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martedì 7 giugno 2016

Escursioni d'altri tempi - Monte Croass dalle Vernè - Valfredda integrale ( anello)

Una mattina mi son svegliato e la strada per le frazioni Chironio, Balmella e Piandemma , situate  nel vallone del rio Vallungo o Valfredda, non c'era più e così, dovendo recarmi per motivi della massima importanza al Monte Croass, mi è toccato partire "da basso", cioè dalle Vernè. E' stata un'avventura formidabile, attraverso giungle impenetrabili, popolate da cobra e pitoni, ruscelli abitati dai piranha, uomo delle nevi, valanghe, frane. Comunque, grazie ai consigli di un mio cugino delle Mesonette, sono andato e tornato in un paio d'orette scarse, riportando a casa come souvenir una pelle di tigre e lo scalpo di un aborigeno.
Il ponte romanico di Chironio
No, aspettate: forse non è andata proprio così. Meglio ricominciare da capo il racconto. 
L'altra mattina ho deciso di andare al Monte Croass perchè mancava alla mia collezione e, desiderando percorrere da cima a fondo la Valfredda a piedi, ho deciso di partire dalle Vernè. Nei pressi della nuova centrale idroelettrica parte infatti il sentiero dei ponti romanici che, ben pulito e segnalato, sale fino alla borgata Chironio, percorrendo un bellissimo ed ombroso bosco di castagni.  
Fuori dal bosco
Giunto al ponte romanico di Chironio, anzichè fare dietrofront e riprendere la  salita per Balmella, ho deciso di attraversarlo e di risalire sulla dx idrografica del rio Vallungo fino alla borgata Seral, tanto per vedere come ci si arrivava. Dal punto di vista meteorologico è una giornata davvero stupenda e quando finalmente esco dalla boscaglia , giungendo in vista dei prati del Seral , si schiude di fronte ai miei occhi una visione  bellissima: il verde intenso dei prati  e dei versanti boscosi, contro cui si staglia l'azzurro del cielo,  nel quale le nuvole in transito disegnano trame variegate. 
Ed ecco il Seral
Per arrivare in vista dell case è necessario risalire ancora qualche metro lungo i prati , quasi come a significare che da queste parti nulla è regalato. Infine, ecco il Seral, ottimo e ben conservato esempio di borgata alpina, con le abitazioni tutte addossate le une sulle altre per togliere meno superficie possibile ai preziosi pascoli, indispensabile e principale fonte di sostentamento per i montanari di un tempo. Dal Seral si scende ad attraversare il rio Vallungo su un guado o su una passerella per andare a ricongiungersi con la mulattiera che  risale la Valfredda sul versante sx idrografico del rio Vallungo, toccando in sequenza il Medan, il Pian del Pari e le Casette.

Alpeggio quota 1560 m
Superata l'alpe Casette si continua a risalire su sentiero l'asta valliva principale, trascurando la deviazione di sinistra diretta al colle Croce d'Intror. Dopo un breve tratto in salita , nuovamente sotto copertura boschiva ,  si arriva in vista dell'alpeggio quota 1560 m (rif. cartina 1:25000 l'Escursionista e Monti  n°15), raggiunto il quale finisce il sentiero ed il percorso continua per tracce su ciò che resta dell'antico sistema di collegamenti,  un tempo oggetto di periodica manutenzione ed oggi  ancora più o meno percorribile solo grazie alla frequentazione da parte dei cacciatori ( diamo a Cesare quel che è di Cesare).  Bisogna quindi fare attenzione perchè ci vuole davvero un attimo a perdere l'esile traccia ed a finire a lottare in mezzo ad arbusteti di tumel ( sorbo degli uccellatori) e drose o siepi di lamponi e gratacui ( qualche graffietto a fine giornata me lo sono ritrovato). 
L'alpeggio quota 1560 è anche un ottimo punto di osservazione sul territorio circostante, ragion per cui è consigliabile soffermarvisi per potersi orientare meglio nel prosieguo dell'escursione. 
Gentiana kochiana
Guardando verso la testata del vallone vediamo: alla nostra sinistra  il rio Vallungo, oltre il quale si vedono chiaramente l'alpe Ussel, l'alpe Tola ed il percorso per il colle Croce d'Intror; sopra di noi la dorsale semiboscosa che arriva dall'alpe Muanda e che discende dai contrafforti del Monte Vaccarezza; alla nostra destra si apre un valloncello , incastonato tra le pendici del monte Cialmera e del Monte Croass. Nel frattempo il tempo è cambiato: la parte alta del vallone è coperta da nubi basse, ma non è un problema perchè la visibilità rimane completa e le temperature sono davvero piacevoli. 
Arrivati a questo punto il sentiero si biforca: possiamo continuare a salire direttamente in direzione dell'alpe Muanda per tracce di passaggio lungo la dorsale semiboscosa, oppure ( scelta consigliata) possiamo seguire la traccia che conduce ad attraversare il piccolo rio posto alla nostra destra ed a raggiungere l'alpeggio quota 1646, ben visibile e posto appena al di sotto ed a destra di una grande pietraia.
Primula pedemontana
Imponenti lavori di spietramento
Una volta raggiunto l'alpeggio quota 1646 ci si rende subito conto che la pietraia  doveva un tempo occupare tutta o quasi la superficie del pascolo, visti gli imponenti lavori di spietramento di cui restano  evidenti segni negli grandi accumuli di pietre che punteggiano la zona adiacente ai ruderi.  
Alpe Cialmere
Ora occorre riattraversare nuovamente il piccolo rio per continuare lungo la dorsale 1560-Muanda, fino a toccare prima i ruderi di un alpeggio a quota 1715 ed infine  i resti di un sentiero che collegava l'alpe Muanda all'alpe Cialmere nei pressi di una conca posta a metà tra le due località succitate. Il percorso non è dei più agevoli, ma mi regala stupende fioriture: primule, genziane, viole, sassifraghe, soldanelle, calte, pulsatille, crocus e chi più ne ha più ne metta: l'inverso di Locana offre sempre splendidi colori in primavera.
Essendo la  meta di giornata il Monte Croass, mi dirigo  verso  destra in direzione dell'Alpe Cialmere, i cui resti sono visibili appena più in alto; al termine della conca la traccia risale a zig zag in un  ripido canalino  inciso nelle pendici del monte Cialmere, fino alle costruzioni. 
La "stalla nella roccia"
L'alpe Cialmere è situata in una posizione a dir poco sfortunata, lungo i ripidi pendii di erba olina posti sotto la cima del Monte Croass ;  il cielo, nuvoloso in questo momento, accentua la sensazione di difficoltà  e disagio che viene al pensiero che perfino in un posto del genere, durante la stagione estiva, un margaro vi si recasse con la propria famiglia ed i propri capi di bestiame per produrre toma e burro, per guadagnare la sopravvivenza. Doveva essere una vita davvero grama;  anche le costruzioni ( l'abitazione, il crottino e la stalla) sembrano letteralmente aggrappate al pendio, e riportano alla mente il concetto dell'ostrica di Giovanni Verga, che si aggrappa agli scogli per non venir portata via dalla fiumana del progresso. In questo caso la fiumana del progresso è stata inesorabile; solo la stalla pare aver in parte resistito, essendo ricavata nel cuore stesso dello "scoglio", una "stalla nella roccia", probabilmente destinata al ricovero di  capre e\o  pecore.
In basso a sinistra l'Alpe Pertus "gemella" delle Cialmere
Dall'alpe Cialmere si compie l'ultimo tratto di  salita  spostandosi leggermente a  destra  su una comoda dorsale erbosa,  che in breve ci conduce sulla cresta spartiacque Orco-Lanzo in prossimità della vetta, posta immediatamente alla nostra sinistra.
In basso a destra l'alpeggio quota 1832
Andata a buon fine la salita, è ora di pensare al ritorno:  a breve distanza dal Monte Croass vi è il colle di Pian Pertus, dal quale è possibile raggiungere abbastanza agevolmente il vallone di Leitosa e scendere quindi su Piandemma. Occorre dunque tornare sui nostri passi e percorrere la cresta in direzione del suddetto valico ( presenti tacche rosse un pò sbiadite qua e là); in alternativa è possibile abbassarsi leggermente a prendere il tracciato del Sentiero 3 Rifugi e quindi effettuare la risalita al colle. Seguire la cresta, intercettando e superando la dorsale spartiacque Vallungo\Leitosa; osservata e lasciata in basso a sinistra l'alpe Pertus ( che per la posizione ardita possiamo considerare "gemella" dell'Alpe Cialmere ) , si arriva  in vista dell'alpeggio quota 1832 ,  ben visibile in basso a destra, e delle alpi Leitosa e Pian Marmotte; ancora qualche saliscendi ed infine si giunge alla depressione erbosa del colle Pian Pertus , dal quale un'esile traccia conduce alle baite ( per non sbagliare, cercate di scendere mantenendovi quanto più possibile nel "pulito").  Dai ruderi si prosegue per tracce di sentiero e di passaggio di bovini fino ad
Stalla quota 1832
arrivare alle alpi Leitosa 1744 m; scendendo lungo il pendio erboso e tenendosi verso sinistra, più o meno in corrispondenza di una piccola dorsale, si raggiungono  i ruderi di altre due baite, quindi il sentiero entra in un  bosco di larici, sbucandone fuori nei pressi dell'alpe Gaschi  ( tacche rosse). Dall'alpe Gaschi il sentiero prosegue, sempre in discesa, fino a superare il rio Crot su di una passerella in legno arrivando all'alpe Carel e da qui attraverso altri due alpeggi, fino a raggiungere la frazione Piandemma

IL PARTIGIANO PERUCCA ANTONIO

La lapide del partigiano Perucca
Lungo il sentiero che scende dall'alpe Carel, appena prima dell'alpeggio successivo,   troviamo la lapide del partigiano Perucca Antonio, appartenente all'80a  Brigata Garibaldi e  qui caduto durante un rastrellamento avvenuto nella zona di Locana nel gennaio 1945. I colpi che uccisero il partigiano sarebbero partiti dal campanile di Piandemma, motivo per il quale nel 1986 su di esso l'Anpi di Lanzo ha posto  una lapide in ricordo dell'80a Brigata Garibaldi.

E PER FINIRE...

Da Piandemma occorre scendere lungo la strada asfaltata fino a raggiungere la frazione Balmella, dalla quale si diparte il sentiero che  raggiunge Chironio, raccordandosi al sentiero dei ponti romanici che ora percorriamo in discesa fino al luogo di partenza. In alternativa è possibile raggiungere Chironio lungo la strada asfaltata per poi riprendere il  sentiero dei ponti romanici. 
E questo è tutto gente! A presto con le Storie!
Ps: Naturalmente questo anello si può tranquillamente accorciare ( sono circa 20 km per 1600 m dislivello) partendo da Balmella. Allego in fondo al post una sintetica cartina della parte più elevata dell'anello. Si declina ogni responsabilità dall'utilizzo di tale cartina di carattere puramente indicativo.







domenica 29 maggio 2016

Escursioni d'altri tempi - Lago di Pratofiorito da Locana ( anello integrale invernale).

PREMESSA

Per fare un'escursione:  "bisogna lasciare la macchina il più in alto possibile"; "non ha senso percorrere a piedi un tragitto che si potrebbe fare in macchina"; "piuttosto che risalire appena per ritrovare il sentiero preferisco scendere giù a dritto" .
Queste sono alcune delle idee-forza del Partito No al Dislivello ( Pnd) ,  largamente maggioritario tra gli escursionisti e bulgaro  tra i "merenderos tecnici".  Senza dubbio il fatto che siano state costruite nelle valli numerose strade carrozzabili, asfaltate e non, consentendo di raggiungere con l'automobile località che prima erano servite esclusivamente da mulattiere e sentieri ( ed accessibili affrontando dislivelli elevati e spostamenti degni di un trail corto) , è una cosa positiva, perché le ha rese fruibili da parte di un maggior numero di persone che prima non potevano farlo, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per mancanza di allenamento. 
Altra cosa positiva ( e complementare a quella di cui sopra) è certamente la diffusione dell'automobile grazie allo sviluppo economico ed al benessere verificatisi nel secondo dopoguerra.
Quanta differenza con i  pionieri dell'alpinismo locale, quelli che raggiungevano la base della salita in bicicletta ( e non con le specialissime e le mountain bike di oggi,  più leggere e dotate di cambi)  la sera precedente ed il giorno dopo compivano ascensione e discesa fino a casa, giusto in tempo per dormire qualche ora prima di cominciare il duro lavoro settimanale. Ma si tratta appunto di un'altra epoca e di altri uomini:  non potremo mai sapere come si sarebbero comportati in  condizioni analoghe a quelle odierne. 
Ovviamente ciascuno è libero di frequentare la montagna come meglio crede, non importa se per emulare le gesta dei pionieri o  per una breve passeggiata prima di gustarsi un'ottima polenta presso un accogliente rifugio sito in un luogo incantevole: sarà comunque tempo ben speso, utile a soddisfare il comune bisogno di bellezza, pace, serenità.
S.Antonio da Padova a Molera
A qualunque categoria di fruitori della montagna voi vi sentiate di appartenere, non vi è però alcun dubbio che le idee-forza del Pnd siano totalmente sbagliate. Pensiamo per esempio alla Valle Orco durante la bella stagione: per quale motivo sarebbe stupido andare a piedi dai Chiapili fino al Colle del Nivolet, data la presenza della strada asfaltata? Quella parte della valle Orco è forse brutta? No, è la più maestosa. Non c'è il sentiero e bisogna camminare sull'asfalto? No, c'è il bellissimo sentiero Chabod.  Ed ecco evidenziato uno dei lati negativi della viabilità stradale: aumentando la nostra velocità, non ci fa godere appieno della bellezza degli ambienti che attraversiamo, ce la ruba.
Ma noi possiamo facilmente riappropriarci di questa bellezza rubata : basta percorrere i vecchi sentieri, certo non ovunque, ma dove essi sono ancora ben conservati e poco o nullo è l'asfalto da calpestare ne vale la pena, specie se l'ambiente circostante merita (spesso è così). 
Ed è proprio secondo questi principi che da tempo un'idea mi frullava in testa , cioè quella di salire al lago di Pratofiorito direttamente da Locana, magari con la neve, giusto per rendere la cosa ancora più speciale. A dire il vero per quella domenica avevo organizzato una polentata con amici al rifugio alpino Santa Pulenta ; avevo in mente di fare una ciaspolata al mattino, ma nessuno dei miei soci sembrava ben disposto verso una sveglia domenicale anticipata, preferendo  l'idea di salire dopo pranzo fino al lago di Prafiorito. Così è stata musica per le mie orecchie quando l'amico Francesco Sisti di Clickalps mi ha contattato proponendomi un giro per la mattina! Tenuto conto dei miei impegni , avevo proposto  l'anello Gavie -Pratofiorito-Cambrelle, proposta subito accolta ma con un emendamento: "perchè non partiamo direttamente da Locana, tanto per fare un pò di dislivello in più?". Era una proposta che non potevo rifiutare, visto che coincideva con la mia idea di partenza e poi  in qualche modo sarei comunque arrivato al rifugio in tempo per il pranzo. Forse.

DESCRIZIONE DELL'ITINERARIO

Ci ritroviamo così con tutta calma  nel piazzale delle ex-Casermette, di fronte all'Ufficio Turistico, alle 8,30 del mattino; calzati gli scarponi ed appese le ciaspole allo zaino, attraversiamo l'Orco sul ponte per poi proseguire lungo la strada asfaltata fino alla frazione Fucina . Vicino alla chiesetta possiamo finalmente cominciare a percorrere l'antica mulattiera che sale verso le borgate del vallone di Cambrelle, mulattiera che si presenta assolutamente ben conservata e visibile, per lo meno in questo periodo dell'anno privo di vegetazione. Un soffice strato di neve fresca rende ancora più piacevole il nostro incedere. 
Il pilone votivo poco oltre l'alpe Bianetto
Arrivati nei pressi della località Gallenca , trascuriamo la diramazione di destra, che sale a raggiungere i Montigli , e continuiamo a salire nel bosco di castagni fino a raggiungere le case di Serlone. Eccezion fatta per un brevissimo tratto ( circa 100 m ) da percorrere sulla strada asfaltata ( ben segnato sulla carta della Mu Edizioni)  ed un paio di punti dove lo schianto di alcuni alberi e la presenza di arbusti ci costringono a particolari esercizi di ginnastica e\o a dover abbandonare temporaneamente il tracciato del sentiero, il percorso è facile e sicuramente  da ripetere in primavera, ad aprile- maggio!
Dal Serlone la mulattiera continua a salire, sempre all'ombra dei castagni, fino a raggiungere la frazione Gavie ( nome la cui etimologia pare sia da ricondurre al concetto di "bivio" - ed in effetti qui la strada si biforca, salendo da una parte verso l'alpe Carello ed il passo del Boiret, e dall'altra verso il col della Paglia lungo il vallone del rio Bianetto).
Noi, che siamo diretti al lago di Pratofiorito , dobbiamo seguire l'itinerario per il col della Paglia, che attraversa la frazione per poi scendere ad attraversare il rio Cambrelle o torrente Rimolerio  sopra un ponticello in cemento all'ombra del bosco. Sul versante opposto il sentiero sale in maniera dolce e regolare, quasi in falsopiano, fino a raggiungere la bella borgata di Molera, un tempo abitata tutto l'anno, con la chiesetta dedicata a Sant'Antonio da Padova. 
Baita sommersa nella neve...
Arrivati a questo punto lo spessore del manto nevoso, andato sempre via via aumentando, diventa tale da suggerirci di indossare le ciaspole: le condizioni sono fantastiche e, grazie alla neve fresca caduta nei due giorni precedenti ed alle temperature abbastanza basse, si ciaspola nella farina, certo con un pò di fatica aggiuntiva ma senza fastidiosi sprofondamenti ( spesso ricorrenti a quote così basse in stagione avanzata).
Poco dopo l'abitato di Molera si attraversa un ponticello sul rio Trucchetta; il percorso prosegue, sempre con salita regolare, fino a raggiungere gli alpeggi Alpet e Tiracul. Dall'alpe Tiracul il sentiero prosegue attraverso un bosco di betulle posto immediatamente alle sue spalle, toccando una prima baita e quindi un secondo gruppo di costruzioni , sempre in mezzo alla vegetazione arborea, abbandonando il vallone di Cambrelle per cominciare a percorrere il vallone di Bianetto, suo tributario . 
Dal secondo gruppo di costruzioni il sentiero esce in breve dal bosco, facendoci improvvisamente trovare faccia a faccia con la parte alta del vallone di Bianetto, resa ancora più elegante dal candido manto nevoso ( ma bellissima  anche quando è tinta di verde e di fiori durante la bella stagione). 
Lasciato alla nostra destra il bivio per le alpi Bianasso ( ponticello in basso a destra), il percorso prosegue sulla sponda dx idrografica del rio  Bianetto sino all'altezza della spalla erbosa su cui si trova l'alpe Bianetto ; lasciate a destra le baite, si gira a sinistra e si risale un dosso sul quale si trova un affascinante pilone votivo ed in breve arriviamo prima alle baite quota 1683  poi , salendo in direzione dell'ormai evidente tracciato della pista agro-silvo pastorale che da Porcili raggiunge Cambrelle ed il lago di Pratofiorito  raggiungiamo le baite quota 1746 , dove il percorso si biforca nuovamente. Ignorata la diramazione di sinistra, diretta al colle della Gavietta , continuiamo lungo il sentiero 507 fino all'alpe del lago, da cui tosto si giunge alla pista ed al lago di Pratofiorito, oggi completamente innevato e con la croce di ferro pure mezza coperta dalla neve.
Al lago manca poco...
Fatta una breve ma indispensabile pausa ristoratrice ( grazie Francesco per la cioccolata) , visto che il mio tempo stringe ( arriverò sicuramente in ritardo per il pranzo al rifugio e, nonostante sia riuscito ad avvisare del fatto gestore ed amici, ci tengo comunque a non fare troppo tardi per non creare inutili preoccupazioni ), torniamo sulla pista e la percorriamo in discesa, con percorso facile ed evidente, raggiungendo le alpi Bianasso di sopra e di sotto. Dall'alpe Bianasso di sotto in poi   si è fortunatamente conservata la pista battuta con la motoslitta dai gestori del rifugio, ragion per cui la nostra velocità di discesa raddoppia ed in breve arriviamo alla cappelletta Dejr  Ross, da cui si scende ad attraversare il rio Cambrelle sul guado. 
S. Vito a Cambrelle
Ecco, ancora pochi passi e compare finalmente il rifugio, posto di fronte alla chiesetta di San Vito! Ci togliamo ciaspole e ghette e, dopo una bella scrollata , saliamo la scala in legno ed entriamo nella sala da pranzo al primo piano.  Gestori ed amici (i quali sono  naturalmente già attovagliati) mi accolgono con 92 minuti di applausi, anzi no: devo ammettere di essere leggermente in ritardo ( circa un'ora e mezza - ecco cosa succede a partire "con calma" alle 8,30 ). A questo punto le nostre strade si dividono: Francesco riprende la discesa verso Locana , io mi fermo a gustare un lauto pranzo con gli amici. Sul pasto consumato c'è poco da dire: ottimi gli antipasti, ottima la polenta, ottimi  la selvaggina ed il merluzzo, fantastico il nebbiolo. 
Mentre io sto ancora mangiando ( l'appetito non mi manca),i miei amici se ne vanno: una parte prende l'attrezzatura e comincia a salire verso il lago di Pratofiorito; più tardi altri cominciano a scendere verso le auto parcheggiate ai Porcili. 
Finito di mangiare, decido di attendere gli amici più sportivi per poi scendere con loro;  arrivati alle auto, nonostante una debole resistenza iniziale, accetto un passaggio in auto fino a Locana, completando così il tradimento di Francesco, che invece dai Porcili ha completato  l'anello a piedi.
E' stata un'escursione davvero fantastica,  una giornata che resterà impressa  per sempre nei miei ricordi. Alla luce di tutto questo  posso ben dire, senza paura di essere smentito, che l'anello del lago di Prafiorito è una delle più belle escursioni di tutta la Valle Orco, ragion per cui consiglio, anzi esigo, che la proviate anche voi, con calma, quando volete: è buona in tutte le stagioni!
Un saluto ed a presto con le Storie.


martedì 10 maggio 2016

Ciaspolate alternative - anello invernale della Valfredda.

INTRODUZIONE

E' un grigio venerdì di febbraio, ed è dalla tarda mattinata che sta debolmente nevicando su Locana. Soltanto un paio di giorni prima mi aveva scritto l'amico Francesco, fotografo di Clickalps: si parlava da tempo di fare un'escursione assieme e così decidiamo di organizzare una ciaspolata ( finalmente!)  per l'indomani mattina, tempo permettendo.  Non resta che decidere dove andare: cosa non facile visto che in inverno le possibilità di scelta si restringono, ma rimane inalterato l'imbarazzo nel decidere per questo o quell'itinerario.
La valle Orco offre un discreto numero di itinerari invernali non particolarmente impegnativi ed abbastanza sicuri dal punto di vista del rischio valanghe: Punta Cia, Lago Dres, rifugio Jervis, Cà Bianca e lago Serrù sono di norma i più gettonati ( se andate a fare un giro su Gulliver potete trovare numerose relazioni di gite che, durante la "stagione bianca", sono letteralmente "aggiornate in tempo reale" dai numerosi utenti del sito).
Esempio di bollettino valanghe Arpa...
Ecco, appunto: il rischio valanghe, questo sconosciuto,  lo definisco "sconosciuto" perché  da quando la frequentazione della montagna invernale si è estesa oltre i tradizionali confini dei Cai e dello scialpinismo tradizionale, la percentuale di chi lo legge si è drasticamente abbassata. Alzi la mano e scagli la prima palla di neve chi non annovera tra amici e conoscenti dei "neofiti" che del bollettino valanghe , emesso periodicamente per il Piemonte dall'Arpa, non conoscono l'esistenza né tantomeno la fondamentale utilità per evitare incidenti che possono essere anche molto gravi. Vi prometto che, data l'importanza dell'argomento, sul  bollettino valanghe e sulla sua corretta lettura ed interpretazione torneremo in un prossimo futuro con un post dedicato: per il momento mi limito ad invitare tutti coloro che leggono queste righe e frequentano la montagna invernale ma non il bollettino valanghe a farlo sempre prima di ogni escursione, sia essa con gli sci o con le ciaspole, poiché il rischio è identico.
Ma ora torniamo a noi: dopo aver consultato il bollettino valanghe ed aver verificato che il rischio per quanto riguarda la nostra zona è 3 per quanto riguarda il settore "Alpi Graie di Confine" e 2 per il settore "Alpi Graie" ( spero di avervi messo in testa un pò di curiosità), consultato il meteo e constatato che per l'indomani è previsto vento in quota , decidiamo che, vista anche la sicura presenza di neve fresca, non sarebbe male optare per una gita a bassa quota, in una zona un pò riparata.
Esclusa quindi la zona di Ceresole e rimandata ad un'altra volta la partecipazione al consueto pellegrinaggio del weekend a Punta Cia, ecco che immediatamente  mi viene l'idea: perché non andare a fare due passi nella Valfredda, magari fino all'alpe Ussel e poi si vedrà? E' bella in primavera, in estate, in autunno... ma anche d'inverno! Oltretutto poco più di un anno prima ci si era molto divertiti da quelle parti ! Francesco accetta immediatamente la proposta, essendo stato da poco al sentiero dei ponti romanici nella parte bassa del vallone ed essendosene invaghito, così io provo ad invitare l'esperto Franco: anche lui sarà dei nostri, proponendo immediatamente, da par suo, l'integrazione perfetta per l'itinerario da me abbozzato, e cioè di proseguire dall'alpe Ussel fino al Der del Munt e da qui scendere prima a Fassabella e quindi a Chironio per poi chiudere l'anello. Un giretto mica male!

PRIMA PARTE 

Il sabato mattina ci ritroviamo tutti e tre in piazza a Locana e saliamo sull'auto di Franco, con la quale raggiungiamo Balmella inferiore, 899 m.s.l.m. La quantità di neve presente al suolo è ancora poca, per cui decidiamo di calzare unicamente le ghette, lasciando per il momento le ciaspole appese allo zaino,  ed imbocchiamo l'imbiancato sentiero della Valfredda.
Franco si mette all'asciutto - Alpe Ussel
Attraversato il ponticello sul rio Leitosa si arriva, con un percorso quasi rettilineo e sempre in leggera salita, alle case di  Medan 1085 m; fino a questo punto il percorso è piuttosto evidente nonostante la copertura del manto nevoso, trattandosi di una mulattiera; di lì in poi , anche per via della rada segnaletica e della riduzione del percorso a sentiero, il bel tempo e la buona conoscenza del percorso risultano molto utili per raggiungere l'alpe Pian del Pari prima e l'alpe Casette poi. Avendo compiuto questa seconda parte dell'itinerario praticamente "a memoria" -  data la mia assidua frequentazione di questi luoghi - mi trovo paradossalmente in difficoltà a fornire delle indicazioni invernali utili, anche se , oltre a consigliarvi di seguire fedelmente per quanto possibile il percorso indicato sulla cartografia, un paio di "dritte" mi sento in grado di darvele:

  • arrivati al Medan il percorso attraversa dapprima il pianoro per poi alzarsi al limite del bosco una volta superate due baite non diroccate (ed ancora utilizzate durante la bella stagione) ;
  • poco prima di arrivare sul dosso erboso su cui è posto il Pian del Pari il sentiero svolta bruscamente  a destra ed in salita in corrispondenza di un piccolo impluvio posto immediatamente alla sinistra del suddetto alpeggio, per poi attraversarlo una volta giunti al livello delle baite;
  • dal Pian del Pari il sentiero prosegue a destra ed in salita senza raggiungere le baite e, dopo un breve tratto in leggera salita al limite del bosco, si porta  all'interno di un bel bosco di faggi dove prosegue, con pendenze leggermente accentuate,  fino alle Casette.
Dalle Casette il sentiero, tenendosi sempre in alto rispetto alle case, entra tosto in una zona di rododendri e radi larici, per poi scendere quasi subito ad attraversare il rio Vallungo in corrispondenza del sentiero per l'alpe Ussel , abbandonando la traccia che prosegue lungo l'asta valliva principale in direzione dell'alpe Muanda.
Dopo pochi metri di ripida salita si entra in  un bello ed ombroso ceduo invecchiato di faggio; arrivati a questo punto occorre trascurare la traccia che si dirige in piano verso sinistra, diretta ai ruderi dell'alpe Montà, e fare attenzione ai segni rossi sulle piante che, con  una brusca svolta in salita verso destra, ci portano sulla sommità della piccola dorsale boscosa che divide la conca dell'alpe Ussel dal vallone principale.
Ancora un'ultimo strappo sulla dorsale ed eccoci di fronte alla conca dell'alpe Ussel , le cui costruzioni si trovano al culmine della zona erbosa circostante; qui decidiamo di fare una pausa ristoratrice, durante la quale decidiamo che  è arrivato il momento di calzare le ciaspole, visti i centimetri di neve fresca presenti.
Laggiù l'alpe Ussel
Arrivati a questo punto  occorre specificare che, per quanto ci riguarda, il percorso con le ciaspole sin qui descritto ( cioè  fino all'alpe Ussel ) è tecnicamente abbastanza facile ed alla portata di tutti, facendo però molta attenzione al fatto che,  trattandosi di un itinerario poco o per nulla frequentato (e di conseguenza non battuto e poco  segnalato), è molto facile smarrire il giusto percorso se non si conosce bene la zona od in condizioni di scarsa visibilità.
Il percorso descritto nella seconda parte presenta invece difficoltà tecniche a tratti anche notevoli, ragion per cui ciascun escursionista dovrà fare le proprie valutazioni.

SECONDA PARTE


Dopo aver dato un ultimo sguardo alle belle ( ed ancora in discrete condizioni ) costruzioni dell'alpeggio, ci dirigiamo verso l'alpe Tola,  posta immediatamente a monte ed a sinistra dell'Ussel , su una panoramica spalletta  che raggiungiamo non senza qualche difficoltà nell'interpretazione del percorso, tant'è che dopo aver smarrito in mezzo alla boscaglia la traccia di sentiero, la raggiungiamo percorrendo i resti di una roggia posta immediatamente a monte della traccia. Caratteristica di questo alpeggio è  la presenza di un grande faggio bitorzoluto, forse lasciato lì per fare ombra, foglia o per motivi estetici ( difficile stabilirlo ). Piccola nota personale: la facciata dell'Alpe Tola è rivolta proprio in direzione della... facciata della mia casa in frazione Casetti, dalla quale posso distinguere bene ad occhio nudo sia la baita che il grande faggio.
Abbraccio prospettico per Franco e Francesco all'Alpe Tola
Appena al di sotto della baita una labile traccia di sentiero prosegue in direzione Sparone , diretta ad una piccola ma evidente insellatura, localmente chiamata Bocchetta del Fo , sita lungo uno dei contrafforti discendenti dal monte Cimeron. La suddetta traccia, già scarsamente visibile durante la bella stagione, è resa ancora più incerta dalla presenza del manto nevoso: a fare da segnavia in queste condizioni contribuiscono i rigogliosi arbusteti di sorbo degli uccellatori in mezzo ai quali essa è ricavata.
Questa parte del percorso è parecchio ostica: si tratta di un traverso lungo ripidi pendii, durante il quale è necessario anche attraversare un canalino in parte roccioso ( occorre fare molta attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio) e molto disturbato dagli arbusti, tanto che in molti punti non si riesce letteralmente a tenere una ciaspola vicino all'altra.
Una volta attraversato il canalino, con un'ultima salita si arriva alla bocchetta del Fo; da qui la traccia continua verso un'evidente spalla boscosa, posta lungo il contrafforte che dal Cimeron prosegue con il Der del Munt a separare la Valfredda dal vallone inciso dal rio Fassabella, spalla boscosa che si raggiunge senza troppe difficoltà, almeno dopo aver superato il tratto precedente.
Laggiù la Bocchetta dla Crava
Ed  è proprio quando pensi che il peggio sia alle spalle che viene il bello, la parte più "divertente" del percorso: sia sul versante Fassabella che in direzione dell'ormai vicino Der del Munt l'ambiente si mostra parecchio ripido e dirupato. E noi dalla spalla appena raggiunta dobbiamo scendere per raggiungere quella che localmente viene chiamata Bocchetta dla Crava ( ed ad osservarla da qui non stentiamo a capire la logica che sta dietro all'etimologia del nome) : senza la neve non sarebbe un problema, ma con la neve e con le ciaspole si.
Mentre ragioniamo sul da farsi ( io ad esempio propongo di scendere in mezzo ai sorbi sul versante Fassabella per poi risalire appena possibile alla bocchetta dla Crava) , ecco che Franco nota un inequivocabile segno rosso sul tronco di una betulla posta lungo la cresta al limite inferiore della spalla: il "sentiero" ( parola enorme in questo caso) scende ripidissimo lungo la cresta, sembra quasi verticale.
Francesco a fine discesone
Valutata la situazione, decidiamo che il discesone è superabile grazie alla presenza di numerosi alberi ed arbusti a cui appigliarsi, a patto di togliere momentaneamente le ciaspole, tant'è che l'esperto Franco sentenzia: "se non ci fossero le piante, con la neve non sarei mai sceso".  Una sentenza quantomai giusta, sia secondo me che secondo Francesco, che nonostante la numerosa ed ingombrante attrezzatura è arrivato sin qui senza fare una piega e senza dubitare della salute mentale mia e\o di quella di Franco ( ma più avanti ci stupirà ancora).
Quindi togliamo le ciaspole, ed aggrappandoci ad alberi ed arbusti scendiamo incolumi fino all'agognata bocchetta, dalla quale in breve raggiungiamo il Der del Munt, cima Coppi di giornata.
Dopo una breve pausa ed un'occhiata al panorama, pensiamo che sia meglio scendere fino alle alpi di Fassabella prima di fare la pausa pranzo.  Comincia così la terza parte del percorso, la cui difficoltà è intermedia rispetto a quella delle prime due parti ( ma più vicina alla prima che alla seconda).


TERZA PARTE


Sotto la sicura guida di Franco cominciamo dunque a scendere lungo la dorsale boscosa, nel bel bosco misto di larici ed abeti, in direzione delle alpi Fassabella di sopra , che tuttavia non raggiungiamo lasciandole alla nostra destra, giungendo invece presso un altro gruppo di rustici, che offre alla nostra vista uno spettacolo meraviglioso, assolutamente da immortalare in una fotografia fatta come si deve, cioè fatta da Francesco.
Panorama dalle alpi Fassabella
Da questo gruppo di baite giungiamo alle alpi Fassabella, dove effettuiamo la preventivata pausa pranzo. Scartata l'idea di scendere direttamente a Balmella per via del percorso non così evidente, decidiamo di prendere la mulattiera che scende a Chironio, passando per la borgata Picca, attraverso magnifici boschi di faggio e di castagno.
Al termine della discesa attraversiamo il rio Vallungo sul bellissimo ponte romanico e raggiungiamo le case di Chironio; da Chironio proseguiamo lungo un sentiero nel bosco di castagni fino a raggiungere l'auto a Balmella inferiore.
Ed ecco che una volta giunti alla meta, Francesco decide di stupirci, chiedendoci di provare a dare un peso al suo zaino ed all'attrezzatura a tracolla: secondo me saranno di sicuro più di 15 kg, ragion per cui non possiamo che fargli i complimenti per l'allenamento e la resistenza degni della sua arte fotografica. Come sempre l'ambiente invernale e la neve fresca ci hanno dato grandi soddisfazioni ed abbiamo avuto fortuna nel trovare un itinerario di questo tipo in condizioni ideali.


CONCLUSIONE


Ci consigli di fare questa escursione? Ni. La prima parte e la terza parte possono essere percorse abbastanza agevolmente ( salendo rispettivamente da Balmella all'alpe Ussel e da Chironio al Der del Munt), ragion per cui mi sento assolutamente di consigliarle come gite indipendenti; l'aggiunta della seconda parte (  per realizzare l'anello o per raggiungere il Der del Munt da Balmella inferiore), come ho già scritto sopra, va subordinata ad un'adeguata   autovalutazione delle proprie capacità tecniche ed ad un discreto allenamento. Penso di avervi detto proprio tutto: a presto con le Storie!







mercoledì 27 aprile 2016

Anello dei valloni 2.0 ( Roc - Ciamousseretto -Noaschetta)

Premessa

Ci eravamo lasciati con la "Guida turistica del vallone del Roc" , l'escursione obbligatoria , ve lo ricordate? Bene. Sul versante sinistro idrografico del comune di Noasca e confinanti con il vallone del Roc ci sono però anche altri due valloni, anche loro stupendi: il vallone di Noaschetta e quello di Ciamousseretto. Senza dubbio anche loro saranno oggetto, in futuro, di una "guida turistica" dedicata; oggi invece voglio affrontare la questione da un punto di vista pratico: se tutti e tre i "valloni di Noasca" sono bellissimi e , per di più, sono vicini e confinanti, perché non visitarli tutti in una volta sola, visto che il tempo libero è sempre poco e tiranno ? Questo articolo ha precisamente lo scopo di consigliarvi in tal senso. Buona lettura!

La lampadina si accende


Il mio turno di riposo questa volta è caduto intorno al 25 Aprile , ma tra i preparativi per la festa ( faccio parte dell'Anpi , Associazione Nazionale Partigiani d'Italia)  e la semina delle patate, non mi resta che un giorno libero, la domenica 24. Così ho contattato l'amico Francesco Sisti, fotografo di Clickalps , con il quale ci eravamo già divertiti nella neve  con due belle ciaspolate ( la cui descrizione è in arrivo ), che fortunatamente è libero anche lui . A seguito di un sintetico scambio di opinioni prevale l'idea di fare un'escursione "animaloso-fotografosa", evitando di portarsi dietro le ciaspole. Ed in primavera, quale posto può essere più animaloso -fotografoso dei tre valloni di Noasca , pullulanti come sono di stambecchi, camosci, marmotte, aquile, gipeti e chi più ne ha più ne metta, ai piedi del maestoso ( ed ancora innevato) versante piemontese del massiccio del Gran Paradiso
E ancora, per essere sicuri di vedere il maggior numero di animali possibile, perché non visitare tutti e tre i valloni in un'unica soluzione?  Il mio cervello comincia quindi a caricare la cartina della Valle Orco ( quante ore passate su quegli "scarabocchi"! ) ed ad elaborare il percorso : caricamento completato, salva con nome: "Anello dei valloni 2.0".

Descrizione dell'itinerario







Parte prima: il vallone di Noaschetta

Il rio Noaschetta affluisce nel torrente Orco proprio nei pressi del centro di Noasca, con una spettacolare cascata con salto di circa 40 metri: si tratta infatti di una tipica "valle sospesa" di origine glaciale. 
Le Levanne 
Arrivati in piazza a Noasca,  girate a sinistra ed attraversate  il ponte  per raggiungere il parcheggio posto sulla sponda opposta del torrente Orco ( nella piazza è stato messo un disco orario) , dove si lascia l'auto.
Tornati sulla piazza, attraversate la strada provinciale e salite alla chiesa parrocchiale, dietro la quale si imbocca il sentiero "Renato e Ada Minetti", che con ripide svolte ci porta a superare la bastionata rocciosa che sovrasta il concentrico di Noasca ( da ignorare la svolta a dx che conduce all'attacco delle famose pareti della "Torre di Aimonin" (nome volgare) . Il sentiero, sempre ben pulito e segnato, continua sulla sponda sx idrografica del vallone di Noaschetta toccando prima le case Sengie , quindi  l'alpe Scialier per poi giungere nella verdeggiante conca occupata dall'Alpe Lavassai 1550 m ca e dominata dalle pareti del vicino Monte Castello. Sulla sinistra vi sono la camera di carico e l'opera di presa della Noaschetta bassa, facenti parte dell'impianto di produzione idroelettrica dell'Iren Ceresole-Rosone: percorretene il grigliato attraversando così il rio e raggiungendo l'ex casa di guardiania, in cui oggi si trova il Rifugio Noaschetta, gestito dal Cai di Rivarolo. Camosci.
Dal rifugio Noaschetta occorre salire leggermente verso sinistra sul sentiero che va a raggiungere la mulattiera principale (che risale la sponda dx idrografica del vallone in direzione delle alpi Arculà - ove si trova un casotto del Pngp - e Bruna , in corrispondenza della quale confluisce nel sistema delle mulattiere reali) ed imboccarla in direzione Noasca, fino a raggiungere con un lungo traverso la mulattiera reale del Gran Piano ( bivio segnalato).

Parte seconda: il vallone di Ciamousseretto


Ci troviamo ora nel più aperto e panoramico vallone di Ciamousseretto ( magnifica la vista sulle Levanne): non ci resta che percorrere la mulattiera reale che con pendenza dolce e regolare ( ed infinite svolte) ci conduce sino alla conca ove è posta la Casa di Caccia del Gran Piano di Noasca 2222 m,  dominata dal Ciarforon 3642 m. Tanti camosci e qualche stambecco.
Il Ciarforon


Dalla casa di caccia del Gran Piano, raggiungere il vicino ponticello di legno sul torrente Ciamousseretto ( posto appena più in basso) ed attraversarlo.

Anello primaverile: 

Ignorata a destra la mulattiera reale per il vallone del Roc,  scendere  a raggiungere la sottostante conca pascoliva, ove vi sono i ruderi dell'alpe Pian Levà 2131 m; proseguire ora in leggera discesa verso sinistra, quindi risalire leggermente  verso destra fino ai ruderi dell'alpe Balme Rosse ( fantastica la lunga stalla con volta interamente in pietra), posti in posizione leggermente sopraelevata accanto ad una caratteristica parete rocciosa.
Alpe Balme Rosse
Dall'alpe Balme Rosse seguire i resti della mulattiera in direzione della bella cascata formata dal torrente Ciamousseretto fino a raggiungere gli ampi pianori sovrastanti l'alpe Gran Prà, che si può raggiungere in due modi: o seguendo il sentiero segnato verso sx, oppure più direttamente attraversando il corso d'acqua secondario  posto di fronte a noi e puntando ai resti del sistema di canalizzazione delle acque che serviva il suddetto alpeggio ( attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio ed alle rocce bagnate) .
Arrivati all'alpe Gran Prà, proseguire la discesa leggermente verso destra sino all'alpe Fortuna ( altro bellissimo esempio di architettura tradizionale alpina) e quindi a vista, sempre verso destra, fino ai ruderi dell'Alpe Lavassai 1933 m. Camosci ovunque.


Anello estivo o completo:

Alpe Gran Prà
Durante la bella stagione od in assenza di neve, oltrepassato il ponticello in legno proseguire sulla mulattiera reale per il vallone del Roc. 

Parte terza: il vallone del Roc

Anello primaverile: ( discesa diretta Lavassai- Capelle) 

Da questo punto in poi il percorso primaverile dell'anello fatto da me e Francesco diventa molto tecnico ed espostolo descriverò unicamente a futura memoria  e volutamente senza dovizia di particolari perché non voglio che nessuno, magari privo della necessaria esperienza,  vada a mettersi nei guai. Erano almeno 3 anni che mi frullava in testa l'idea di salire direttamente dalle Capelle al Gran Piano ed ora che finalmente ero in zona con un socio giusto come Francesco , non potevo perdere l'occasione di togliermi questa soddisfazione, anche se... in discesa. Una scelta sicuramente discutibile, lo ammetto!
Per percorrere questo tratto è indispensabile  essere dotati di un bastone \ canna \ bastoncino con punta di ferro  e saperlo utilizzare secondo la tecnica tradizionale , oppure di una piccozzaChi volesse maggiori informazioni può scrivermi in privato al seguente indirizzo mail: vardamarco@gmail.com. Anche un tratto di corda potrebbe non essere di troppo in caso di paura\errori. 
Camosci ovunque
Dall'alpe Lavassai cominciare a scendere leggermente verso dx traversando i ripidi pendii sottostanti sino ad oltrepassare l'incisione del rio Mola. Giunti nei pressi delle bastionate rocciose soprastanti i piani del Roc, dirigersi verso il suddetto rio e, senza mai attraversarlo, scendere per i ripidissimi pendii di erba olina posti alla sua destra; aggirando i  numerosi salti di roccia ( prestare la massima attenzione a non scivolare ed a non rimanere bloccati su qualche cengia) e disarrampicando in un paio di punti , si giunge infine ad un ultimo ripido canalino erboso\roccioso, con percorso quasi sempre obbligato. Superati gli ultimi due saltini, si sbuca infine nei verdi pendii retrostanti la borgata Capelle.
Là in fondo, i piani del Roc...
Senza dubbio questo passaggio o "trasen"  ( nome in dialetto noaschino che significa più o meno "passaggio obbligato" o "cengia")  , veniva un tempo sfruttato per raccogliere le oline poste nelle cenge soprastanti; raccontano gli anziani del posto che per svolgere in maggiore sicurezza questo particolare tipo di fienagione ( non dimentichiamo che il ritorno veniva fatto con il carico d'erba) si era soliti portarsi dietro un piccone per scalinare il terreno ove possibile e necessario, ragion per cui un tempo vi erano sicuramente delle vere e proprie tracce; oggi si rinviene soltanto qualche discontinua traccia di camosci i quali, nei punti più ripidi ed esposti optano per la più sicura ( almeno per loro) roccia

Anello primaverile - percorso consigliato:

Una volta raggiunta l'alpe Fortuna,  proseguire in direzione dell'alpe Ramaiot e delle alpi Muracci di sopra e di sotto lungo il sentiero segnalato con le tacche  bianco-rosse , raggiungendo così agevolmente la borgata Varda , dalla quale con una breve risalita si raggiungono i piani e le cascate del Roc.

Alpe Fortuna

Anello estivo o completo: 

Seguire la mulattiera reale per il vallone del Roc fin nei pressi dell'alpe Foges e abbandonatela per scendere lungo il sentiero ( non sempre così evidente quando l'erba è alta) toccando in sequenza l'alpe Truna, le alpi Pianes e l'alpe Roc; Dall'alpe Roc il sentiero comincia a scendere più decisamente fino a portarsi nella suggestiva e verdeggiante conca delle cascate del Roc, e di qui in breve alle varie frazioni: Potes, Capelle, Maison, Varda.


Parte quarta: la chiusura dell'anello

Scendere lungo la mulattiera del vallone del Roc fino alla strada asfaltata; seguire quindi le indicazioni per il sentiero "Renato e Ada Minetti" in direzione Noasca e seguirlo fino a sbucare sulla sp46 (  in corrispondenza dell'inizio della mulattiera per il Gran Piano) e  percorrerla in discesa fino alla piazza di Noasca e quindi alla propria auto, chiudendo così l'anello. 

Conclusione

Non vi resta che provare l'anello descritto: se vi è piaciuto, fatemelo sapere. A presto con le Storie.



sabato 30 gennaio 2016

Escursioni obbligatorie 1 - Guida turistica del Vallone del Roc


Premessa 

Anno nuovo, rubrica  nuova: accanto alle "escursioni non per tutti", il cui intento è quello di sfidare il lettore, stuzzicandone la fantasia e la voglia di avventure, descrivendo percorsi  insoliti e sconosciuti ai più, ecco arrivare le"escursioni obbligatorie".  Di che cosa si tratta? 
Si tratta di percorsi che si svolgono in ambienti di rara bellezza, mediamente facili ed  alla portata di tutti, per cui è obbligatorio  recarvisi almeno una volta nella vita e fare un sacco di foto oppure, se ci si è già stati, portare gli amici. Avete capito tutto? Bene, allora possiamo cominciare.

Inquadramento geografico-storico

Il vallone del Roc ,  tributario della Valle Orco  posto sul fianco sinistro idrografico, è solcato dal torrente omonimo, che confluisce nel torrente Orco nei pressi della frazione Pianchette, all'interno del  comune di Noasca ( To) . L'intero vallone fa parte del Parco Nazionale del Gran Paradiso , del quale è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi sotto molteplici punti di vista: naturalistico, paesaggistico ed architettonico.
Salendo nel vallone, spunta il Courmaon
Da un punto di vista altimetrico  il vallone del Roc si estende dai 1130 m ca di Pianchette fino ai 3642 m del Ciarforon, la vetta più elevata. Essendo però tale elevazione visibile unicamente nella parte terminale del vallone, nonché meno imponente rispetto a come appare vista dal  vicino vallone di Ciamousserretto,  le montagne simbolo  del vallone dal punto di vista paesaggistico sono certamente la Cima di Courmaon 3162 m e la relativa cresta che prosegue con la Cuccagna 3175 m per finire al Colle della Porta 3002 m e, naturalmente, i Denti del Broglio 3454 m e la Becca di Monciair 3544 m, che fin dalla parte mediana del vallone si stagliano a coronare il panorama.
Da quando la via d'accesso stradale per Ceresole Reale ha "abbandonato" Pianchette, da cui passava la vecchia statale, a favore della nuova galleria, la zona è diventata molto solitaria: difficile intuire la presenza del vallone passando sotto la montagna...
Trattoria commestibili "La Cascata"
A Pianchette, prima della chiusura della vecchia statale, era presente anche la "Trattoria della Cascata", bar\ristorante con annesso negozietto di vendita commestibili. Ho un ricordo da bambino del locale già chiuso, ma con ancora visibili attraverso i vetri il bancone e la macchina per fare il caffè. Non so di preciso in che anno l'esercizio abbia chiuso ( mi pare a seguito dell'entrata in funzione della galleria), ma sicuramente non sarebbe potuto andare avanti molto dopo essere stato tagliato fuori dal "passaggio" delle auto dei turisti; ciò che è sicuro è che oggi lo stabile è cadente e privo del tetto. Archeologia industriale della ristorazione?  Oggi nella frazione è presente il bed and breakfast - spa "Il Maiolandro".
Ad ogni modo voglio svelarvi una piccola nota biografica: nel vallone del Roc è avvenuta la mia prima  vera escursione in montagna. Certo tante e tante volte mi ero già recato a passeggiare nei boschi dietro la casa di Cussalma a Locana, con il nonno, lo zio etc, ma mai mi ero trovato in una situazione "organizzata" per andare a camminare in un altro posto, sconosciuto, con tanto di pranzo al sacco! Sicuramente ero già stato anche a Ceresole ed al Colle del Nivolet, ma se non indossi gli scarponi e non pranzi al sacco, non è un'escursione, non è la stessa emozione. Potrei raccontarvi tutta la storia di quella giornata, ma rischierei di tediarvi, per cui facciamo così: chiudo questa parentesi personale e, se sarà opportuno, mi limiterò ad aprire qualche piccolo flashback storico lungo il pezzo.
I  tre valloni di Noasca - ortofotocarta 2006
Il fatto che il vallone del Roc sia diventato così solitario è paradossale:  dei tre valloni di Noasca posti sulla sx idrografica ( gli altri due sono il già citato Ciamousserretto e quello di Noaschetta) esso era quello più popoloso, con grandi borgate abitate tutto l'anno. 
Le ragioni di questa particolarità sono legate a vari fattori: l'esposizione solatia, i versanti meno acclivi e più facilmente coltivabili e, soprattutto, la presenza stessa di una parte medio-bassa utilizzabile, al contrario del vallone di Noaschetta ( che termina con un salto, la famosa cascatona sopra il centro di Noasca)  e di quello di Ciamousseretto ( anch'esso praticamente ridotto ad uno stretto solco vallivo nella sua parte finale) , i quali condividevano un'unica borgata veramente notevole ed abitata tutto l'anno: la Sassa,  mentre il resto del vallone era costituito unicamente da alpeggi ,utilizzati solo durante la stagione estiva.

Il basso vallone del Roc

Al vallone del Roc si può accedere sia da Pianchette, passando per la bellissima faggeta e la borgata Fregai, che da Balmarossa superiore, lungo la mulattiera principale, che passando per le borgate di Fragno, Varda, Maison, Mola, Capelle e Potes, giunge agli splendidi piani del Roc, chiusi da una bastionata rocciosa sulla quale il torrente Roc forma una bellissima cascata. 
Alla Varda, dove oggi arriva una piccola pista agrosilvopastorale che, dobbiamo riconoscerlo, ha preservato quasi integralmente la vecchia mulattiera e causato un impatto paesaggistico trascurabile rispetto ad altre opere analoghe, vi è anche un casotto dei guardiaparco ed alcuni altri stabili ristrutturati ed altri in ristrutturazione.  A sinistra del  nucleo della borgata, in direzione della Valle Orco, abbiamo un buon punto panoramico, da cui si domina la valle sottostante, da cui probabilmente il toponimo del luogo, da "guardia" o "sguardo, vista"; a destra i resti del forno per la panificazione.


Particolare della mulattiera: si noti  il muro di sostegno verso valle realizzato mediante conci più grandi e regolarmente squadrati e lo riempimento verso monte, realizzato con terra e pietrame, reso necessario dalla pendenza del versante; sotto lo strato superficiale di terra ed erba si intravede ancora la selciatura originaria.
E' giusto sottolineare come nelle tipiche borgate alpine alcuni servizi essenziali erano di gestione e di proprietà comune: il forno , il lavatoio, la fontana o le fontane che garantivano l'approvvigionamento idrico, le rogge e le mulattiere principali, cioè quelle che collegavano borgate ed alpeggi. A volte, ove presente, era di proprietà comune anche il mulino; altre volte, specialmente nelle realtà più popolose, esso era affidato ad un privato, in proprietà od in gestione, solitamente povero quanto se non più dei valligiani cui forniva il servizio: "macinava la farina degli altri ma sovente non aveva neanche il pane per lui", diceva mio nonno a proposito del mugnaio della frazione Castignè di Locana...
Dalla Varda parte anche il ripido sentiero che , attraversando i vari alpeggi posti sul versante sx idrografico del vallone, raggiunge il vallone di Ciamosseretto e la conca del Gran Piano di Noasca.
Oltre la Varda la mulattiera prosegue in falsopiano andando a raggiungere le successive borgate: Maison, dove era presenta la scuola , visitabile e mantenuta in buone condizioni, corredata di cattedra e banchi in legno,  Mola, Capelle ( con la casa affrescata e la splendida vasca in pietra) e Potes, ricche di testimonianze dell'architettura tradizionale alpina. Appena più in basso di Maison. verso il torrente, si trova un'altra grossa borgata , Frandin. Se nel primo tratto di percorso avevamo potuto ammirare il selciato e gli eleganti e regolari gradini, in questo tratto risultano ben evidenti i lavori di terrazzamento e riempimento al fine di creare un fondo regolare alla strada, evidentissimi in un punto nel quale una parte della mulattiera è crollata ( vedi foto sopra).
Borgata Capelle
E' proprio in questo tratto di mulattiera che, durante la mia prima escursione, avvenne anche il mio primo incontro ravvicinato con una vipera ( che fortuna, direte voi!) : ricordo benissimo quella specie di  strano oggetto grigio e nero che sporgeva dal muretto a secco, sembrava fosse appeso. Lo "strano oggetto grigio e nero"  catturò subito la mia attenzione di bambino , già edotto sui rischi   legati al morso della vipera ( "bisogna guardare dove si mettono le mani ed i piedi" " non ci si sdraia nell'erba o su un masso senza prima aver battuto il bastone") ed anche sulla prevenzione ( "bisogna dargli una botta sulla schiena e poi schiacciargli la testa per ammazzarla"), ma che non l'aveva mai vista "dal vivo" in precedenza. Fu così che mi avvicinai all'animale puntando il dito ( si trovava giusto all'altezza della mia infantile spalla): "guarda zio" e poi lo zio che subito mi tira indietro e mi spiega che era una vipera e non bisognava avvicinarsi troppo o toccarla. Naturalmente nessuno dei gitanti uccise l'animale, vuoi perchè specie protetta, vuoi perchè ci trovavamo nel Parco!
Traversa IREN sul torrente Roc e passerella in legno.
Nei piani del Roc è presente una presa dell'Iren, che deriva le acque del torrente Roc nella galleria Ceresole-Rosone per la produzione di energia idroelettrica; attraversando una passerella in legno posta poco oltre si può attraversare il torrente e risalire il poggio sul quale è posto il nucleo di abitazioni di Borgovecchio, caratterizzato dalla presenza di una chiesetta e di un alpeggio di ristrutturazione più recente. L'itinerario che conduce fino ai piani del Roc è percorribile tutto l'anno, ed è particolarmente piacevole come gita invernale, data la buona esposizione del percorso che garantisce temperature piacevoli anche in giornate fredde. La parte bassa del vallone è anche  molto interessante in primavera, quando i branchi di stambecchi scendono a valle. A Borgovecchio arriva il sentiero che sale da Pianchette e prosegue la traccia del Gta che, attraverso bei boschi di abeti e larici, si riporta sul versante sx idrografico della valle Orco per raggiungere l'alpe Prà del Cres e da questa il Colle Sià, principale valico di collegamento tra Ceresole Reale e l'alto vallone del Roc.
Chiesetta a Borgovecchio.
I piani del Roc con l'imponente cascata

















Il sentiero che risale il vallone ora passa attraverso i verdeggianti piani del Roc, fino a giungere quasi ai piedi dell'imponente cascata e di una bastionata rocciosa che sembra sbarrare il passo, ma che la traccia accortamente aggira sulla destra rimontando dapprima direttamente un ripido versante erboso e poi passando attraverso una larga cengia erbosa, sino a giungere nei pressi dell'alpe Roc 1853 m. Arrivati a questo punto è doveroso uno sguardo all'indietro per ammirare la bellezza lasciata alle spalle e prepararsi a quella che ci aspetta nella parte alta del vallone.
Vista d'insieme sui piani del Roc
Arrivando all'alpe Roc

L'alto vallone del Roc

Lasciata  alla nostra sinistra l'alpe Roc, si sale verso destra fino ai ruderi dell'alpe Pianes: da questo punto ci sono due possibilità per continuare la salita: o rimontare direttamente il versante sx idrografico fino a raggiungere la mulattiera reale di caccia e tramite questa raggiungere la splendida Alpe del Broglio oppure, purchè ci siano condizioni di buona visibilità, risalire alla suddetta alpe lungo il fondovalle, attraverso l'alpe Truna e l'alpe Foges. In questo tratto il vallone si presenta molto aspro e selvaggio, e cominciano a comparire le caratteristiche rocce montonate e lastronate rocciose che ne caratterizzeranno la parte alta. Dall'alpe Foges, dirigendosi verso sinistra, è possibile attraversare il torrente Roc toccando così la splendida Alpe Breuillet prima e le Alpi Loserai di sotto e di sopra poi, fino a raggiungere il Colle Sià 2274; continuando sulla destra si raggiunge invece l'alpe del Broglio.
Alpe Breuillet
Presenza abituale di questa parte del vallone, oltre agli immancabili camosci, è il gipeto , il più grande uccello europeo, con un'apertura alare che arriva a sfiorare i 3 m, che può costituire un'ottima cattura fotografica.  
Che dire dell'Alpe del Broglio? E' un luogo stupendo, da vedere: ogni parola spesa per descriverlo potrebbe essere superflua, non all'altezza, per cui contentatevi di una foto.
Alpe di Breuil nella nebbia.
Sia nell'alpe di Breuil ( Broglio) che nella sottostante alpe Breuillet torna uno dei leit-motif del vallone del Roc, cioè il verde pianoro delimitato dall'imponente bastionata rocciosa con cascata.

Il sistema di alpeggio nell'alto vallone del Roc e le miniere della Cuccagna.

Alpe Loserai
Prima di continuare la salita, è doveroso soffermarsi ancora un attimo sul versante dx idrografico di questa parte del vallone, poichè le Alpi Loserai di sopra e di sotto costituiscono un perfetto esempio delle tipologie costruttive delle malghe alpine di alta quota e dell'organizzazione tecnica del lavoro in alpeggio . Accanto alle costruzioni a secco ( stalle, abitazioni , locali di caseificazione e crutin), possiamo notare i cumuli di pietre legati ai notevoli lavori di spietramento effettuati nel passato sui terreni circostanti per avere più erba e superfici più facilmente lavorabili. Ho parlato di "superfici lavorabili" perchè "una volta" non si sprecava nulla: dove non arrivavano in tempo le mandrie a pascolare l'erba fresca prima che questa diventasse troppo vecchia e "secca", arrivava la mano dell'uomo, con la "sessa" o, nelle zone più impervie, con la "falce musoira" o "musuera" a fare preziose scorte di fieno, fondamentali in caso di maltempo prolungato per poter alimentare le bovine

Particolare della roggia
che non si erano potuto accompagnare al pascolo. Tutto questo era valido specialmente per i capi produttivi: per i margari  era impensabile esporre al freddo ed alle intemperie le bovine che fornivano loro il latte, la preziosa materia prima indispensabile per produrre burro e toma, poichè esporle a condizioni climatiche difficili o lasciarle in stalla a patire la fame significava andare incontro a significative perdite di produzione, non recuperabili dall'oggi al domani. 
Appena a monte delle costruzioni, in direzione della Cuccagna, possiamo ammirare la grande roggia che, intercettata l'acqua dal torrente Roc ad una quota di 2600 m, con imponenti manufatti e superando salti e pietraie la portava agli alpeggi sottostanti e proseguiva fino al Colle Sià. L'acqua derivata dalla roggia serviva sia per l'irrigazione delle superfici pascolive, sia per la fertirrigazione, cioè per lo spandimento di liquami e deiezioni bovine per concimare il terreno ( anche le "buse" ed il "pisinass" non venivano sprecati).

Entrambe le tecniche erano finalizzate ad incrementare la produzione e la qualità dell'erba e , di conseguenza, del latte, ragion per cui venivano effettuate regolarmente secondo razionali modelli di gestione. Non dobbiamo dimenticare infatti che numerosi documenti storici attestano l'utilizzo di questi alpeggi ( Loserai, Breuillet, Breuil) già a partire dall'epoca medioevale: a pastori "professionisti" venivano affidate, durante la bella stagione, le mandrie formate dai capi bovini, ovini e caprini destinati alla monticazione e di proprietà del feudatario a cui erano state assegnate quelle terre e dei nuclei famigliari ad esso infeudati. In realtà, trattandosi di praterie alpine naturali, l'utilizzo di queste superfici è sicuramente ancora più antico, risalente per lo meno all'epoca dei Celti e dei Romani.
 Dall'epoca Celto-romana fino a dopo il 1800 sono state coltivate le miniere della Cuccagna, dalle quali si estraeva minerale ferroso. i cui cunicoli si trovano sul fianco della montagna, sopra la roggia ad una quota di 2730 m circa. 


Riprendiamo il cammino...

Arrivati all'alpe di Breuil ci troviamo di fronte ad un altro bivio molto importante: aggirando sulla destra in salita la bastionata rocciosa si prosegue in direzione del Bivacco Giraudo 2630 m, punto d'appoggio per l'ascensione alle cime circostanti, e del vicino Lago della Piatta; proseguendo verso il fondo del pianoro si continua invece sulla mulattiera reale, che sale fino al Colle della Porta 3002 m.
Bivacco Giraudo ( foto: Aldo Costa) 
Dal Bivacco Giraudo, con percorso leggermente più impegnativo, si può proseguire fino al
Colle della Torre 3185 , che mette in comunicazione con il vallone di Ciamousserretto, ed in particolare con la conca dove si trova il lago di Ciamousserretto superiore, nonchè agevolmente riportarsi  sulla mulattiera reale.  Il signore incontrastato di questa parte alta del vallone è certamente l'animale simbolo del Parco, lo stambecco: è difficile passare di qui in piena estate senza osservarne qualche esemplare, sia esso un maschio solitario od un branco di femmine, piccoli e giovani maschi.
Il vallone è finito: scendete in pace, amen. A presto con le storie di Montagna!