa ( e chi ha letto la prima puntata sa bene il perchè).
Si parte presto...
Per quanto riguarda l' orario di partenza non c'è neanche da discutere, poichè questo viene scandito, periodo per periodo, dall'orario in cui è prevista la colazione, nel nostro caso le 5 del mattino e così , dopo un ultimo saluto al paesaggio circostante in veste notturna, andiamo a nanna. Per poter riposare meglio avevamo prenotato una cameretta, ma nonostante questo accorgimento la qualità del sonno si rivelerà pessima , vuoi per il caldo eccessivo presente nella stanza, vuoi per la quota, vuoi per la tensione e l'aspettativa per il giorno seguente, vuoi per i rumori provenienti dal soffitto a qualunque ora ( sopra le camerette c'è infatti il sempre affollato dormitorio che abbiamo evitato).
Ad ogni modo è sempre meglio un alternarsi di sonno e veglia che una notte passata all'addiaccio, a settembre, a 2732 m di quota: nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è infatti vietato campeggiare al di fuori delle aree apposite ( sono consentiti unicamente bivacchi di emergenza , e noi non ci trovavamo di certo in una situazione tale ), senza contare il peso che avrebbero raggiunto i nostri zaini!
Alle 4,30 suona la sveglia, ci vestiamo e scendiamo a fare colazione, quindi ci prepariamo alla partenza indossando scarponi , pila frontale ed imbragatura; una ragazza straniera ( non ricordo se di nazionalità svizzera o francese ), alla sua prima salita al Gran Paradiso , ci chiede gentilmente se lei ed il suo amico possono seguirci, visto che specialmente di notte smarrire la giusta traccia è un attimo, cosa a cui noi acconsentiamo senza problemi.
Il gruppo del Monte Bianco fa capolino allo spuntare dell'alba
Le   temperature sono davvero piacevoli e superiori alla media del  periodo; le pile frontali che illuminano la notte procedendo incolonnate lungo il percorso che conduce al raccordo con la via dello Chabod ed alla ferrata ( sito sulla dorsale che scende dalla Schiena d'Asino e divide i due bacini del ghiacciaio del Gran Paradiso e del ghiacciaio di Laveciau), nel generale silenzio ispirato dall'oscurità, fanno sembrare questo serpente umano una  processione religiosa, una marcia di spiriti desiderosi di omaggiare la dea Montagna ( anche se, come avremo modo di vedere nel prosieguo, qualcuno è soprattutto smanioso di conquistarla ad ogni costo).
Uno sguardo verso la Grivola 3969 m: chissà che prima o poi...
Se   devo essere sincero, in partenza non mi sento troppo in forma: inizialmente rimango appena indietro; raggiunti i compagni  tengo il loro passo ma con una fatica per me insolita , sento il fiato un pò corto e, a differenza del giorno precedente, non faccio mai l'andatura. Ed è così che nella mia mente iniziano a sorgere delle preoccupazioni: e se fossi incappato in una giornata no? Questa sensazione di fatica è dovuta alla quota e prelude ad un potenziale mal di montagna ? Il punto centrale è che non voglio assolutamente che la cordata rinunci per causa mia, ragion per cui decido, dopo lunga riflessione, di valutare la mia condizione fisica al termine della ferrata. E' infatti molto rischioso, per via dei crepacci, affrontare da solo un ghiacciaio, per giunta con problemi di forma fisica, per cui non potrei assolutamente fare ritorno da solo ( in caso di mal di montagna è infatti fondamentale abbassarsi di quota il più velocemente possibile).

La tormentata superficie del ghiacciaio di Laveciau: molto meglio fare la ferrata...
Chi però davvero non ce la fa a tenere il nostro passo ( un passo assolutamente normale per la verità) è l'amico della ragazza e noi non possiamo rallentare eccessivamente la nostra andatura per un perfetto sconosciuto, specialmente ora che si sta facendo giorno e siamo praticamente arrivati alla partenza della ferrata. La ragazza ci chiede quindi di aspettare solo un attimo per parlare con il suo amico, sorprendendoci poi con una decisione a mio giudizio discutibile sotto molti punti di vista: lasciare lì il compagno d'avventura e proseguire da sola, visto che noi non possiamo certo pensare di fare una cordata di 5 persone soltanto per il bel volto di una sconosciuta - si tratta in effetti di una ragazza a cui dal punto di vista estetico e fisico non manca nulla.
Caratteristiche della ferrata ( fonte: www.gulliver.it) 

La ragazza ci chiede quindi se le convenga fare la ferrata e ci mostra la sua attrezzatura: a dire il vero secondo Luca il suo cordino è un pò corto, potrebbe avere qualche difficoltà, ma basta dare uno sguardo di sotto ed osservare  la tormentata superficie del ghiacciaio di Laveciau per consigliarle di provare comunque la ferrata.
Questa via ferrata, realizzata nel 2012, percorre la dorsale rocciosa che partendo dalla Schiena d'Asino scende fino alla Testa di Moncorvè 2864 m. Per me si tratta della prima ferrata, ma la cosa non mi preoccupa troppo perchè si tratta di vie dotate di corde fisse e comodi appigli artificiali, ragion per cui  l'essenziale è ricordarsi di avere sempre almeno un moschettone attaccato alla corda. Inoltre questa ferrata è abbastanza semplice, evidentemente destinata  al "grande pubblico": non ci sono molti punti in cui è richiesta la forza delle braccia per progredire (  solo il mio cordino da ghiaccio si rivelerà un pò corto in certi punti), è molto aerea ma a me, che non soffro di vertigini o sindromi simili, non dà assolutamente fastidio guardare verso il basso per ammirare l'ambiente glaciale circostante , anzi lo faccio con un certo gusto poichè, essendo assicurato, non rischio certo di finire di sotto.  Alla luce di tutto questo risulta curiosa la classificazione apposta sul cartello, ED - estremamente difficile, che obiettivamente sovrastima decisamente il livello di difficoltà ( anche se la presenza di neve e\o ghiaccio lungo il percorso può farlo variare sensibilmente - noi ne abbiamo trovata pochissima). Finito il percorso attrezzato comincia  il ghiacciaio e bisogna legarsi;  io comincio a sentirmi decisamente meglio ed il mio dilemma interiore, se proseguire o meno,  neanche si pone: bisogna provare il Gran Paradiso!
Particolare della ferrata ( fonte: www.gulliver.it) 
La   via ferrata raggiunge il ghiacciaio superiore nei pressi della celebre Schiena d'Asino 3700 m , ultimo dosso  prima della parte finale del percorso, nonchè il tratto più ripido del ghiacciaio; qualcuno dice che viene chiamata così perchè per essa venne condotto molto tempo fa un asino. A questo punto ci leghiamo, formando la cordata: primo Luca ed ultimo Stefano, quelli con più esperienza di ghiacciaio; in mezzo io secondo e Michele terzo, legati molto lunghi ( a 10 -12 m l'uno dall'altro, come ci aveva consigliato la guida alpina Stefano dalla Gasperina.
Luca scandisce un'ottima andatura , che riesco a seguire senza troppi problemi; ad un certo punto mi giro verso il Ciarforon e, sorpresa, mi rendo conto di essere più in alto di quella vetta. Non solo: essendo fino ad ora la maggior quota da me toccata quella del Rocciamelone ( 3538 m), sono in alto come non lo sono mai stato in tutta la mia vita!
Più in alto del Ciarforon
Un  misto di euforia ed emozione mi pervade, quando mi ricordo che mancano ancora almeno 300 metri di dislivello e sarà fondamentale mantenere la concentrazione sino in cima, ragion per cui mi ricompongo immediatamente e li per lì adotto un'efficace strategia per diminuire stress e fatica:  mi concentro sull'andatura, in particolare sul passo di chi mi precede, senza pensare ad altro, evitando di guardarmi continuamente intorno. Infatti, come già ho spiegato poco sopra, non sono mai stato così in alto e "as sa mai".
Lungo la salita attraversiamo vari crepacci su ponti di ghiaccio ( fortunatamente tanto solidi da reggere tutti i salitori di giornata) ; ad ogni crepaccio rallentiamo l'andatura e  lo superiamo con cautela, passando  uno alla volta. Un'altra cosa  importante a cui facciamo molta attenzione è quella di avere la corda sempre sufficientemente tesa, requisito fondamentale per prevenire\limitare i danni e riuscire a fare un minimo di sicurezza nel caso che qualcuno di noi rischi di cadere in un crepaccio, perchè "as sa mai".
E' molto importante avere cura che la corda sia sempre sufficientemente tesa ( in alto a destra i torrioni della becca di Moncorvè) 
Nel frattempo, un passo dopo l'altro, arriviamo alla base della crepaccia terminale, che in questi giorni si presenta in condizioni tali da renderla assolutamente non banale. Il gestore del rifugio aveva consigliato l'utilizzo di un chiodo da ghiaccio, che noi purtroppo non abbiamo, ragion per cui dobbiamo aggiustarci facendoci sicurezza l'un l'altro piantando la picozza e controllando la corda di chi ci precede. Proprio mentre ci stiamo organizzando per affrontare la crepaccia chi si rivede? Ma naturalmente la nostra amica , che sta scendendo bella bella da sola a tutta birra ( già al mattino si vedeva che andava come una spia) , unica salitrice non legata di giornata ( e saranno salite quasi 100 persone quel giorno!). " Oh, so finally you arrived! Slowly, eh ? ( risatina) "
Si si, penso, saremo anche saliti "slowly ", ma tu, sola e slegata, se per disgrazia cadi in un crepaccio ed hai la fortuna di sopravvivere e di non farti male, mi spieghi come fanno a tirarti su , come fai ad aiutare chi dovrà tirarti fuori dai pasticci ?
Risposta: "Yes. Did you have choosed the ferrata or the glacier to go up ? " "The ferrata". Alla faccia dell'attrezzatura e del suo peso, penso.
Preparativi per superare la crepaccia terminale



Ad  ogni modo noi ora abbiamo ben altro a cui pensare: la salita della crepaccia terminale è davvero emozionante perchè avviene su ghiaccio quasi verticale ( tanto che dobbiamo salire muovendo un arto per volta,piantando la picozza e poi spostando prima un rampone e poi l'altro). Per fortuna la consistenza del ghiaccio è ideale, e nel punto in cui attraversiamo vi è anche un solido ponte di ghiaccio, sul quale certo non ci si mette a ballare, ma che comunque dà sicurezza.
Lo spettacolo è grandioso...
Una volta superata la crepaccia terminale, in breve raggiungiamo l'antecima e lo spettacolo si fa ancor più grandioso: alla nostra sinistra vi è la cima con la statua della Madonnina , il 4061 effettivo;  ma per me, che sono un laico e soprattutto non sono un fanatico del raggiungimento dei punti sommitali , va benissimo osservarla a breve distanza, dedicandole un sentito ringraziamento ed una preghiera per la felice riuscita dell'ascensione.  A dirla tutta nella mia decisione di rinunciare a raggiungere la Madonnina ( non posso negare che in fondo in fondo mi sarebbe piaciuto farlo )   sono intervenuti anche fattori esogeni, quali l'incontro con un paio di cordate diciamo "maleducate" che tentavano il sorpasso nei pressi della crepaccia terminale ( c'è sempre chi ha una fretta del diavolo per arrivare ... alla Madonnina). Il brutto di andare in un luogo così frequentato come il Gran Paradiso è quello che si incontrano anche molti "conquistadores" : ma l'importanza della meta, la bellezza dei luoghi e del panorama sono tali da non poter lasciare il campo libero a potenziali sterminatori di amerindi. Del resto ad essere fondamentali sono i tuoi compagni d'avventura e quelli, grazie a Dio, possiamo ancora sceglierli oculatamente.
Panorama verso il Taou Blanc ed il ghiacciaio dell'Aouille
Ultima avventura di giornata è il superare in discesa la crepaccia terminale, cosa che occorre fare nello stesso modo in cui si è salita, ovvero faccia a monte. Mentre Luca con l'ausilio di corda e picozza cerca di fare un minimo di sicurezza in alto, scendono prima Stefano  ( il quale appena arriva dall'altra parte realizza una sosta) ed a breve distanza Michele, quindi io e Luca. Direi che scendere un muro di ghiaccio quasi verticale in   "piolet traction"  ( credo) sia stato un bel battesimo del ghiaccio per chi scrive e vi assicuro che emozione ed adrenalina non sono mancate!
Discesa lungo la comoda mulattiera
E così, nonostante qualche lamentela e qualche esclamazione ( naturalmente da parte mia) , anche quest'ultimo ostacolo  è superato: ora non ci resta che tornare al rifugio per la stessa via di salita , ripercorrendo quindi anche la ferrata. Mentre siamo sulla ferrata il tempo cambia e comincia a piovigginare, ma davvero di freddo non si può parlare; finito il percorso attrezzato non ci resta che seguire i numerosi ometti fino al rifugio. Ecco, gli ometti sono talmente numerosi che ci si perde, tanto che non sarebbe così sbagliato pensare di demolirne la maggior parte, lasciando quelli buoni e mettendo un locale "divieto di costruzione". Ad un certo punto mi stufo,  non ne posso più di tutti questi ometti fatti a caso ( la pura verità) ed inizio a scendere come pare a me , abbandonando la dorsale e cominciando a scendere decisamente nel vallone del ghiacciaio del Gran Paradiso che adduce al rifugio Vittorio. I miei compagni di gita sono un pò perplessi (effettivamente in alcuni punti sarà necessario scegliere bene il passaggio onde evitare inutili diversioni e risalite aggiuntive), ma infine arriviamo al rifugio, dove ci concediamo una meritata birra ristoratrice, sorbita la quale riprendiamo il materiale lasciato nella cameretta e cominciamo a scendere verso Pont Valsavarenche lungo l'ampia mulattiera , sempre sotto lo sguardo benevolo della Becca di Monciair e dei Denti del Broglio.
Arrivo a Pont Valsavarenche: sullo sfondo, da sx: Becca di Monciair, Denti del Broglio,  gh.io del Gran Etret, Punta Fourà
Sarà la stanchezza , sarà il desiderio di arrivare al più presto alle rispettive case per godere il meritato riposo, ma quest'ultima parte del percorso è quella che troviamo più lunga, con le sue infinite svolte e tornanti. L'ansia del ritorno non arresta però la nostra fantasia: "l'anno prossimo a giugno potremmo venire su due giorni e fare la Tresenta e la Becca di Monciair";  in fondo a sinistra comincia ad intravedersi il ghiacciaio del Gran Etret con il soprastante ed omonimo colle, una delle ipotesi che avevamo valutato per traversare dalla valle Orco alla Valsavarenche: "perchè non tornare l'anno prossimo ma da quel valico" ? Vedremo, vedremo... intanto io il giorno seguente, giusto per non perdere il vizio e per rilassarmi un pò con una passeggiata defatigante, su invito di mia cugina mi sono prenotato per il giro delle frazioni del vallone del Roc, con tanto di colazione a Balmarossa, aperitivo alle Capelle e polentata a Pianchette! E chi se lo perde ?  Sapete cosa sospetto ? Penso di aver ormai sviluppato una forma cronica di dipendenza: sono un montagna-dipendente! Aiutatemi! Arrivederci ed a presto con le Storie!




domenica 2 ottobre 2016

Escursioni d'altri tempi - traversata da Noasca al Rifugio Vittorio Emanuele II per il colle del Gran Paradiso dal vallone di Goui o di Goi

Premessa

Non ero mai stato sul Gran Paradiso prima: vuoi perché sono un semplice escursionista , vuoi perché l'idea di trovarmi in cima assieme a molte altre persone non mi esaltava, vuoi per una sorta di timore reverenziale verso l'unico 4000 completamente in territorio italiano, che sarebbe stato a tutti gli effetti il mio primo 4000.
La mitica guida del Cai-Tci
Tuttavia l'idea dell'amico Luca  ( che sul Grampa c'era già stato) di tornarci passando dalla nostra parte ( valle Orco) a settembre , magari partendo da Noasca, mi ha trovato immediatamente concorde. Ovviamente la sua proposta non era quella di affrontare la mitica via Vaccarone ( decisamente al di sopra delle mie capacità), ma di fare  il primo giorno la traversata al rifugio Vittorio Emanuele per il colle del Gran Paradiso, ed il secondo giorno salire in cima. Era infatti da tempo che avevo nel mirino di salire al colle del Gran Paradiso, se non altro per salire fino in fondo all'amato vallone di Noaschetta: era decisamente un'offerta che non si poteva rifiutare.
Nella storica guida del Cai-Tci il colle del Gran Paradiso viene descritto come "facile e frequentatissimo valico" ma, come avremo modo di raccontare, le condizioni odierne sono molto diverse rispetto a quei tempi e la zona non è esattamente "frequentatissima".
In questo articolo descriverò la traversata, senza dilungarmi eccessivamente sulla descrizione del vallone di Noaschetta, del quale ho già parlato diffusamente qui  , per concentrarmi sulla descrizione dell'itinerario ( riportando in corsivo quello già caricato - sempre dal sottoscritto - su Gulliver ) e delle nostre sensazioni. Oltre a me e Luca, alla spedizione ( termine davvero non esagerato ) ha preso parte anche l'amico Michele mentre Stefano, per motivi di lavoro, ci ha raggiunti direttamente al rifugio Vittorio Emanuele II.


L'itinerario

Sono circa le sei e un quarto del mattino quando, raggiunta  in auto  Balmarossa superiore ( frazione di Noasca),  parcheggiamo l'auto ed indossiamo zaino e pila frontale. Gli zaini sono abbastanza pesanti poiché,  oltre alla necessaria quantità di cibo, bevande, vestiario, materiale di primo soccorso per sopravvivere due giorni in montagna,  abbiamo con noi anche tutta l'attrezzatura  necessaria per la salita al Gran Paradiso prevista per il giorno successivo: casco, imbragatura, piccozza, ramponi, moschettoni, cordino da ghiaccio; Luca ha inoltre con sé una corda da 20 metri ( che non si sa mai), mentre quella da 60 metri, che peserà almeno tre kg, l'abbiamo affidata a Stefano, che ci raggiungerà la sera al Vittorio Emanuele. Anche la corda da 20 metri pesa comunque un bel chilo, ed ogni chilo in più lo senti quando devi camminare per tanti km  ( non sappiamo di preciso, ma saranno sicuramente più di  20) con quelli che sulla carta sono 1945 metri di dislivello positivo, ma Luca la trasporterà stoicamente per tutta la giornata senza lamentarsi e rifiutando gentilmente qualunque proposta di cambio.

"Dalla piazzetta alla fine della strada asfaltata scendere a destra (indicazioni per il rifugio Noaschetta) ed attraversare il torrente Ciamosseretto su di una passerella in legno; il sentiero sale ora in un bosco di conifere, fino ad immettersi nel sentiero che da Noasca sale al Gran Piano (bivio, prendere la diramazione in salita)."

La borgata Sassa di notte
E' sempre emozionante cominciare a camminare anticipando l'alba; questa poi è una notte serena, la temperatura è ottima e siamo tutti molto "presi bene" al pensiero della splendida due giorni che ci aspetta, ragion per cui saliamo in allegria, con intenso chiacchiericcio ma con passo regolare: dobbiamo dosare le energie, perché si, oggi è la giornata più lunga, ma domani c'è la quota, e quella non perdona e sappiamo bene che una stanchezza eccessiva può favorire l'insorgere dei sintomi del mal di montagna anche in soggetti che normalmente non ne soffrono.

"Al bivio successivo scendere a destra per imboccare il sentiero attrezzato "corto" ( facile) per il rifugio Noaschetta il quale, superando tramite cenge alcune pareti rocciose, conduce in breve nei pressi di un piccolo bosco di betulle visibile alla vostra destra; senza raggiungerlo continuare a salire ignorando la diramazione di destra per il rifugio."

Le Levanne all'alba

A dirla tutta abbiamo un altro ottimo motivo per dosare le energie, e cioè l'idea di salire, in caso condizioni di visibilità ed orologio lo consentano, dal colle del Gran Paradiso fino alla Tresenta per la cresta NNE, per poi scendere dal versante nord direttamente sul rifugio Vittorio Emanuele .  Quando mai ci ricapiterà di averla così a tiro? Questa è anche la ragione per la quale abbiamo scelto di raggiungere il colle non passando dal bivacco Ivrea e dunque dal vallone del Gias della Losa ( itinerario relativamente più frequentato)  ma dal vallone di Goui, in quanto percorso più veloce e diretto e ghiotta occasione, almeno per il sottoscritto, di ficcare il naso in un angolo ancora sconosciuto.
Il giorno appare e la notte scompare mentre percorriamo il sentiero attrezzato, reso oggi davvero facile grazie al grande lavoro di manutenzione e miglioria portato avanti negli anni dal Cai di Rivarolo Canavese.

"Dopo aver superato una pietraia, il sentiero va a congiungersi con la mulattiera per l'alpe Bruna ( indicazioni per il Bivacco Ivrea) che passa al di sopra del rifugio Noaschetta, raggiungendo dapprima il casotto Pngp dell'alpe Arculà, poi i pianori dell'alpe Bruna e dell'alpe Bruna superiore fino ad arrivare ai bordi del lungo pian di Goi."

Il sole spunta dalla bocchetta di Drosa

Mentre saliamo verso l'Arculà il sole, come sempre, comincia  a fare capolino dalla bocchetta di Drosa e Luca, che ha un pò il "mal della pietra" ( nel senso che è appassionato di arrampicata), non può fare a meno di notare le imponenti pareti del Monte Castello; quando poi dal casotto Pngp, dopo una breve pausa ristoratrice e di rifornimento idrico, proseguiamo verso la Bruna, saranno le rossastre ed imponenti Torri del Blanc Giuir a catturare la sua attenzione. Purtroppo, prima sfortuna di giornata, non facciamo in tempo ad arrivare in vista dei pianori della Bruna, laddove comincia lo spettacolo dello splendido colpo d'occhio offerto dal versante sud del gruppo del Gran Paradiso,  che delle nuvole basse lo coprono, privandoci del piacere e del sollievo che ne derivano ( quando c'è un bel panorama si cammina più volentieri e si sente meno la fatica...forse).
Le Torri del Blanc Giuir incombono sui pianori della Bruna inferiore

"Arrivati a questo punto occorre abbandonare la traccia per il bivacco Ivrea e costeggiare il lungo pianoro sulla destra idrografica percorrendo i resti della mulattiera reale di caccia.
Verso la fine del pianoro la mulattiera comincia a salire verso destra arrivando con alcune svolte nella conca del piccolo laghetto di Goi.
Senza raggiungere il lago ( che lascia alla sua destra), la mulattiera attraversa un piccolo torrente e comincia a risalire la morena frontale del ghiacciaio di Goi, sul versante destro idrografico del vallone, dove si perde."

Il lungo pian di Goi in versione tardoestiva
Come quando Sam nel Signore degli Anelli si ferma e dice a Frodo, più o meno, " non sono mai stato così lontano da casa", così io dico agli altri : " non sono mai stato oltre il lago di Goi". In me però, a differenza del co-protagonista del celebre romanzo,  non vi è alcuna traccia di tristezza o paura,anzi: mi sento come un bambino che hanno portato al negozio di giocattoli! Va detto però che gli Hobbit avevano alle calcagna i  Nazgul e chissà quali altre oscure creature che li volevano catturare \ uccidere e noi no.
La conca ove  si trova il piccolo lago di Goi
E' proprio nei pressi del piccolo lago di Goi che ci concediamo un'altra breve pausa ristoratrice, consapevoli del fatto che da qui in poi non ci sarà più alcuna traccia da seguire, forse solo qualche raro ometto. Risaliti i resti della mulattiera reale fino al suo termine, salutiamo gli ultimi lembi di "verde" per proseguire fino alla sommità della morena frontale del ghiacciaio di Goi, dove troveremo un ometto, che sarà anche l'ultimo sul versante piemontese. Qui il paesaggio cambia radicalmente: ci troviamo ora in un ambiente prettamente roccioso, punteggiato qua e là dalla massiccia fioritura di Adenostyles leucophylla, volgarmente detta cavolaccio lanoso e dalla presenza di altre specie vegetali del piano nivale, ormai in grado di colonizzare queste superfici  da decenni abbandonate dal ghiacciaio di Goi, che un tempo le occupava completamente ,  risultando di fatto senza soluzioni di continuità rispetto al soprastante ghiacciaio di Noaschetta.
L'ambiente cambia. In primo piano: fioritura di Adenostyles leucophylla
Il vallone in questo punto si restringe decisamente,  chiuso alla nostra sinistra dalle imponenti pareti della cresta divisoria Noaschetta -Ciamousseretto, che origina dalla Tresenta, ed alla nostra destra dalla spartiacque Goui-Gias della Losa. che origina dalla Punta Ceresole
Man mano che saliamo, ad intermittenza le nubi lasciano intravedere più o meno completamente la forma triangolare della Tresenta, sempre più vicina, mentre ancora non è visibile il colle, decisamente più spostato sulla destra. 
La vegetazione scompare, mentre sulla nostra sinistra diventano visibili i resti del ghiacciaio di Goi, oggi ridotto ad una stretta lingua a ridosso dello spartiacque Noaschetta-Ciamosseretto; qua è là sono presenti nevai di varie dimensioni e non è raro constatare la presenza, al di sotto di pietre e massi, di vero e proprio ghiaccio nero, mentre al centro del vallone continua a scorrere impetuoso il torrente principale.
L'assenza di ometti e di qualunque traccia di passaggio,  l'aspetto severo e primordiale dell'ambiente circostante, sono la prova inconfutabile che ormai da queste parti raramente l'uomo mette piede ( salvo forse i guardaparco dell'Arculà). 
Le nubi basse  vanno e vengono   e, come in un gioco di prestigio, ci mostrano e ci nascondono l'azzurro intenso del cielo e le cime circostanti, riducendo la visibilità ed aumentando l'alone di mistero e di incognito che sembrano pervadere tutto ciò che ci circonda.
La consapevolezza di procedere in un ambiente dimenticato e profondamente mutato rispetto alle vecchie relazioni alpinistiche che lo descrivevano è particolarmente stimolante e ci fa sentire come degli esploratori di fronte ad un territorio vergine , completamente liberi di scegliere la nostra strada e, onori ed oneri, pienamente responsabili della riuscita della traversata
La vegetazione scompare e la Tresenta ad intermittenza

"Continuare a salire sulla sx idrografica del vallone di Goi fino ad una quota di 3050 m circa; arrivati a questo punto occorre attraversare il rio centrale per superare con alcune svolte, prima a destra, poi a sinistra, infine di nuovo verso destra e sempre sulla dx idrografica del vallone un sistema di piccole pareti rocciose che sembra sbarrare il passo (la traccia segnata sulla cartina MU in questo tratto è approssimativa - errata a giudizio di chi scrive). Anche la traccia indicata sulla vecchia cartina 1:25.000 dell'Igm, con ogni probabilità retaggio del tempo in cui queste superfici erano occupate dal ghiacciaio, è poco verosimile nelle condizioni odierne."


Ci siamo solo noi e la montagna, ed ecco che la montagna ci mette per la prima volta seriamente alla prova: arrivati ad una quota di 3050 m circa ci troviamo di fronte ad un bel rebus: a sinistra come a destra pareti di roccia di varia altezza sembrano sbarrare il passo, e l'unica possibilità di salita sembra essere quella di costeggiare ripidamente le pareti della divisoria Noaschetta-Ciamosseretto per  poi raggiungere i resti del ghiacciaio di Goi. Si tratta tuttavia di una soluzione che scartiamo subito, e questo per almeno tre motivi: il pericolo di caduta pietre, la ripidezza del percorso e la più che probabile presenza di ghiaccio nero nascosto.
Un bel rebus...

















A questo punto Luca, che come abbiamo detto soffre di "mal della pietra" , propone di andare ad osservare più da vicino le pareti rocciose poste in alto sulla nostra destra, che paiono di roccia migliore e potrebbero essere una via d'uscita nel caso fossero superabili con elementare arrampicata. Arrivati ai piedi delle suddette pareti, mentre studiamo il da farsi, ecco che rivolgendo nuovamente lo sguardo sulla dx idrografica del vallone diventa chiaramente visibile la soluzione del rebus , a dimostrazione del fatto che  in montagna è sempre molto utile poter osservare le cose dell'alto.
Ritorniamo così sui nostri passi e intraprendiamo esattamente il percorso appena individuato a distanza con successo...

La soluzione del rebus

"Giunti al ripiano superiore, continuare a salire per pietre e sfasciumi a modesta pendenza in direzione dell'evidente depressione occupata dal colle, ai piedi della becca di Moncorvè, lasciando in basso a destra il piccolo ghiacciaio occidentale di Noaschetta, al cui bordo meridionale è presente un piccolo lago di fusione."

Il ghiacciaio occidentale di Noaschetta con il piccolo lago di fusione

Finalmente al colle del Gran Paradiso
E così siamo arrivati a metà del lavoro: abbiamo raggiunto il colle del Gran Paradiso, 3345 m , dominato ad ovest dalla Tresenta ed ad est dalle pareti della becca di Moncorvè. Orologio e visibilità non ci consentono di salire  la Tresenta, ragion per cui decidiamo di pranzare con calma sul colle, onde poter meglio affrontare la discesa che sappiamo essere non banale, come ci aveva spiegato la guida alpina Stefano dalla Gasperina. Dal colle si gode davvero di un ottimo panorama ( benché oggi si presenti disturbato dalle nuvole)  sulle montagne circostanti, ed in particolare su quelle della Valsavarenche e della Val di Rhemes; e  riconoscere tra queste il Taou Blanc, il ghiacciaio dell'Aouille la Basei, la cime d'Entrelor  e via discorrendo, a noi così famigliari , è un vero piacere, è quasi come sentirci al Nivolet, a due passi da casa.
Panorama dal colle verso Valsavarenche e Val di Rhemes
Mentre mangiamo cominciamo ad osservare la discesa che ci aspetta ed i primi metri sembrano incoraggianti: ripidi ma solcati dagli stretti tornanti di una traccia ( "incredibile, una traccia! evidentemente dal versante valdostano il colle è più frequentato") . Peccato che appena più in basso il pendio "scompaia": di sicuro ci sarà un cambio di pendenza od un piccolo salto, ma se c'è una traccia siamo a cavallo. In ogni caso è inutile fasciarsi la testa anzitempo, visto che da lì dovremo pur scendere in qualche modo: "non basta guardare, bisogna andare" !

"Dal colle scendere direttamente per ripidi sfasciumi lungo una piccola traccia che dopo pochi metri di dislivello ed alcune svolte si perde in corrispondenza di un marcato cambio di pendenza, dove inizia la parte più delicata del percorso, circa 40 metri di dislivello di sfasciumi ripidissimi ed instabili.
Per superare questo tratto occorre scendere con estrema attenzione, sfruttando gli affioramenti rocciosi presenti ed i massi stabili; questo tratto è soggetto a continuo rimaneggiamento a causa della caduta di terra e pietre; valutare la possibilità di fare una calata."

In questa foto sono ben evidenti il cambio di pendenza ed i resti del ghiacciaio di Moncorvè

E così, dopo alcune svolte, eccolo lì servito il "cambio di pendenza": un muro quasi verticale di sfasciumi instabili, che cominciamo a scendere con la massima cautela, procedendo molto lentamente e saggiando attentamente ogni tratto del percorso, ogni masso, spostandoci ora verso destra, ora verso sinistra, in qualche caso anche costretti a tornare sui nostri passi per cambiare il percorso di discesa.
Continuiamo ad essere soli, noi e la montagna: solo una femmina di stambecco ci osserva incuriosita dalla cresta della Tresenta , mentre per la seconda volta le nostre capacità saranno messe a dura prova.
Arrivato agli ultimi metri del muro mi blocco, non riesco a trovare un punto nel quale scendere sentendomi sicuro: provo a sinistra, a destra ed al centro ma ogni volta faccio dietrofront tornando al precedente punto di "sosta".  E' davvero sconfortante trovarsi in una simile impasse quando ormai manca poco all'obiettivo!
Per fortuna Luca riesce a trovare una soluzione, una chiave ed arriva al termine del "muro" ma io, ancora un pò suggestionato dai precedenti fallimenti, non riesco immediatamente a seguire le sue orme e lascio passare prima Michele, che scende senza particolari problemi, dopodiché anch'io riesco finalmente a convincermi che quello è il percorso più semplice ed a lasciarmi un pò andare.
Non facciamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ci ritroviamo di fronte ad una terza prova, sempre soli, noi e la montagna.

"Pochi metri più in basso si raggiungono i resti del ghiacciaio di Moncorvè, che a fine stagione richiedono l'utilizzo di ramponi e piccozza, seppur per un breve tratto."
Salve, Ciarforon!

L'asettica descrizione che ho messo su Gulliver non rende bene l'idea delle particolari condizioni che abbiamo trovato quel giorno:  ghiaccio nero durissimo,  con tanto di crepaccia terminale impossibile  da valutare a distanza. 
E così ci tocca calzare i ramponi; io e Michele, a differenza di Luca,  per maggior sicurezza decidiamo di usare anche la piccozza, ma sarà una sicurezza più psicologica che altro, visto che il ghiaccio è talmente duro che soltanto i ramponi tengono , mentre la picca non si riesce assolutamente a piantare!
In fondo a destra, in direzione becca di Moncorvè, la crepaccia terminale si restringe fin quasi a scomparire, ragion per cui Luca inizia un traverso in quella direzione sui resti del ghiacciaio e noi lo seguiamo a ruota. Si tratta di un traverso breve ma faticosissimo, con i muscoli delle gambe tesi allo spasmo per mantenere l'equilibrio, legato alla piccola presa che i ramponi riescono ad avere sul durissimo ghiaccio. Procedendo con estrema attenzione ed avendo cura di evitare i punti più ripidi e\o dove il ghiaccio è praticamente vetro , riusciamo infine a portarci nella morena sottostante i resti del ghiacciaio. Ormai è fatta:  non ci resta che scendere fino a raccordarci alla traccia che sale dal rifugio Vittorio alla Tresenta lungo la frequentata parete N, la via normale.

"Togliere i ramponi e scendere lungo il vallone fino ad incrociare la traccia della normale della Tresenta e seguirla fino al rifugio Vittorio Emanuele seguendo i numerosi ometti".

Salve, Becca di Monciair! 
E così noi facciamo. Mentre scendiamo, ormai passeggiando, ometto per ometto, io emetto una drastica sentenza per quel che  mi riguarda: "In montagna si va per divertirsi, non per patire le pene dell'inferno. L'alpinismo non fa per me: lunedì vendo tutta l'attrezzatura".
Quando ormai manca poco al rifugio si schiude davanti a noi lo spettacolo del Ciarforon e della Becca di Monciair e dei Denti del Broglio, poi finalmente arriviamo, giusto 5 minuti prima di Stefano, salito nel pomeriggio da Pont Valsavarenche: "siete arrivati solo adesso ?" "Si" "Miseria!". Eh si, perché alla fine il gps è chiaro: 23 km e 2300 m di dislivello, di cui almeno 700-800 assolutamente non banali, almeno non a fine stagione.
Finalmente il rifugio Vittorio Emanuele II
Così, ancor prima di posare l'attrezzatura e di prendere possesso della stanza, ci gustiamo 4 meritate birre bionde ( medie, naturalmente) nel "dehor" del rifugio. Mentre ricostruiamo a mente fredda gli eventi della giornata, a Stefano sorgono spontanei alcuni interrogativi : "Luca, la rifaresti? " "mmm non so"  " Michele? " "mmm ,," "Marco ? " " mmm non so... si... cioè Luca, se me lo chiedi tu torno altre cento volte, è stata davvero una bella esperienza" " Ma Luca non te lo chiederà, quindi..." " E chi lo sa...magari in un'altra stagione, con un pò di neve a scendere dal colle".
E giocoforza mi viene chiesto conto della mia precedente, drastica sentenza: "allora, vendi l'attrezzatura? " " Mmm, mah ,aspettiamo domani al Gran Paradiso a vedere come va" "Aaaah !"
Si  è ormai  fatta ora di cena, ragion per cui andiamo a posare l'attrezzatura ed a prendere possesso della stanza: domani mattina ci aspetta il Gran Paradiso.
Ma di questo parleremo  in una prossima puntata! Arrivederci ed a presto con le Storie!






venerdì 23 settembre 2016

Escursioni non per tutti 5 - Moncimour dal vallone dell'Eugio

Introduzione

Posto all'incrocio tra il vallone dell'Eugio, il vallone dell'Alpuggio e quello di Valsoera, il Moncimour è una montagna di bell'aspetto, da cui si gode un magnifico panorama a 360° sul gruppo del Gran Paradiso, sul Rosa, sulle cime delle valli di Lanzo e sulla pianura piemontese. Alpinisticamente parlando il Moncimour è una vetta  di nessuna importanza : si tratta infatti di una cima sostanzialmente escursionistica ( classificabile come EE) , eppure raggiungerla non è così facile, da qualunque versante si decida di salirla.
Qualcuno pensa che non essendoci difficoltà alpinistiche, non valga la pena di salirla: poco male, il panorama e la soddisfazione ce la godremo noi!
Qualcuno pensa che non essendoci difficoltà alpinistiche si tratta semplicemente di "mettere un piede dopo l'altro", un gioco da ragazzi insomma. Ed invece non è affatto così,  e questo per vari motivi:
  • è un'escursione molto lunga , sia come dislivello che come distanza ( per cui è richiesto un buon allenamento) ;
  • si procede in larga parte su terreno difficile, ripido e\o in assenza di sentiero ( cosa che raddoppia la fatica e quindi l'allenamento necessario) ;
  • su un terreno del genere bisogna sapersi muovere ( pena la quadruplicazione dei tempi e della fatica, il rischio di incidenti o comunque di finire in qualche situazione difficile). 

Ecco, direi che l'ultimo punto è decisamente il più importante: per andare al Moncimour tutta la vostra tecnica, la vostra bravura con nodi, corde e chiodi serve a niente. Bisogna sapersi muovere, bisogna arrangiarsi. E non tutti gli escursionisti o gli alpinisti abituati a procedere in sicurezza e\o su vie molto frequentate sono in grado di farlo.
Il Moncimour può essere raggiunto dal vallone di Valsoera, dal vallone dell'Alpuggio e dal vallone dell'Eugio.
Dal vallone di Valsoera , cui si perviene da San Giacomo di Piantonetto o dalla diga di Telessio per la bocchetta di Valsoera, occorre raggiungere il passo del Moncimour, salendo un ripido canalone di sfasciumi che definire infami è dire poco : lì si muove davvero di tutto, anche materiale di grosse dimensioni e, dulcis in fundo, all'inizio del  canalone potrebbero presentarsi, specialmente ad inizio e fine stagione, dei simpatici nevai con neve dura per cui sarebbe consigliabile portarsi dei ramponi.
Dal vallone dell'Alpuggio occorre raggiungere la bocchetta superiore dell'Alpuggio ( per raggiungerla potrebbero essere necessari i ramponi in caso di neve)  e quindi percorrere la facile cresta sud fatta di massi accatastati fino alla vetta.
Il raggiungimento dal vallone dell'Eugio è invece il tema di questo articolo!

Parte prima - l'avvicinamento


Scendendo dal monte Arzola:  in primo piano  il lago d'Eugio in ombra, in secondo piano, sempre in ombra ,la piccola conca dell'alpe Savolere e, leggermente più in alto, la conca del lago Nero d'Eugio. In alto a destra l'inconfondibile sagoma del Moncimour.
Da Locana , dal vallone di Piantonetto ( da località Valsoani nel vallone di Piantonetto lungo il Gta che passa per il casotto Pngp dell'alpe Colla) o da Posio  raggiungere il lago d'Eugio ( siccome sono già presenti ottime descrizioni su Gulliver, non intendo dilungarmi oltre su questo tratto).  E' da qui che comincia il "divertimento", cioè si comincia a procedere dapprima su una traccia di sentiero ormai quasi invisibile e poi in assenza di sentiero, per cui credo sia il caso di fornire ai lettori una più approfondita descrizione del percorso, che unita all'esperienza ed ad un buon "fiuto" dovrebbe consentirvi di non perdere la traccia o quantomeno ( più realisticamente) di ritrovarla in caso di smarrimento. Credete che stia esagerando? Provare per credere...
Attraversato lo sbarramento, subito a monte della diga reperire un'esile traccia di sentiero ( ometti) che, costeggiando più o meno il lago dall'alto, conduce con alcuni saliscendi fino a raggiungere un ripiano caratterizzato dalla presenza di una grossa pozza d'acqua.
Poco oltre il suddetto ripiano, la traccia va ad attraversare il rio Eugio, portandosi sulla sponda destra idrografica ( ometti ); in questo punto occorre fare attenzione perchè l'inizio della traccia sull'altra sponda è attualmente quasi coperto dalla vegetazione ripariale: non lasciatevi ingannare.
Il caratteristico masso spaccato dell'alpe Savolere con alcune "villeggianti"
La traccia di sentiero, in piano ed in leggera salita, conduce in breve all'alpe Savolere, alpeggio che merita una pausa ed una visita approfondita per via dei suoi rustici,  ricavati sfruttando la presenza in loco di piccole balme, del suo bel laghetto ( che potrebbe presentarsi quasi secco in stagione avanzata) e del caratteristico masso spaccato che si trova al termine del pianoro.
Lasciato a destra il gigantesco masso, la traccia comincia a salire ora in maniera più decisa tra i rododendri ( ometti) , sempre sulla sponda dx idrografica del rio Eugio, fin quasi a raggiungere una grossa balma posta vicino ad una piccola parete rocciosa, quindi piega decisamente verso destra  a raggiungere alcune balme poste appena sotto la lunga conca occupata dal lago Nero d'Eugio.
La traccia, sempre appena visibile, costeggia ora  il lungo lago fin quasi al suo termine, quindi risale ripida a superare verso destra  le grandi pareti che ne sovrastano il fondo, giungendo nei pressi dell'alpe Leyner, leggermente spostata sulla destra ( ometti, resti di terrazzamenti a sostegno del sentiero) . Nei pressi dei ruderi dell'alpe Leyner è presente una buona fontana d'acqua, acqua che comunque è non potabile e quindi assolutamente sconsigliata per chi non ha mai bevuto altro che acqua del rubinetto od acqua in bottiglia.
Il lungo lago Nero d'Eugio
Senza raggiungere l'alpe del lago Nero, la traccia continua a salire ripida, ora per erba; giunta fin nei pressi di una grossa pietraia svolta decisamente verso destra e, sempre in salita, va ad attraversare un piccolo corso d'acqua , superato il quale giunge in breve ai ruderi dell'alpe dei Fons ( ometti), posta su un'aerea spalla ai piedi della conca contenente il lago Boccutto. Salendo di pochi metri lungo il corso d'acqua si trova una minuscola balma, entro la quale si trova un'ottima fontana ( per la quale vale lo stesso discorso fatto per quella dell'alpe Leyner ).
Arrivati a questo punto ci sono due possibilità: o proseguire  lungo la traccia di sentiero o raggiungere il lago Boccuto.

Variante n°1 - per il lago Boccutto

Il lago Boccutto visto salendo ai laghi Bort
Dalla costruzione dell'alpe dei Fons posta in prossimità della traccia di sentiero , scendere nel ripiano a destra, ove si trovano gli altri rustici che compongono l'alpeggio, e percorrerlo orizzontalmente fino a reperire un grosso ometto posto ai piedi di un canalino semierboso: risalirlo completamente per tracce di sentiero ( a tratti sono presenti i resti di una scalinata in pietra) , quindi svoltare a destra fino ad arrivare in vista di una piccola depressione posta al termine di un breve pendio , risalendo il quale si giunge in vista del lago.
Uno dei laghi Bort
Senza raggiungere le sponde del lago, proseguire in direzione nord-ovest a raggiungere le evidenti placconate rocciose sulle quali ora si svolgerà il percorso, in un ambiente di rara bellezza. Seguendo gli ometti e sempre in direzione nord-ovest si raggiungono i bei laghi Bort, posti quasi uno in fila all'altro. Costeggiare il primo di questi laghi ( cioè quello più ad ovest)  e salire , sempre per placconate, sull'altra sponda ( ometti). Prendere ora come riferimento l'evidente e lunga parete rossastra posta nella parte media e bassa del Moncimour e dirigersi ai suoi piedi ( da questo punto in poi finiscono gli ometti) , destreggiandosi alla meglio tra placconate di roccia e pietraie.

Variante n°2 - per l'alpe dei Fons

L'alpe dei Fons, vista andando verso il lago Boccutto
Nei pressi dei ruderi dell'alpe dei Fons, riattraversare nuovamente il piccolo corso d'acqua per raggiungere gli evidenti resti di una scalinata. Seguire quindi la traccia di sentiero che sale in direzione della punta Virginea inferiore  ( ometti assenti) posta proprio sopra l'alpe dei Fons, quindi abbandonarla per cominciare a salire verso destra per pietraie e placconate di roccia in direzione dell'evidente parete rossastra posta alla base del Moncimour. Questa seconda variante è più veloce ma trascura il bel lago Boccutto ed i laghi Bort.



Parte seconda - salita e discesa del Moncimour

Il Moncimour visto salendo dall'alpe dei Fons: ben visibile la parete rossastra; a sinistra il caratteristico spuntone roccioso triangolare della bocchetta superiore dell'Alpuggio.
La guida del Cai-Tci suggerisce di raggiungere il Moncimour dal vallone dell'Eugio salendo alla bocchetta superiore dell'Alpuggio od alla punta Virginea per poi percorrere la cresta sud; noi vi proporremo una variante più facile per raggiungere la suddetta cresta.
Giunti quasi ai piedi della parete rossastra, risalire interamente il pendio erboso che la costeggia, quindi proseguire per erba e pietre fino a raggiungere la facile cresta sud, percorrendo la quale si raggiunge in breve la vetta per blocchi e massi accatastati . In cima al Moncimour è presente una targa in ricordo di don Piero Solero, grande alpinista ed autore di numerose prime salite 
Dalla vetta abbassarsi di qualche metro in direzione Eugio , fin quasi sul bordo di un piccolo salto di roccia, spostarsi a sinistra fino ad arrivare in vista della cresta nord-est proveniente dal passo del Moncimour e cominciare a scendere direttamente verso il fondovalle lungo un ripido pendio di pietrame posto oltre il piccolo salto di roccia di cui sopra. 
Arrivati al fondo del pendio di pietrame si può raggiungere in circa 15-20 minuti il lago Gelato, il più grande lago naturale del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Dalla cima del Moncimour si gode di un ottimo panorama a 360° ( sullo sfondo il gruppo del Gran Paradiso)

Parte terza - il ritorno

In 20 minuti si può raggiungere il grande Lago Gelato. In fondo a destra la punta Gialin
Per il ritorno occorre percorrere fedelmente l'itinerario di salita a ritroso ( più veloce la variante n°2) e poi armarsi di pazienza: se arrivate da Locana vi aspetta una lunga discesa su un sentiero non sempre pulitissimo; se arrivate da Valsoani vi toccherà risalire fino al casotto Pngp della Colla, se arrivate da Posio risalire fino al monte Arzola.

Conclusione

L'imbrunire al lago Boccutto
Siccome l'escursione è molto lunga, potrebbe essere conveniente spezzarla in due giorni. Se salite da Locana, data l'assenza di rifugi e\o bivacchi nel vallone dell'Eugio ed il divieto di piazzare tende all'interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso ( oltre alla gran fatica che costa il loro trasporto in assenza di sentiero) , l'unica possibilità è quella di scegliere le giornate più calde dell'anno, portarsi il sacco a pelo e dormire "a la bela steila"; lo stesso discorso vale per chi sale da Posio, poichè pernottare al rifugio Blessent per risparmiare appena 1 - 1,30 h di salita su ottimo sentiero non ne vale la pena. Se invece salite  dal vallone  Valsoera c'è la possibilità di pernottare convenientemente al rifugio Pocchiola Meneghello e poi salire il secondo giorno dal passo del Moncimour o con un giro più lungo ( ma più sicuro) percorrendo l'Avc fino al passo Destrera  e quindi abbandonandola per raggiungere la bocchetta superiore dell'Alpuggio e di qui la cresta sud. 
Bene, anche per oggi è tutto: non vi resta che scegliere il periodo giusto, guardare le previsioni, preparare lo zaino ed armarvi di santa pazienza per arrivare, un passo dopo l'altro, fino al Moncimour. Dal vallone dell'Eugio. Arrivederci ed a presto con le storie.