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mercoledì 13 luglio 2016

Ho pestato una vipera ( vademecum per l'escursionista ).

Premessa

E' del 4 luglio 2016 la notizia di una giovane donna ( 35 anni) morsicata da una vipera mentre prendeva il sole in Val Sangone; nell'occasione imponente è stata la macchina dei soccorsi attivata: elisoccorso, squadra del soccorso alpino, un'ambulanza. 
Vipera aspis ssp. atra

La notizia, rimbalzando sui social network, ha come al solito scatenato reazioni contrastanti: paura delle vipere da un lato, ironia e critiche per l'imponente macchina dei soccorsi attivata dall'altro. Circa due anni fa una signora venne morsicata in Val Soana e la Sentinella del Canavese mi onorò nel chiedermi un parere sul come ci si dovesse comportare in caso di morso in virtù della mia attività di guida escursionistica ambientale. Era più o meno da allora che avevo in mente di tornare sull'argomento con un post divulgativo ma al tempo stesso il più possibile  rigoroso ed esaustivo; mi sono finalmente deciso a farlo a seguito di un evento "detonatore" occorsomi questa domenica.


Le vipere in Piemonte

Coronella austriaca
Stando alle recenti scoperte scientifiche, in Piemonte sarebbero presenti tre specie di vipere: la vipera aspis, la vipera berus e la vipera walser ,  Per quanto riguarda le alpi Piemontesi occidentali ( delle quali fanno parte le valli Orco e Soana) è segnalata soltanto la presenza di vipera aspis, ed in particolare della sua sottospecie atra, volgarmente dette "vipera delle alpi", mentre incerta è la presenza della vipera berus o marasso.
Biacco, Hieropis viridiflavus
La vipera non va confusa con altri serpenti innocui quali la coronella austriaca, il biacco , la biscia dal collare, la natrice viperina od il saettone; sue caratteristiche distintive sono la pupilla verticale, la coda nettamente distinta dal resto del corpo e la testa triangolare.




Dove vive vipera aspis ? 

Biscia dal collare, Natrix natrix
La vipera aspis è in grado di colonizzare vari tipi di ambienti naturali, lungo un gradiente altitudinale notevole, che va dai boschi e dalle siepi di rovo della pianura fino ai 3000 m di quota sulle Alpi.
Numerosi sono  gli habitat frequentati da vipera aspis: le pietraie, i margini, le radure e le tagliate dei boschi, le macchie di rovi ed altri  arbusti ( brugo, rododendri) ,i prati ed i  pascoli caratterizzati dalla presenza di muretti a secco, i terrazzamenti, i ruderi di vecchie frazioni ed alpeggi, le rive dei torrenti. 
Vipera aspis con livrea melanotica tipica delle creste erbose e dei macchioni di rododendro
Questo non significa che le vipere siano presenti ovunque in una valle: infatti la distribuzione delle popolazioni di vipera aspis tende a concentrarsi in aree particolarmente favorevoli  ( dove si osserva una vipera si può essere certi che ve ne siano anche altre ): sono infatti ben noti alle popolazioni locali i famosi "posti da vipere". Per esempio nei versanti boscosi ed esposti a nord, le vipere tenderanno a concentrarsi in corrispondenza di pietraie, radure ed alpeggi, sui pendii più assolati e lungo le creste, risultando quasi del tutto assenti sulla maggior parte della superficie ; al contrario nei versanti esposti a sud e con una migliore esposizione la loro presenza potrebbe essere più diffusa lungo tutto il versante e meno concentrata.   I requisiti principali richiesti per soddisfare le esigenze di sopravvivenza di una vipera sono principalmente la presenza di una buona esposizione ai raggi del sole ( ricordiamo che si tratta di un animale ectotermo, cioè che necessita di fonti di calore esterne per regolare la propria temperatura corporea) e la presenza di nascondigli. 
La presenza di prede non costituisce in genere un fattore limitante, essendo sempre notevole in natura la loro presenza (solitamente piccoli roditori e lucertole, talvolta anche rane, rospi e ghiri).

L'incontro con la vipera 


Vipera aspis - mimetismo sulle superfici rocciose
L'incontro con una vipera è sempre un evento piuttosto raro, principalmente per via del carattere schivo ed elusivo di questo animale, che fugge al minimo segnale di pericolo e,   nella stragrande maggioranza dei casi , prima che noi possiamo vederlo od udire il suo movimento. 
Le vipere hanno un udito poco sviluppato, ma percepiscono molto bene le vibrazioni del terreno: per evitare di incontrarle possiamo non frequentare i loro habitat ( e quindi smettere di andare in montagna) ,oppure possiamo camminare rumorosamente: saremo così sicuri quasi al 100% di non incontrarne nessuna, ma di aver disturbato ogni altra specie animale presente, ragion per cui non potremo osservare neanche "innocui" cervi, caprioli, camosci etc) .  Entrambi i comportamenti sopra prospettati sono a mio avviso del tutto irrazionali  oltrechè fortemente irrispettosi dell'ambiente naturale e di eventuali altri fruitori umani presenti,  poichè frequentando la montagna l'incontro con la vipera è un'eventualità da mettere in conto. 
Può infatti accadere che nonostante la timidezza della vipera e le nostre precauzioni, l'incontro avvenga comunque . 
Questa casualità può verificarsi principalmente quando la vipera ha maggiori esigenze di termoregolazione , e cioè :
  • ad inizio primavera
  • ai primi freddi dell'autunno
  • durante giornate caratterizzate dall'alternarsi di sole e copertura nuvolosa
  • durante i periodi di muta e prima del letargo invernale
  • durante la fase della  digestione delle prede, che richiede una maggior esposizione del corpo a fonti di calore
  • durante le giornate estive più calde all'ombra del sottobosco
Vipera aspis -  mimetismo tra le foglie
In tutte le situazioni precedentemente elencate le vipere risultano essere meno vigili e più intorpidite, ragion per cui potrebbero lasciarsi sorprendere fuori dal loro nascondiglio.

Il problema non è vederle, è non vederle!!!

Qual è il comportamento da tenere in caso di incontro con la vipera ? Per farla fuggire immediatamente sarà più che sufficiente sfiorarla con la punta  del bastone o fare un pò di rumore; se invece volessimo osservarla o fotografarla dovremo avere cura di rimanere ad una distanza di sicurezza di almeno un metro e, se l'animale sta fuggendo, evitare assolutamente di rincorrerlo tra l'erba alta o metterci a spostare pietre per stanarlo, onde evitare di incorrere nel morso.
Può anche capitare che la vipera non fugga e questo non perchè la vipera "è cattiva e non scappa", come a volte sento dire, ma perchè   trovandosi magari lontana dal proprio nascondiglio non farebbe in tempo a raggiungerlo, ragione per cui essa tenderà a rimanere ferma ed immobile, puntando tutto sul mimetismo per non essere vista, oppure potremmo essere noi ad esserci involontariamente frapposti tra l'animale e la sua tana, ostacolandone la fuga.
Mimetismo all'ombra del sottobosco ( durante le prime ore del giorno)
In un paio di occasioni mi è capitato di avere il cane fermo con una vipera  tra le sue zampe ; tempo fa ricordo di una ragazzina in piedi su una pietra piana con un'aspide in mezzo alle gambe: in entrambi i casi la vipera non è stata vista e non  ha accennato alla minima reazione. 
Se invece si sentirà minacciata, la vipera si metterà nella classica posizione di difesa "ad S", pronta anche a mordere, a volte mettendosi anche a soffiare.
Il mimetismo di vipera aspis in mezzo alle foglie o tra le pietre è davvero straordinario, così come non è  facile scorgerla ad esempio in mezzo all'erba alta od alle macchie di arbusti, trattandosi di un piccolo serpente lungo al massimo 80-85 cm. Proprio per via del mimetismo, tutte le volte che ho visto una vipera non l'ho mai "messa a fuoco" al primo colpo d'occhio, ma soltanto una frazione di secondo dopo, così come mi è capitato alcune volte di essere fermo vicino ad una vipera senza accorgermene subito. Provate ad individuare il piccolo esemplare di vipera ritratto nella foto seguente, se ci riuscite!
Si tratta di un animale di piccole dimensioni... riuscireste ad individuarlo in questa foto ? 
Quanto scritto sopra dovrebbe essere sufficiente a farvi capire che per essere morsicati da una vipera bisogna proprio molestarla, calpestarla od appoggiare inavvertitamente le mani su di essa o vicino ad essa e che il rischio principale è  legato al non vederla. Quando hai visto la vipera, non è più pericolosa. 

Non ho visto la vipera...

Il 99 % dei casi di morsicatura da vipera  avviene quando non la vediamo; non di rado accade che il soggetto colpito  non si accorga nemmeno di essere stato morsicato da una vipera sul momento, ma solo successivamente alla comparsa dei primi sintomi da avvelenamento .
In ogni caso il morso è un evento ancor più raro dell'incontro: le statistiche parlano di circa 15.000-20.000 casi all'anno in tutta Europa, con circa 50 decessi. Nel 30 -50%  dei casi infatti il morso è "secco", cioè la vipera decide di non iniettare veleno per evitare di sprecarlo; nei restanti casi molto dipende dalla quantità di veleno iniettato ( la vipera è in grado di scegliere anche quanto iniettarne), dalla zona del corpo colpita e, soprattutto, dalle caratteristiche dell'individuo colpito: è difficile che un soggetto adulto ed in salute muoia per un morso di vipera.
Sono considerati soggetti a rischio i bambini e gli adulti con gravi problemi di salute ( es. cardiopatici), oltre ovviamente a chi è allergico al veleno. 
C'è soltanto un modo per evitare di essere morsicati: guardare bene dove si mettono le mani ed i piedi! 

E' stata davvero una vipera ? 

Non è affatto facile identificare un serpente che si dilegua dopo aver morsicato, così come può accadere, come abbiamo visto,  di essere stati morsicati da una vipera senza essercene accorti  sul momento. Le sensazione del morso viene riferita come  paragonabile ad una scossa elettrica, ad un graffio: le zanne velenifere possono essere lunghe fino a 5 mm ed il morso avviene in una frazione di secondo ( tra 1\10 ed 1\40 di secondo).
In generale il morso della vipera lascia sulla parte colpita due ferite a  forellino simmetriche, causate dai denti veleniferi (anche se in alcuni casi  una vipera calpestata potrebbe mordere ripetutamente causando più forellini, oppure non mordere "bene" lasciando un solo forellino); di fondamentale importanza è quindi l'osservazione dei sintomi, anche per capire se il morso è stato "secco", cioè privo di veleno  . In generale dopo un intervallo variabile dai 10 ai 30 minuti cominciano a presentarsi sintomi locali ( gonfiore a partire dalla zona colpita in estensione al resto dell'arto, dolori all'arto colpito, ecchimosi più o meno vaste a seconda della gravità dell'intossicazione) , seguiti dai sintomi sistemici ( nausea, vomito, diarrea e, nei casi più gravi, ipotensione prolungata e stato di shock).

Cosa fare in caso di morso di vipera ? 

  1. mantenere la calma: ricordarsi che gli eventi infausti in caso di morso di vipera sono rarissimi e che abbiamo un 30-50% di possibilità che si tratti di un "morso secco".
  2. muoversi il meno possibile onde rallentare la diffusione del veleno e allertare i soccorsi il prima possibile; disinfettare la zona colpita onde prevenire infezioni secondarie mediante acqua ossigenata ( evitare disinfettanti alcolici , che hanno interazioni nocive con il veleno di vipera).
  3. applicare una fasciatura non troppo rigida all'intero arto colpito,(avendo cura di allentarla man mano che aumenta il gonfiore) ,  non fare incisioni ( sarebbero inutili perchè il veleno della vipera si diffonde attraverso i vasi linfatici, oltre ad aumentare il rischio di infezioni secondarie ed ad indebolirci a causa della perdita di sangue)  nè applicare lacci emostatici ( che potrebbero causare trombosi, necrosi e cancrene).
  4. non somministrare alcolici ( hanno effetto depressivo e vasodilatatore, facilitando la diffusione del veleno).
  5. sarà il personale medico a decidere, in base alla gravità dell'intossicazione, le terapie più opportune ( il siero antiofidico viene somministrato soltanto in casi particolarmente gravi a causa degli elevati rischi di shock anafilattico).

Ho pestato una vipera ? 

La vipera che ho "pestato"
Quasi. E' successo domenica pomeriggio, durante una giornata torrida: la vipera si trovava nei pressi di una borgata abbandonata, all'ombra di un bosco di noccioli posto al limitare di un prato, in mezzo all'erba alta. Io ero fermo e mi stavo guardando intorno: quando ho ripreso il cammino non ho fatto in tempo a posare il primo passo che il mio occhio ha notato qualcosa che si muoveva in mezzo all'erba, qualcosa che non tornava nei colori: un serpente! Istintivamente ho fatto un piccolo salto indietro ( adrenalina),  questione di un istante, ed ho visto che si trattava di una vipera. Dopo aver tratto un respiro di sollievo, ringraziando in cuor mio la vipera per essersi spostata prima che io la pestassi  ed avendo notato le sue "intenzioni non nocive" ( stava cercando di nascondersi in mezzo ad altri ciuffi d'erba) , mi sono divertito a scattare un pò di foto, naturalmente a distanza di sicurezza. La vipera non era molto contenta ed un pò spaventata, ma come modella direi che si è comportata piuttosto bene. 
Guardate sempre  bene dove mettete le mani e dove posate i piedi:io non avevo visto la vipera e questo mi ha fatto andare incontro ad una situazione di pericolo, sventata dal comportamento schivo e mansueto del rettile. Sperando che la lettura di questo post possa tornarvi utile ed aiutarvi ad avere un pò meno paura delle vipere, vi mando un caloroso saluto. A presto con le Storie.





domenica 3 luglio 2016

La grande bellezza in Val Soana - osservazioni botaniche

Premessa

"Chi va di fretta, 
ossessionato dalla vetta
chi va tanto per andare,
non sapendo bene cosa fare
A entrambi sfugge la bellezza
della quale non sono all'altezza
eppur basterebbe fermarsi un attimo e osservare
per riuscirla ad apprezzare"


A fine giugno abbiamo inaugurato il calendario estivo di Orco Trekking con un'escursione dedicata alle orchidee spontanee della Val Soana. Per quella che è la nostra esperienza "sul campo". il periodo migliore per osservarle in natura è quello che va da metà giugno a metà luglio. Lungo questo arco di tempo saranno diverse le specie che troveremo in fioritura , a seconda della quota e del tipo di habitat in cui andremo a fare le nostre osservazioni. E' giusto ricordare che tutte le specie di orchidee spontanee sono considerate specie a protezione assoluta, ragion per cui la loro raccolta è vietata in tutto il territorio regionale. 
Nel territorio della val Soana in particolare vi è una zona che per alternanza di ambienti naturali, esposizione e matrice litologica consente di osservare molte specie diverse di orchidee. Non divulgheremo pubblicamente  il nome e l'ubicazione di questa zona , benché "sorvegliata" in quanto compresa nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso, per evitare che "appassionati" di fiori e giardinaggio vi si rechino a raccogliere delle piante con lo scopo di trapiantarle.  Agli appassionati di botanica e flora alpina che volessero saperne di più, chiediamo di scriverci in privato: saremo lieti di dare loro le giuste indicazioni.
Cominciamo dunque questa "storia" un pò al confine tra l'articolo ed il racconto da un bel  bosco...


Habitat n° 1 - faggeta

Si tratta di una faggeta xerotermofila, habitat di interesse comunitario afferente al Cephalantero-fagion , caratterizzata da un substrato calcifilo ( ci troviamo qui nella zona dei calcescisti e delle pietre verdi) ,  accentuata pendenza del terreno e situata ad una quota che va dai 1200 m  fino ai 1500 m di quota  circa in esposizione sud- sud est ( ulteriori approfondimenti qui.). Per quanto riguarda le singole specie di orchidee, si rimanda alle ottime schede botaniche pubblicate sul sito del progetto open-source dedicato allo studio della flora spontanea italiana  Actaplantarum , di cui riporteremo il link volta per volta. 
Neottia nidus-avis (L.) Rich. 

Scheda botanica



Cephalanthera rubra  (L.) Rich.
Scheda botanica



Cephalanthera longifolia (L.) Fritsch.
Scheda botanica



Plathanthera bifolia (L.) Rich.


Scheda botanica

Epipactis helleborine  ( L. ) Crantz
Scheda botanica  ( nb: la pianta in foto non era ancora fiorita)



Dactylorhiza maculata subsp. fuchsii (Druce) Hyl.
Scheda botanica

Habitat n° 2 - prateria alpina a Trisetum flavescens (L.)

Triseteto
Si tratta di un triseteto, compreso ad una quota che va dai 1500 m fino ai  2000 m di quota circa. Storicamente ricavati a scapito della vegetazione boschiva preesistente ( nel caso specifico faggete, pecceti e lariceti ),  sono dominati da graminacee di interesse foraggero quali Trisetum flavescens (L.) Baumg (scheda), Dactylis glomerata L. ( scheda ) , Polygonum bistorta L. ( scheda ) . La loro presenza è il risultato di pratiche di sfalcio o pascolamento non intensivo, la cui cessazione comporta il ritorno della vegetazione nemorale potenziale a cui segue la ricolonizzazione da parte delle essenze arboree, quindi il ritorno del bosco. La prima fase, con la progressiva comparsa di cespugli e specie arbustive, può avvenire velocemente, nel giro di un decennio.  Dal punto di vista vegetazionale possiamo dividere la stazione da noi osservata in due parti: una fascia di transizione al limite della faggeta, dai 1500 m ai 1700 m di quota circa, sottoposta ad una minor pressione di pascolo, dove il processo di comparsa della vegetazione nemorale potenziale risulta evidente dalla forte presenza di specie quali Avenella flexuosa  ( L.) Drejer.  ( scheda) ,  cespugli ed arbusti ( ginepri, rose selvatiche) e dalla presenza di rinnovazione di larice ed il triseteto vero  e proprio, caratterizzato da una maggior fertilità dovuta al pascolamento più intensivo.

Gymnademnia conopsea (L.) R. Br.

Neotinea ustulata (L.) R.M. Bateman, Pridegon & M.W. Chase  

 scheda botanica

Traunsteinera globosa (L.) Rchb.
scheda botanica

Dactylorhiza sambucina (L.) Soò
(fiore rosso) 





Dactylorhiza sambucina (L.) Soò
( fiore giallo) 

scheda botanica

Nigritella nigra subsp. rhellicani var. cenisia Teppner & E. Klein 
scheda botanica

Orchis mascula L.
scheda botanica

Va da sè che queste sono soltanto  le specie di orchidaceae da noi osservate   nel periodo e negli ambienti succitati. Altre orchidee la cui presenza è segnalata nella zona o la cui presenza è molto probabile in relazione agli habitat descritti  possono essere:   Cephalanthera damasonium ( segnalata per la faggeta),  Dactylorhiza majalis , Plathanthera chlorantha, Neottia ovata. Insomma, quando passate da quelle parti aguzzate la vista!


Corthusa mattioli L.

E poi in discesa la sorpresa...

Non v'è dubbio che l'escursione fino a quel punto fosse stata più che soddisfacente: volevamo osservare le orchidee spontanee e ci siamo riusciti. Per la discesa abbiamo però deciso di cambiare versante, spostandoci in esposizione nord-est, dove ad un certo punto noto un fiore che fino a quel momento avevo visto solo in foto e che da tempo speravo di incontrare. Non ho nello zaino una flora, ma ci troviamo in una zona umida e l'immagine che ho davanti agli occhi coincide perfettamente con quella delle fotografie scolpite nella memoria: si tratta della rarissima Corthusa mattioli (L.),una primulacea  (non della famiglia delle orchidee dunque) a protezione assoluta.
La Corthusa è una specie relitto dell'era glaciale, sopravvissuta solo in limitate aree-rifugio ( Alpi e Carpazi); essa è presente lungo tutto l'arco alpino ma sempre molto circoscritta ( in tutto il Piemonte ve ne sono pochissime stazioni ;  appena 5 in tutto il territorio del Parco del Gran Paradiso di cui due, entrambe in Val Soana, nel versante piemontese), poiché legata ad un habitat naturale particolarissimo. Anche la sua presenza nella singola stazione ( che specialmente nel periodo di fioritura potrebbe apparire abbondante)  non deve trarre in inganno poiché essa è presente lì e lì soltanto ( pensate che in linea d'aria le due stazioni valsoanine distano tra loro più di 12 km! ), ragion per cui rispettate questa piccola pianta ed il suo habitat, lasciandoli entrambi intonsi.
E fermatevi ogni tanto ad osservare e riflettere! A presto con le Storie.






martedì 21 giugno 2016

Escursioni estive 2016


Ecco a voi il calendario estivo 2016 di Orco Trekking, escursioni per intenditori. L'obiettivo è trasmettere il rispetto per la montagna, intesa come luogo di ricerca del proprio "ben essere", da frequentare per il semplice gusto di andarci. Il versante piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso, selvaggio ed incontaminato, è il luogo ideale per riscoprire questo approccio "slow". Le valli Orco e Soana sono poco conosciute, ma quando le scopri non riesci più a farne  a meno: lasciati guidare da chi ci è cresciuto.   
Per ogni escursione  sarà prevista una tappa intermedia;  orari, descrizioni e dettagli  verranno pubblicati  sul   sito  e condivisi sulle pagine social.
Costi: 10 euro a persona comprensivo di assicurazione RC ed infortuni. , 15 euro con la t-shirt tecnica Orco Trekking.
Per info e prenotazioni: 3665054930 , vardamarco@gmail.com .

                                                                             CHI SONO

Marco Varda, classe 1982, dottore in Scienze Forestali ed Ambientali, sono  Guida Escursionistica Ambientale della Regione Piemonte  dal 2010. La prima volta che sono andato nel bosco  ero per mano a mio nonno, e da allora non ho più smesso di andar per monti. Nel frattempo sono diventato un appassionato di flora, fauna e di storia alpina , ma non è cambiato lo spirito con il quale vado in montagna, sempre guidato da una mano invisibile che mi spinge a ricercare là la mia felicità.
Vieni a scoprire le mie montagne, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso.

martedì 7 giugno 2016

Escursioni d'altri tempi - Monte Croass dalle Vernè - Valfredda integrale ( anello)

Una mattina mi son svegliato e la strada per le frazioni Chironio, Balmella e Piandemma , situate  nel vallone del rio Vallungo o Valfredda, non c'era più e così, dovendo recarmi per motivi della massima importanza al Monte Croass, mi è toccato partire "da basso", cioè dalle Vernè. E' stata un'avventura formidabile, attraverso giungle impenetrabili, popolate da cobra e pitoni, ruscelli abitati dai piranha, uomo delle nevi, valanghe, frane. Comunque, grazie ai consigli di un mio cugino delle Mesonette, sono andato e tornato in un paio d'orette scarse, riportando a casa come souvenir una pelle di tigre e lo scalpo di un aborigeno.
Il ponte romanico di Chironio
No, aspettate: forse non è andata proprio così. Meglio ricominciare da capo il racconto. 
L'altra mattina ho deciso di andare al Monte Croass perchè mancava alla mia collezione e, desiderando percorrere da cima a fondo la Valfredda a piedi, ho deciso di partire dalle Vernè. Nei pressi della nuova centrale idroelettrica parte infatti il sentiero dei ponti romanici che, ben pulito e segnalato, sale fino alla borgata Chironio, percorrendo un bellissimo ed ombroso bosco di castagni.  
Fuori dal bosco
Giunto al ponte romanico di Chironio, anzichè fare dietrofront e riprendere la  salita per Balmella, ho deciso di attraversarlo e di risalire sulla dx idrografica del rio Vallungo fino alla borgata Seral, tanto per vedere come ci si arrivava. Dal punto di vista meteorologico è una giornata davvero stupenda e quando finalmente esco dalla boscaglia , giungendo in vista dei prati del Seral , si schiude di fronte ai miei occhi una visione  bellissima: il verde intenso dei prati  e dei versanti boscosi, contro cui si staglia l'azzurro del cielo,  nel quale le nuvole in transito disegnano trame variegate. 
Ed ecco il Seral
Per arrivare in vista dell case è necessario risalire ancora qualche metro lungo i prati , quasi come a significare che da queste parti nulla è regalato. Infine, ecco il Seral, ottimo e ben conservato esempio di borgata alpina, con le abitazioni tutte addossate le une sulle altre per togliere meno superficie possibile ai preziosi pascoli, indispensabile e principale fonte di sostentamento per i montanari di un tempo. Dal Seral si scende ad attraversare il rio Vallungo su un guado o su una passerella per andare a ricongiungersi con la mulattiera che  risale la Valfredda sul versante sx idrografico del rio Vallungo, toccando in sequenza il Medan, il Pian del Pari e le Casette.

Alpeggio quota 1560 m
Superata l'alpe Casette si continua a risalire su sentiero l'asta valliva principale, trascurando la deviazione di sinistra diretta al colle Croce d'Intror. Dopo un breve tratto in salita , nuovamente sotto copertura boschiva ,  si arriva in vista dell'alpeggio quota 1560 m (rif. cartina 1:25000 l'Escursionista e Monti  n°15), raggiunto il quale finisce il sentiero ed il percorso continua per tracce su ciò che resta dell'antico sistema di collegamenti,  un tempo oggetto di periodica manutenzione ed oggi  ancora più o meno percorribile solo grazie alla frequentazione da parte dei cacciatori ( diamo a Cesare quel che è di Cesare).  Bisogna quindi fare attenzione perchè ci vuole davvero un attimo a perdere l'esile traccia ed a finire a lottare in mezzo ad arbusteti di tumel ( sorbo degli uccellatori) e drose o siepi di lamponi e gratacui ( qualche graffietto a fine giornata me lo sono ritrovato). 
L'alpeggio quota 1560 è anche un ottimo punto di osservazione sul territorio circostante, ragion per cui è consigliabile soffermarvisi per potersi orientare meglio nel prosieguo dell'escursione. 
Gentiana kochiana
Guardando verso la testata del vallone vediamo: alla nostra sinistra  il rio Vallungo, oltre il quale si vedono chiaramente l'alpe Ussel, l'alpe Tola ed il percorso per il colle Croce d'Intror; sopra di noi la dorsale semiboscosa che arriva dall'alpe Muanda e che discende dai contrafforti del Monte Vaccarezza; alla nostra destra si apre un valloncello , incastonato tra le pendici del monte Cialmera e del Monte Croass. Nel frattempo il tempo è cambiato: la parte alta del vallone è coperta da nubi basse, ma non è un problema perchè la visibilità rimane completa e le temperature sono davvero piacevoli. 
Arrivati a questo punto il sentiero si biforca: possiamo continuare a salire direttamente in direzione dell'alpe Muanda per tracce di passaggio lungo la dorsale semiboscosa, oppure ( scelta consigliata) possiamo seguire la traccia che conduce ad attraversare il piccolo rio posto alla nostra destra ed a raggiungere l'alpeggio quota 1646, ben visibile e posto appena al di sotto ed a destra di una grande pietraia.
Primula pedemontana
Imponenti lavori di spietramento
Una volta raggiunto l'alpeggio quota 1646 ci si rende subito conto che la pietraia  doveva un tempo occupare tutta o quasi la superficie del pascolo, visti gli imponenti lavori di spietramento di cui restano  evidenti segni negli grandi accumuli di pietre che punteggiano la zona adiacente ai ruderi.  
Alpe Cialmere
Ora occorre riattraversare nuovamente il piccolo rio per continuare lungo la dorsale 1560-Muanda, fino a toccare prima i ruderi di un alpeggio a quota 1715 ed infine  i resti di un sentiero che collegava l'alpe Muanda all'alpe Cialmere nei pressi di una conca posta a metà tra le due località succitate. Il percorso non è dei più agevoli, ma mi regala stupende fioriture: primule, genziane, viole, sassifraghe, soldanelle, calte, pulsatille, crocus e chi più ne ha più ne metta: l'inverso di Locana offre sempre splendidi colori in primavera.
Essendo la  meta di giornata il Monte Croass, mi dirigo  verso  destra in direzione dell'Alpe Cialmere, i cui resti sono visibili appena più in alto; al termine della conca la traccia risale a zig zag in un  ripido canalino  inciso nelle pendici del monte Cialmere, fino alle costruzioni. 
La "stalla nella roccia"
L'alpe Cialmere è situata in una posizione a dir poco sfortunata, lungo i ripidi pendii di erba olina posti sotto la cima del Monte Croass ;  il cielo, nuvoloso in questo momento, accentua la sensazione di difficoltà  e disagio che viene al pensiero che perfino in un posto del genere, durante la stagione estiva, un margaro vi si recasse con la propria famiglia ed i propri capi di bestiame per produrre toma e burro, per guadagnare la sopravvivenza. Doveva essere una vita davvero grama;  anche le costruzioni ( l'abitazione, il crottino e la stalla) sembrano letteralmente aggrappate al pendio, e riportano alla mente il concetto dell'ostrica di Giovanni Verga, che si aggrappa agli scogli per non venir portata via dalla fiumana del progresso. In questo caso la fiumana del progresso è stata inesorabile; solo la stalla pare aver in parte resistito, essendo ricavata nel cuore stesso dello "scoglio", una "stalla nella roccia", probabilmente destinata al ricovero di  capre e\o  pecore.
In basso a sinistra l'Alpe Pertus "gemella" delle Cialmere
Dall'alpe Cialmere si compie l'ultimo tratto di  salita  spostandosi leggermente a  destra  su una comoda dorsale erbosa,  che in breve ci conduce sulla cresta spartiacque Orco-Lanzo in prossimità della vetta, posta immediatamente alla nostra sinistra.
In basso a destra l'alpeggio quota 1832
Andata a buon fine la salita, è ora di pensare al ritorno:  a breve distanza dal Monte Croass vi è il colle di Pian Pertus, dal quale è possibile raggiungere abbastanza agevolmente il vallone di Leitosa e scendere quindi su Piandemma. Occorre dunque tornare sui nostri passi e percorrere la cresta in direzione del suddetto valico ( presenti tacche rosse un pò sbiadite qua e là); in alternativa è possibile abbassarsi leggermente a prendere il tracciato del Sentiero 3 Rifugi e quindi effettuare la risalita al colle. Seguire la cresta, intercettando e superando la dorsale spartiacque Vallungo\Leitosa; osservata e lasciata in basso a sinistra l'alpe Pertus ( che per la posizione ardita possiamo considerare "gemella" dell'Alpe Cialmere ) , si arriva  in vista dell'alpeggio quota 1832 ,  ben visibile in basso a destra, e delle alpi Leitosa e Pian Marmotte; ancora qualche saliscendi ed infine si giunge alla depressione erbosa del colle Pian Pertus , dal quale un'esile traccia conduce alle baite ( per non sbagliare, cercate di scendere mantenendovi quanto più possibile nel "pulito").  Dai ruderi si prosegue per tracce di sentiero e di passaggio di bovini fino ad
Stalla quota 1832
arrivare alle alpi Leitosa 1744 m; scendendo lungo il pendio erboso e tenendosi verso sinistra, più o meno in corrispondenza di una piccola dorsale, si raggiungono  i ruderi di altre due baite, quindi il sentiero entra in un  bosco di larici, sbucandone fuori nei pressi dell'alpe Gaschi  ( tacche rosse). Dall'alpe Gaschi il sentiero prosegue, sempre in discesa, fino a superare il rio Crot su di una passerella in legno arrivando all'alpe Carel e da qui attraverso altri due alpeggi, fino a raggiungere la frazione Piandemma

IL PARTIGIANO PERUCCA ANTONIO

La lapide del partigiano Perucca
Lungo il sentiero che scende dall'alpe Carel, appena prima dell'alpeggio successivo,   troviamo la lapide del partigiano Perucca Antonio, appartenente all'80a  Brigata Garibaldi e  qui caduto durante un rastrellamento avvenuto nella zona di Locana nel gennaio 1945. I colpi che uccisero il partigiano sarebbero partiti dal campanile di Piandemma, motivo per il quale nel 1986 su di esso l'Anpi di Lanzo ha posto  una lapide in ricordo dell'80a Brigata Garibaldi.

E PER FINIRE...

Da Piandemma occorre scendere lungo la strada asfaltata fino a raggiungere la frazione Balmella, dalla quale si diparte il sentiero che  raggiunge Chironio, raccordandosi al sentiero dei ponti romanici che ora percorriamo in discesa fino al luogo di partenza. In alternativa è possibile raggiungere Chironio lungo la strada asfaltata per poi riprendere il  sentiero dei ponti romanici. 
E questo è tutto gente! A presto con le Storie!
Ps: Naturalmente questo anello si può tranquillamente accorciare ( sono circa 20 km per 1600 m dislivello) partendo da Balmella. Allego in fondo al post una sintetica cartina della parte più elevata dell'anello. Si declina ogni responsabilità dall'utilizzo di tale cartina di carattere puramente indicativo.







domenica 29 maggio 2016

Escursioni d'altri tempi - Lago di Pratofiorito da Locana ( anello integrale invernale).

PREMESSA

Per fare un'escursione:  "bisogna lasciare la macchina il più in alto possibile"; "non ha senso percorrere a piedi un tragitto che si potrebbe fare in macchina"; "piuttosto che risalire appena per ritrovare il sentiero preferisco scendere giù a dritto" .
Queste sono alcune delle idee-forza del Partito No al Dislivello ( Pnd) ,  largamente maggioritario tra gli escursionisti e bulgaro  tra i "merenderos tecnici".  Senza dubbio il fatto che siano state costruite nelle valli numerose strade carrozzabili, asfaltate e non, consentendo di raggiungere con l'automobile località che prima erano servite esclusivamente da mulattiere e sentieri ( ed accessibili affrontando dislivelli elevati e spostamenti degni di un trail corto) , è una cosa positiva, perché le ha rese fruibili da parte di un maggior numero di persone che prima non potevano farlo, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per mancanza di allenamento. 
Altra cosa positiva ( e complementare a quella di cui sopra) è certamente la diffusione dell'automobile grazie allo sviluppo economico ed al benessere verificatisi nel secondo dopoguerra.
Quanta differenza con i  pionieri dell'alpinismo locale, quelli che raggiungevano la base della salita in bicicletta ( e non con le specialissime e le mountain bike di oggi,  più leggere e dotate di cambi)  la sera precedente ed il giorno dopo compivano ascensione e discesa fino a casa, giusto in tempo per dormire qualche ora prima di cominciare il duro lavoro settimanale. Ma si tratta appunto di un'altra epoca e di altri uomini:  non potremo mai sapere come si sarebbero comportati in  condizioni analoghe a quelle odierne. 
Ovviamente ciascuno è libero di frequentare la montagna come meglio crede, non importa se per emulare le gesta dei pionieri o  per una breve passeggiata prima di gustarsi un'ottima polenta presso un accogliente rifugio sito in un luogo incantevole: sarà comunque tempo ben speso, utile a soddisfare il comune bisogno di bellezza, pace, serenità.
S.Antonio da Padova a Molera
A qualunque categoria di fruitori della montagna voi vi sentiate di appartenere, non vi è però alcun dubbio che le idee-forza del Pnd siano totalmente sbagliate. Pensiamo per esempio alla Valle Orco durante la bella stagione: per quale motivo sarebbe stupido andare a piedi dai Chiapili fino al Colle del Nivolet, data la presenza della strada asfaltata? Quella parte della valle Orco è forse brutta? No, è la più maestosa. Non c'è il sentiero e bisogna camminare sull'asfalto? No, c'è il bellissimo sentiero Chabod.  Ed ecco evidenziato uno dei lati negativi della viabilità stradale: aumentando la nostra velocità, non ci fa godere appieno della bellezza degli ambienti che attraversiamo, ce la ruba.
Ma noi possiamo facilmente riappropriarci di questa bellezza rubata : basta percorrere i vecchi sentieri, certo non ovunque, ma dove essi sono ancora ben conservati e poco o nullo è l'asfalto da calpestare ne vale la pena, specie se l'ambiente circostante merita (spesso è così). 
Ed è proprio secondo questi principi che da tempo un'idea mi frullava in testa , cioè quella di salire al lago di Pratofiorito direttamente da Locana, magari con la neve, giusto per rendere la cosa ancora più speciale. A dire il vero per quella domenica avevo organizzato una polentata con amici al rifugio alpino Santa Pulenta ; avevo in mente di fare una ciaspolata al mattino, ma nessuno dei miei soci sembrava ben disposto verso una sveglia domenicale anticipata, preferendo  l'idea di salire dopo pranzo fino al lago di Prafiorito. Così è stata musica per le mie orecchie quando l'amico Francesco Sisti di Clickalps mi ha contattato proponendomi un giro per la mattina! Tenuto conto dei miei impegni , avevo proposto  l'anello Gavie -Pratofiorito-Cambrelle, proposta subito accolta ma con un emendamento: "perchè non partiamo direttamente da Locana, tanto per fare un pò di dislivello in più?". Era una proposta che non potevo rifiutare, visto che coincideva con la mia idea di partenza e poi  in qualche modo sarei comunque arrivato al rifugio in tempo per il pranzo. Forse.

DESCRIZIONE DELL'ITINERARIO

Ci ritroviamo così con tutta calma  nel piazzale delle ex-Casermette, di fronte all'Ufficio Turistico, alle 8,30 del mattino; calzati gli scarponi ed appese le ciaspole allo zaino, attraversiamo l'Orco sul ponte per poi proseguire lungo la strada asfaltata fino alla frazione Fucina . Vicino alla chiesetta possiamo finalmente cominciare a percorrere l'antica mulattiera che sale verso le borgate del vallone di Cambrelle, mulattiera che si presenta assolutamente ben conservata e visibile, per lo meno in questo periodo dell'anno privo di vegetazione. Un soffice strato di neve fresca rende ancora più piacevole il nostro incedere. 
Il pilone votivo poco oltre l'alpe Bianetto
Arrivati nei pressi della località Gallenca , trascuriamo la diramazione di destra, che sale a raggiungere i Montigli , e continuiamo a salire nel bosco di castagni fino a raggiungere le case di Serlone. Eccezion fatta per un brevissimo tratto ( circa 100 m ) da percorrere sulla strada asfaltata ( ben segnato sulla carta della Mu Edizioni)  ed un paio di punti dove lo schianto di alcuni alberi e la presenza di arbusti ci costringono a particolari esercizi di ginnastica e\o a dover abbandonare temporaneamente il tracciato del sentiero, il percorso è facile e sicuramente  da ripetere in primavera, ad aprile- maggio!
Dal Serlone la mulattiera continua a salire, sempre all'ombra dei castagni, fino a raggiungere la frazione Gavie ( nome la cui etimologia pare sia da ricondurre al concetto di "bivio" - ed in effetti qui la strada si biforca, salendo da una parte verso l'alpe Carello ed il passo del Boiret, e dall'altra verso il col della Paglia lungo il vallone del rio Bianetto).
Noi, che siamo diretti al lago di Pratofiorito , dobbiamo seguire l'itinerario per il col della Paglia, che attraversa la frazione per poi scendere ad attraversare il rio Cambrelle o torrente Rimolerio  sopra un ponticello in cemento all'ombra del bosco. Sul versante opposto il sentiero sale in maniera dolce e regolare, quasi in falsopiano, fino a raggiungere la bella borgata di Molera, un tempo abitata tutto l'anno, con la chiesetta dedicata a Sant'Antonio da Padova. 
Baita sommersa nella neve...
Arrivati a questo punto lo spessore del manto nevoso, andato sempre via via aumentando, diventa tale da suggerirci di indossare le ciaspole: le condizioni sono fantastiche e, grazie alla neve fresca caduta nei due giorni precedenti ed alle temperature abbastanza basse, si ciaspola nella farina, certo con un pò di fatica aggiuntiva ma senza fastidiosi sprofondamenti ( spesso ricorrenti a quote così basse in stagione avanzata).
Poco dopo l'abitato di Molera si attraversa un ponticello sul rio Trucchetta; il percorso prosegue, sempre con salita regolare, fino a raggiungere gli alpeggi Alpet e Tiracul. Dall'alpe Tiracul il sentiero prosegue attraverso un bosco di betulle posto immediatamente alle sue spalle, toccando una prima baita e quindi un secondo gruppo di costruzioni , sempre in mezzo alla vegetazione arborea, abbandonando il vallone di Cambrelle per cominciare a percorrere il vallone di Bianetto, suo tributario . 
Dal secondo gruppo di costruzioni il sentiero esce in breve dal bosco, facendoci improvvisamente trovare faccia a faccia con la parte alta del vallone di Bianetto, resa ancora più elegante dal candido manto nevoso ( ma bellissima  anche quando è tinta di verde e di fiori durante la bella stagione). 
Lasciato alla nostra destra il bivio per le alpi Bianasso ( ponticello in basso a destra), il percorso prosegue sulla sponda dx idrografica del rio  Bianetto sino all'altezza della spalla erbosa su cui si trova l'alpe Bianetto ; lasciate a destra le baite, si gira a sinistra e si risale un dosso sul quale si trova un affascinante pilone votivo ed in breve arriviamo prima alle baite quota 1683  poi , salendo in direzione dell'ormai evidente tracciato della pista agro-silvo pastorale che da Porcili raggiunge Cambrelle ed il lago di Pratofiorito  raggiungiamo le baite quota 1746 , dove il percorso si biforca nuovamente. Ignorata la diramazione di sinistra, diretta al colle della Gavietta , continuiamo lungo il sentiero 507 fino all'alpe del lago, da cui tosto si giunge alla pista ed al lago di Pratofiorito, oggi completamente innevato e con la croce di ferro pure mezza coperta dalla neve.
Al lago manca poco...
Fatta una breve ma indispensabile pausa ristoratrice ( grazie Francesco per la cioccolata) , visto che il mio tempo stringe ( arriverò sicuramente in ritardo per il pranzo al rifugio e, nonostante sia riuscito ad avvisare del fatto gestore ed amici, ci tengo comunque a non fare troppo tardi per non creare inutili preoccupazioni ), torniamo sulla pista e la percorriamo in discesa, con percorso facile ed evidente, raggiungendo le alpi Bianasso di sopra e di sotto. Dall'alpe Bianasso di sotto in poi   si è fortunatamente conservata la pista battuta con la motoslitta dai gestori del rifugio, ragion per cui la nostra velocità di discesa raddoppia ed in breve arriviamo alla cappelletta Dejr  Ross, da cui si scende ad attraversare il rio Cambrelle sul guado. 
S. Vito a Cambrelle
Ecco, ancora pochi passi e compare finalmente il rifugio, posto di fronte alla chiesetta di San Vito! Ci togliamo ciaspole e ghette e, dopo una bella scrollata , saliamo la scala in legno ed entriamo nella sala da pranzo al primo piano.  Gestori ed amici (i quali sono  naturalmente già attovagliati) mi accolgono con 92 minuti di applausi, anzi no: devo ammettere di essere leggermente in ritardo ( circa un'ora e mezza - ecco cosa succede a partire "con calma" alle 8,30 ). A questo punto le nostre strade si dividono: Francesco riprende la discesa verso Locana , io mi fermo a gustare un lauto pranzo con gli amici. Sul pasto consumato c'è poco da dire: ottimi gli antipasti, ottima la polenta, ottimi  la selvaggina ed il merluzzo, fantastico il nebbiolo. 
Mentre io sto ancora mangiando ( l'appetito non mi manca),i miei amici se ne vanno: una parte prende l'attrezzatura e comincia a salire verso il lago di Pratofiorito; più tardi altri cominciano a scendere verso le auto parcheggiate ai Porcili. 
Finito di mangiare, decido di attendere gli amici più sportivi per poi scendere con loro;  arrivati alle auto, nonostante una debole resistenza iniziale, accetto un passaggio in auto fino a Locana, completando così il tradimento di Francesco, che invece dai Porcili ha completato  l'anello a piedi.
E' stata un'escursione davvero fantastica,  una giornata che resterà impressa  per sempre nei miei ricordi. Alla luce di tutto questo  posso ben dire, senza paura di essere smentito, che l'anello del lago di Prafiorito è una delle più belle escursioni di tutta la Valle Orco, ragion per cui consiglio, anzi esigo, che la proviate anche voi, con calma, quando volete: è buona in tutte le stagioni!
Un saluto ed a presto con le Storie.


martedì 10 maggio 2016

Ciaspolate alternative - anello invernale della Valfredda.

INTRODUZIONE

E' un grigio venerdì di febbraio, ed è dalla tarda mattinata che sta debolmente nevicando su Locana. Soltanto un paio di giorni prima mi aveva scritto l'amico Francesco, fotografo di Clickalps: si parlava da tempo di fare un'escursione assieme e così decidiamo di organizzare una ciaspolata ( finalmente!)  per l'indomani mattina, tempo permettendo.  Non resta che decidere dove andare: cosa non facile visto che in inverno le possibilità di scelta si restringono, ma rimane inalterato l'imbarazzo nel decidere per questo o quell'itinerario.
La valle Orco offre un discreto numero di itinerari invernali non particolarmente impegnativi ed abbastanza sicuri dal punto di vista del rischio valanghe: Punta Cia, Lago Dres, rifugio Jervis, Cà Bianca e lago Serrù sono di norma i più gettonati ( se andate a fare un giro su Gulliver potete trovare numerose relazioni di gite che, durante la "stagione bianca", sono letteralmente "aggiornate in tempo reale" dai numerosi utenti del sito).
Esempio di bollettino valanghe Arpa...
Ecco, appunto: il rischio valanghe, questo sconosciuto,  lo definisco "sconosciuto" perché  da quando la frequentazione della montagna invernale si è estesa oltre i tradizionali confini dei Cai e dello scialpinismo tradizionale, la percentuale di chi lo legge si è drasticamente abbassata. Alzi la mano e scagli la prima palla di neve chi non annovera tra amici e conoscenti dei "neofiti" che del bollettino valanghe , emesso periodicamente per il Piemonte dall'Arpa, non conoscono l'esistenza né tantomeno la fondamentale utilità per evitare incidenti che possono essere anche molto gravi. Vi prometto che, data l'importanza dell'argomento, sul  bollettino valanghe e sulla sua corretta lettura ed interpretazione torneremo in un prossimo futuro con un post dedicato: per il momento mi limito ad invitare tutti coloro che leggono queste righe e frequentano la montagna invernale ma non il bollettino valanghe a farlo sempre prima di ogni escursione, sia essa con gli sci o con le ciaspole, poiché il rischio è identico.
Ma ora torniamo a noi: dopo aver consultato il bollettino valanghe ed aver verificato che il rischio per quanto riguarda la nostra zona è 3 per quanto riguarda il settore "Alpi Graie di Confine" e 2 per il settore "Alpi Graie" ( spero di avervi messo in testa un pò di curiosità), consultato il meteo e constatato che per l'indomani è previsto vento in quota , decidiamo che, vista anche la sicura presenza di neve fresca, non sarebbe male optare per una gita a bassa quota, in una zona un pò riparata.
Esclusa quindi la zona di Ceresole e rimandata ad un'altra volta la partecipazione al consueto pellegrinaggio del weekend a Punta Cia, ecco che immediatamente  mi viene l'idea: perché non andare a fare due passi nella Valfredda, magari fino all'alpe Ussel e poi si vedrà? E' bella in primavera, in estate, in autunno... ma anche d'inverno! Oltretutto poco più di un anno prima ci si era molto divertiti da quelle parti ! Francesco accetta immediatamente la proposta, essendo stato da poco al sentiero dei ponti romanici nella parte bassa del vallone ed essendosene invaghito, così io provo ad invitare l'esperto Franco: anche lui sarà dei nostri, proponendo immediatamente, da par suo, l'integrazione perfetta per l'itinerario da me abbozzato, e cioè di proseguire dall'alpe Ussel fino al Der del Munt e da qui scendere prima a Fassabella e quindi a Chironio per poi chiudere l'anello. Un giretto mica male!

PRIMA PARTE 

Il sabato mattina ci ritroviamo tutti e tre in piazza a Locana e saliamo sull'auto di Franco, con la quale raggiungiamo Balmella inferiore, 899 m.s.l.m. La quantità di neve presente al suolo è ancora poca, per cui decidiamo di calzare unicamente le ghette, lasciando per il momento le ciaspole appese allo zaino,  ed imbocchiamo l'imbiancato sentiero della Valfredda.
Franco si mette all'asciutto - Alpe Ussel
Attraversato il ponticello sul rio Leitosa si arriva, con un percorso quasi rettilineo e sempre in leggera salita, alle case di  Medan 1085 m; fino a questo punto il percorso è piuttosto evidente nonostante la copertura del manto nevoso, trattandosi di una mulattiera; di lì in poi , anche per via della rada segnaletica e della riduzione del percorso a sentiero, il bel tempo e la buona conoscenza del percorso risultano molto utili per raggiungere l'alpe Pian del Pari prima e l'alpe Casette poi. Avendo compiuto questa seconda parte dell'itinerario praticamente "a memoria" -  data la mia assidua frequentazione di questi luoghi - mi trovo paradossalmente in difficoltà a fornire delle indicazioni invernali utili, anche se , oltre a consigliarvi di seguire fedelmente per quanto possibile il percorso indicato sulla cartografia, un paio di "dritte" mi sento in grado di darvele:

  • arrivati al Medan il percorso attraversa dapprima il pianoro per poi alzarsi al limite del bosco una volta superate due baite non diroccate (ed ancora utilizzate durante la bella stagione) ;
  • poco prima di arrivare sul dosso erboso su cui è posto il Pian del Pari il sentiero svolta bruscamente  a destra ed in salita in corrispondenza di un piccolo impluvio posto immediatamente alla sinistra del suddetto alpeggio, per poi attraversarlo una volta giunti al livello delle baite;
  • dal Pian del Pari il sentiero prosegue a destra ed in salita senza raggiungere le baite e, dopo un breve tratto in leggera salita al limite del bosco, si porta  all'interno di un bel bosco di faggi dove prosegue, con pendenze leggermente accentuate,  fino alle Casette.
Dalle Casette il sentiero, tenendosi sempre in alto rispetto alle case, entra tosto in una zona di rododendri e radi larici, per poi scendere quasi subito ad attraversare il rio Vallungo in corrispondenza del sentiero per l'alpe Ussel , abbandonando la traccia che prosegue lungo l'asta valliva principale in direzione dell'alpe Muanda.
Dopo pochi metri di ripida salita si entra in  un bello ed ombroso ceduo invecchiato di faggio; arrivati a questo punto occorre trascurare la traccia che si dirige in piano verso sinistra, diretta ai ruderi dell'alpe Montà, e fare attenzione ai segni rossi sulle piante che, con  una brusca svolta in salita verso destra, ci portano sulla sommità della piccola dorsale boscosa che divide la conca dell'alpe Ussel dal vallone principale.
Ancora un'ultimo strappo sulla dorsale ed eccoci di fronte alla conca dell'alpe Ussel , le cui costruzioni si trovano al culmine della zona erbosa circostante; qui decidiamo di fare una pausa ristoratrice, durante la quale decidiamo che  è arrivato il momento di calzare le ciaspole, visti i centimetri di neve fresca presenti.
Laggiù l'alpe Ussel
Arrivati a questo punto  occorre specificare che, per quanto ci riguarda, il percorso con le ciaspole sin qui descritto ( cioè  fino all'alpe Ussel ) è tecnicamente abbastanza facile ed alla portata di tutti, facendo però molta attenzione al fatto che,  trattandosi di un itinerario poco o per nulla frequentato (e di conseguenza non battuto e poco  segnalato), è molto facile smarrire il giusto percorso se non si conosce bene la zona od in condizioni di scarsa visibilità.
Il percorso descritto nella seconda parte presenta invece difficoltà tecniche a tratti anche notevoli, ragion per cui ciascun escursionista dovrà fare le proprie valutazioni.

SECONDA PARTE


Dopo aver dato un ultimo sguardo alle belle ( ed ancora in discrete condizioni ) costruzioni dell'alpeggio, ci dirigiamo verso l'alpe Tola,  posta immediatamente a monte ed a sinistra dell'Ussel , su una panoramica spalletta  che raggiungiamo non senza qualche difficoltà nell'interpretazione del percorso, tant'è che dopo aver smarrito in mezzo alla boscaglia la traccia di sentiero, la raggiungiamo percorrendo i resti di una roggia posta immediatamente a monte della traccia. Caratteristica di questo alpeggio è  la presenza di un grande faggio bitorzoluto, forse lasciato lì per fare ombra, foglia o per motivi estetici ( difficile stabilirlo ). Piccola nota personale: la facciata dell'Alpe Tola è rivolta proprio in direzione della... facciata della mia casa in frazione Casetti, dalla quale posso distinguere bene ad occhio nudo sia la baita che il grande faggio.
Abbraccio prospettico per Franco e Francesco all'Alpe Tola
Appena al di sotto della baita una labile traccia di sentiero prosegue in direzione Sparone , diretta ad una piccola ma evidente insellatura, localmente chiamata Bocchetta del Fo , sita lungo uno dei contrafforti discendenti dal monte Cimeron. La suddetta traccia, già scarsamente visibile durante la bella stagione, è resa ancora più incerta dalla presenza del manto nevoso: a fare da segnavia in queste condizioni contribuiscono i rigogliosi arbusteti di sorbo degli uccellatori in mezzo ai quali essa è ricavata.
Questa parte del percorso è parecchio ostica: si tratta di un traverso lungo ripidi pendii, durante il quale è necessario anche attraversare un canalino in parte roccioso ( occorre fare molta attenzione all'eventuale presenza di ghiaccio) e molto disturbato dagli arbusti, tanto che in molti punti non si riesce letteralmente a tenere una ciaspola vicino all'altra.
Una volta attraversato il canalino, con un'ultima salita si arriva alla bocchetta del Fo; da qui la traccia continua verso un'evidente spalla boscosa, posta lungo il contrafforte che dal Cimeron prosegue con il Der del Munt a separare la Valfredda dal vallone inciso dal rio Fassabella, spalla boscosa che si raggiunge senza troppe difficoltà, almeno dopo aver superato il tratto precedente.
Laggiù la Bocchetta dla Crava
Ed  è proprio quando pensi che il peggio sia alle spalle che viene il bello, la parte più "divertente" del percorso: sia sul versante Fassabella che in direzione dell'ormai vicino Der del Munt l'ambiente si mostra parecchio ripido e dirupato. E noi dalla spalla appena raggiunta dobbiamo scendere per raggiungere quella che localmente viene chiamata Bocchetta dla Crava ( ed ad osservarla da qui non stentiamo a capire la logica che sta dietro all'etimologia del nome) : senza la neve non sarebbe un problema, ma con la neve e con le ciaspole si.
Mentre ragioniamo sul da farsi ( io ad esempio propongo di scendere in mezzo ai sorbi sul versante Fassabella per poi risalire appena possibile alla bocchetta dla Crava) , ecco che Franco nota un inequivocabile segno rosso sul tronco di una betulla posta lungo la cresta al limite inferiore della spalla: il "sentiero" ( parola enorme in questo caso) scende ripidissimo lungo la cresta, sembra quasi verticale.
Francesco a fine discesone
Valutata la situazione, decidiamo che il discesone è superabile grazie alla presenza di numerosi alberi ed arbusti a cui appigliarsi, a patto di togliere momentaneamente le ciaspole, tant'è che l'esperto Franco sentenzia: "se non ci fossero le piante, con la neve non sarei mai sceso".  Una sentenza quantomai giusta, sia secondo me che secondo Francesco, che nonostante la numerosa ed ingombrante attrezzatura è arrivato sin qui senza fare una piega e senza dubitare della salute mentale mia e\o di quella di Franco ( ma più avanti ci stupirà ancora).
Quindi togliamo le ciaspole, ed aggrappandoci ad alberi ed arbusti scendiamo incolumi fino all'agognata bocchetta, dalla quale in breve raggiungiamo il Der del Munt, cima Coppi di giornata.
Dopo una breve pausa ed un'occhiata al panorama, pensiamo che sia meglio scendere fino alle alpi di Fassabella prima di fare la pausa pranzo.  Comincia così la terza parte del percorso, la cui difficoltà è intermedia rispetto a quella delle prime due parti ( ma più vicina alla prima che alla seconda).


TERZA PARTE


Sotto la sicura guida di Franco cominciamo dunque a scendere lungo la dorsale boscosa, nel bel bosco misto di larici ed abeti, in direzione delle alpi Fassabella di sopra , che tuttavia non raggiungiamo lasciandole alla nostra destra, giungendo invece presso un altro gruppo di rustici, che offre alla nostra vista uno spettacolo meraviglioso, assolutamente da immortalare in una fotografia fatta come si deve, cioè fatta da Francesco.
Panorama dalle alpi Fassabella
Da questo gruppo di baite giungiamo alle alpi Fassabella, dove effettuiamo la preventivata pausa pranzo. Scartata l'idea di scendere direttamente a Balmella per via del percorso non così evidente, decidiamo di prendere la mulattiera che scende a Chironio, passando per la borgata Picca, attraverso magnifici boschi di faggio e di castagno.
Al termine della discesa attraversiamo il rio Vallungo sul bellissimo ponte romanico e raggiungiamo le case di Chironio; da Chironio proseguiamo lungo un sentiero nel bosco di castagni fino a raggiungere l'auto a Balmella inferiore.
Ed ecco che una volta giunti alla meta, Francesco decide di stupirci, chiedendoci di provare a dare un peso al suo zaino ed all'attrezzatura a tracolla: secondo me saranno di sicuro più di 15 kg, ragion per cui non possiamo che fargli i complimenti per l'allenamento e la resistenza degni della sua arte fotografica. Come sempre l'ambiente invernale e la neve fresca ci hanno dato grandi soddisfazioni ed abbiamo avuto fortuna nel trovare un itinerario di questo tipo in condizioni ideali.


CONCLUSIONE


Ci consigli di fare questa escursione? Ni. La prima parte e la terza parte possono essere percorse abbastanza agevolmente ( salendo rispettivamente da Balmella all'alpe Ussel e da Chironio al Der del Munt), ragion per cui mi sento assolutamente di consigliarle come gite indipendenti; l'aggiunta della seconda parte (  per realizzare l'anello o per raggiungere il Der del Munt da Balmella inferiore), come ho già scritto sopra, va subordinata ad un'adeguata   autovalutazione delle proprie capacità tecniche ed ad un discreto allenamento. Penso di avervi detto proprio tutto: a presto con le Storie!